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L'Ulisse che perse la rotta

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Quattro distinti racconti che formano un romantico e avventuroso ciclo vitale. Un’avventura adolescenziale in Il cat non soffia alla luna. Una poetica e introspettiva avventura in Come petali lievi. Il delicato racconto di un nonno a suo nipote in Capo Horn. La ricerca delle radici e la rinascita in Il ramo di corallo. Quattro distinti racconti che propongono il viaggio e la navigazione in “mare aperto” come stile di vita e orizzonte di possibilità.

Il cat non soffia alla luna

Primo giorno

«E se costruissimo un catamarano?»

Così Valerio spezzò l’incantesimo della noia: quel tempo sospeso nel vuoto, in bilico su una nuvola.

Valerio e Ricky sedevano sui loro teli colorati, stesi alla rinfusa, quasi gettati, sulla bianca spiaggia. La brezza pomeridiana stava iniziando a calare, dopo che, nelle ore centrali della giornata, aveva soffiato più intensamente. Qualche deriva rientrava lentamente verso la spiaggia, bordeggiando tra i cabinati a vela e quelli a motore ancorati in rada. I surfisti, annoiati, non avevano neanche tirato fuori le tavole a vela dalle loro custodie: per loro il vento era troppo poco e, forse, il giorno dopo, almeno quelli più intraprendenti, sarebbero andati alla ricerca di spiagge più ventose; magari, macinando un po’ di chilometri sarebbero potuti arrivare fino a Porto Pollo. Quello sì che era uno dei posti giusti per fare surf a vela.

«E perché vorresti costruire proprio un catamarano?» gli rispose con flemma Ricky, come se risvegliarsi dal torpore gli costasse una fatica immensa.

Valerio, assorto come se stesse già progettando scafi e piano velico: «Perché sarebbe divertente veleggiare per tutto il golfo: Inoltre potremmo pescare a traina, farci dei bei bagni nelle calette più nascoste; potremmo perfino arrivare fino a quell’isolotto laggiù all’orizzonte».

L’isolotto di Mortorio, poco distante da punta Lada che delimita a nord-ovest il golfo di Marinella, benché disabitato o forse proprio per quello, aveva sempre esercitato un’attrazione irresistibile per i ragazzi; poco più che uno scoglio battuto dal vento, con poca, bassa, vegetazione mediterranea, era meta giornaliera di chi, dotato di un natante, anche piccolo, cercava calette poco affollate e di pochi coraggiosi che, sfidando la popolazione di topi, di cui si dice fosse ricco, vi trascorrevano la nottata. I racconti di chi, negli anni passati, aveva pernottato in una delle sue insenature, avevano contribuito a creare un alone di mistero. Si raccontava, inoltre, che vi fosse stato nascosto dai pirati Saraceni un tesoro, poco prima dello scontro mortale coi Genovesi che all’epoca controllavano l’area.

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«È vero, ma finiremmo di costruirlo, sempre che ci riuscissimo, a vacanza finita, al momento di tornare a casa; se proprio ci tieni potremmo prenderne uno a noleggio.»

«E con quali soldi pensi che potremmo noleggiarlo? Hai visto quanto costa qualsiasi cosa su questa spiaggia? No, l’unica soluzione sarebbe costruirne uno nostro. Però hai ragione, ci vorrebbe troppo tempo, magari si potrebbe fare durante l’inverno.»

Valerio era rivolto, con sguardo assente, verso il mare; sembrava stesse osservando le piccole derive che bordeggiavano tranquillamente per rientrare o gli armi delle imbarcazioni a vela, pigramente ancorate alla ruota; il vento caldo gli scompigliava i lunghi capelli ribelli.

«Dai, non ci pensare più. Che ne dici, invece, di pescare dal pontile, stasera? Il tempo è buono, il mare dopo il tramonto sarà una tavola, compriamo un paio di scatole di muriddu o tremolina e con pochi soldi ci divertiamo a pescare mormore a trainetta.»

