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Benedetta Degli Esposti e altre storie di donne fantastiche

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Tre racconti fantastici e un dramma: quattro donne, quattro storie d’amore e di morte. Benedetta Degli Esposti, rimasta bloccata su un’isola dopo un nubifragio e costretta a vivere con degli strani esseri; Beatrice Di Spirito, ricoverata in ospedale per una malattia degenerativa, che grazie all’aiuto di un brav’uomo riesce ad aggirare il suo destino; Bianca Degl’Innocenti, morta “ragazza” nel lontano 1859 ed Elvira d’Albavana, che vive una tragedia d’altri tempi.
Un viaggio tra mostri a sei dita, medaglioni maledetti, demoni, fantasmi e sanguinari nemici invincibili, dove l’amore trionfa sempre su tutto ma, a volte, non sulla vita.

 

CAPITOLO UNO
In cui narro d’un insolito ritrovamento e del perché tale sco-
perta m’indusse ad abbandonare la nave su cui ero imbarcato.
Da principio avevo pensato che si trattasse di uno scherzo,
la beffa di uno tra i più burloni dei miei compagni.
Infatti c’era una spiegazione anche ai molluschi che le ade-
rivano e alla patina verdastra e vischiosa che ne ricopriva la
superficie e il tappo di sughero; quella bottiglia poteva essere
rimasta per settimane o addirittura mesi, immersa, assicu-
rata alla nostra goletta da una funicella, tirata su poco prima
che la scialuppa che mi avrebbe portato in terra fosse cala-
ta, e poi fatta abilmente scivolare in acqua sotto al mio naso,
affinché la scorgessi. Del resto tra i miei compagni più d’uno
possedeva l’abilità di far apparire la carta desiderata, quando
le puntate erano particolarmente consistenti, giocando ai ta-
rocchi; lo sapevo bene, talmente bene che evitavo sempre di
giocare con loro.Continua a leggere
Continua a leggere

Che dovesse trattarsi d’una burla l’avrebbe pensato chiun-
que, semplicemente per la scarsa credibilità di quel messaggio
in bottiglia, ma alcuni elementi che mi facevano propendere
per l’autenticità hanno evitato che la ributtassi immediata-
mente in mare.
È scritta in italiano, sono l’unico italiano a bordo della Sea
Wolf III, nessuno conosce la mia lingua, neanche il capitano
Aniston che, ad ogni modo, non si sarebbe mai adoperato a or-
dire uno scherzo tanto infantile; gran parte della ciurma è com-
posta da rozzi ex contadini gallesi, imbarcati in soprannumero,
in previsione delle numerose morti provocate dall’inesperienza,
eventualità che in effetti si è verificata; infatti siamo sbarcati
ad Antigua, dopo l’ultimo fruttuosa scorreria – la stiva è talmente
colma d’argento che mi stupisco del fatto che riusciamo
ancora a navigare – per imbarcare nuovi uomini, più che per
fare provviste per il lungo viaggio di ritorno in patria.
Insomma, l’equipaggio comunica con difficoltà in inglese con
gli ufficiali, che a volte sono costretti a dare ordini in lingua
gallese o – più spesso – in quella lingua spuria, fatta d’inglese,
francese, portoghese e spagnolo, che è la lingua che si parla nei
porticcioli indipendenti, quelli che non sono riportati sulle mappe
ufficiali, non perché se ne ignori l’esistenza, ma perché la loro
“invisibilità” fa comodo a tutti; nessuno di questi balordi, tanto
abili bari, con le carte e coi dadi, è capace di pronunciare
una parola in italiano, figurarsi se può vergare un messaggio complesso
e ben scritto come questo che ho estratto dal suo contenitore e
che serbo ora nella fodera della mia giubba; la maggior parte di
loro non sa leggere né scrivere, nemmeno nella propria lingua.
