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Céline, leggenda di una lupa

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Consegna prevista gennaio 2020

Matteo, ormai adulto, si trova a sgomberare la casa della madre mancata pochi mesi prima. Giunto quasi al termine, tra le ultime scatole da gettare, ne trova una già riempita dalla mamma. Una scatola impolverata che racchiude il silenzio sulla morte del padre. Matteo la apre e trova un articolo di giornale ormai ingiallito dagli anni. Incredulo, si riaccende in lui la flebile speranza di ritrovare l’unico superstite della tragedia che ha portato via suo padre per sempre. Una corsa contro il tempo, un’incognita che però non fa arrendere Matteo che, l’indomani, parte alla ricerca di quest’uomo. Un viaggio rischioso che lo conduce a una baita. Un tuffo nel passato che ci racconta l’amicizia di tre uomini uniti dalla passione per la montagna fino agli ultimi attimi trascorsi insieme. Una storia ricca e emozionante impreziosita dalla leggenda di una lupa, Cèline che si rivelerà fatale per uno di loro.

Un viaggio introspettivo che porterà il lettore a riflettere.

Perché ho scritto questo libro?

Diversamente da quanto accaduto per le opere già pubblicate, non esiste una motivazione razionale che mi ha spinto a scrivere questo racconto, semplicemente una pulsione improvvisa ha portato le prime tracce della narrazione a essere riportate su uno scontrino della spesa lasciato casualmente sul cruscotto dell’auto.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Oh cavolo! Proprio adesso deve squillare il telefono!

Continua a leggere

Continua a leggere

 

“E va bene, tanto so già che se non ispeziono la scatola, appena arrivato a casa non mi darà pace. Vediamo se l’intuito femminile ha ragione e se davvero mia mamma ha conservato qualcosa di importante”- pensai subito dopo aver terminato la conversazione.

Iniziai a frugare con le mani con il tentativo di scorgere la natura del contenuto della scatola. Sollevavo cartacce impolverate, finché la mia mano non pescò un braccialetto.

Aveva il cinturino di acciaio, doveva essere di mio padre. Forse era caduto lì per sbaglio. Lo avvicinai al mio polso e lo indossai; mi era leggermente stretto. Lo riposi momentaneamente in terra accanto alle mie ginocchia.  Continuai a rovistare finché trovai un foglio di giornale piegato in due. Lo aprii e iniziai a leggere il titolo in corsivo sulla pagina della cronaca:

Incidente in alta quota. Tre alpinisti travolti da una valanga, solo uno  sopravvive miracolosamente alla sciagura”.

– Dissi ad alta voce come se le pareti di quella stanza potessero darmi una spiegazione.

Lessi attentamente l’articolo; era sviluppato su tre colonne, proprio come i protagonisti vittime di quella dolorosa storia  e velocemente sentii i brividi percorrere ogni centimetro del mio corpo. Avevo vissuto in quella casa per quasi trent’anni rispettando il silenzio e il dolore di mia madre. Mai una parola sulla morte di mio padre, come se fosse svanito nel nulla  e ora tutto d’un tratto mi sentivo come travolto da un macigno. Forse, l’uomo sopravvissuto alla disgrazia era ancora vivo. L’articolo risaliva a diversi anni prima, quando io ero solo un bambino. Avevo appena scoperto come avevo perso mio padre, una doccia ghiacciata che ti coglie all’improvviso, ma nello stesso istante era emersa anche la speranza di poter incontrare la persona che aveva trascorso con lui gli ultimi attimi della sua vita.

Piegai l’articolo di giornale, lo riposi nella tasca della giacca e tornai velocemente a casa con un unico pensiero: dovevo trovare quella persona a tutti i costi.

, dissi porgendo l’articolo di giornale a mia moglie.

Miriam lesse con attenzione l’articolo di giornale, poi lo lasciò cadere sul divano dove era comodamente seduta e mi avvolse in un caloroso abbraccio.