Riccardo, Ricky per gli amici, capelli corti e ciuffetto alla Tintin, tendeva sempre a semplificare, non per superficialità, quanto per alleggerire situazioni complesse o troppo difficili da gestire per la sua età adolescenziale.

«Ma non volevi andare in piazzetta, stasera?»

«Non fa niente, tanto quel cretino di Andrea continua a monopolizzare l’attenzione di quelle quattro scorfane che ci sono» gli fece Ricky, un po’ demoralizzato.

«Hai ragione, è proprio un cretino presuntuoso e poi, non è che ci sia così tanta scelta tra le ragazze. Ok, stasera si pesca, domani penseremo alle ragazze. Magari, visto che è domenica, ne arriveranno di nuove.»

«Dai, ora facciamoci l’ultimo bagno, poi andiamo a comprare le esche e a preparare le canne, così al tramonto saremo già pronti.»

Con il sole scomparso dietro l’orizzonte, era calato del tutto anche il vento. Il momento di stasi che precede l’inversione della brezza termica, insieme allo svuotarsi della lunga spiaggia, amplificava il rumore della risacca; nell’aria, insieme ai profumi di mirto, corbezzolo, rosmarino, tipici della macchia mediterranea, si miscelavano gli odori delle cucine e dei barbecue che entravano in azione nei dintorni. Rimanevano in spiaggia solo alcuni sparuti gruppetti di ragazzi che si apprestavano a rientrare a casa per prepararsi all’uscita serale. Valerio e Ricky, muniti di canne e cassetta da pesca, si avviarono verso il pontile in legno che si protendeva per una ventina di metri nel mare; giunti presso la testata posarono l’attrezzatura e fecero una ricognizione tutto intorno al pontile. L’acqua cristallina, senza più il riflesso del sole, lasciava intravedere il fondo. Legati al pontile c’erano solo un paio di tender delle imbarcazioni all’ancora nell’ampia rada. Iniziarono la preparazione dell’attrezzatura: le canne da lancio lunghe tre metri, adatte per quel tipo di pesca leggera che intendevano effettuare, montando, infilato sul filo di nylon, un piccolo piombo piatto, con dei dentini che avevano la funzione di raschiare sul fondo, una girella che aveva anche la funzione di arrestare il piombo e un terminale di una cinquantina di centimetri di nylon più sottile, con un piccolo amo all’apice.

«Destra o sinistra?»

«Come vuoi tu, per me va bene qualsiasi lato, l’importante è che ci divertiamo» gli fece accondiscendente, Ricky.

Iniziarono lanciando e richiamando l’esca, cercando di raggiungere sempre punti diversi, a poche decine di metri di distanza. Mantenendo costantemente teso il filo riuscivano a sentire le vibrazioni date dalle abboccate dei pesci e quello era il momento più emozionante e divertente. Procedettero silenziosamente per un po’, scambiandosi le postazioni, finché Ricky riprese la parola.

«Però, che bella la luna, è quasi piena.»

«Sì, è molto bella e fra qualche giorno lo sarà del tutto» gli rispose Valerio.

«Come fai a distinguere la luna crescente da quella calante?» gli domandò Ricky.

«È un vecchio trucco che mi ha insegnato un pescatore, basta ricordarsi che la luna è bugiarda: quando è a forma di C come crescente è decrescente, quando è a forma di D come decrescente è, invece, crescente.»

«Che forza! Così sì che è facile capirlo!»

Poco dopo, un tender si staccò da una delle barche in rada e si diresse verso il pontile; Ricky, che stava sentendo delle mangiate sulla sua canna, indugiò un po’ prima di ritirare la lenza dalla rotta del tender.

«Cavolo!»

«Che succede?»

«Porca miseria» gli fece Ricky, sottovoce.

«Che cavolo…»

«Hanno preso la lenza con l’elica» gli fece, con voce ancora più bassa, Ricky.

«Taglia subito la lenza, prima che se ne accorgano.»

