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Caffè nudo

Henry Miller scrisse che non esiste l’America, che è solo un nome che si dà a un’idea, ma Marco non l’avrebbe mai saputo perché non sarebbe mai arrivato a quel punto del libro, né avrebbe mai saputo che Renée glielo aveva regalato proprio perché voleva che leggesse quella frase.

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Consegna prevista luglio 2019

Inadeguatezza, insofferenza, solitudine, rassegnazione. Mentre Marco prova tutto questo, sogna e cerca l’America. Invece trova Renée, con cui inizia a vivere una nuova vita, provando a lasciarsi alle spalle una quotidianità che lo stava logorando da troppo tempo.
Ma è davvero così semplice cambiare?
Un romanzo sui dubbi e sulle sicurezze che a volte vengono a mancare, sulla vita di tutti i giorni e sul tempo che passa, ma soprattutto su quel qualcosa che non si trova mai e che si continua a cercare.

How many roads must a man walk down, before you call him a man?
Bob Dylan, Blowin’ in the wind

L’odore del caffè che cominciava a uscire invase la stanza e svegliò Renée. Cercò il corpo di Marco nel letto, muovendo la mano ancora assonnata, ma non lo trovò. Quando guardò l’ora pensò che era davvero troppo presto per svegliarsi e si chiese perché lui fosse già in piedi. Si alzò dal letto senza indossare nulla e con gli occhi ancora pieni di sonno andò in cucina e lo trovò assonnato come lei vicino ai fornelli, aspettando che il caffè fosse pronto.
Marco la vide entrare indossando solo i tatuaggi che le coloravano la pelle e provò un po’ di imbarazzo misto a eccitazione, perché le uniche cose che pensava si potessero fare da nudi erano la doccia e l’amore, e una si faceva da soli e l’altra si faceva a luci spente. La osservò attentamente mentre gli si avvicinava per baciarlo. Gli piacevano il suo viso stanco, i capelli biondi spettinati e i tatuaggi me ne devo fare qualcuno anch’io quel neo sul basso ventre e quel bacio stanco che sapeva un po’ di alcol della sera prima. Sorrise e le chiese se voleva del caffè, scusa se l’ho messo a fare senza chiederti il permesso, ma a lei non importava.
Renée andò a prendere una maglietta che le arrivava fin sopra le ginocchia, memoria di qualche amore passato o passeggero. Nascondeva tutta la bellezza del suo corpo. Si sedette a tavola mentre Marco versava il caffè nelle tazzine, io lo prendo amaro. Marco, che intanto aveva perso l’imbarazzo iniziale causato dal corpo nudo, pensò che fosse un peccato che si fosse vestita e un bene che non avesse zuccherato tutta la macchinetta. Per dieci minuti non ci furono parole né sguardi e ci furono solo le sfumature marroni che si perdevano nei vortici neri generati dal cucchiaino, orario, antiorario, l’odore di caffè e di caffeina nell’aria, la tazzina, la sua forma e la sua consistenza, il fuoco di un accendino, una sigaretta in tranquillità Camel Blue, le altre non si possono fumare. Renée si alzò dalla sedia quando si sentì pronta per farlo e andò a cambiare le lenzuola. Marco non si offrì di aiutarla perché sin da piccolo gli avevano insegnato che le lenzuola non si cambiano mai in due, ma non sapeva che valeva solo per i letti singoli.
Appena la porta si chiuse, Renée mise della musica perché quando non c’era Marco e non c’era neanche la musica, in casa c’era solo silenzio.
Mentre aspettava il treno Marco aveva ancora il sapore del caffè in bocca e allora si accese un’altra sigaretta. Si sentiva felice e leggero nell’animo, nonostante la stanchezza, e aveva davanti a sé l’immagine di Renée nuda e assonnata che lo baciava e la giornata gli pareva essere cominciata così bene e desiderava solo che arrivasse la sera per tornare da lei.