Miriam mi fece uno dei suoi sorrisi migliori e mi strinse le braccia al collo. Mi sentivo particolarmente fortunato quella sera. Contraccambiai l’abbraccio stringendola forte a me ma prima che cambiassi idea sull’andare da mio figlio e poi in garage mi staccai da lei:

La mattina successiva,  mi svegliai alle 5 quando l’unica luce era quella dei lampioni e partii verso la Val Maira. Avevo appuntamento con una guardia forestale alle 7; volevo essere certo di andare nella direzione giusta e di non vagare inutilmente tra la neve.

Da quando era nato Diego, le miei gite di alpinismo erano diventate più sporadiche ma, negli anni precedenti, avevo avuto modo di coltivare la mia passione nonostante il disappunto di mia madre, che solo ora riuscivo a comprendere.

Arrivai all’appuntamento con venti minuti di anticipo. Il tempo di prendere un caffè al bar.

Le previsioni del tempo erano favorevoli, il cielo era parzialmente nuvoloso ma con la tendenza a schiarite e la temperatura era sotto lo zero. Nonostante ci fosse parecchia neve, dotato dell’attrezzatura giusta non avrei avuto problemi a raggiungere la mia meta. Ad un certo punto vidi una sagoma entrare dalla porta del locale.

Era la guardia forestale che attendevo. Mi alzai in piedi e mi diressi verso di lui.

e ancor prima di terminare la frase gli mostrai l’articolo di giornale trovato a casa di mia madre.

Quell’uomo sui quarantacinque anni, così disponibile, senza neanche sedersi e perdere un attimo di tempo, lesse con attenzione quanto riportato su quel sottile foglio di carta a tratti ingiallito.

Spiegai brevemente il motivo di tanta urgenza, ciò che mi spingeva a essere lì in quel momento e sperare di trovare quell’uomo ancora vivo. La forestale mi fornì tutte le indicazioni per raggiungere la baita dove l’unico sopravvissuto a quella tragedia aveva deciso di trascorrere gli ultimi anni in solitudine. Aggiunse anche di non averlo mai conosciuto personalmente ma che ne aveva sentito parlare da colleghi.

Lo ringraziai infinitamente per la sua disponibilità, mi sentivo pieno di energia e di speranza.

Uscimmo insieme dal locale e prima di salire in auto mi disse:

I lupi, non avevo pensato a loro. Certo era un azzardo. Come precauzione decisi di prendere dall’auto dei piccoli petardi che avevo comprato per festeggiare l’ultima notte dell’anno. Mi sarebbero serviti per spaventarli e allontanarli in caso di pericolo. Lasciai l’auto nel punto indicatomi dalla guardia, mandai un messaggio con il telefonino a Miriam e mi incamminai con gli sci sulle spalle.

Feci il primo tratto a piedi fino a quando gli scarponi iniziarono a sprofondare sensibilmente nel manto candido; infilai gli sci e iniziai una salita più ripida.

Ad un certo punto sentii l’arrivo di un elicottero. Era del servizio forestale e sorvolava proprio la zona dove mi stavo dirigendo. Forse un normale controllo di routine, pensai.

Salivo ormai da un paio d’ore con passo regolare. Decisi di fare una breve sosta per reidratarmi e consultare la cartina. Doveva mancare poco, una mezz’ora al massimo.

Dopo qualche minuto sentii nuovamente l’elicottero. Lo vidi volare a pochi metri sopra di me, alzandosi in quota e  dirigendosi nella direzione opposta alla mia.

Faceva molto freddo, il cielo ora era completamente terso e il paesaggio incantevole.

Superai una piccola collina innevata e intravidi una baita. Tolsi le pelli di foca e iniziai una breve  discesa.  Ero arrivato finalmente. Sganciai immediatamente gli sci dagli scarponi. Ero davanti alla baita. L’alito caldo del mio respiro affannato era l’unica cosa che mi separava dall’ingresso in legno costruito artigianalmente.

domandati bussando alla porta.

ripetei con tono più sostenuto.

