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Anveersia - Il Centromondo

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Sono trascorsi vent’anni da quando Ludvig Marfen ha messo al bando la magia su Anveersia: chiunque sia scoperto a praticare le arti occulte sarà perseguito dalla legge. Un bel problema in un mondo popolato da streghe, sciamani e creature fantastiche, in cui la magia fa parte del DNA degli esseri viventi. E un problema ancora maggiore per i gemelli Grammell, che una mattina di settembre ricevono a casa uno strano pacchetto, contenente un oggetto magico tanto enigmatico quanto illegale.

Chi glielo avrà inviato? E perché proprio a loro? Ma soprattutto, saranno disposti a mettere a repentaglio le loro vite per risolvere il mistero che nasconde?

Con questo breve discorso inauguro ufficialmente la mia investitura politica. Penso ormai sappiate che prediligo un linguaggio semplice, comprensibile da tutti: per me il rapporto con i cittadini è una priorità. 

Come promesso durante la campagna elettorale, domani entrerà in vigore il decreto di preclusione delle arti magiche. Diverrà illegale ogni tipo di incantesimo, pozione o rituale. Una decisione che avrà riscontri positivi per la nostra società, dove l’uso incontrollato dei poteri ha portato a gravi situazioni di disordine sociale. In seguito alle numerose, nonché violente, proteste degli ultimi mesi, mi vedo costretto a formare la squadra mobile delle guardie imperiali, gli Stratiàponi, che avrà il compito di arrestare coloro che infrangono il decreto di preclusione. 

Cominceremo a diffondere gli strumenti tecnologici usati nel Mondo Primitivo, ideati e distribuiti dai miei fidi ingegneri. Il Parlamento avrà meno libertà rispetto alle precedenti legislature, come avevo già anticipato. Quando troppe idee diverse si scontrano, diventa impossibile prendere decisioni costruttive. Per questo motivo io, da oggi, divento il detentore del potere legislativo e lascio ai miei colleghi parlamentari l’opportunità di apportare solo piccole modifiche alle leggi che introdurrò. Seguitemi con fedeltà e rispetto e sono sicuro che, insieme, torneremo a far splendere la nostra amata e preziosa Anveersia.  

Ludvig Marfen – 4 marzo 56 

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Prologo 

Il fruscio delle pagine risuonava nella caverna, accompagnato dal rumore di acqua che gocciolava dalle stalattiti. 

Seduta al vecchio tavolo di legno, Vermiglia sfogliava un grosso volume polveroso, schiena ricurva e occhi strizzati per leggere meglio nella penombra che la circondava. 

Giunta al capitolo che le interessava, puntò l’indice scheletrito sul titolo, “Amòrfia”; passò poi a scrutare l’elenco di ingredienti, assicurandosi di avere tutto ciò che occorreva per la ricetta. 

Era sicura di avere ancora delle scorte di germogli riccioluti, ma la pozione richiedeva anche un’abbondante dose di linfa granulare, che ormai scarseggiava nei barattoli della dispensa. 

Improvvisamente, la strega udì un frastuono familiare che la costrinse a distogliere l’attenzione dal libro: si alzò di scatto, talmente veloce da rischiare di far cadere la sedia all’indietro. Raggiunse l’entrata della grotta a passi svelti, il lungo mantello che strisciava sul pavimento roccioso. 

Appoggiò le mani sui bordi frastagliati dell’imboccatura e si affacciò all’esterno. Gettò lo sguardo sulle isole imponenti che si innalzavano dal mare, con le caratteristiche catene montuose di roccia bianca che rendevano l’arcipelago di Kronor unico nel suo genere.  

Abbassò gli occhi sulla distesa d’acqua spumeggiante. 

Una figura nera si stagliava all’orizzonte, circondata dal cielo arrossato dal tramonto. Volava grazie a possenti ali di pietra, sollevando il fragore che Vermiglia aveva subito riconosciuto: Gargesmod Quibec stava venendo a farle visita. 

La strega s’innervosì all’istante, abbandonò l’entrata e corse alla specchiera. Sistemò minuziosamente gli adorati capelli, una lunga chioma porpora che le raggiungeva i fianchi. Osservò anche il riflesso del viso, tagliato a metà da una profonda crepa che percorreva la superficie dello specchio. 