Ricky appoggiò la canna sul pontile, accucciandosi, e rapidamente, mentre la frizione del mulinello fischiava, cedendo lenza, e il ronzio del piccolo motore fuoribordo del tender si avvicinava, la tagliò con delle forbicine da pesca.

«Fatto» fece, a mezza bocca, Ricky.

«Bene.»

Poco dopo, mentre i due uomini del tender sbarcavano sul pontile, Valerio e Ricky ostentarono indifferenza, fintamente indaffarati sul lato opposto del pontile. L’incidente venne presto dimenticato: in fondo non era accaduto nulla di grave, almeno all’apparenza. La pesca continuò, con risultati scarsi, per un’altra oretta almeno, parlottando di posti migliori dove pescare, della ricchezza di pesce presente vicino alle aree vietate, come all’imboccatura dei porti o, addirittura, dentro di esse.

Nel frattempo la luna era tramontata dietro la punta sud, rendendo il pontile e il mare un po’ più bui; quando i due ragazzi stavano già meditando di andarsene, ritornarono, un po’ schiamazzanti e in compagnia di due donne, gli occupanti del tender. Valerio e Ricky, un po’ infastiditi, li guardarono imbarcarsi e staccarsi dal pontile. Dopo pochi metri il motore del tender si fermò; gli uomini a bordo, perplessi, iniziarono a trafficare col fuoribordo. Il motore, con l’accensione a strappo, stranamente, si accendeva subito ma, appena inserita la marcia, si spegneva di nuovo. I due ragazzi, intuendo immediatamente l’accaduto, si guardarono in faccia, trattenendosi a stento dallo scoppiare a ridere.

«Ma quanta lenza gli è finita nell’elica?» domandò, sottovoce, Valerio a Ricky.

«Parecchia. Mi hanno svuotato mezzo mulinello» gli rispose, con voce ancora più bassa, Ricky.

«Forse è meglio se ce ne andiamo di corsa, allora» gli rispose Valerio, combattuto tra il divertimento e la preoccupazione per le conseguenze.

Raccolta in breve tempo l’attrezzatura, i due ragazzi si dileguarono nel buio, sghignazzando senza vergogna, proprio mentre gli occupanti del tender sovraccarico, imbarazzati di fronte alla pessima figura fatta con le donne, iniziavano a sollevare il motore per controllarne l’elica, prima di rassegnarsi e procedere a remi fino alla loro barca.

Secondo giorno

Il giorno successivo giunsero in spiaggia molto tardi, sfruttando un passaggio che offrì loro Giovanni, il fattorino del piccolo supermercato vicino al villaggio turistico dove soggiornavano. Salirono entrambi, stringendosi un po’, sullo stesso sedile del suo scassato furgoncino bianco e si avviarono tra stradine contornate di olivastri e rocce granitiche. Giovanni li portò fino all’imbocco del polveroso parcheggio della spiaggia, prima di proseguire verso casa, avendo ormai terminato di lavorare, per quel giorno. I due ragazzi lo salutarono calorosamente: aveva risparmiato loro almeno due o tre chilometri a piedi, visto che in alternativa avrebbero dovuto attendere che la navetta ricominciasse il suo servizio, dopo l’interruzione per la pausa pranzo.

A giudicare dal parcheggio saturo di automobili e moto di tutti i tipi, anche la spiaggia non sarebbe stata da meno. In fondo si trattava di una bella giornata, per di più festiva, e molti residenti che non lavoravano, finalmente, si riappropriavano del loro splendido mare. Quella, poi, era una delle spiagge più grandi e frequentate di quella porzione di Sardegna.

Dovettero procedere a uno slalom, sulla sabbia infuocata, tra ombrelloni, teli e sdraio, per avvicinarsi al mare, ma in fondo c’erano spiagge ben più affollate e, senz’altro, meno belle di quella. Il pensiero di entrambi correva subito al mare di Ostia, dove sarebbero tornati a vivere a fine vacanza.