Non udendo alcuna risposta, indietreggiai portandomi sul lato sinistro della baita per verificare se vi fosse la presenza di qualcuno. Scorsi, poco distante da lì, un  fuoristrada sommerso dalla neve.  Mi avvicinai per ispezionarlo. Doveva essere la sua auto. Con la mano ricoperta dal guanto tolsi un po’ di neve dal parabrezza per creare uno spiraglio e vedere cosa ci fosse all’interno. Da quel misero varco intravidi  solamente sedili lisi e sporchi. Buttai giù anche la neve che ricopriva il cofano. Era un Defender rosso. Guardai più in basso per verificare lo stato degli pneumatici. Creai un varco tra la neve; erano a terra, e i cerchioni maculati di ruggine. Questo mi portò a pensare che fosse fermo e inutilizzato da diverso tempo.

Feci un giro tutto intorno alla baita e, non trovando il proprietario, decisi di fare ritorno  all’ingresso.

Entrai nell’abitazione benché non ne fossi autorizzato. La porta non era chiusa a chiave.

La baita era piccola. Ci misi pochi istanti per visionarla in maniera approssimativa. Nella camera da letto, trovai una branda ricomposta  con minuziosa attenzione nonostante  le  coperte fossero vecchie e infeltrite. Una piccola lampada bianca poggiava su un comodino di legno scuro. Era una lampada ad olio; l’abitazione era senza elettricità. Feci ritorno nella cucina, la camera principale e varcai l’unica camera rimasta ancora inesplorata. Era un piccolo bagno dove a vista vi era una cesta con dei vestiti sporchi. Ritornai in cucina. Il camino era stracolmo di cenere. Al suo fianco una cesta con riposta della legna da ardere. Presi una manciata di cenere tra le mani e la annusai. Era cenere ferma da almeno un paio di giorni. La baita era molto fredda. Le stoviglie erano in ordine. Il putagè usato per cuocere le pietanze era freddo. Era come se avesse abbandonato la casa volontariamente avendo cura di lasciarla in ordine.  Mi avvicinai al tavolo e scorsi un diario. Sfilai immediatamente i guanti e lo presi tra le mani. Era stato lasciato aperto sull’ultima pagina scritta a penna, tornai alla pagina iniziale e cominciai a leggere…

– Avevamo da poco superato il confine italiano, durante una gita di sci di alpinismo, oltrepassando in territorio francese, quando una bufera di neve costrinse me e i miei compagni a interrompere l’escursione e ritornare sui nostri passi scendendo rapidamente più a valle, in cerca di un rifugio.

Il vento, che man mano diveniva sempre più potente,  paralizzava i nostri volti, e dopo il primo tratto di discesa, fummo costretti a caricarci gli sci a spalle e calzare le racchette da neve. A fatica spingevamo i nostri passi procedendo ricurvi ad un ritmo regolare, meccanico, come l'isocronismo del pendolo dell'orologio della casa dei miei, che per anni aveva dettato i tempi della mia infanzia, una infanzia rigida, scandita da impegni da rispettare, un simbolo di famiglia, un'opera di legno pregiato e oro con, sulla parte inferiore, incise le iniziali dei nomi dei miei genitori.

Tutto a un tratto, scivolai nei ricordi del mio passato, trovando una similitudine con  quella tempesta.

Mio padre era un noto avvocato di Torino. Svolgeva la sua professione nello studio fondato da mio nonno, professione tramandata già da due generazioni con radici molto consolidate. Mia madre, invece, dirigeva una sartoria di abiti eleganti nel centro della città di Torino. Aveva unito la sua passione del disegno  la sua creatività e l’amore per gli abiti e aveva cominciato sin da giovanissima a disegnare e confezionare abiti da sposa  per piccoli negozietti, fino ad arrivare a svolgere un ruolo importante di direzione in una delle più prestigiose sartorie della Città.

