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Céline, leggenda di una lupa

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Tre grandi amici, tre sciatori esperti, una valanga. Nulla possono i tre uomini contro la potenza della montagna e due di loro perdono la vita.

Anni dopo Matteo scopre un articolo di giornale ormai ingiallito che riporta la notizia di quella valanga e, con essa, della morte di suo padre. Si accende così in lui una flebile speranza di poter conoscere l’unico superstite, ormai molto anziano. Una corsa contro il tempo, un’incognita e un viaggio rischioso lo conducono a una baita nella Valle Maira e a un diario. Attraverso quelle pagine, scoprirà la verità sull’accaduto e qualcosa di più: una misteriosa fiaba che aleggia su tutta la vicenda e che riguarda una bambina, Céline, trasformatasi in lupo.

Céline, leggenda di una lupa

La scoperta
Oh cavolo! Proprio adesso doveva squillare il telefono?! pensai.
«Pronto?»
«Matteo, hai finito? Dovevi già essere a casa.»
«Hai ragione, scusa. Iniziate a cenare, io vi raggiungo tra poco, dovrei quasi aver terminato. Non avevo idea che mia mamma custodisse così tante cose in quell’armadio. Stavo portando nel bidone della spazzatura uno scatolone pieno di cartacce quando mi hai chiamato, anche questo era nel mobile.»
«Uno scatolone pieno di cartacce nell’armadio? Perché tua mamma lo conservava? Forse dovresti dargli un’occhiata prima di buttarlo. Potrebbero esserci documenti importanti di cui ignoriamo l’esistenza, o magari ricordi della tua famiglia: vecchie foto, lettere…»
«Sono stanco, affamato e non so se ne ho voglia. E poi non credo che ci possa essere qualcosa di così rilevante in mezzo a tutti questi fogli impolverati. Mia mamma me ne avrebbe sicuramente parlato.»

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«Come preferisci, io però prima di buttarlo gli darei un’occhiata. Faccio mangiare Diego e lo metto a nanna. A dopo, amore, non fare troppo tardi.»
«Dagli un bacio da parte mia. A dopo, amore.»
Eh va bene! Tanto lo so già che se non ispeziono la scatola, appena arrivo a casa non mi darà pace. Vediamo se l’intuito femminile è così infallibile e se davvero mia mamma ha conservato qualcosa di importante, pensai subito dopo aver terminato la conversazione.
Mi inginocchiai e iniziai a frugare nello scatolone nel tentativo di capire bene cosa contenesse. Sotto un mucchio di fogli impolverati e ingialliti trovai un braccialetto in acciaio. Doveva appartenere a mio padre. Forse era caduto lì per sbaglio.
Lo avvicinai al polso e lo indossai; mi andava leggermente stretto. Lo poggiai a terra e continuai a rovistare finché non trovai un foglio di giornale piegato in due. Lo aprii e iniziai a leggere il titolo sulla pagina della cronaca: “Incidente ad alta quota. Tre alpinisti travolti da una valanga, solo uno sopravvive miracolosamente alla sciagura”.
«Cosa diamine significa? Perché mia mamma ha conservato questa pagina?» dissi ad alta voce, come se le pareti di quella stanza potessero darmi una spiegazione.
Lessi attentamente l’articolo: era sviluppato su tre colonne, lo stesso numero delle vittime di quella dolorosa storia.
Mi vennero i brividi. Avevo vissuto in quella casa per quasi quarant’anni rispettando il silenzio e il dolore di mia madre, mai una parola sulla morte di mio padre, come se fosse svanito nel nulla, e ora tutt’a un tratto mi sentivo come schiacciato da un macigno. Forse, pensai, l’uomo sopravvissuto alla disgrazia è ancora vivo.
La notizia risaliva a molti anni prima, a quando io ero solo un bambino.
Avevo appena scoperto come era morto mio padre, eppure, nonostante quell’improvvisa doccia fredda, pensavo solo alla possibilità di conoscere chi aveva trascorso con lui gli ultimi attimi della sua vita.
Ripiegai il foglio di giornale, lo riposi nella tasca della giacca e tornai velocemente a casa, con un unico pensiero: Devo trovare quella persona a tutti i costi.

