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Carta canta. Un enigma grafologico per Agnese Malaspina

Carta canta. Un enigma grafologico per Agnese Malaspina
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Consegna prevista Ottobre 2021
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Agnese Malaspina è una grafologa forense. Il che suona sempre molto intrigante per chi ha le idee confuse su cosa sia la grafologia forense. Come deve averle Barbara Bassano quando contatta Agnese per una brutta faccenda di lettere anonime. L’incarico, accettato più per pietà che per convinzione, assume tutt’altro peso quando Barbara viene rinvenuta cadavere. Quello che sembra il suicidio di una disperata non convince Agnese che, da teorica della non particolare intriganza del suo lavoro, si ritrova catapultata in un autentico intrigo. Inizia così un’indagine per vie traverse, accidentate e accidentali, unite da un solo filo: quello grafico. Altri enigmi, grafologici e non, andranno a scompigliare la strana primavera di Agnese: un testamento scritto a penna rossa, un girotondo di puttini grassi e un paio di scarpe di dubbia provenienza. Il tutto in una girandola di personaggi in tinta con il (fin troppo) generoso contributo che solo una città di mare del Sud Italia può offrire.

Perché ho scritto questo libro?

Me lo chiedo anch’io. Non avevo già abbastanza da fare? E soprattutto non esistono già troppi aspiranti scrittori? Il fatto è che un giorno mi sono detta: “commissari, ispettori, marescialli, detective, avvocati, giudici, sostituti procuratori, medici legali… manca una grafologa”. E così ho ceduto alla tentazione di provarci.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Per un attimo casco nel dubbio che forse io e Barbara avremmo potuto essere amiche al liceo. A conti fatti penso proprio di no. L’ha appena detto lei: ci separavano troppi numeri. Voti, centimetri, reddito, chili. Ma il tempo fa il suo gioco e oggi possiamo tranquillamente essere due signore che bevono cose diverse allo stesso tavolo.  

Tra di noi si introduce uno strano silenzio nostalgico che lei rompe per prima. 

– Quindi tu sei una grafologa. 

– Grafologa forense, sì.

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– Che cosa affascinante! Che cosa meravigliosa, intrigante… 

Perfetto. Non ha idea di cosa faccia un grafologo forense. 

– Mah, è certamente una professione interessante, però come tutte le profess 

– Quando mi hanno fatto il tuo nome è stata una tale sorpresa. Ho chiamato subito il numero che avevo su un vecchio diario scolastico. Io non butto via niente, sai? 

– Hai fatto bene. Il numero di casa dei miei è sempre lo stesso da oltre quarant’anni. 

Mi accorgo della tensione che inizia a pervaderla. Questa donna cambia registro come se nulla fosse. In neanche un’ora ho avuto davanti a me una diva decaduta, una madre avvilita, una ex reginetta cinica e ora una donna impaurita. 

Lancia lampi d’occhiate attorno a sé. Con l’unghia dell’indice prende a tormentarsi il lato del pollice. Deve essere un tic nervoso perché in quel punto il dito è tutto martoriato. Ingolla un sorso di vino, mi si avvicina e mi parla con voce alcolica e grave. 

– Ascolta Agnese, è una cosa molto delicata, so che posso contare sulla tua discrezione. 

 Adeguo il mio contegno e le rispondo con aria seria. 

– Ci mancherebbe altro, Barbara. 

Prende la grande Louis Vuitton malamente gettata sul selciato e comincia a frugarci dentro. 

Le sue mani si muovono sgraziate e a scatti. 

Finalmente ne estrae qualcosa di racchiuso alla buona in un sacchetto compostabile. Mi ficca in grembo l’involto come fosse una carogna. 

– Da due mesi me ne arriva quasi una al giorno di questa merda. 

Prendo il pacchetto, lo guardo, lo soppeso, ma non lo apro.  

– Quasi una al giorno? 

– Sì. Lettere anonime. 

– Cosa dicono? 

– Offese, ingiurie, insulti. 