Inoltre la carta su cui è redatta emana un delicato profumo
ed è talmente pregiata da farmi essere certo che nessuno di
loro, non solo ne abbia mai posseduta, ma che probabilmente
ne abbia mai vista, di tal fatta.
L’ultimo aspetto – non meno convincente degli altri – che
mi fa propendere per l’autenticità del messaggio è la grafia,
aggraziata e sicura, prodotta da mano gentile e dedita a tale
pratica, una mano femminile, la mano d’una gran signora.
Ma forse è meglio che riporti per intero tutto ciò che fu
affidato ai flutti ed è poi giunto, per caso, in mio possesso, perché
dubbi sulla sua autenticità non ne ho più alcuno:
Mi chiamo Benedetta Degli Esposti, la mia è una ricca
famiglia di mercanti napoletani, sono stata data in sposa a Rodrigo
Iniesta, castigliano, commerciante anch’egli.
Non sono avida, ma l’avidità del mio sposo mi ha trascinata
in un vortice di dolore, fino a farmi lambire l’orlo del baratro
dell’orrore e che temo presto mi trascinerà alla follia, senza
possibilità di rinsavimento. Mio marito, non pago dei suoi già
fiorenti commerci, volle trasferirsi nelle Americhe, convinto
che avrebbe accumulato più oro dello stesso Mida; non dubitai
della bontà della sua decisione e lo seguii senza schioccar di
lingua, come si conviene a una moglie devota.
Il suo sogno s’infranse ancor prima di sbarcare, s’infranse in
mare aperto, s’infranse sgretolato da un violento uragano, che
frantumò la Santa Inés, la nostra galea, e disperse ovunque
intorno per centinaia, forse migliaia di braccia, ogni cosa e ogni
uomo; ricordo solo un’improvvisa falla e una violenta corrente
che mi trascinò nell’oceano, svellendo la panca su cui ero
seduta, pregando, e stringendo un cofanetto in cui trasportavo gli
oggetti più cari e più personali.
Riuscii a restare aggrappata alla panca, quando la furia degli
elementi si placò ero ancora viva e cosciente ma, non
scorgendo altro che acqua, ovunque volgessi lo sguardo, pensai che
non avrei avuto scampo, che se pure non fossi morta annegata
lo sarei stata presto di sete; mi proposi di abbandonare la presa
e lasciarmi inghiottire dalle acque – oh, se avessi dato ascolto
a quel suggerimento della mia anima! – ma l’istinto, quel vile
istinto di sopravvivenza che assale tutti nei momenti più disperati,
ebbe il sopravvento, non mollai la presa.
Non so quanto tempo passò, credo poche ore, non sarei riuscita
a resistere a lungo, a meno che la disperata volontà di
vivere non mi avesse centuplicato le forze; comunque dopo
poche o molte ore che siano state, quasi fuori di me, per la fatica,
la sete e il sole che mi aveva bruciato la pelle, sentii dei suoni,
qualcosa di simile a voci, immaginai di sognare e fui sul punto
di abbandonarmi al sonno, ma con l’ultimo barlume di energia
mi scossi e richiamai a me la coscienza; non sognavo, udivo
realmente delle voci, pur non comprendendone il linguaggio, e
udivo lo sciabordio di remi che penetravano la superficie.
Venni issata su una canoa da esseri bizzarri, mi sentii
graziata da Dio, salvata da selvaggi di cui ignoravo il linguaggio, gli
usi e l’indole, ma salvata! Scorsi la terra, non molto distante da
noi sorgeva un’isola, pareva un monte che si ergeva dall’abisso
marino, la cima tronca faceva supporre che fosse un vulcano.
Ringraziai Dio, avrei ringraziato anche loro, se avessi saputo
come esprimermi, ma il mio sentimento di gratitudine nei
loro confronti venne turbato da una visione che m’atterrì.
Il loro aspetto era quello di esseri umani, ma avevano sei dita
per ciascuna mano; li guardai a uno a uno, contai di nuovo le
dita per ogni mano, osservai poi i loro piedi, anche nei piedi,
ognuno di loro aveva sei dita.