Gargesmod, intanto, atterrò con un tonfo all’interno della caverna. Mezzo gargoyle, si presentava come un uomo alto e muscoloso, con gigantesche ali di granito e artigli di pietra su mani e piedi. 

Rimase in ginocchio a testa bassa per un paio di secondi, poi sollevò il capo e le rivolse la parola: «Ciao, Marabeth». 

La faccia di Vermiglia si deformò in un ghigno di rabbia. 

«Se sei venuto solo per darmi fastidio puoi anche andartene» rispose lei, fredda. Poi si voltò e si avvicinò alla credenza, decisa a riprendere la preparazione del filtro. 

«Ti ho semplicemente chiamato con il tuo nome» ribatté lui, alzandosi da terra e ripulendosi dalla polvere. Fingeva di non sapere quanto le desse fastidio essere chiamata in quel modo. 

«Ma per favore!» tuonò Vermiglia, mentre rovistava negli scaffali alla ricerca di sangue di Slepnir. «Quello non è più il mio nome.» 

Gargesmod raggiunse il tavolo, dove il ricettario aperto mostrava pagine ingiallite fitte di calderoni illustrati e liste di piante. 

«Amòrfia… pozione che migliora l’aspetto fisico…» lesse. «Non hai ancora smesso con questi intrugli inutili?» 

«Mi aiutano a star meglio con me stessa.» 

«Già mi immagino la scena: tu che, dopo esserti bevuta quello schifo, passi ore davanti allo specchio fissando le tue nuove sembianze, fino a quando l’effetto non svanisce… È roba da squilibrati.» 

Ma lei non rispose, impegnata a frugare tra barattoli e scodelle e a sollevare un gran frastuono. Sembrava quasi facesse rumore di proposito, per evitare di sentire le continue critiche. 

Gargesmod si diresse verso il tavolo di marmo posto al centro della grotta, continuando a provocarla, un passatempo che lo divertiva particolarmente. «Comunque mi spiace dirtelo, Marabeth, ma i tuoi genitori sono pur sempre i tuoi genitori. Il vostro litigio non può certo…» 

«E cosa ne sai tu del nostro litigio?» sbraitò Vermiglia, interrompendolo. Aguzzò gli occhi, osservando i lineamenti del volto di Gargesmod, duri e spigolosi come la pietra. «Io non ho niente a che fare con quei marchiati» continuò, i denti stretti dalla collera. 

L’uomo picchiettò con gli artigli sul tavolo. «Non offri niente al tuo ospite?» chiese, mantenendo un’espressione derisoria. 

La strega s’incamminò nella sua direzione, reggendo nelle mani due capienti calici di cristallo. 

«Dai, sai cosa penso veramente. Hai fatto bene a scappare da quei luridi marchiati» riprese Gargesmod. «L’unico aspetto negativo è che sei costretta a vivere in questo posto» aggiunse, gli occhi che scrutavano pareti e soffitto della caverna. 

Vermiglia appoggiò i bicchieri sul tavolo e versò del Marniba, un liquore pregiato ricavato dai fiori di papavero. «Fino a quando Marfen starà al potere sarò costretta a vivere qui» replicò. 

«Sai che è solo questione di tempo,» commentò Gargesmod, dopo aver sorseggiato dal calice «prima o poi riusciremo a risolvere il problema. Marfen non può comandare per sempre.» 

«Sì, ma… ma…» balbettò lei «… ci toccherà eliminare anche molti civili. Dalle voci che mi arrivano, non sembrano essere tutti contro le sue leggi, anzi…» 

Gargesmod si ripulì la bocca con il dorso della mano. 

«Meglio così. Bisogna fare pulizia. Sono un branco di ingenui senza cervello, marchiati e non. Chi vuole stare dalla nostra parte è ben accetto, tutti gli altri vanno eliminati 

La strega si allargò in un sorriso compiaciuto. 

«Versamene ancora!» ordinò lui a gran voce. 

Vermiglia lo accontentò, senza nemmeno abbassare lo sguardo. 

«Ieri ho parlato con Nebulos» continuò Gargesmod. «Mi ha detto che non ha ancora nessuna notizia della pergamena. Per di più, adesso non si riesce nemmeno a trovare Ganam.» 

La strega inarcò un sopracciglio. «Oggi quella dannata pergamena è l’ultima cosa a cui voglio pensare» disse. 