Giunti più o meno a metà della profonda e lunga spiaggia, tra profumi di creme solari, musica che si spandeva dalle grandi radio portatili, schiamazzi e brezza marina, si guardarono intorno e individuarono facilmente il gruppetto di ragazzi con cui passavano buona parte del tempo in spiaggia. Nel gruppo c’era qualche novità. Effettivamente, con il cambio turno del fine settimana, nei villaggi e negli appartamenti in affitto c’erano stati dei nuovi arrivi. Si trattava di Roberto, un ragazzo di Firenze e due sue cugine: Francesca e Virginia.

Le due ragazze, molto carine, naturalmente focalizzavano l’attenzione interessata dei maschi del gruppo e quella più difensiva delle quattro – così come le aveva definite Ricky – scorfane. L’atmosfera era sicuramente più frizzante del solito: quantomeno si giovava della novità. Valerio e Ricky avevano gettato, come al solito, i loro teli, un po’ alla rinfusa e con aria fintamente sbadata, il più vicino possibile alle due ragazze. In pratica si era venuto a creare un accampamento impossibile da attraversare, un vero e proprio sbarramento, vociante e allegro.

Nel gruppo mancava solo Andrea. Ma questo, dal punto di vista di Valerio e Ricky, era una nota positiva, benché suonasse strana la sua assenza. C’era, inoltre, nel gruppo di ragazzi, una strana riluttanza a parlare di quello che avrebbero fatto la sera, come se nessuno se ne preoccupasse, o come se tutti avessero già impegni presi in precedenza. Valerio e Ricky, però, non sembravano preoccuparsene, impegnati com’erano a cercare di far bella figura con le nuove arrivate e, in effetti, riuscendo nell’intento di creare, almeno, una corrente di simpatia.

L’incantesimo si spezzò rapidamente, però, quando comparve Andrea. Coetaneo di Valerio e Ricky, era di pochi centimetri più basso di loro ma dal fisico atletico e con la baldanza sicura di sé di chi proviene da una famiglia agiata. Appena i nuovi arrivati gli furono presentati da Claudio, che in quel contesto tendeva sempre a svolgere la parte dello scudiero, Andrea cercò di catturare l’attenzione delle ragazze, con gran fastidio di Valerio e Ricky, che non lo avevano molto in simpatia; sentimento certamente ricambiato, visto che al momento del saluto li aveva ignorati platealmente, rivolgendosi solo alle ragazze.

«Ben arrivate» fece loro, con un sorriso accattivante, come se fosse il padrone del luogo pensò Valerio. Poi, continuando: «Stasera darò una festa per il mio compleanno: siete invitati tutti» disse, accompagnando stavolta l’invito con uno sguardo circolare che includeva sia Roberto che Valerio e Ricky, in un gesto che voleva essere magnanimo.

Valerio e Ricky rimasero di stucco, non se lo aspettavano e il fatto che gli altri ragazzi non mostrassero alcuna sorpresa all’annuncio, tranne i nuovi arrivati, ovviamente, fece subito balenare loro l’idea che ne fossero già al corrente. In un’altra situazione non avrebbero avuto dubbi e avrebbero certamente ignorato l’invito, che però, forse, in quel caso non ci sarebbe nemmeno stato.

«Grazie» gli fecero in coro le due ragazze, sorridenti.

«Verremo volentieri» aggiunse Francesca.

Roberto si limitò ad annuire con un sorriso, mentre Valerio e Ricky si sentirono un po’ presi in trappola. Se avessero deciso di non andare avrebbero rinunciato alle possibilità che si aprivano loro con le nuove arrivate, lasciandole troppo facilmente nelle grinfie di Andrea. Accettando, d’altra parte, avrebbero dovuto essergli riconoscenti, provvedendo anche ad acquistare un regalo di compleanno. Ovviamente il tempo era poco, tanto quanto le risorse da destinargli, a dire il vero . Sarebbero stati costretti a chiedere agli altri ragazzi se si erano già organizzati per un regalo collettivo, a cui, possibilmente, aggiungersi. La cosa ovviamente li infastidiva, tanto quanto ringraziare Andrea dell’invito. Non c’è che dire, si trattava di una trappola bella e buona, almeno per il loro orgoglio.