Mi resi conto che non ero tra esseri umani, ne fui terrorizzata,
fui colta dall’istinto di ributtarmi in mare, ma la stanchezza
e lo stupore di quella rivelazione mi fecero perdere i sensi.
Ora vivo giorni d’orrore tanto atroce che non sono capace di
raccontare, lotto continuamente con la mia mente per scacciare
le immagini delle scene a cui ho assistito, lotto invano,
perché ne vengo sempre sopraffatta, non posso raccontare nel
dettaglio, è troppo, troppo orrendo! Posso solo rivolgere ancora
lo sguardo al cielo e pregare Dio di fare in modo che qualcuno
trovi al più presto questo messaggio che affido all’oceano.
Nel cofanetto custodivo il libretto delle preghiere e il
rosario che mi donò mia madre, i soli conforti che mi sono rimasti;
custodivo anche il mio diario, dal quale ho potuto recuperare
queste pagine in bianco, una valida penna, alla quale non mi è
stato difficile ripristinare la punta, un’ampolla d’inchiostro e
una boccetta d’acqua di rose, ho potuto redarre questo appello e
sigillarlo per abbandonarlo alle correnti.
La tempesta ci colpì il 18 agosto, il sessantaquattresimo
giorno di traversata, non so dove mi trovo, quanto l’uragano abbia
potuto trascinarmi distante dalle consuete rotte che dalla
Spagna conducono nei Caraibi, posso solo dire che mi trovo
su un’isola che non appartiene a un arcipelago, per quanto i miei occhi
abbiano scrutato l’orizzonte in ogni direzione non ho scorto altre
terre, né ho mai, proprio mai, notato imbarcazioni in transito.
Se esistono al mondo uomini tanto eroici da venirmi a
strappare da questo incubo l’Onnipotente ne terrà sicuramente
conto, quando infine saremo sottoposti al suo estremo
giudizio. Se sono riuscita a mantenere il conteggio, oggi è il 12
settembre del 1662.
Non ho mai posseduto l’indole dell’eroe, ma la mia anima è
sempre stata tormentata dalla curiosità; il desiderio di svelare
l’ignoto è stato il motore di ogni mia azione, fin da fanciullo e,
nonostante abbia oggi la venerabile età di quarantadue
anni, e abbia abbandonato ormai da decenni l’angusto Mediterraneo
per solcare il maestoso Atlantico in lungo e in largo, nonostante
sia sbarcato in Groenlandia e in Patagonia, in
Messico e in Guinea, ancora oggi, quella sete di conoscenza
non s’è estinta.
Non risalirò sulla Sea Wolf III, il capitano, già alla ricerca di
uomini, ne dovrà trovare uno in più, per sostituire anche me; li
troverà, forse pochi esperti marinai, forse pochi abili guerrieri,
ma potrà ingrossare l’equipaggio con un drappello di schiavi,
perché di questi qui non ne mancano, se si possiede oro o argento
per comprarli; non sarà necessario ricorrere all’oro, c’è
tanto di quell’argento nella stiva che lasciarne una parte a
terra, quella necessaria per l’acquisto degli schiavi, non
farà mutare la linea di galleggiamento dal suo limite superiore.
Non è difficile abbandonare una nave corsara, è sufficiente
rinunciare all’ultima settimana di paga e al premio finale,
quindi con il pieno carico, ormai solo da consegnare alla
corona inglese, al capitano Aniston brilleranno gli occhi per la
cupidigia quando gli comunicherò la mia decisione di restare
in Antigua, dopo aver partecipato attivamente a tutte le nostre imprese.