Calca il tono su ogni sinonimo con enfasi crescente. Deformazione professionale, suppongo. Provo a stemperare il dramma in atto con una battuta 

– Nessuno è mai venuto da me per lettere d’amore. 

Barbara spalanca gli occhi e le ciglia toccano le sopracciglia blu. 

– Ti capitano spesso casi del genere? 

 Cara Barbara… Qui il vizio delle lettere anonime c’è sempre. 

– Non l’aveva ancora toccata, ma già la lettera squarciava la sua vita… Però Sciascia lo scriveva cinquant’anni fa! 

– So che sembra incredibile eppure c’è sempre qualche stronzo che si diverte a fare questi scherzetti. Gente frustrata, ma per lo più innocua. 

– Lettere scritte a mano? 

– Sì, certo. Carta e penna. 

– Non è assurdo in epoca di computer, stampanti e social network? 

– I computer conservano traccia dei documenti pure se li si cancella. Per la polizia postale rintracciare il mittente di un’email non è difficile e un buon esperto può risalire al tipo di stampante. La vecchia lettera scritta a mano resta uno strumento molto gettonato per questo tipo di meschinità. 

Barbara annuisce con aria vagamente assente. 

– Dopo aver trattato diversi casi di anonimografia sono arrivata alla conclusione che una busta da lettera senza mittente va  distrutta subito, senza nemmeno essere aperta. 

Il modo in cui cala la testa e si porta la mano alla fronte mi dicono quanto questa storia la stia logorando. 

– L’avessi saputo prima… 

La sua angoscia mi crea disagio. Quel disagio che sapevo avrei provato se avessi fatto la psicoterapeuta e per cui scartai subito l’ipotesi di fare la psicoterapeuta.  

– Sei a conoscenza di qualche fan particolarmente accanito? 

– Un fan che mi insulta a quel modo? 

– John Lennon è stato ucciso da un suo fan. 

Paragone infelice. Cerco di rimediare. 

– Per dire che i fan sono sempre un po’ ambivalenti. Ma per lo più si risolve tutto in una nuvola di polvere. 

Mi guarda afflitta. 

– Ho ancora i miei ammiratori, ma è parecchio che sono lontana dalle scene. Una cosa simile non mi è capitata quando ero sulla cresta dell’onda, perché dovrebbe capitarmi oggi? Non capisco quale pazzo dovrebbe resuscitare proprio oggi per insultarmi in questo modo. 

– Un pazzo, appunto. 

– Non saprei proprio. Anche se… 

– Anche se? 

– Un giorno il portiere mi ha recapitato un mazzo di fiori, un po’ miserello per la verità, dicendo che l’aveva lasciato il garzone del fioraio per me da parte di un ammiratore segreto. Rimasi perplessa ma non tantissimo. Qualche omaggio lo ricevo ancora, soprattutto dopo le ospitate, le serate e quelle cazzate che ancora faccio per restare nel giro, ma da un anonimo non mi era mai capitato. Fatto sta che dopo un paio di giorni mi è arrivata la prima lettera. Non ho idea se le cose siano collegate oppure no. 

– Hai provato a chiedere al fioraio? 

– Assolutamente no. È un imbecille arrogante con cui ho litigato tempo fa. 

– Però poteva tornare utile.
– Lo so, ma io devo stare attenta a quello che faccio e a quello che dico. Anche se sembra un quartiere chic, questo è solo un posto di merda in cui la gente non vede l’ora di vedermi finita. 

Dal linguaggio che ha preso a usare, sospetto che siamo passate alla scena della donna ubriaca a prima mattina. 

– Non potrebbe essere qualcuno a cui hai pestato i piedi o sei semplicemente antipatica? 

– Sono antipatica a un sacco di gente. Non ho un bel carattere e se mi gira mando tutti a fanculo. Del resto è questo il motivo per cui mi hanno fatto fuori dalla serie. 

Annuisco sorseggiando il mio crodino mentre lei prosegue sospinta a lingua sciolta. 