L’umore pomeridiano si poteva quindi considerare già compromesso; riguardo la serata avrebbero fatto di tutto per godersela ugualmente, fregandosene il più possibile di Andrea e delle sue manovre. D’altronde le nuove arrivate erano due: non avrebbe potuto monopolizzarle entrambe. Così almeno pensavano e, comunque, erano pronti a dare battaglia.

Si guardarono per un attimo negli occhi, intendendosi rapidamente, e accettarono l’invito anche loro, rimandando a un momento successivo la risoluzione degli altri problemi.

Festa

A differenza degli altri ragazzi che soggiornavano in appartamenti, presi in affitto da privati o nei villaggi turistici dei dintorni, Andrea era in vacanza nella magnifica villa di proprietà dei genitori.

In quel tratto di costa che delimita il golfo dal lato di ponente, più alta e scoscesa di quella sul lato opposto, gli olivastri, le piante di mirto e i cespugli di rosmarino la facevano da padroni, nascondendo diverse splendide residenze. Le più belle di queste ville erano state costruite con lo stesso granito delle rocce tra le quali si mimetizzavano con discrezione. La stessa discrezione che, negli anni Sessanta e Settanta, era ancora alla base della presenza di industriali e imprenditori, italiani e stranieri, in quelle bellissime zone.

La famiglia di Andrea faceva parte di quegli imprenditori, veneti e lombardi, che avevano investito molto nella Costa Smeralda e nei suoi dintorni, acquistando terreni e costruendo le prime strutture turistiche, oltre a prestigiose proprietà residenziali. Tutta la parte nord-orientale della Sardegna era stata, in quel periodo, terreno di conquista per chi aveva soldi da investire.

Quella sera ad Andrea fu concesso di dare una festa con i suoi amici estivi nella villa dei genitori, ma senza eccesivi sfarzi, poiché il pericolo dei sequestri di persona, piaga della Sardegna, ma non solo, di quegli anni, non andava sottovalutato e mettersi inutilmente in mostra non era certo il modo migliore per scongiurarlo. Inoltre, di lì a pochi giorni sarebbero tornati a Verona, dove Andrea avrebbe festeggiato nuovamente e in maniera più grandiosa con amici e parenti. I genitori, quindi, rimasero defilati negli altri locali della villa, senza lasciarla interamente nelle mani dei ragazzi. C’era, tuttavia, spazio a sufficienza per la trentina di ragazzi invitati da Andrea e che si disperdevano facilmente tra il giardino che contornava la piscina, il salone e il patio.

Gli unici alcolici permessi erano stati un numero limitato di birre, il cui controllo era affidato ai domestici filippini, i quali avevano il compito di riferire sulle eventuali trasgressioni. Naturalmente i ragazzi si erano fatti facilmente beffe di tale divieto, introducendo un certo numero di bottiglie di super alcolici, acquistati direttamente, con l’aiuto di adulti compiacenti, in un supermarket di Olbia. Claudio si occupava della loro gestione, nascondendoli e versandoli, godendo di quel piccolo potere che ne derivava.

Si erano formati vari gruppetti di ragazzi, vocianti e allegri, forse anche per l’alcol a cui avevano già dato fondo: malgrado Claudio cercasse di lesinarlo, due bottiglie di whiskey erano già finite. Il gruppo più numeroso, naturalmente, era quello che contornava il festeggiato, tra cui c’erano le nuove arrivate Francesca e Virginia, rapite dalla bellezza della villa e dallo sfoggio di agiatezza che Andrea cercava di amplificare il più possibile, contravvenendo alle disposizioni dei genitori. I tentativi di Valerio e Ricky di attirarne l’attenzione si stavano rivelando velleitari e frustranti. C’era una certa simpatia tra loro e le ragazze, ma più di qualche sorriso non riuscivano a ottenere. Forse non era la serata giusta, non lo erano né il luogo, né l’occasione. I riflettori, infatti, erano tutti per Andrea.