Me lo posso permettere, a differenza dei miei compagni
non sperpero monete d’oro in cambio di barili di rum e di
favori femminili, ne ho accumulate parecchie, cucite ben ferme
all’interno della fodera della giubba e della cintura dei pantaloni,
le mie vesti sono molto pesanti, ma è un fardello che sostengo
piacevolmente; con le monete d’oro custodisco anche
molti e pregiati gioielli; la maggior parte dei miei compagni,
quando l’impresa riesce perfettamente, si attarda a saccheggiare
le cambuse dalle botti, che amano consumare al momento, restandone
tramortiti e appisolandosi tra il loro stesso vomito e piscio;
oppure si affollano attorno alle donne, quando
ce ne sono a bordo, per violarle; vanno avanti per ore, perché
quando l’ultimo è ormai pago, il primo ha già la rinata
baldanza di ricominciare. In questi frangenti, più saggiamente, io mi
dedico a spogliare i cadaveri da monete, anelli e collane, per
poi scivolare nelle cabine degli ufficiali; in tutta sincerità, per
la mia abilità o per la dabbenaggine dei miei compagni, questa
attività è stata sempre molto proficua, molto più fruttuosa dei
compensi regolari.
Lascio la Sea Wolf III, sono stufo di scannare soldati spagnoli
di scorta ai loro mercantili, la mia curiosità mi spinge
altrove, alla ricerca dell’isola misteriosa, abitata da strani
esseri; sono irrefrenabilmente attratto, seppure in parte
temendoli, da quei terrificanti orrori paventati da Benedetta;
cosa può accadere di tanto agghiacciante da non riuscire a
descrivere? Sono attratto anche da questa donna, spero di
incontrarla ancora in vita; il suo messaggio è datato più di sette
mesi fa, raccontava di orrori a cui era costretta ad assistere,
ma non ha mai accennato a minacce dirette contro la sua persona;
voglio trovarla, voglio scoprire come diventa lo sguardo
di una signora colta e affascinante – che lo sia è evidente dalla
sua scrittura forbita – poi che è stato straziato da visioni inenarrabili.

CAPITOLO DUE
In cui si spiega che un’alleanza si può ripagare con svariata
moneta.
Comunicando la mia volontà di restare a terra il capitano mi
ha chiesto se ne ero proprio sicuro, ma non è stato un tentati-
vo di farmi cambiare idea, semplicemente non è riuscito a non
esprimere la sua incredulità; prima ancora che rispondessi po-
sitivamente m’aveva già congedato, affrettando il passo verso il
mercato degli schiavi, gli avevo fornito un ulteriore motivo per
salpare al più presto: la paura che cambiassi idea.
Questo timore era del tutto infondato, sono fermamente de-
ciso a realizzare la mia grande impresa, finalmente un’impresa
che è proprio mia; alla mia età so di non avere ulteriori possibi-
lità, se non realizzo ora qualcosa di memorabile non potrò farlo
mai più, se ci riuscissi potrei ritirarmi e trascorrere la vecchia-
ia pacatamente, prenderei moglie e, ai miei numerosi figli nar-
rerei ogni sera, a lume di candela, la mia grande avventura tra i
mostri della misteriosa isola vulcanica, realizzando una mappa
dettagliata dell’Atlantico con i resti della zampe di gallina con
le quali la loro madre ci aveva preparato la zuppa per la cena.
Sono ricco, indubbiamente, potrei acquistare molta terra e
un adeguato numero di schiavi per coltivarla, ma detesto la
schiavitù; potrei certamente già prendere moglie, potrei far-
mi mandare una bellissima vergine dall’Italia – le ragazze ita-
liane sono le più belle, posso ben dirlo io, che ho vagato tanto
per il mondo! – ma cosa narrerei ai miei figli?
Meglio rischiare di dissipare le mie ricchezze – dovrò esse-
re molto accorto –, meglio rischiare di morire nel tentativo di
realizzare la grande impresa, che aver da narrare solo le azioni
dettate da altri, solo storie di galeoni da depredare perché
avevano issati i vessilli di un impero rivale.