A udire le sue parole Gargesmod rischiò di farsi andare di traverso il Marniba. «Ma che stai dicendo?» esclamò, sbattendo violentemente il calice sul tavolo. 

Per tutta risposta lei indicò la mano dell’uomo. «Te la cavi piuttosto bene a reggere quel calice, nonostante gli artiglietti che ti ritrovi» constatò, con una risatina acuta. 

Il mezzo gargoyle tirò un colpo al bicchiere, il liquido magenta inondò la superficie del tavolo. 

«Non stiamo giocando, Vermiglia. Hai idea di quello che sta per accadere?» sbraitò Gargesmod con espressione seria. «Questo è l’inizio della nostra ascesa, non possiamo permetterci di fare sbagli. Se la cosa non ti interessa, nessuno ti costringe a seguirci. L’unico motivo che ti spinge a farlo è che senza di noi saresti completamente sola. Il che non è da sorprendersi, visto come ti comporti.» 

Le parole furono crudeli e glaciali, esattamente come chi le aveva pronunciate.  

La strega rimase immobile a fissarlo, senza battere le palpebre. 

«Lo sapevo che non dovevamo coinvolgerti. Sei solo una squilibrata in continua ricerca di attenzioni e…» 

«Vattene» sussurrò Vermiglia. 

Gargesmod aggrottò la fronte e per un attimo sembrò titubante sul da farsi, quando lei esplose in un urlo: «Vattene via! Sparisci!». 

L’ospite vide i capelli della strega farsi sempre più lunghi. Una parte si sollevò in aria andando ad avvolgere l’antico lampadario appeso al soffitto che, dopo uno strattone violento, fu sradicato e cadde sul tavolo con uno schianto assordante. Il marmo si crepò sotto al suo peso, il bicchiere di Marniba cadde a terra. 

In men che non si dica, Gargesmod si alzò e raggiunse l’entrata della caverna, di corsa. Sapeva quanto potevano diventare pericolose le sfuriate di Vermiglia. 

Dietro di lui, la strega continuava a urlare, i capelli che roteavano nell’aria come dotati di vita propria. Non riusciva mai a contenerli, quando era in balia di forti emozioni. 

Gargesmod si buttò nel vuoto, per poi aprire le gigantesche ali di pietra e sollevarsi. Cominciò a volare dirigendosi verso l’orizzonte. 

Vermiglia rimase immobile a guardarlo mentre scappava via, poi si voltò verso lo specchio e si toccò ripetutamente le guance, scavandosi la faccia con fare deciso, i capelli impazziti che si dimenavano in ogni dove. Subito dopo, iniziò a piangere. 

Gargesmod aveva detto una cosa falsa, o per lo meno non del tutto vera: oltre che per non sentirsi sola, lei si era immischiata perché quella faccenda era di importanza colossale. 

Le importava davvero della pergamena, e Gargesmod lo sapeva bene. Infatti, lui non aveva dato peso alla sceneggiata. Anzi, quello era un teatrino quotidiano a cui dovevi abituarti, se avevi a che fare con streghe come Vermiglia. 

Capitolo uno 

 

«In dispensa c’è tutto quello di cui avete bisogno e le porzioni bastano per più di una settimana. Se per caso finite i rifornimenti, ci sono dei soldi per le emergenze nel cassetto del mio comodino: non spendete tanto e comprate la roba al supermercato vicino alla stazione, è il più economico.» Mentre parlava, Amanda Simmon tracciava innumerevoli segni di spunta sul suo bloc-notes nero per accertarsi di non aver dimenticato niente. «Se ci sono problemi in casa chiedete aiuto ai vicini, hanno detto che sono disponibili per qualsiasi cosa. I numeri di Marvin e Romilda sono attaccati alla lavagna magnetica in cucina. A proposito, più tardi è meglio che facciate un salto alla locanda, per mettervi d’accordo con loro. Appese all’ingresso ci sono le chiavi di casa, del garage e della cantina.» 

Debora Grammell, in piedi di fronte alla madre, sospirava ogni volta che la donna s’interrompeva per riflettere, timorosa di star dimenticando qualcosa da dire. 

«Comunque, per qualsiasi problema chiamatemi e io tornerò subito indietro» continuò la signora Simmon. 