Si erano conosciuti al Teatro Regio, una sera di circa 30 anni fa, durante la rappresentazione della Tosca; quando si dice il destino…è bastato ritrovarsi seduti accanto e qualche timido sguardo per dare inizio al prologo di una vita insieme.

Mia madre ha sempre avuto ottimo gusto nel vestire e in quelle occasioni adorava sfoggiare le sue creazioni che mettevano in risalto la sua femminilità in tutte le sue forme.

Dopo un breve periodo di fidanzamento, ufficializzarono la loro unione davanti alla Chiesa, alle loro famiglie, e a pochi intimi amici. Da allora, nonostante si occupasse di abiti femminili, iniziò a confezionare capi importanti per mio padre; lui la assecondava, la amava e sapeva quanto indossare le sue creazioni la rendesse felice.

Ricordo anche che quando ero bambino era lei a scegliere i vestiti per tutti noi, li preparava la sera per la mattina sistemandoli con cura su appositi appendi abiti riposti nella camera armadi. Quello era il suo  modo di prendersi cura di noi. Di tutto il resto si occupava la signora Elsa, che dalla mattina alla sera trascinava i suoi fianchi larghi e le sue gambe stanche da una stanza all'altra per rendere la casa impeccabile. Era una donna riservata sui cinquanta, ma i suoi capelli,  lasciati del colore naturale e raccolti con uno chignon sulla nuca, le attribuivano qualche anno di più.  Aveva un figlio disabile, era nato con una distrofia muscolare grave generativa e per questo era costretto a stare su una sedia a rotelle. Dovendo prendersi cura di lui,  non aveva mai lavorato prima di allora ma, dopo la morte precoce del marito, si era dovuta procurare un impiego e la mamma, intenerita dalla sua storia, l'aveva accolta con la stessa misercordia  riservata a un bisognoso che bussa alla casa del Signore.

I miei pomeriggi li trascorrevo tra il fare i compiti e le lezioni di pianoforte dove un insegnante mi impartiva lezioni private a domicilio il martedì e il giovedì. Frequentavo una scuola privata, con regole severe e l’obbligo di indossare tutti la stessa uniforme blu. Mia nonna Annina viveva con noi. Era rimasta vedova e mia mamma non aveva voluto lasciarla sola. Tutti i pomeriggi veniva a prendermi all’uscita della scuola che distava a poche centinaia di metri dalla nostra abitazione e, dopo avermi servito e fatto compagnia a pranzo, si concedeva un piccolo riposino pomeridiano. Io nel frattempo mi dedicavo ai compiti e alle cinque del pomeriggio, puntuale, vedevo ricomparire mia nonna che si avvicinava con un vassoio d’argento. Mi serviva il tè con dei biscotti ricchi di burro e farciti alla crema di nocciola preparati da lei. Lei rimaneva seduta immobile di fronte a me e, solo dopo aver consumato l’ultimo biscotto mi domandava con la sua voce flebile se avevo fatto tutti i compiti. Poi, con la sua mano scarna, una terra arida, macchiata, dove le vene erano fiumi in piena, mi accarezzava i capelli e mi ripeteva sempre la stessa frase «Bravo, sei proprio un bravo bambino.»

In quei silenziosi pomeriggi, non mi era consentito guardare la televisione, così attendevo il ritorno dei mei genitori osservando quel pendolo che lentamente, senza mai scomporsi, giorno dopo giorno, mi accompagnava alla fine della settimana quando, colmandomi di gioia, nel periodo invernale ci trasferivamo nella casa in montagna a Courmayeur in Valle d'Aosta, ai piedi del Monte Bianco, dove, per due giorni, l'aria fredda dell'inverno ossigenava la mia mente portandomi via dai doveri imposti dagli altri.

Avere la casa a Courmayeur era simbolo di ricchezza, ma a me poco importava a quei tempi; il potere dei soldi lo conobbi e lo apprezzai molto più tardi.

L’unico mio desiderio era  quello di  poter scendere veloce da una discesa bianca come facevano gli altri bambini, ma non con lo slittino.