La decisione è presa, non tornerò indietro, qualunque difficoltà sovvenga;
ora devo iniziare ad agire, e devo agire in fretta, perché il tempo mi è
tiranno, col suo scorrere aumentano
le probabilità di non ritrovare più Benedetta, o di trovarla
ormai morta. Ho bisogno di raccogliere informazioni, nessun
luogo è più adatto di uno scalo, un piccolo villaggio addossato
a un porto di transito come questo in cui mi trovo; devo essere
accorto nel gestire la mia ricchezza, ne avrò bisogno per
armare una nave, quando avrò una rotta da seguire; per il momento,
per raccogliere informazioni, non è necessario spendere monete d’oro,
le carpirò a buon mercato, se saprò agire
con giudizio riuscirò a farmi molti amici; le informazioni che
cerco giungeranno spontaneamente o in cambio d’un boccale
di birra o, al massimo, d’un bicchiere di rum e, per una bevuta,
è sufficiente una monetina d’argento, di quelle che ho nella
borsa; dormirò all’aperto, il clima lo consente e la sciabola e le
quattro pistole, insieme con il mio aspetto, terranno alla larga
chiunque sia dedito a depredare la gente nel sonno.
La mia ricerca sembra partire con i buoni auspici della
sorte, avevo deciso di vagare per il villaggio, di parlare con le
donne, perché con gli uomini sarà più facile attaccare bottone
in serata, nelle bettole che servono alcolici; non mi aspettavo di
scoprire niente di interessante da loro, non sono particolarmente
interessate alle storie di mare, alle rotte, alla
frequenza degli uragani e alle zone in cui si verificano più
spesso, ma non volevo restare inattivo fino a sera; ho chiesto
se avessero sentito parlare di un tal Rodrigo Iniesta, partito
dalla Spagna per stabilirsi da qualche parte nelle Antille, o in
Messico, nessuna ne aveva sentito parlare, né di lui né della
Santa Inés, non ho ricevuto nessuna informazione, però mi
sono imbattuto in un’imprevedibile alleata, una donna matura,
all’estremità occidentale del villaggio, che aveva portato al
pascolo un branco di oche.
È una donna energica, ben nutrita, dalle caviglie robuste, un
sano rossore delle guance si riesce ad apprezzare nonostante
la sua carnagione sia molto abbronzata; anche le rughe agli
angoli degli occhi sono state marcate dall’azione del sole, avrà
trenta, forse trentacinque anni, il suo seno, prodigamente
mostrato dall’ampia scollatura, è molto florido.
Alle mie richieste ha risposto con un’altra domanda: «Perché
ti interessa tanto questo Rodrigo Iniesta? Non sei neanche spagnolo».
«Sì, è vero, non sono spagnolo, tu sei spagnola?»
«Lo ero, prima di essere portata quaggiù, con l’inganno, da
quel verme di mio marito; ormai non lo sono più, non sono più
nulla, sono una bestia che pensa solo a sopravvivere.»
«Con l’inganno?»
«Non ero mica una campagnola io, vivevo in città, facevo la
sarta, avevo tante clienti, tutte autentiche signore, che
pagavano con moneta sonante, mica con una salsiccia o un pezzo di
formaggio! Un giorno mi fa: “Andiamo in America, dove sguazzando
sulla sponda d’un torrente, affondi un braccio in acqua
per raccogliere un ciottolo e ti trovi una pepita d’oro in mano”.»
«E poi?»
«E poi mi sono lasciata convincere, perché era un bel ragazzo
e mi aveva detto che sarebbe partito comunque, anche
senza di me.»
«Eravate sposati?»
«Ci sposammo pochi giorni prima di partire, per tranquillizzare
mia madre, che stupida che sono stata!»
«Stupida?»
«Stupida non è abbastanza, ma tagliamo corto, quel verme
non ha lavorato un giorno, ma neanche una sola ora, se non mi
fossi rimboccata le maniche io… almeno all’inizio era un bel
ragazzo, se lo vedi ora… rinsecchito ma con un gran pancione,
gonfio solo di rum, non sta mai in casa, quando ogni tanto
torna, per rubarmi le uova da scambiare con qualcosa da bere,
me ne accorgo anche se sto dormendo, dal suo alito orrendo e
dal fetore delle sue brache intrise di piscio.»