«E come faresti a tornare subito indietro, mamma? Sei su un’isola dall’altra parte del Mar Cilestre, affitti un deltaplano?» rise la figlia. «E comunque, riesci a stare un po’ tranquilla? Sei troppo agitata, te l’ho già detto.» 

Debora continuò a fissare la madre che sfogliava ripetutamente il blocchetto e ripeteva a bassa voce tutto ciò che aveva annotato. Nel mentre, pensò che una vacanza avrebbe fatto decisamente bene a quella donna. 

«Vuoi che ti rispieghi come si spegne il gas?» chiese Amanda, sollevando lo sguardo dai fogli. 

«… apro lo sportello del mobile accanto al lavandino, giro la manopola sulla destra fino a quando la tacca rossa disegnata sopra va a coincidere con quella sulla parete…» ripeté a memoria la figlia. «Sai, dopo la terza volta che me lo spieghi penso che il messaggio sia ben entrato in testa.» 

La signora Simmon improvvisò una risatina, fingendosi divertita, ma poi cambiò subito espressione e tornò alle sue infinite ansie: «Venerdì sera dovete lasciare il sacchetto della spazzatura fuori dal portone, perché il mattino dopo passa il camioncino a ritirarlo. Ricordatevi anche di…». 

Ma Debora aveva smesso di ascoltarla; la voce della madre diventò presto un sibilante e confuso rumore di sottofondo. 

Persa nei suoi pensieri, la ragazza posò lo sguardo sullo schermo del cellulare, dopodiché interruppe l’incessante fiume di parole della donna, passata ora a sciorinare le istruzioni per fare la lavatrice. «Sei in ritardo, mamma, ti conviene uscire se non vuoi perdere il treno.» 

Amanda controllò l’orologio da polso e fece un’espressione sorpresa. «Com’è possibile?»  

La figlia avrebbe voluto farle notare che era da più di un quarto d’ora che perdeva tempo a leggere quei dannati appunti, ma preferì lasciar perdere. 

La signora Simmon si rigirò tra le mani il dépliant delle isole Sammit. Poi, dopo essersi sistemata meglio gli occhiali da sole che incorniciavano il suo ordinato caschetto biondo, inspirò profondamente e cacciò un urlo fortissimo, tanto che Debora si sporse all’indietro per lo spavento: «Alan! Dato che non ti sei degnato di sentire le mie raccomandazioni, gradirei almeno che venissi a salutarmi!». 

Qualche istante dopo, si udì un rumore di passi provenire dal fondo del corridoio. 

Camminando a stento, con gli occhi ancora socchiusi e appena uscito dal suo letargo mattutino, Alan Grammell raggiunse Amanda e Debora all’ingresso. 

«Che ore sono?» domandò, in evidente stato confusionale. 

«Le sette e mezza,» rispose la sorella «e la mamma non si è ancora decisa a uscire di casa.» 

«Ti prego, Alan, mentre non ci sono non metterti a fare… quelle cose» implorò la signora Simmon, gli occhi fissi sul figlio. 

Lui sbuffò. «Te l’ho già detto mille volte, puoi stare tranquilla. Cosa devo fare ancora per convincerti? Vuoi una dichiarazione scritta e firmata?» 

«Conoscendoti, neanche quella sarebbe sufficiente per fidarsi di te» ribatté Debora. 

«Zitta, tu.» 

Dopo aver emesso un lungo sospiro, per la seconda volta in nemmeno un minuto, Amanda guardò di nuovo l’orologio. 

«Adesso devo proprio andare» disse. 

Subito dopo si precipitò sui gemelli e li abbracciò forte. Poi si voltò, prese in mano la pesante valigia che era posata ai suoi piedi e uscì. 

Quando si chiuse la porta alle spalle, un rumore secco echeggiò in tutto il condominio. 

«Finalmente ce l’ha fatta» commentò Alan. «Da quant’è che doveva andarsene? Mezz’ora?» 

«Tu almeno non sei stato qui a sorbirti tutte le sue paranoie» replicò la sorella.  

«Se n’è uscita con raccomandazioni assurde come il “non usate il forno per asciugare i piatti lavati” della volta scorsa?» chiese Alan divertito, stropicciandosi l’occhio con l’indice piegato. 

Debora s’incamminò verso la cucina. «Questa volta se l’è risparmiato» disse. Aprì gli sportelli della credenza e recuperò una grande teiera di ceramica verde. «Dicevi sul serio, quando hai fatto quella promessa alla mamma?» cambiò argomento, poi. 