«Senti, stasera, secondo me, non si combina niente con quelle due. Sono talmente ipnotizzate da tutto questo» disse, intendendo la villa, la servitù, quello che a loro appariva come sfarzo «che mi sembra tempo perso continuare a provarci» fece Valerio a Ricky.

«A me, però, Virginia ha sorriso, più di una volta.»

«Sì, vabbè! Ma non lo vedi che stanno facendo a gara per stabilire quale di loro riuscirà a conquistare il figlio di papà. Secondo me, se anche ci fossero delle possibilità, non sarà stasera che accadrà quello che speri. E poi a me non va di fare la riserva di nessuno.»

«Io, comunque, continuo a provarci» rispose Ricky, per nulla intenzionato a cedere.

«Fai quello che vuoi,» ribatté, disilluso, Valerio «io vado a dare un’occhiata dentro casa. Ho intravisto da una finestra un modellino di nave. Di tutto questo sfoggio mi sembra la cosa più interessante da osservare.»

«Ma dove lo hai visto? Non puoi mica andartene in giro in casa d’altri. Andrea ha espressamente detto che potevamo utilizzare solo il salone.»

«Chi se ne frega di Andrea! E poi, credo che sia in uno studio vicino al salone. Stai tranquillo, non tocco nulla. Do solo un’occhiata.»

«Cerca di non metterti nei guai.»

«Secondo me stai rischiando di più tu con quelle due» gli fece Valerio, sorridendo e allontanandosi.

Nessuno sembrò prestargli attenzione mentre si avviava verso il portico, passando attraverso le fiaccole, sparse anche intorno alla piscina, le quali avevano una duplice funzione: scenografica e repulsiva per le poche ma fastidiose zanzare.

Attraversato il portico entrò nel salone. Alla sua sinistra, sul divanetto di un salottino, una coppia di ragazzi era aggrovigliata e impegnata in effusioni che li isolavano dal contesto che li circondava. Valerio diede loro solo uno sguardo, poi si indirizzò verso destra, mentre i ragazzi non si accorsero neppure della sua presenza. A metà circa del lungo salone rettangolare si apriva un disimpegno, separato da due scalini a salire e un basso muretto, che dava l’accesso alle altre ali della villa e portava alle scale per il piano superiore.

Valerio si accertò che nessuno, dalle ampie finestre che davano sul giardino, lo notasse e si diresse deciso verso il disimpegno, svoltando a destra e seguendo un corto corridoio che sembrava condurlo verso lo studio che aveva notato dall’esterno. Giunto di fronte alla porta che cercava, si bloccò. Dall’interno proveniva della musica classica, un genere che lui non conosceva ma che era in grado di catalogare come tale. Si trattava del Requiem di Mozart. Valerio rimase come imbambolato, ipnotizzato dalla potenza del Dies Irae, fermo davanti a quella porta chiusa, senza avere il coraggio di entrare o andarsene.

Nel frattempo, all’esterno, nel giardino, Ricky si affannava nel tentativo di attirare l’attenzione di Virginia, avendo scelto di puntare decisamente su di lei. L’assedio ad Andrea, invece, si stava un po’ allentando. Si era infatti creata una certa gerarchia tra le ragazze più belle che ancora ambivano a conquistare il padrone di casa e le altre che, avendo ormai rinunciato all’impresa, al massimo svolgevano una funzione di disturbo. I ragazzi invece, almeno quelli che non erano già accoppiati, cercavano di disputarsi le ragazze ormai fuori competizione. Non mancava poi chi non era proprio interessato a questa lotta, vuoi per timidezza o perché il diverso grado di maturazione lo portava ancora, per poco forse, verso altri interessi.