«Mi dispiace.»
«Non farmi ridere, non hai l’aria di uno che si dispiaccia,
credo che a te non dispiaccia mai nulla; allora, perché sei
interessato a questo Rodrigo Iniesta?»
«È una storia complicata, non so se mi crederesti, quindi
preferirei non parlarne, del resto se non ne sai niente è inutile
approfondire il discorso.»
«Mai sentito nominare, ma potrei aiutarti a chiedere in
giro.»
«Non posso permettermi di pagare per un servizio del cui
esito non ho garanzia di successo.»
«Non voglio essere pagata, voglio solo il tuo corpo, non mi
sono mai fatta un corsaro.»
«Questo non è un linguaggio adeguato a una signora…»
«Non sono una signora, lo sono stata, in Spagna, ora non lo
sono più.»
«E io non sono un corsaro.»
«Non sono una signora ma non sono neanche una stupida.»
«Va bene, la verità è che non lo sono più da questa mattina,
fra pochi giorni la nave su cui ero imbarcato ripartirà senza di
me, il capitano ne è a conoscenza e non ha nulla in contrario,
non sono più un corsaro, ho altro da fare, ora.»
«Sei stato un corsaro fino a stamattina… mi ribolle il sangue,
vieni, divertiamoci alla grande, hai la mia promessa che
ti aiuterò nella ricerca.»
«Dimmi come ti chiami, non ho mai giaciuto con una donna
di cui non conoscessi il nome.»
«Consuelo, e il tuo?»
«Arturo.»
«Hai un nome spagnolo?»
«In Italia il nome è uguale, sono italiano.»
«Perfetto, non mi sono mai fatta neanche un italiano.»
Mi si avvinghia al collo con tutto il suo peso, facendomi
quasi cadere – probabilmente era proprio quello il suo proposito –,
riesco a stendermi in terra, mentre sono ancora intento
a verificare di non essermi sdraiato su grosse pietre, mi è già
cavalcioni sulle ginocchia, armeggiando con la cintura e i lacci
dei miei pantaloni.
Erano passati molti anni dall’ultima volta che avevo posseduto
una donna, non ne ho mai violentata una e non sono mai
stato con una prostituta, può sembrar strano, ma non sono
attratto dall’unione con una donna non consenziente; in gioventù
ho avuto molte donne, tutte hanno espresso la propria
disponibilità, tutte mi hanno comunicato il proprio nome, anche
se oggi, della maggior parte di loro il nome non lo ricordo
più e neanche del loro aspetto trattengo memoria; gli ultimi
anni li ho passati quasi totalmente in mare, occasioni di
conquiste galanti non me ne sono capitate ma l’astinenza non mi
ha recato danni, il mio corpo ha reagito a dovere, e questo
sarebbe stato sufficiente, perché se pure avessi dimenticato del
tutto come si fa, non sarebbe cambiato nulla, per la prima
volta in vita mia non ho pensato di aver posseduto una donna, ma
piuttosto di essere stato posseduto da lei. Mai avevo incontrato
una tale foga e un tale entusiasmo, mai avevo conosciuto la
passione in una donna così tanto paragonabile a quella degli
uomini, fino al punto da farmi sorgere un dubbio: tutte le altre
donne della mia vita erano consenzienti ma avevano ancora
qualche piccola remora, oppure ritenevano sconveniente dimostrare
tutto il proprio ardore, oppure ancora, è Consuelo
a essere diversa dalle altre? Non so rispondermi, ma questo
dubbio non m’impedirà di prendere il sonno, la notte.
«Ti senti pagata con una buona moneta?»
«Altroché, Arturo, corsaro italiano.»
«Non sono un corsaro.»
«Chi lo è stato continua a esserlo tutta la vita, ti indurisce il
cuore, e come immaginavo non solo quello.»
