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Cose nostre - La ricerca

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In una Genova colpita da una forte alluvione, il clochard Francesco Treolo s’inoltra strascicando i piedi lungo i carruggi della città, sfiancato dal peso del rimorso. È scomparso da casa tre anni prima, facendo perdere le proprie tracce… ormai è dato per morto. L’unica persona con cui è rimasto in contatto è Immacolata, una prostituta dal cuore d’oro e dal passato travagliato, che ha conservato il passaporto che Francesco le aveva chiesto di buttare via. Un’inconscia riflessione e un’improvvisa circostanza lo portano a esaminare la sua vita. Non senza timore, Francesco lascia Immacolata e prosegue il suo cammino a Buenos Aires, alla ricerca delle proprie origini, dove ritrova Giovanna, la bellissima giornalista che ha conosciuto in Calabria a casa di zio Pietro.

Le due saghe familiari si intrecciano ulteriormente ed emergono nuovi segreti… Basteranno a far tornare Francesco in Italia? E se sì, quale sarà la sua destinazione?

CAPITOLO UNO

È un giorno come tanti per quell’uomo che cammina ricurvo rasentando i palazzi dei vicoli di Genova. Gli occhi rivolti verso terra. Non con lo sguardo furtivo da ladro, né curioso di chi cerca, ma assente di chi ha la mente persa in chissà quali pensieri. Gli edifici sopra la sua testa sembrano toccarsi e davanti a lui, dove curvano prima a destra poi a sinistra, si ha la percezione che uno entri nell’altro sbarrando la strada e creando un vicolo cieco. Il selciato è in pietra disomogenea e leggermente arcuato al centro per agevolare lo scorrimento dell’acqua piovana verso i lati, da dove apposite caditoie la inghiottono indirizzandola in canali interrati.

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In quelle vie il sole, quando c’è, non riesce a raggiungere la pavimentazione salvo a mezzogiorno e nella stagione estiva. È autunno ed è apparso di rado: uno sconosciuto, forse da qualcuno neanche tanto desiderato, dopo l’estate africana. Negli ultimi mesi nel centro storico di Genova sono aumentate le rapine verso chi percorre, anche in pieno giorno, vicoli come quello. Nulla di eclatante, solo piccoli furti di portafogli, borsette e cellulari e quasi tutti con le identiche modalità: mentre uno si avvicina con una scusa, l’altro, approfittando della momentanea distrazione, aggredisce il malcapitato alle spalle derubandolo.In quel quartiere, gli usci chiusi, le strade deserte e pochi rumori provenienti dalle abitazioni danno l’idea di una città abbandonata. Però, l’uomo sa che non è così. Non ci sono negozi, solo qualche bettola. In alcuni punti un po’ di colore è dato dalla presenza di prostitute sedute su vecchie sedie dipinte o sgabelli fuori moda. Qualche vicolo è delimitato da semplici muri macchiati qua e là da una finestrina con le inferriate.A un certo punto sembra destarsi dall’apatia che ha dentro. Alza appena lo sguardo e gira la testa intorno come se cercasse o temesse qualche incontro strano. Avverte l’input di fermarsi e si blocca. Riflette se andare avanti o tornare da dov’è venuto. Non sa il motivo di quel pensiero, è stato come un blocco improvviso. Il vicolo è sgombro a parte un anziano signore seduto poco più avanti su una sedia rossa da regista.

Cosa può averlo impaurito? L’altro neppure lo nota, preso com’è dalla rivista aperta che regge tra le mani. Dev’essere un turista, almeno così sembra dallo zainetto rosso che tiene di lato infilato per i manici al braccio sinistro. La paglietta in testa e un paio di mocassini bianchi danno l’idea che abbia sbagliato stagione. È tutto preso dalla lettura e gli occhi sono calamitati sul giornale. L’uomo riabbassa la testa; riassume la posizione indifferente e prosegue aumentando leggermente l’andatura.