Per anni supplicai i miei genitori di farmi prendere delle lezioni di sci e, nonostante il disappunto di mia madre, per la paura che mi potessi fare male, riuscii a ottenere il loro permesso come regalo di Natale quando avevo ormai 9 anni.

Ricordo ancora quel giorno, il tremolio delle gambe fissate agli attacchi degli sci presi in affitto per l'occasione, il mio naso indolenzito dal  freddo secco, i primi raggi del sole che scaldavano la pista e Gualtier il maestro di sci che indossava enormi occhiali da sole dalla montatura bianca  che contrastava il colore della sua  pelle abbronzata. Quando di scatto si girò verso di me e mi chiese se ero pronto, il mio cuore iniziò a battere velocemente. Fui attento a tutte le sue indicazioni, e iniziai a scendere con gli sci inclinati a spazzaneve formando un angolo acuto, giusto in tema con il programma scolastico di quarta elementare. Pensai scherzosamente che avrebbero dovuto cambiare la definizione geometrica definendolo come l'incontro di due sci, piuttosto che l'incontro di due segmenti. Mi fece anche percorrere qualche metro nel verso opposto, in salita verso la cima della montagna, invertendo l'angolo acuto con gli sci. Ci vollero poche settimane per affrontare discese più impegnative, passare quindi ad una sciata senza più angoli,  con rette parallele e soprattutto convincere i miei genitori a comprarmi il mio primo paio di sci, degli Atomic bianchi e rossi.

Abbandonai all'improvviso i ricordi del passato quando scorsi tra i turbini bianchi la sagoma di una costruzione. Poteva essere un rifugio o una casa costruita in pietra. Poco importava in quel momento la destinazione  d’uso di quella struttura, cosa certa era, che per noi poteva significare la salvezza. Voltai il mio sguardo verso i miei due compagni cercando la conferma che non si trattasse di un miraggio e gridai : indicando il casolare con la mano irrigidita dal freddo, nonostante i guanti.

Il vento arrivava da nord, era gelido; il suo sibilo accompagnò le mie parole perdendosi poi  tra i rami del bosco. Scorsi i sorrisi di Jean e Pier rincuorati da quella vista: .

Affrettammo il passo avvicinandoci rapidamente. Eravamo scesi parecchio di quota e quando fui a pochi passi dall’ingresso, scorsi un’insegna. Mi avvicinai ulteriormente. Era vecchia, di legno chiaro illuminata da due lanterne ai lati che mi permisero di leggere  l’incisione  di un nome “La Grenouille Chanteur”,

Sganciammo le racchette da neve dagli scarponi e le afferrammo immediatamente per paura che il vento ce le portasse via. Aprii la porta forzandola leggermente, aiutandomi con il peso del mio corpo, quasi a dare una spallata, e posammo i nostri piedi su un liso tappeto grigio.  Ci trovammo di fronte un uomo alto quasi due metri, completamente calvo, segnato da un’enorme cicatrice che gli sezionava la tempia.

Gli occhi erano color nocciola chiaro, piccoli rispetto al resto del suo viso, una sproporzione che sottolineava le mascelle squadrate, pronunciate. Le sopracciglia si intravedevano leggermente lasciando spazio a una limpidezza che faceva percepire una qual forma di tenerezza  contrapposta alla sua mole.

L’uscio si chiuse alle nostre spalle con un botto, spinto prepotentemente dal vento di bufera, facendoci fare un balzo in avanti.

Quell'uomo dall'aspetto trasandato ci scrutò in silenzio prima di salutarci nella sua lingua.

rispondemmo noi tre.

Io e Jean eravamo troppo infreddoliti per proseguire. Avvertii un solletico partire dalla mia narice.  Pulii il rivolo indesiderato, istintivamente, sfregandomi rudemente con il polsino della giacca.

Pier intanto prese in mano la situazione.

Il gestore del locale iniziò, con mio stupore, a parlare un Italiano quasi privo di accento francese.»

«Quanti siete?»

.

ma per la cena… ma se siete solo voi tre non c'è problema.