– Per un paio d’anni ho avuto un’agenzia di casting, la Stardust. Mi occupavo di provini per il mondo del cinema, della moda, della pubblicità. È stato un bel periodo quello, hai voglia se è stato bello. I soldi piovevano a secchi. Finché non sono iniziati i guai con mio marito; da quel momento in poi tutta una serie di sciagure. Mio padre è morto, i secchi sono diventati secchielli e poi contagocce, mia figlia si faceva venire un male al giorno per punirmi della mia assenza. Alla fine ho dovuto chiudere seppure tra mille rimpianti. 

Resto in silenzio a osservarla mentre è ancora assorta nei suoi ricordi tesi tra piacere e dispiacere. Riprende la borsa e ne rivolta furiosamente il contenuto. 

– Dove cazzo… Ah. Eccole qui.
Tira fuori un pacchetto di Marlboro e se ne accende una. Inspira profondamente e caccia due colonne di fumo da quel che le resta del naso. 

– Ne vuoi una? 

– No, non fumo grazie. 

– Non dirmi che pure tu pippi vapore alla mela verde da quei  volgari sifoni? 

– Non fumo e non pippo. 

– Caspita. Non mi ti ricordo così ligia. 

Non mi ti ricordi proprio, vorrei precisare. 

– A parte gli insulti, cosa dicono le lettere? C’è qualche dettaglio che può consentire un collegamento? 

– C’è qualche riferimento volgare alla mia presunta passione per i fiori, ma chi scrive si confonde con il mio personaggio nella serie perché a me non interessano per niente. Quindi è certamente qualcuno che mi ha vista in tv. E poi si parla di giovani ragazze che io avrei rovinato. 

– In che modo lo avresti fatto? 

Fa un’altra generosa sorsata di vino e un profondo tiro dalla sigaretta. 

– Chi lo sa. Alla Stardust mi sono passate davanti agli occhi centinaia di belle ragazze. Alcune avevano stoffa, altre erano negate pure a fare le statue. Io ero sincera con tutte. Tu farai strada, tu cambiala. Tu studia un po’ di dizione, tu studia un’alternativa. Molte di quelle che ho piazzato hanno fatto una discreta carriera e le vedo ancora in giro su qualche canale. Alcune dice che sono diventate delle grandi zoccole. Ma il mondo dello spettacolo è una jungla, si sa. Vai a capire se secondo questo pazzo la mia colpa sarebbe non averle inserite nel mondo dello spettacolo o averlo fatto. 

Un dilemma non da poco, in effetti. Mi viene in mente Don Felice, il mio salumiere. Un paio di mesi fa gli è nata una figlia. Ha fatto la faccia rubizza del capocollo tanto è fiero e felice. Ma si rifiuta di mostrarne le foto. “No, signo’. È brutta, è brutta assaje”. Ai rimproveri e alle proteste delle clienti lui risponde riluttante:  “‘A verità, è troppa bella. Ma non si deve sapere. Nemmeno lei lo deve sapere, sennò quando si fa grande subito accummencia co’ feisbùmiutumbicsfactong e ati guai”. 

Intanto Barbara solleva il calice vuoto e fa un pericoloso cenno alla cameriera. 

– Un altro per favore. 

Guarda il mio bicchiere e chiede sarcastica. 

– Ancora ‘sta cicuta? Non vuoi altro? Non so, uno sprizzettino leggero leggero … 

Il vino raschia la vernice del tempo e porta allo scoperto la Barbara spavalda dei tempi della scuola, quella che si sentiva in diritto di scherzare con e su chiunque. Solo che questa fa un po’pena.  

– Sto bene così, grazie. 

Il vino arriva e lei lo butta giù con una sorsata aggressiva. 

– Questo rosso fa schifo.  

La sua voce è più alta del dovuto e io intercetto l’occhiata perplessa della cameriera. Mi affretto a concludere la seduta. 

– Ascolta Barbara, per me è fondamentale sapere se sospetti di qualcuno e se hai modo di procurarti la scrittura di questo qualcuno. 