«Miriam, avevi ragione. Ho dato uno sguardo dentro lo scatolone e ho trovato questo» dissi porgendo l’articolo a mia moglie.
«Cos’è?»
«Leggilo, ti prego.»
Miriam lesse con attenzione, poi lasciò cadere il giornale sul divano dove era seduta e mi avvolse in un caloroso abbraccio.
«Devo trovare quell’uomo, Miriam.» Neppure finii di pronunciare quelle parole che subito corsi ad accendere il PC per fare delle ricerche su Internet, non ci misi molto. «Miriam, forse ho una traccia. Si dice che viva in una baita in prossimità della Valle Maira; certo, sono notizie di qualche anno fa, ma devo provarci, vorrei partire domattina.»
«Domani?! Non sarai troppo precipitoso? Sei stanco, hai lavorato per giorni interi allo sgombero e non hai ancora finito, per non parlare del fatto che non sai bene dove si trovi quest’uomo; potrebbe essere morto… sono passati tanti anni. Cerchiamo di ragionare senza agire di impulso.»
«Amore, dopo quello che ho letto, non riuscirei a stare qui un solo giorno di più. Stai tranquilla. Adesso mi stampo un itinerario del posto e contatto la forestale, così prendo appuntamento con uno di loro per domani mattina. Di certo sapranno indicarmi il percorso meno rischioso tra la neve. Fidati di me. Un solo giorno, al massimo due, e sarò di ritorno.»
«Va bene, Matteo. Sono solo preoccupata, ma capisco che sia giusto che tu vada, e poi sei cocciuto come un mulo, non servirebbe a nulla dirti di no.»
«Mi spiace non poter trascorrere un po’ più di tempo con te e Diego, queste vacanze natalizie sono state un tour de force per via dello sgombero dell’alloggio di mia madre.»
«Non è colpa tua. Era un lavoro da fare. Adesso concentrati sul nuovo obiettivo.»
«Ti amo, Miriam. Se non ci fossi tu, non so come farei.»
«Ti amo anch’io.»
«Scendo in garage a preparare l’attrezzatura e poi andiamo a dormire.»
«Va bene. Io vado a controllare Diego nella sua cameretta.»
«No, lascia, vado io. Non lo vedo da stamattina, e anche domani non riuscirò a stare con lui…»
«Va bene, allora vado a farmi una doccia.»
«Sì… e poi corri a riscaldare il letto anche per me.»
«Ti approfitti sempre di me.»
«Forse… però ti amo da impazzire.»
Miriam mi fece uno dei suoi sorrisi migliori e mi strinse le braccia al collo. Mi sentivo particolarmente fortunato quella sera. Contraccambiai l’abbraccio stringendola forte a me.
«Fammi andare da Diego, prima che approfitti sul serio di te.»

Mi svegliai alle cinque del mattino e poco dopo mi misi in viaggio per la Valle Maira. L’unica luce che si vedeva a quell’ora era quella dei lampioni e dei fari della mia macchina che illuminavano la strada.
L’appuntamento con la guardia forestale era alle sette, ero in perfetto orario.
Da quando era nato Diego le mie escursioni alpinistiche erano diventate più sporadiche, ma, negli anni precedenti, avevo avuto modo di coltivare la mia passione nonostante il disappunto di mia madre, che solo ora riuscivo a comprendere.
Arrivai all’appuntamento al bar di Dronero, un paese alle porte della Valle Maira, con venti minuti di anticipo, potevo anche concedermi un caffè.
Le previsioni del tempo erano favorevoli: il cielo era parzialmente nuvoloso ma con la tendenza a schiarite e la temperatura era sotto lo zero. Nonostante ci fosse parecchia neve, dotato dell’attrezzatura giusta non avrei avuto problemi a raggiungere la mia meta.
Mentre sorseggiavo il mio caffè entrò un uomo. Dall’abbigliamento si trattava senza dubbio di una guardia forestale, ma volevo accertarmi che fosse proprio l’uomo che dovevo incontrare.
«Buongiorno, lei è il signor Giraudo?»
«Matteo?»
«Sì, piacere. Mi scusi se le ho dato appuntamento così presto, ma ho bisogno del suo aiuto.» E ancor prima di terminare la frase gli mostrai l’articolo di giornale che avevo trovato a casa di mia madre.
«Non si preoccupi. Mi faccia vedere.»
Quell’uomo sui quarantacinque anni, così disponibile, senza neanche sedersi e perdere un attimo di tempo, lesse con attenzione quanto riportato su quel sottile foglio di carta ingiallito.
«Posso sapere qual è il motivo della sua ricerca? È un parente, un amico?»
Argomentai brevemente il perché di tanta urgenza: quell’uomo era un amico di mio padre, l’unico a essere rimasto in vita e l’ultimo ad averlo visto prima della tragedia.
La guardia mi fornì tutte le indicazioni per arrivare alla baita e mi spiegò che l’uomo che stavo cercando era abbastanza noto da quelle parti, ma che non l’aveva mai conosciuto di persona, perché lui se ne stava sempre lì, tutto solo, in quella baita sperduta.
Lo ringraziai per la sua disponibilità, mi sentivo pieno di energia e di speranza.
Uscimmo insieme dal locale, e prima di salire in auto mi disse: «Mi faccia avere sue notizie. E mi raccomando, stia attento: quello è il territorio dei lupi».
«Sarò molto cauto, non si preoccupi. Grazie ancora.»
I lupi, non avevo pensato a loro. Certo, era un azzardo. Per precauzione decisi di prendere dall’auto dei piccoli petardi che avevo comprato per festeggiare il capodanno: in caso di pericolo, li avrei usati per spaventare quegli animali.
Lasciai il veicolo nel punto indicatomi dalla guardia e inviai un SMS a Miriam. Poi mi incamminai con gli sci sulle spalle.
Feci il primo tratto a piedi, perché la neve era troppo farinosa. Poi, quando il manto bianco divenne più compatto, infilai gli sci e iniziai lentamente a percorrere una salita che si fece sempre più ripida.
Mentre camminavo sentii distintamente il rumore di un elicottero. Era quello del servizio forestale che stava sorvolando proprio la zona dove ero diretto.
Forse è un normale controllo di routine, pensai.