Le camere da letto e il bagno sono al piano di sopra.

La cena sarà pronta per le18:30. Qui si mangia presto. Non c'è molto da fare da queste parti>

gli rispose Pier, voltando il suo sguardo verso di noi in cerca di  un assenso.

Annuimmo con la testa, felici e consapevoli di non avere altra alternativa. Difficilmente la bufera sarebbe cessata e anche se fosse, non potevamo ipotizzare di muoverci da quel luogo a noi ignoto.

Monsieur Bastien voltandosi si allontanò dirigendosi in cucina, e io mi lasciai scappare un commento poco opportuno partorito da una spontaneità non controllata:

Jean e Pier accompagnarono il mio spiacevole commento con una breve risata.

Noi eravamo in tre, tutti alpinisti esperti, amici e compagni inseparabili di escursioni.

Monsieur Bastien era il proprietario di quel rifugio  che lui però definiva  “locanda” . Non vi erano lavoranti con lui. La moglie  era morta da un paio d’anni, e lui era rimasto lì, solo, ad accogliere i pochi viandanti che raramente si soffermavano in quella sperduta località. Non aveva figli, o per lo meno nessuno ne aveva mai visti girare per la locanda. Quel misero luogo era la sua anima, rispecchiava esattamente la sua figura umana,  il suo aspetto esteriore, come se la sua vita fosse iniziata lì, tra quei muri spessi e umidi: per quanto mi sforzassi, mi era difficile immaginarlo bambino, con un passato diverso da quello che era il suo presente. Cucinava, serviva ai tavoli, rassettava, si occupava di tutto. Aveva movimenti lenti, la sua mole lo faceva sembrare un goffo orco, ma a ogni passo il suo corpaccione barcollava a destra e a sinistra, come una barca legata a una banchina disturbata da acque irrequiete.

La cena veniva servita nella sala odorante di muffa posta all'ingresso del locale. Le pareti erano rivestite di perline color noce scuro interrotte da teste di animali imbalsamati appese che  ci scrutavano come fantasmi. I loro occhi sembravano seguire i nostri movimenti  per immobilizzarsi  nuovamente appena uno di noi tentava di coglierne il segreto. Non riuscii a immaginarli vittime e trofei di caccia di quell'uomo visibilmente pacifico.  Il pavimento in legno scricchiolava a ogni passo gravato dai nostri scarponi. Vi erano quattro tavoli rettangolari ricoperti da tovaglie di differenti colori che confinavano con la  parete a destra della porta d’ingresso, circondati ognuno da panche in legno poste al posto delle sedie. Quello, oltre a una credenza impolverata sulla quale poggiavano piatti e bicchieri e un camino ricavato in una nicchia della parete che rendeva l’ambiente più confortevole era tutto ciò che si trovava in quella stanza.

Monsieur Bastien indossava zoccoli di legno di fattura artigianale, di un paio di numeri oltre la misura del suo piede, già enorme, e una camicia di flanella a quadri con le iniziali “B.A.” sul taschino,  rincalzata dentro ad un paio di calzoni, grigi e logori, sorretti da una cintura di corda fermata con un nodo.

Sui davanzali esterni delle finestre vi erano dei vasi vuoti, delle ciotole che avevano contenuto  probabilmente fiori estivi.

Lentamente ricominciavo a percepire tutte le funzioni vitali, decisi pertanto di salire al piano  superiore in cerca di un bagno.

mi rispose Jean.

Ero talmente assolto nei miei pensieri, che non mi resi neppure conto dell'assenza di Pier.

Prima di salire la scala che portava al piano superiore mi accostai alla credenza e con un impulso infantile passai il dito sulla polvere lasciando una scia.

Era una scia simile alle firme che lasciamo quando scendiamo con gli sci giù dai pendii innevati.

Ognuno di noi ha il suo stile e lascia la propria firma, liberatoria, a volte piena di orgoglio, a volte di amarezza, ma dal valore inestimabile. Molto diversa da quella apposta su un contratto che in un modo o nell'altro immancabilmente ci vincola ad un impegno con qualcun altro.