Marco non aveva mai pensato che forse sarebbe morto nello stesso posto in cui era nato. Non aveva mai neanche pensato di andarsene dalla periferia in cui era nato, in cui era nato suo padre e prima ancora suo nonno, dal quale aveva ereditato il nome, e forse non l’avrebbe mai fatto, perché non ne avrebbe avuto il coraggio, se non fosse stato per Renée. Da quando si era trasferito da lei non pensava più a nulla se non alla vita con lei, che gli pareva così semplice e così diversa da quella a cui si era abituato crescendo. Persino l’America svaniva mentre imparava a vivere Renée e a vivere con Renée, nonostante qualche tempo prima fosse l’unico pensiero a occupare la sua mente. Mentre giocava a carte e non capiva bene quello che faceva perché aveva fumato troppo, chiedendosi se dovesse scartare il Jack di Cuori o no, con la pioggia di giugno come unico sottofondo a quella partita silenziosa, guardava Renée e da quando l’aveva guardata la prima volta non aveva visto nient’altro. La sua immagine avrebbe sostituito tutto quello che c’era prima e che ci sarebbe stato dopo, fin quando anche lei sarebbe svanita come ora svaniva l’America, lontano ricordo che ormai faticava a riaffiorare.
All’America aveva cominciato a pensare per caso, così come per caso aveva conosciuto Renée, forse proprio grazie a quel pensiero. L’America l’aveva allontanato da una vita a cui si era rassegnato per portarlo verso un’altra vita che desiderava scoprire e vivere, ma poi l’immagine così nitida di quel posto di cui non sapeva nulla ma credeva di sapere tanto cominciò a dileguarsi in una stanza calda e tra le lenzuola sporche di un letto, per poi scomparire del tutto sulla sabbia bollente di una spiaggia che sembrava tutto fuorché reale.
Era dal solito barbiere, che lo conosceva da prima che cominciassero a spuntargli in faccia i primi peli, per il solito taglio che ripeteva sempre ogni paio di mesi circa, giorno più giorno meno, variando solo leggermente la lunghezza a seconda del caldo che faceva. L’estate si stava avvicinando e li avrebbe chiesti un po’ più corti, il barbiere lo sapeva già. Marco non parlava molto, neanche con quel barbiere che conosceva da quando ricordava di conoscere qualcuno. A volte si sentiva persino a disagio quando gli chiedeva qualcosa, a volte voleva dire qualcosa ma aveva vergogna, altre volte ascoltava semplicemente. Dal barbiere si raccontava tutto quello che succedeva nel quartiere e pure quello che non succedeva e ogni volta che ci andava Marco scopriva qualcosa che di solito dimenticava in poco tempo, la moglie del meccanico era in macchina con un altro, si sapeva che non era buona, e si chiese chi fosse ma non lo avrebbe capito mai perché gli sarebbe passato di mente, il ragazzo della pizzeria ha avuto un incidente, era ubriaco e fatto, e lo conosceva e anche se non si vedevano da molto Marco si ricordava di quando gli voleva bene e gli dispiacque, ma poi quando si sarebbe ripreso avrebbe dimenticato presto il fatto e con il passare del tempo avrebbe dimenticato anche l’amico, il ragazzo, quello del centro scommesse, sta buttando la sua vita là dentro, e chi l’avrebbe mai smosso da là, c’è stata un’altra rissa nel bar dello spagnolo, e pensò che succedeva spesso e che non gli piaceva molto quel bar, ma non se ne sarebbe ricordato neanche quando ci sarebbe andato. Quel giorno Marco sentì il ragazzo che spazzava per terra parlare dell’America e il pensiero di quel posto gli rimase in testa anche quando uscì.
«Mi piacerebbe andare in America. Prendere uno di quei caffè lunghi, americani, che mi fanno anche un po’ schifo tra l’altro, e rimanere a guardare il ponte di Brooklyn…»
«Brooklyn, vuole fare l’internazionale! Non sai manco dov’è!» Il barbiere rideva.
«Zitto, che ne sai che poi un giorno ci vado, ci pensi? In inverno magari. Quelle cose che vedi nei film, che fanno gli americani di solito. Perché poi lo fanno? È che gli americani sono fatti così, secondo me…»
Il ragazzo continuava a parlare con i clienti o forse da solo perché nessuno gli rispondeva più è nuovo, chissà da quanto lavora qua, l’ultima volta non c’era, ha una faccia conosciuta, e chi non ce l’ha? e continuava a spazzare le ciocche di capelli nerissimi, così in contrasto con il resto del pavimento lucido e impeccabilmente pulito non sono mai stato in America ma Marco smise di ascoltarlo e smise di essere tra la gente che lo circondava non sono mai stato da nessuna parte.