– Sospettavo della moglie del mio ex-marito, ma ho sbirciato su un biglietto d’auguri che ha scritto a mia figlia per Natale. Cerca di ingraziarsi la ragazzina, quella lavacessi. Ma la sua grafia è totalmente diversa. Questa cazzo di scrittura è diversa da tutte quelle che conosco. Da quella di mio marito, di mia sorella, del mio ex socio. E pure da quella di mia figlia. Sì, confesso che ho sospettato anche di lei. Per quanto mi odia, non mi sarei meravigliata. Ma Eleonora ha una scrittura a palloni. Questo stronzo invece, lo vedrai, fa tutte stanghette. 

Questa è la parte che più detesto del mio lavoro, quella in cui devo spiegare ai miei clienti che non sono il Maestro do Nascimiento. Quando ero agli inizi e qualcuno veniva da me con pretese divinatorie, lo avrei preso a seggiate, ma col tempo ho capito che ricevere una lettera anonima è come sprofondare in un abisso oscuro e ho imparato a essere più diplomatica. Con quest’ubriacona poi, mi sa che devo aumentare le dosi. 

– Barbara così io posso fare molto poco.  Praticamente niente. Il mio lavoro è confrontare le scritture, non tirare a indovinare a chi potrebbero appartenere. 

Mi guarda avvilita. 

– Naturalmente ti pagherei bene… 

Alzo una mano e giro infastidita la testa di lato. 

– Ti prego. Non è una questione di soldi. 

Sembra sempre più Gloria Swanson, e come lei non si arrende. 

– E quella storia di capire la personalità attraverso la scrittura non può aiutarci a risalire al mittente? 

Adesso la faccio io la generosa sorsata rimpiangendo di non aver accettato lo sprizzettino. Poso il bicchiere, faccio un respiro e provo a controllare il tono di voce. 

– No. Tu stai parlando del profilo di personalità su base grafologica. Quella è tutta un’altra cosa.  

– Cioè? 

– Il profilo di personalità si fa solo conoscendo l’identità dello scrivente. Ed è una cosa che non ha nulla a che vedere con la grafologia giudiziaria. 

– Tu sai farla? 

– Cosa? 

– Questa cosa della personalità? 

– Sì ma cosa c’entra? L’anonimografia rientra nella grafologia giudiziaria per definizione. Non mi metto a indagare la personalità di qualcuno se non ne conosco sesso, età, eccetera. 

 – Se avessi avuto queste informazioni non sarebbero lettere anonime. 

– Appunto. Il tuo è un caso di grafologia giudiziaria. 

– Quindi?  

– Quindi devi portarmi degli scritti comparativi. 

– Io ti ho portato oltre cinquanta lettere! 

– Me ne potevi portare anche cento. Non posso aiutarti senza scritture comparative. 

– Di chi? 

Mannaggia la morte e a me che sono venuta fino a qui sulle mie gambe. 

– Come di chi? Di persone di cui tu sospetti, per confrontarle con queste e dirti cosa ne penso. 

Prende il bicchiere ormai vuoto, beve un sorso di nulla e lo sbatte sul tavolino con rabbia. 

– Questo potevo farlo anche io. 

Nella sua voce c’è una nota di disprezzo. Incrocio le braccia, mi appoggio allo schienale della sedia e la osservo in silenzio. Sto pensando a come uscirmene: o continuo a ravanare tra i residui di pazienza o le chiarisco che in tutti questi anni se c’è una cosa che ho imparato a fare meglio di lei è mandare la gente a fanculo.   

– Barbara, non è da te dire cose che la gente ignorante dice nelle gallerie d’arte. Io non sono una maga e tu dovresti rivolgerti a un detective privato. 

Le parlo con voce neutra posando con un gesto lento e deciso l’involucro con le lettere sul tavolino. Barbara cambia espressione e attraverso il chiarore delle sue pupille vedo passare un mare di tristezza.  

– Un detective privato? 

– Sì, qualcuno che faccia delle indagini per tuo conto. Questo è quello di cui hai bisogno, non di un grafologo. 