La scala portava alle camere da letto poste al piano superiore. Un’unica rampa. Il mancorrente in legno si interrompeva bruscamente prima degli ultimi tre gradini, come quando un dirupo ti si presenta davanti all'improvviso lungo il cammino.

Percorsi il corridoio e arrivato al fondo  trovai una targhetta appesa ad una porta che indicava: Toilette. La aprii.

Il bagno, cieco, in comune con tutte le camere, emanava un odore malsano.

La doccia, all'interno di una vasca, era nascosta da una tenda di plastica chiara, decorata con immagini di fiori beige.

Sul fondo del telo, un leggero strato di muffa poggiava sul pavimento formando una piega.

I sanitari erano ingialliti, forse dal tempo, o forse dalla scarsa igiene.

Una cascata di calcare arrugginito solcava la parete dentro il wc fino a scomparire nell'acqua stagnante.

Gli asciugamani color avorio erano di spugna ruvida, sbiaditi dal sole.

Sopra il lavandino  appeso alla parete vi era uno specchio, a tratti arrugginito,  sorretto da due antine laterali laccate di nero lucido.

La panoramica era raccapricciante ma nonostante ciò la necessità impellente che mi aveva spinto fin lì  mi costrinse a soprassedere.

Fu una liberazione dal bisogno fisiologico parziale; l'urinare in quel luogo che definire bagno era un eufemismo, riuscì a soddisfare la mia esigenza solo in parte.

Tirai l'acqua dello sciacquone e ancor prima di richiudere la lampo dei pantaloni tecnici, mi lavai accuratamente le mani asciugandomele sul mio pile.

Tornai al piano inferiore da Jean e Pier.

Li ritrovai accanto agli zaini con la cartina in mano. Pier aveva chiesto indicazioni a Monsieur Bastien sulla posizione della locanda. La bufera ci aveva spinti a valle disorientandoci e portandoci fuori dal percorso iniziale.

Ci sarebbero volute almeno due ore prima di riportarci sui nostri passi. L'indomani saremmo dovuti partire molto presto,

Decidemmo di posare gli zaini in un angolo della sala, li avremmo portati nella camera solo dopo  cena.

Mi accorsi che seduti a un tavolo vi erano quattro uomini. Erano entrati durante la mia breve assenza, anch’essi erano stati costretti, loro malgrado, a rifugiarsi lì.

Non ritrovarci soli in quella locanda mi  rincuorò come un calore improvviso che intiepidì quella stanza troppo umida e cupa.

Decidemmo di accomodarci al tavolo accanto al loro. Mi accorsi che stavano parlando in occitano. Non conoscevo quella lingua, pertanto li salutai con un formale “buonasera”.

Sentii uno di loro chiedere all'uomo  sedutogli di fronte.

Seguì una risposta senza commenti che a stento riuscii a capire:.

Continuarono a disquisire incuranti della nostra presenza consapevoli che avremmo capito quasi nulla di quanto avrebbero detto.

Presi posto sulla panca di legno con lo sguardo rivolto su quell'uomo dai capelli ricci e la barba folta. Pier si sedette di fronte a me e Jean prese uno sgabello estratto da sotto il tavolo che neanche notai,  come se mancasse il posto e stette capo tavola.

Prendemmo  la carta del menù, un foglio di cartoncino leggermente stropicciato sugli angoli, scritto a penna, ma la posammo senza neanche avere il tempo di  leggerla, anticipati da Monsieur Bastien che ci raggiunse con un tegame di polenta, salsiccia e formaggio.

<Non è molto, ma sono cose genuine>.

Pronunciò senza aggiungere altro.

Jean era vegetariano.

<Polenta e salsiccia, che novità!>

Proposi a Jean uno scambio.

.>

 La vedi ancora, tra l'altro? Non ne hai più parlato.>

Infierì Pier prima di portare una forchettata di polenta al palato.