Alan la seguì e, per tutta risposta, fece un sorrisetto e iniziò a schioccare le dita, emanando lievi scintille dalla punta delle falangi. 

Debora scosse la testa. «Vedi di non cacciarti nei guai adesso che siamo soli.» 

«Tra te e la mamma non so chi sia più negativa. Perché dovrei finire nei guai?» 

«Perché è illegale quello che fai, Alan» replicò lei, ma il fratello non sembrava interessato alle sue motivazioni. 

Per i primi tre anni era riuscito a esercitarsi tenendo nascosti i poteri alla madre. Ovviamente, man mano che le capacità crescevano, era diventato difficile trovare spiegazioni logiche per le esplosioni e i bagliori di luce che provenivano quotidianamente da camera sua. Appena l’aveva scoperto, Amanda era andata su tutte le furie: minacciava di recarsi alla caserma degli Stratiàponi per denunciarlo, pensando fosse l’unico modo per rimetterlo in riga. 

Poi, però, Debora era intervenuta per tranquillizzarla, l’aveva indotta a ragionare ed era riuscita a convincerla che Alan non stava facendo nulla di così tanto grave. 

Da quel momento, la signora Simmon aveva cominciato a convivere con l’ansia che il figlio potesse passare dei guai da un giorno all’altro.  

Debora aveva criticato per giorni il fratello, tanto ingenuo da farsi beccare da Amanda. «Come si fa a essere così stupidi? Come potevi pensare che la mamma non si accorgesse di nulla se fai fuoriuscire del fumo blu dalla serratura della porta della tua camera?» 

La spiegazione era semplice: il gemello non pensava mai alle conseguenze di ciò che faceva e agiva sempre d’impulso. 

Debora preparò la tisana e con la tazza fumante in mano si avvicinò alla finestra della cucina, osservando la vita che scorreva tranquilla a Dormut, il loro adorato paesino balneare. 

Il paesaggio che si apriva al di là del vetro sembrava una tipica foto da cartolina. File di case variopinte si susseguivano insieme alle piazze piastrellate, dove al giovedì mattina si allestiva il mercato. Di fronte a esse, una lunghissima passeggiata arricchita da palme maestose si estendeva parallela al mare. I raggi del sole filtravano attraverso la vetrata e ricadevano sui lunghi capelli castano chiaro di Debora, facendoli brillare e illuminando anche il viso ricoperto da fini lentiggini, che quell’estate si erano fatte meno scure del solito. 

Anche Alan, come la sorella, aveva lievi lentiggini e i capelli dello stesso colore, ma i suoi erano più corti, ricci e arruffati, tanto che, quando si pettinava, la spazzola rimaneva incastrata tra i nodi. 

Amanda aveva sempre detto che i due ragazzi non assomigliavano per niente al padre. L’uomo era solo un vago ricordo nella mente dei gemelli, visto che se n’era andato quando loro avevano a malapena un anno. I due fratelli non conoscevano il motivo del suo allontanamento, anche perché in casa non si parlava quasi mai di lui visto che la signora Simmon non gradiva sentirlo nominare.  

L’unica occasione in cui Amanda accennava al marito era quando Alan ne combinava una delle sue; allora, la donna se ne usciva con la solita frase: «Hai preso proprio da tuo padre». 

Debora, appostata alla finestra come una sentinella, vide avvicinarsi una figura familiare, che stava arrivando a bordo di una bicicletta malandata. 

Alto su per giù un metro e settanta, un uccello antropomorfo dal piumaggio azzurro brillante stava raggiungendo il loro palazzo pedalando scoordinatamente, il borsone a tracolla che ciondolava avanti e indietro. 

«Sta arrivando Sparrow con la posta» annunciò la ragazza.  

Alan si avviò verso la porta e uscì di casa per scendere fino al portone. Poco tempo dopo, era di ritorno con alcune lettere e un pacco postale. «Sparrow era in anticipo, stamattina» disse, lanciando le buste sul tavolo della cucina. 

«Ma ce la fai a non mettere in disordine niente per cinque minuti?» chiese frustrata Debora, rimproverandolo come una madre. 