Andrea, dal canto suo, si stava godendo la serata, divertito, quasi ebbro, di questo potere che gli derivava però non dalle sue capacità personali, quanto da quelle del padre e dai beni che questi aveva accumulato. Ogni occasione era buona, infatti, per pavoneggiarsi con gli altri ragazzi. Qualche volta lo aveva sfiorato il pensiero, in realtà destabilizzante, che forse avrebbe preferito un atto di approvazione o di elogio. Di fatto, il padre, pur non facendogli mancare nulla dal punto di vista materiale, lo rimproverava continuamente per gli scarsi risultati in ogni campo, a scuola e nella vita. Andrea finiva sempre però per scacciare tale pensiero, quasi con fastidio, crogiolandosi nella sua facile vita. D’altronde perché impegnarsi, quando si possiede già ciò che serve? Questo era quello che pensava ogni volta che la lotta si faceva più dura. In fondo non c’era gara né competizione, lui non era uno sfigato come i ragazzi che lo contornavano e che forse erano utili, se non strumentali, alla costruzione del suo io.

Nave da battaglia

A nessuno sembrava mancare Valerio, presi com’erano, ognuno dai propri personali interessi e obiettivi. Davanti a quella porta, intanto, il tempo sembrava sospeso. Con il respiro fermo in gola, Valerio ascoltava la musica proveniente dall’interno, mentre il suo cuore sembrava battere come il tamburo dell’orchestra, ma più sommesso, quasi avesse paura di farsi sentire. Non era più in grado di valutare con esattezza il tempo. Si sentiva come sollevato e sospeso nel vuoto. Aveva l’impressione che, se avesse cercato di correre via, sarebbe rimasto a muovere le gambe in aria, senza spostarsi minimamente dal punto in cui si trovava. Oppure sarebbe schizzato come una molla improvvisamente liberata da una potente compressione. Se solo potessi muovermi, pensava. Tutto questo tumulto agiva su di lui, dentro di lui, come un rimescolamento profondo e inquietante.

D’improvviso si aprì la porta. Ma la molla non scattò. Ci fu solo un’ondata di gelo che calò su di lui, come la nota stridula di un violino, impadronendosi del suo corpo e pietrificandolo all’istante.

«Ha perso la strada? Cerca qualcosa?» gli fece, con una certa durezza, l’uomo apparso di fronte a lui.

Valerio era rimasto a bocca aperta, senza parole e con le gambe che gli tremavano.

«Le sta cadendo anche la mandibola. Direi che è il caso di provvedere, prima che le finisca a terra» gli fece l’uomo, con un ghigno sarcastico.

L’attenzione di Valerio era focalizzata su quel viso duro e deciso, incorniciato da capelli brizzolati e un pizzetto un po’ mefistofelico. Poi, a riscuoterlo e a fargli ritrovare la parola, intervenne qualcosa che vide alle spalle del suo interlocutore. Fu come se si fosse spezzata la catena di un’ipnosi. Visualizzando un oggetto, poco lontano dal centro di attrazione rappresentato dallo sguardo del suo fascinatore, riuscì a riprendere possesso delle sue facoltà.

«Mi scusi» fece, con voce incerta.

L’uomo si avvide del cambio di sguardo, ma non distolse l’attenzione dal viso di Valerio, come a voler mantenere la supremazia. «Cercava qualcosa?» insistette.

«Mi scusi» fece di nuovo Valerio. Poi decise o scelse, forse involontariamente, come se seguisse un’indole più forte di ogni apparente convenienza, che forse era meglio dire la verità.

«Ero curioso di vedere da vicino quel modello di nave» fece accennando appena con gli occhi, come se non potesse distrarre a lungo lo sguardo dall’uomo che lo interrogava, il quale non cessava di guardarlo dritto nei suoi.