Marco non aveva mai viaggiato. Non era mai davvero uscito dal quartiere dov’era nato, almeno non con la mente, se non in qualche momento della sua infanzia. Non era l’unico. Quasi tutti i suoi amici non avevano mai viaggiato. Quelli che l’avevano fatto erano sempre rimasti saldamente radicati con il pensiero alla realtà del quartiere dov’erano cresciuti e dove sarebbero invecchiati, chiusi nelle gabbie costruite dalla quotidianità che li circondava e che avevano imparato ad accettare come unica realtà possibile.
Marco non aveva mai pensato di cambiare il modo in cui vedeva la sua realtà e non aveva mai neanche pensato all’America prima. Non era informato sul mondo al di fuori del suo mondo. Non seguiva i giornali e guardava poco la televisione. I libri che aveva letto erano davvero pochi. Non aveva nessun interesse in particolare e nel poco tempo libero che aveva di solito si riposava, in attesa di ricominciare la giornata tra il cemento, il sudore e la calce. A volte si lasciava convincere dagli amici a bere qualcosa, a volte vedeva qualche ragazza. Non tornava mai troppo tardi la sera domani devo lavorare. Tutti avevano un ruolo già stabilito in quel quartiere e Marco aveva il suo, che era stato quello di suo padre e quello di suo nonno prima ancora. Si era abituato a lavorare duramente per troppe ore al giorno per troppi giorni, come i produttori di guanti di Newark, di cui lui non sapeva nulla, e a fare quello che gli dicevano senza farsi domande, a spaccarsi le mani senza lamentarsi e a vivere una vita che era già stata vissuta e che sarebbe stata vissuta di nuovo e per sempre.
Marco guardò la sua vita riflessa nello specchio del barbiere ed era sempre lì, sempre in quella casa, sempre tra il cemento, a volte in giro con gli amici, sempre nel quartiere. Non conosceva nessuno che avesse cambiato vita perché le sue conoscenze si limitavano alla gente che lo circondava. Conosceva delle storie, qualcuna sentita dal barbiere, qualcuna per caso, molte di cui non si ricordava neanche, di qualcuno che se n’era andato, chissà dove, forse in America, qualcuno che non era più tornato ed era ancora là, e i cui figli non parlavano più la lingua che i genitori ormai usavano solo per parlare con i parenti, rimasti in quel quartiere che li aveva lasciati andare e li andava dimenticando, come loro dimenticavano a poco a poco la vita dalla quale erano fuggiti, ma erano solo storie e chissà se erano vere.
Pensò al caffè americano e pensò all’America. Guardò fisso nello specchio e non c’era più lo specchio e non c’era più la sua vita, non c’era la sua faccia con i capelli bagnati e la barba un po’ trascurata, non c’era il barbiere con le forbici in mano e non c’era lui ma c’era l’America, c’era lui e c’era l’America e allora era lì e cercava di imparare l’inglese ed era in difficoltà all’inizio poi si impara e provava a capire cosa dicevano quelle canzoni che ascoltava sempre il padre the answer my friend, era qualcosa del genere mi pare, che erano forse l’unica cosa nella vita di Marco che aveva a che fare con l’America a parte i suoi jeans ci vuole un po’ di tempo e stava in un casinò di quelli che si vedono in televisione e vinceva ed è fatta! Ma magari era al palazzetto a guardare un incontro di boxe forse quello l’ho visto in televisione, da quanto tempo non mi alleno? il lavoro gli aveva tolto molto tempo ma almeno Marco aveva messo dei soldi da parte e poteva spenderli in America e, solito taglio?, il barbiere lo interruppe e allora non c’era più nulla ma solo il negozio, che era sempre così pulito e che era uguale da quando il padre l’aveva portato lì per la prima volta, quando ancora andava a scuola e pensava alle storie della sua maestra, e il barbiere che conosceva da sempre, con la stessa barba brizzolata tenuta perfettamente e le stesse mani, così curate e così diverse dalle sue, senza neanche l’ombra di un callo e con quel profumo d’arancia e di shampoo che le avvolgeva sempre, e il ragazzo che continuava a parlare e che era l’unica novità in quel locale che sembrava non essere mai stato intaccato dal tempo chissà che starà dicendo adesso, solito taglio, grazie.