Alan iniziò a rovistare in mezzo al mucchio di carte sparse. «Bolletta, lettera per la mamma, pubblicità…» 

Mentre il ragazzo catalogava ad alta voce la corrispondenza, sua sorella si girò per mettere la tazza vuota nel lavello. 

Fu in quel momento che, dopo un breve istante di silenzio, udì Alan dire, con tono sorpreso: «Debora… qua sopra c’è il nostro cognome». 

Lei si voltò e si avvicinò al tavolo. 

Sull’etichetta adesiva del pacco campeggiava la scritta “Grammell”, stampata a caratteri molto grandi. 

Incuriosita, la ragazza sollevò il pacchetto: le sembrò di tenere in mano un contenitore vuoto. 

«Da’ qua!» sbottò il fratello, togliendoglielo dalle mani. Dopo una breve analisi, strappò il nastro adesivo e aprì la scatola. 

Debora allungò il collo per vedere meglio il contenuto: in mezzo a numerosi trucioli di polistirolo spuntava un antico foglio arrotolato e color ocra. 

Incredulo, Alan allungò una mano e ne sfiorò la superficie increspata. Poi lo tirò fuori, esponendolo alla debole luce della cucina. Lo porse a Debora, lo sguardo dubbioso di chi non stava capendo nulla. 

«Penso sia una pergamena» disse Debora, srotolandolo con delicatezza. 

«Sei perspicace» commentò il gemello, ironico.  

La pergamena non riportava alcun tipo di messaggio, a parte un minuscolo simbolo che si trovava sul vertice basso, simile a una M: “”. 

«Ma a cosa serve?» chiese Alan. 

«E io che ne so?» replicò Debora, concentrata sul foglio. «Piuttosto, non sei tu quello ossessionato dalla magia?» 

«Cosa ti fa credere che questo coso abbia a che fare con la magia?» domandò il fratello. 

«Non so, ma non mi pare un oggetto normale. Dall’aspetto sembrerebbe antico, per non parlare del simbolo» disse lei, indicando la strana M. 

«Se è come dici tu, perché ci hanno inviato un oggetto del genere via posta?» 

«Quante domande che fai! Ovviamente non ne ho idea.» 

Alan si rigirò il pacchetto tra le mani per vedere se da qualche parte ci fosse il nome del mittente, ma oltre a una seconda etichetta che riportava scritto il loro indirizzo di casa non vi era nient’altro. 

«Non si può neanche pensare che qualcuno abbia sbagliato a inviarcelo, perché c’è scritto proprio il nostro cognome» osservò Debora. 

«Sempre più acuta» ironizzò il fratello. 

I minuti passavano e la ragazza continuava ad analizzare scrupolosamente lo strano foglio. 

Alan, intanto, camminava avanti e indietro, pensieroso. 

Tutt’a un tratto sembrò folgorato da un’idea, tornò indietro e si fermò davanti alla sorella. 

«Dovremmo provare a scriverci sopra qualcosa e vedere cosa succede» propose. 

L’espressione di Debora si fece confusa. 

«Pensaci,» continuò lui «se la pergamena è vuota vuol dire che in qualche modo deve essere riempita.» 

«Ma ti rendi conto di cosa stai dicendo? È un’idea idiota. Non sappiamo neanche chi ce l’ha mandata.» 

«E quindi? È solo per provare, che vuoi che succeda?»  

«Alan, finiscila. Potrebbe capitare qualsiasi cosa! Usa il cervello, ti prego. Non capisco come possa venirti in men…» 

Non ebbe neanche il tempo di finire la frase che il fratello le strappò di mano la pergamena e si allontanò in fretta dalla cucina. 

Debora lo seguì correndo, talmente rabbiosa che il suo viso raggiunse la temperatura di una pentola a pressione. 

Alan entrò nella camera da letto di Amanda, dove, sulla scrivania, era appoggiato un vecchio calamaio pieno di inchiostro che la madre usava quando si dedicava all’arte calligrafica, un passatempo ritenuto dai gemelli alquanto noioso. 

Il ragazzo srotolò la pergamena sul tavolo, impugnò la penna e la sollevò in aria, pronto a immergere la punta nell’inchiostro, ma in quell’istante Debora lo raggiunse e fulminea si avventò su di lui. 

Nel farlo, urtò inavvertitamente il calamaio, che cadde e rovesciò tutto il suo contenuto sul foglio. 