– Hai appena detto che ti sono capitati altri casi come il mio. 

Non c’è aggressività nella sua voce, anzi, sospetto un accenno di lacrima. Mi chiedo rapidamente cosa farei nel caso dovesse attaccare a piangere. Mi guardo attorno e vedo da lontano avanzare il tram. “Ok”, risolvo, “è la volta buona che mi ci attacco”.  

– È vero, l’ho detto. Ma tutti avevano una rosa di sospetti di cui mi hanno portato le scritture. 

– E ci hai azzeccato? 

– Non è una questione di azzeccarci, ma di esaminare e valutare. Comunque sì, ho sempre individuato gli autori. 

Il pericolo piagnisteo mi pare momentaneamente superato. Barbara si accende un’altra sigaretta e la fuma persa nei suoi pensieri. Per qualche istante ho l’impressione che si sia dimenticata della mia presenza finché non mi fa una domanda a bruciapelo.  

– Sai che secondo una recente sentenza della Cassazione le lettere anonime non costituiscono neanche più reato di molestie? 

Annuisco con disapprovazione. 

– Purtroppo sì. La 15523 del 6 aprile 2018. A maggior ragione bisognerebbe distruggerle senza leggerle. Non esistono altri mezzi per difendersi da questi vigliacchi. 

L’angolo della bocca le si contorce in una smorfia sarcastica. 

– Così però si rischia di strappare anche una lettera d’amore. 

– Che te ne fai di un innamorato che non ha nemmeno il coraggio di firmarsi? 

Ripete la scena del capo gettato all’indietro con inserto di risata sinistra.  

– Hai ragione! Hai proprio ragione. 

 

Troverai qui tutte le novità su questo libro

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    È proprio il caso di dire che si tratta di uno scritto che “lascia il segno”…..in cui traspare la passione che c’è “dentro le parole”….. Complimenti alla grafologa!

  2. (proprietario verificato)

    Non finisco i libri per principio ma solo per piacere. Dopo un anno di lasciati e persi, finalmente un romanzo che mi fa fare pace con la lettura. La freschezza e la franchezza della sua scrittura mi hanno gettato a capofitto nel dedalo intricato della trama, misteriosa e ben congegnata. I ritmi sono serrati, non lasciano spazio a digressioni descrittive e inutili divagazioni, i dialoghi incalzano il lettore, i personaggi si scambiano dritti e rovesci come in una partita di ping pong tra tensione e curiosità crescenti stemperate da un filo di ironia. Una narrazione intelligente, divertente, cinica quanto basta, lineare eppure allo stesso tempo spigolosa, ma soprattutto schietta, onesta e con quel pizzico di napoletanità che rende tutto più eloquente. Sono gli stessi aggettivi che userei per descrivere la personalità poliedrica di Agnese Malaspina, un personaggio affascinante che non si lascia dimenticare. Spero che Carta Canta possa essere solo il primo di una lunga serie di curiosi casi da risolvere per la nostra grafologa!

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Linda Di Giacomo
Qualcosa in comune con Agnese Malaspina ovviamente ce l’ho. La mia vita si svolge tra due città di mare, entrambe del Sud Italia. Quella di Agnese ne è una sintesi immaginaria. Siamo tutt’e due grafologhe, io anche docente e copywriter. Come lei ho due figli ma non gemelli e non già adulti, quindi sempre tra i piedi. Non ho due ex mariti ma uno solo ancora in carica, quindi tra i piedi anche lui. Proveniamo da una tipica famiglia meridionale ma la mia è più numerosa e in continua riproduzione. Entrambe annotiamo parole straniere che ci colpiscono, ma sospettiamo che nessuna esprima certi concetti meglio della nostra lingua madre. Che non è esattamente l’italiano. Potrei dire che condividiamo una certa visione della vita, ma non sempre è vero. Su diverse questioni non siamo affatto d’accordo. Ah, naturalmente io sono più giovane di lei e non ho avuto bisogno di rifarmi il naso. Tiè.
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