Devo ammettere che ultimamente la mia tranquillità sentimentale vacillava parecchio, non che mi fossi impegnato particolarmente per averla più stabile, ma cambiai discorso passando la patata bollente a Jean.

gli risposi con tono rassicurante dopo aver sorseggiato del rosso.

dovrebbe capire>

con Matteo appena nato per venire a scalare il Monviso. Capirà, vedrai… e prima o poi ti lascerà!

scherzai colpendolo con un lieve buffetto sulla  sua spalla.

Pier si allontanò per qualche istante, poi ci raggiunse con in mano un barattolo di acciughe. Lo aveva comprato in una piccola bottega della Val Maira, quella stessa mattina prima di attaccare la salita.

Aveva ordinato anche del vino che avremmo ripreso al ritorno, ma quel barattolo di acciughe lo aveva voluto subito, come il pacchetto di tabacco di trinciato forte.

Sebbene possa sembrare atipico trovare acciughe in montagna, in realtà nelle valli tra il Piemonte e  la Francia è una tradizione con radici antiche.

I pastori, infatti, erano soliti fare scorta di acciughe conservate sotto sale per superare le stagioni fredde in cui i raccolti erano inesistenti e il bestiame non era al pascolo.

Io le chiamavo “lische sotto sale”… Ne stesi alcune su una fetta di pane unta precedentemente con dell'olio e addentai voracemente.

Pier era un uomo sentimentale e legato alle tradizioni, non si sarebbe mai fatto mancare il piacere di assaporare una gustosa e salata acciuga su una fetta di pane e naturalmente il  rifornimento di un buon trinciato in una rivendita storica di un paese montano.

Ne offrì anche agli altri commensali che gradirono l'inaspettata e gustosa pietanza.

Dopo qualche bicchiere di vino rosso, uno di loro attaccò a parlare gesticolando con la mano destra alzata. Il montanaro raccontava animatamente di un soccorso avvenuto in quota poche settimane prima.

 

. Padre e figlio. Li hanno salvati>

<L'hanno vista?>

.>

Uno dei quattro, visibilmente ubriaco emise un ululato sollevando  il bicchiere di vino come per fare un brindisi. Poi lo ingurgitò tutto di un fiato e rilasciò rumorosamente  il suo alito spalancando la bocca.

E  barcollando lo vidi dirigersi verso l'uscita del locale emettendo un rutto pari al rimbombo di un tuono.

Avevo compreso poche parole ma non riuscii a resistere alla tentazione di intromettermi.

(Il tono con cui si rivolse a me era piuttosto rude, ma per lo meno mi rispose nella nostra lingua.)

 

mi domandò guardandomi dritto negli occhi.

Quell'uomo dai capelli ricci, lunghi sino alle spalle, si alzò dal suo posto e, scansando Jean, si sedette di fronte a me.

Il suo alito appesantito dal troppo vino mi investì bruscamente; feci una smorfia e arretrai con il volto, ma rimasi ugualmente lì ad ascoltarlo.

I suoi occhi chiari erano leggermente arrossati e lucidi. La sua bocca era nascosta dalla folta barba leggermente imbiancata. Finì di masticare un pezzo di carne come un avvoltoio all'ultimo boccone e iniziò a narrare… 

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Marianna De Angelis
Sono nata in provincia di Torino, a Moncalieri, l’11 agosto del 1972.
La passione per la scrittura arriva in età adulta; infatti i miei studi non hanno un indirizzo né linguistico né umanistico. Decido per tanto di assecondare l’intuito, piuttosto che allinearmi alle regole formali e inizio a far conoscere la mia creatività letteraria, non più soltanto ad una ristretta cerchia di amici, ma anche ad un campione di conoscenti e addetti ai lavori, ricavandone commenti, suggerimenti e incoraggiamenti ad andare avanti. Dopo le prime due opere pubblicate, ho deciso di proseguire con la volontà di rendere visibile il racconto di Céline, leggenda di una lupa.
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