«Avevo intravisto dalla finestra quel modello di nave ed ero curioso di vederla da vicino. Mi scusi ancora per essermi permesso» balbettò, un po’ intimorito, «poi sono rimasto, come ipnotizzato da questa musica» fece, riprendendo fiato.

La tensione sembrò allentarsi un po’ nel viso del suo interlocutore, i lineamenti farsi meno duri. Girò lo sguardo, per un solo istante, verso l’oggetto che aveva calamitato l’attenzione di Valerio, poi si rivolse di nuovo a lui.

«Entri allora. Gliela farò vedere da vicino» gli rispose, facendosi da parte.

Valerio restò titubante per una sola frazione di secondo, poi entrò in quello che era uno studio, non molto grande. Alla sua destra, sul lato più corto, una scrivania e una comoda poltrona per la lettura, di fronte a sé l’ampia finestra da cui aveva visto il modello di nave, sulla parete su cui si apriva la porta una libreria in cui dominavano libri a tema nautico o storico; infine, sulla parete di sinistra, tra stampe, carte nautiche e cimeli militari, dominava, anche per le dimensioni, la nave da guerra.

«Eccola. La nave da battaglia Roma. È stata il vanto dei nostri cantieri navali e della Marina Militare Italiana» gli fece, godendosi la faccia stupita di Valerio che, lentamente, si avvicinava per vederla meglio.

Constatato che l’interesse di Valerio era vero, l’uomo si fece più disponibile.

«È stata affondata non molto lontano da qui, nel golfo dell’Asinara. Il punto esatto dove giace non lo conosce nessuno e forse è meglio così, visto che vi riposano 1352 marinai. Fummo colpiti da aerei tedeschi mentre eravamo in navigazione per consegnarci alle forze alleate, subito dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943.»

«Quindi lei era a bordo, quando accadde?» gli fece Valerio, stupito e con ancora maggior curiosità.

«Sì, ero molto giovane e facevo parte di un’unità del Reggimento San Marco. Venivamo dalle battaglie in Africa con Rommel; eravamo stati gli ultimi ad ammainare la bandiera in terra africana, persino dopo i Tedeschi. Alcuni di noi si trovavano a bordo di questa magnifica nave al momento dell’armistizio, quando quelli con cui avevamo diviso la sorte e la fame divennero, improvvisamente, per decreto, nostri nemici. Ci affondarono proprio per impedirci di consegnare la flotta agli anglo-americani. Fui uno dei 622 che si salvarono dalla morte.»

Valerio ascoltava a bocca aperta, affascinato. Decine di domande si affollavano nella sua mente ed era intenzionato a porle tutte, completamente distratto ormai dalla festa che si svolgeva fuori di lì.

03 maggio 2018

Recensione su “Nautica”

Ecco una nuova recensione di L'Ulisse che perse la rotta sul mensile "Nautica".
08 Marzo 2018
Cari lettori! La presentazione di Marco Bernardi del 4 marzo è stata un successo! Ecco a voi un bellissimo video della presentazione - che potete trovare al seguente link https://bit.ly/2I9yOKm - e alcune fotografie scattate durante l'evento!
10 Gennaio 2018
Il 4 marzo non perdete la presentazione de "L'Ulisse che perse la rotta" con l'autore Marco Bernardi a Roma! Tutti i dettagli dell'evento al link https://bit.ly/2DfzsUK
09 Marzo 2018
Cari lettori! Ecco a voi una bellissima recensione del libro "L'Ulisse che perse la rotta" dell'autore Marco Bernardi sul giornale "Le Fiamme d'Argento". Buona lettura!

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Marco Bernardi
Marco Bernardi è nato a Roma nel 1964, ha prestato servizio di leva nell’Arma dei Carabinieri ed è imprenditore nell’azienda di famiglia. II Dan di Karate, velista, maratoneta e ballerino di tango argentino, ha pubblicato Alea iacta est (2012), Panta rei, incroci in alto mare (2013) e diversi racconti brevi su varie riviste.
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