I due rimasero con la bocca spalancata per alcuni secondi, gli occhi fissi sull’antica pergamena, quasi interamente ricoperta da un’enorme macchia scura dai bordi irregolari. 

«Sarai felice, adesso!» ruggì Alan. «Guarda cos’hai combinato!» 

«La colpa è tua, che vuoi sempre fare le cose senza pensare!» replicò la sorella, furente. 

La pergamena iniziò a emettere un lieve rumore, tremando.  

I gemelli si allontanarono, impauriti: Debora si nascose dietro al letto matrimoniale, rimanendo a gattoni sul pavimento, e Alan si limitò a indietreggiare di alcuni passi.  

Nel mentre, l’inchiostro rovesciato scompariva, assorbito dalla carta. 

In men che non si dica, il foglio era tornato come nuovo. 

Debora si rialzò lentamente e sorrise compiaciuta, volgendo lo sguardo al fratello. «Sei ancora convinto che sia un oggetto normale?» domandò, con il tono insopportabile che usava sempre quando si accorgeva di avere ragione. 

«Va bene, d’accordo,» rispose Alan, avvicinandosi alla scrivania e prendendo di nuovo in mano la pergamena «ma tutto ciò mi sembra troppo strano. Voglio dire, non trovi che sia una situazione assurda?» 

«Assurda è dir poco» convenne Debora. 

«Soprattutto, chi ce l’ha mandata? E perché proprio a noi?» 

I due non sapevano cosa fare. Anche documentarsi su internet era del tutto inutile: non avrebbero trovato nulla, visto che Marfen aveva proibito la circolazione in rete di qualsiasi informazione riguardante le arti magiche. 

«L’unica cosa che possiamo fare,» affermò Debora, mentre ritornava con il fratello in salotto «è portare il pacco con noi quando andremo alla locanda, più tardi. Magari Marvin e Romilda ci daranno una mano a capire di che si tratta.» 

«Sei seria? Non credo proprio che Marvin prenderà la notizia tanto bene…» 

«Be’, sicuramente risulterà più utile di te» replicò Debora e, dopo una breve pausa, aggiunse: «Oh, ovviamente la pergamena la metteremo nel tuo zaino. Io preferisco non correre rischi, mentre scommetto che tu non vedi l’ora di andare in giro con addosso qualcosa di illegale».

Troverai qui tutte le novità su questo libro

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Ho appena terminato la lettura. Lo stile scorrevole e la trama avvincente rendono la lettura piacevole, il tempo è volato. La descrizione dei personaggi è uno dei punti di forza, sembra di averli conosciuti di persona.
    Interessante anche la diversità di possibili chiavi di lettura, da quella immediata relativa alla storia esplicita, a quelle sottostanti di tipo politico e psicologico.
    La conclusione sembra fatta appositamente per farci attendere il proseguimento della saga.

  2. Ho appena terminato il libro e il primo commento che mi viene in mente è “wow”. Una storia che con una base Fantasy, da tanti spunti di riflessione per situazioni che viviamo nel reale. Facilissimo mettersi nei panni dei personaggi e sentirsi coinvolti nella storia e dai loro ragionamenti, mi è sembrato quasi di far parte del gruppo. Lo stile, semplice e diretto, è perfetto per chi è nuovo a questo tipo di lettura e apprezzabile da chi, al contrario, già ne ha preso le misure. Non mi aspettavo di essere così entusiasta e sono felicissima di averlo letto.

  3. (proprietario verificato)

    Ho cominciato a leggere le bozze non editate, mi trovo al quarto capitolo.
    Che dire, non mi aspettavo un libro del genere. Scene descritte davvero molto bene, riesci a immaginartele come se stessi guardando un film. Una trama che sembra essere abbastanza originale e imprevedibile. Ma, soprattutto, uno stile davvero molto semplice (ma non per questo povero) che rende la lettura scorrevole e che fa subito senitre il lettore a proprio agio.

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Gregorio Bisio
nasce nel 1998. Vive a Cogoleto, in provincia di Genova, e frequenta la facoltà di Chimica e tecnologia farmaceutiche. Ha sempre avuto la passione per la lettura, prediligendo libri fantasy, fantascientifici e gialli. Anveersia - il Centromondo è il suo romanzo d’esordio, idealmente il primo di una saga.
Gregorio Bisio on Instagram
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