13 novembre 2018

Intervista

Su Senza linea un'intervista all'autore Giacomo Perna a proposito del suo libro Caffè nudo, in campagna di crowdfunding.
Leggetela a questo link!

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Un libro scorrevole, piacevole. Un libro che racconta perfettamente la condizione di smarrimento e incomprensione, nella quale non possiamo non immedesimarci. Un libro empatico, che ti farà sentire meno solo. Un libro che ti farà venire voglia di scoprire l’America di Giacomo, carica di bellezza e aspettative. Lo consiglio a chiunque per la bellezza della storia e dello stile unico.

  2. (proprietario verificato)

    “The answer my friend is blowin’ in the wind”. Così genuina e quasi puerile è la ricerca delle risposte, spesso e volentieri soffiate nel vento. Su questa costante si muove la trama di “Caffè nudo”. Libro leggero e al contempo complesso perché è sempre arduo seguire il flusso di coscienza umano che corre lungo un sentiero di dubbi e di continui ripensamenti. È difficile ma semplice se si pensa che lo stesso flusso di coscienza è in tutti noi, stanchi della monotonia dei nostri tempi e smaniosi perché incompleti. Riusciamo facilmente a riconoscerci nel protagonista perché i suoi pensieri sono anche i nostri, le sue titubanze sono la voce che sussurra inquieta e schietta nelle nostre orecchie. Questo libro è la ricerca di un’ America idilliaca, metafora della fatica di Sisifo del raggiungomento della sommità del nostro monte, quello dell’illusoria finitezza.

  3. (proprietario verificato)

    È un libro che sa di mondo, e le pagine danno l’impressione di esalare a tratti il profumo del caffé. La storia del protagonista è insieme particolare e universale: potremmo stringergli la mano, dargli una pacca sulla spalla oppure abbracciarlo, perché i suoi timori sono in parte anche i nostri. Ma ognuno ha la sua esperienza, e Marco racconta, con sincerità, la sua.
    La lettura è estremamente piacevole e originale. Niente arzigogolii inutili ma tanta, tanta chiarezza. Lo stile è diretto, crudo, quasi di bukowskiana memoria, ma la narrazione non ne perde, anzi ne viene quasi rivitalizzata, o addirittura velocizzata. Da prendere e leggere tutto d’un fiato!

  4. mariangela.scp12

    (proprietario verificato)

    E’ fluido, scorrevole, da leggere tutto d’un fiato, proprio com’è scritto. Facilmente ci si immedesima nel protagonista: ognuno di noi, con molta probabilità, potrebbe esserlo, lo è stato, lo è o lo sarà.
    Come se leggendolo, ci si specchiasse in uno di quei tanti momenti di inquietudine e di non accettazione della monotonia. Quei momenti in cui diventa quasi un’esigenza cambiare aria, cambiare vita, cambiare tutto per raggiungere l’America. Un’America che ognuno di noi ha idealizzato, un’America che è figurata: un’utopia in cui non esiste routine, non esiste perdita di sé, in cui si afferma la propria essenza, quella vera, quella che basta ad essere completi.
    Il racconto sembra che parli a noi, di noi, ci si trova a dare un giudizio a Marco, ma è come dare un giudizio a se stessi.

  5. (proprietario verificato)

    E’ un libro che entra nell’animo delle persone che lo leggono, perché riesce a capire e a condividere i desideri che qualsiasi persona cova dentro di sé. Il protagonista si accorge di essere una persona vuota all’interno di una società che non lo sa capire, ma anzi, lo rifiuta quasi. Egli vive tra le braccia di Reneé e nella sua idea di America, un desiderio, che cambia continuamente all’interno del libro, ma gli dà modo di svegliarsi la mattina con un sentimento di ribellione verso la banalità della monotonia. E’ facile ritrovarsi in questo libro, ed è questa la sua particolarità, che chiunque può cogliere un tratto del protagonista e ritrovarsi. Parla un po’ di tutti, per questo ci si sente un po’ più compresi. In parole semplici, è pura empatia.

  6. Solitamente, chi ama girare il mondo alla riscoperta di nuove terre, non immagina che sia possibile che la routine culturale e la condizione sociale ti intrappolino in una gabbia che sembra essere d’oro.
    La scoperta dell’America nel 1492 diede una forte scossa alle allora precarie relazioni internazionali; nel recente dopoguerra il sogno americano era sinonimo di nuova e migliore vita. “Caffè nudo”, attraverso il racconto di un semplice ragazzo di provincia, regala uno spunto di riflessione sulla nostra idea di sogno, sulla nostra idea di America. Un racconto che potrebbe appartenere ad ognuno di noi e che riesce, nonostante la sua semplicità, a non cadere nel banale facendoci rivivere gli anni migliori della nostra vita: gli anni delle scoperte.

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Giacomo Perna
è nato e cresciuto a Napoli, a parte qualche esperienza in giro per il mondo. Coltiva da sempre una grande passione per la letteratura, in particolare latinoamericana, e per la scrittura, che ha portato alla nascita di Caffè nudo, suo romanzo d’esordio.
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