Ormai da alcuni anni per lui i giorni sono sempre uguali, con lo stesso carico di angoscia e di indolenza. Le uniche novità sono par-torite da attimi di terrore che lo pervadono dentro e lo allontanano dalla realtà estraniandolo. Il tutto dura solo qualche minuto, poi ritorna a essere l’ombra che cammina.Procede trascinando il corpo appesantito, non tanto dall’età quanto da una colpa che lo sovraccarica di pena e lo stanca fino a farlo ansimare in espressioni di panico. Il fisico macilento per gli stenti è nascosto da un cappotto logoro e sgualcito, almeno un paio di taglie più grandi del necessario, che maschera il deperimento del corpo. Sono poco più di tre anni che sopravvive nel capoluogo ligure. Una scelta fatta per caso. Solo perché il primo treno che partiva dalla stazione di Pisa era diretto in quella città. Nel primo periodo ha pianto lacrime di disperazione. Mille volte ha maledetto il viaggio in Calabria che lo ha gettato in un inferno da cui non è riuscito a venirne fuori. Più volte si è domandato se avesse lottato abbastanza per uscire da quella situazione. Non è riuscito mai a darsi una risposta. Può darsi che abbia seguito un percorso inadeguato visto i risultati.

L’unica soluzione che è riuscito a trovare e che ha messo in atto è anche la più semplice: fuggire. Ed è scappato lasciandosi dietro gli affetti, il lavoro e la casa. Si è convinto che così facendo avrebbe trovato la soluzione. Immagina che la fuga dal mondo che lo circonda sia il solo farmaco al dramma che lo divora e l’unico capace di aiutarlo. Ha rifiutato da subito la nuova scansione della vita che la rivelazione di Pietro Condello ha generato. Appesantito dal rimorso di essere stato indirettamente la causa della violenza subita da Angela e della morte di Nunzio. È stato lui a rubarle quella verginità che ha indotto Nunzio ad abusare della nipote – tanto non era più vergine! – e zio Pietro ad ammazzare Nunzio perché aveva svirginatu a so niputeda Iangiulina. C’è stato un momento in cui ha maledetto di essere vissuto, appeso tra un passato e un presente che contro ogni volontà taglia i legami delle sue origini. A Genova ha conosciuto altri ultimi e ultime come lui. Per-sone che la vita ha marchiato con uno stampo senza appartenenza e quindi senza futuro. Con una di quelle ha anche instaurato, per un breve periodo, un misero rapporto e le ha confidato il suo dramma. Lo ha fatto come si fa tra degenti in una camera d’ospedale, non certo per trovare una soluzione, ma per lenirne il peso, cedendone una parte di esso. Solo che in quel miserabile universo costituito dagli scarti della società benpensante il carico di disperazione che ognuno si porta addosso è già grande e faticoso di suo e non c’è spazio per altro dolore. Così piano piano si è isolato da tutto e da tutti diventando una piccolissima entità che rotea per inerzia intorno a un mondo che non lo vede. Si sarebbe anche accontentato di essere ignorato, perché vuol dire che almeno è stato notato e accantonato.

Invece niente: la nullità assoluta, ossia la delegittimazione della vita. Questo, per qualunque essere umano, è peggio della morte: un vivente mai esistito.Col passare dei giorni le lacrime si asciugano e l’emarginazione innalza barriere invalicabili anche con gli apparentemente suoi simili. Diviene arido, perdendo, salvo rare eccezioni, l’angoscia che lo ha nutrito e in qualche modo mantenuto in vita la speranza di scoprire chi sia veramente.

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Pasquale Sgrò
è nato a Motta San Giovanni (RC) nel 1952. Laureato in Chimica, ha creato il personaggio dell’ispettore del lavoro Felicino per spiegare la sicurezza ai ragazzi, pubblicando in quattro volumi centocinquanta brevi storie a fumetti. Cose Nostre: la ricerca è il suo quarto romanzo, dopo Cose Nostre: la rivelazione (2020), Corpo morto a paratia (2017) e Nessun dorma... fuori (2018).
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