Erano trascorse ormai un paio d’ore da quando avevo iniziato a camminare, e decisi così di fare una breve sosta per reidratarmi e consultare la cartina. Mancava poco, una mezz’ora al massimo.
Dopo qualche minuto dalla mia sosta, sentii nuovamente l’elicottero. Lo vidi volare a pochi metri sopra di me e dirigersi nella direzione opposta alla mia, stava rientrando.
Faceva molto freddo, il cielo era completamente terso e il paesaggio incantevole.
Dalla piccola collina su cui mi trovavo intravidi una baita. Decisi di togliere le pelli di foca dagli sci e di iniziare la breve discesa che mi avrebbe condotto proprio davanti alla costruzione in legno.
Ero arrivato finalmente. Giunto davanti alla baita mi tolsi gli sci. L’unica cosa che mi separava dalla porta d’ingresso era il respiro caldo e affannato che mi fuoriusciva dalla bocca.
Bussai alla porta, ma nessuno venne ad aprirmi.
«Ehilà, c’è qualcuno?» chiesi con tono sostenuto, sperando che qualcuno mi sentisse.
Non udendo alcuna risposta, indietreggiai portandomi sul lato sinistro della baita, nella speranza di scorgere qualcuno da una delle finestre.
Notai, poco distante da lì, un cumulo di neve che ricopriva una vettura. Dalla mole poteva trattarsi di un fuoristrada.
Mi avvicinai per ispezionarlo. Doveva essere la sua auto. Con la mano inguantata tolsi un po’ di neve dal parabrezza. Da quel misero varco intravidi solamente dei sedili lisi e sporchi.
Buttai giù anche la neve che ricopriva il cofano. Era un Defender rosso. Guardai in basso per verificare lo stato dei pneumatici: non si vedevano più.
Feci un varco nella neve: erano a terra, e i cerchioni maculati di ruggine. Questo mi portò a pensare che il veicolo fosse fermo e inutilizzato da diverso tempo.
Niente, del proprietario non c’era alcuna traccia. Tornai deciso davanti alla porta e provai ad aprirla: non era chiusa a chiave, così, benché non fossi autorizzato a farlo, entrai.
L’abitazione era talmente piccola che ci misi pochi istanti a esplorarla. Dalla cucina, la prima stanza a cui avevo avuto accesso, andai nella camera da letto. Era arredata in maniera essenziale: un letto con sopra delle coperte ripiegate accuratamente, e un vecchio comodino di legno scuro sul quale era stata sistemata una lampada a olio. Lassù non arrivava neppure la corrente elettrica.
Tornai in cucina per andare a ispezionare l’altra stanza, il bagno, e tutto ciò che vi trovai fu una cesta da cui strabordavano i panni sporchi.
Mi spostai di nuovo nella prima stanza e notai subito il camino: era stracolmo di cenere; una cassetta della legna con dei ceppi giaceva lì a lato.
Mi avvicinai, presi una manciata di cenere e l’annusai. Dalla consistenza e dall’umidità doveva trattarsi di cenere di almeno due giorni prima. La baita era infatti molto fredda.
Nella credenza le stoviglie erano state riposte con ordine e il putagè per cuocere le pietanze era freddo.
Buttai un occhio sul tavolo poco distante, sopra vi scorsi un diario. Mi avvicinai, tolsi i guanti e lo presi in mano, era stato lasciato aperto alle ultime pagine.

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Marianna De Angelis
nasce a Moncalieri in provincia di Torino nel 1972. La scrittura diventa una delle sue passioni solamente in età adulta e in breve tempo la sua creatività finisce su carta dando vita a due opere dedicate ai bambini: Dolly and me, Marty un’imprenditrice di successo (2017)e Mamma, hai scritto una favola? (2017). Céline, leggenda di una lupa è il suo primo romanzo rivolto a un pubblico adulto.
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