«Non hai temuto che potesse arrivare tuo marito?»
«Temuto no, l’ho sperato.»
«Sperato?»
«Sì, l’ho sperato, e ho sperato che si avventasse contro di noi,
perché non sono tanto sicura, vigliacco qual è, che vedendoci
ci avrebbe aggredito, probabilmente se la sarebbe svignata e
non ne avrebbe fatto parola, neanche con me sola; ho sperato
che arrivasse e che avesse un comportamento aggressivo, così
avresti potuto sventrarlo con la tua sciabola.»
«Ti saresti però dovuta interrompere sul più bello.»
«No, il più bello sarebbe arrivato dopo, quando avremmo
ricominciato, a pochi metri dal suo corpo ancora caldo, con il
sangue non ancora rappreso…»
«Sinceramente preferisco che sia andata così come è andata.»
«Non ho molto denaro, ma ho questa collana e questi orecchini d’oro,
bastano affinché me lo uccidi?»
«Non sono un sicario.»
«Ti giuro che non ho altro, altrimenti avrei pagato di più.»
«Ho detto che non sono un sicario, non che è una questione
di prezzo.»
«Allora lo faresti come favore alla tua cara Consuelo? Te ne
sarei grata e saprei come ricambiare la cortesia.»
Pronunciando quest’ultima frase inizia ad accarezzare la
parte di me che aveva ben strizzato poco prima.
«Credevo che quella fosse una cortesia che io avessi concesso a te.»
«Sì, certo, ma oltre a ciò che abbiamo fatto, posso fare molto
di più, posso dedicarmi solo a te – tira fuori la lingua – sono
molto brava, sai?»
«Non sono un sicario, non uccido balordi, né per denaro, né
in cambio di altro.»
Siccome la sua espressione si stava oltremodo rabbuiando e temendo
di perdere la sua collaborazione nella ricerca
di informazioni, le dico: «Non sono un sicario, ma se vuoi ti
spiego come farlo tu stessa, velocemente e senza possibilità
d’errore».

11 aprile 2018

l’Attacco

l'Attacco annuncia il corso di scrittura creativa di Rosario Vitale, attualmente in campagna con "Benedetta Degli Esposti e altre storie di donne fantastiche" e autore di "La gabbia dei castori e altre storie" e "Un quieto amore". Siete curiosi di sapere di che cosa si tratta? Potete trovare l'articolo relativo qui. Buona lettura!
12 aprile 2018

Evento

Associazione Logos Comunicazione e Sviluppo, Corso Cairoli, 5, Foggia Ripartono i corsi di Scuola Elvira. Abbiamo tutti delle storie da raccontare, vieni a scoprire come si narra in maniera accattivante e coinvolgente tramite l'esperienza di Rosario Vitale!
12 Febbraio 2018
Rosario Vitale, l'autore di "Benedetta Degli Esposti e altre storie di donne fantastiche", si racconta in un articolo sul giornale L'Attacco. Siete curiosi? Buona lettura!
05 Febbraio 2018
Partecipa al concorso indetto per tutti coloro che pre-ordineranno una copia di "Benedetta Degli Esposti e altre storie di donne fantastiche" entro il 30 aprile! Ti abbiamo incuriosito? Trovi tutte le informazioni a questo link: https://www.facebook.com/photo.php?fbid=10214832675308881&set=gm.144070936393548&type=3&theater&ifg=1
18 Febbraio 2018
Lasciatevi trasportare dalle avventure, dai misteri e dai sogni di Rosario Vitale, autore di "Benedetta Degli Esposti e altre storie di donne fantastiche". Di seguito un articolo su La Gazzetta del Mezzogiorno. Buona lettura!

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Rosario Vitale
ROSARIO VITALE è nato a Castelluccio dei Sauri (FG) il 29 ottobre 1962, risiede a Foggia. Benedetta Degli Esposti e altre storie di donne fantastiche è la sua terza pubblicazione.
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