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Covid ergo sum. La pandemia racconta gli infermieri

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Un racconto onesto e intenso dei mesi più terribili della pandemia, quelli del tempo sospeso e delle terapie intensive sature. Le parole sono degli infermieri italiani che hanno vissuto sulla loro pelle, portandone i segni, l’emergenza sanitaria. I corpi svestono le tute protettive, i guanti, le mascherine e finalmente si mostrano senza filtri. Scompaiono gli eroi e restano soltanto delle persone che avvertono la necessità di guardare e toccare l’umanità ferita.

Il dramma sanitario globale diventa così l’occasione per diventare testimoni di una storia e per costruire una memoria da cui ricominciare.

Prefazione

Dicono che il tempo crei il distacco emotivo necessario a rielaborare il passato, non in questo caso. Ripensando alla scorsa primavera e ai mesi di pandemia, sembra ancora di aver vissuto un incubo. Proprio come quelle mattine in cui ti svegli di soprassalto dopo un brutto sogno e pensi: Ma è successo veramente?

Soltanto che quelle mattine basta sciacquarsi la faccia con un po’ di acqua fresca e tutto passa, mentre l’incubo che la nostra terra ha vissuto ancora brucia nei cuori e nelle menti di tante, troppe persone.

Sembra ancora più paradossale scrivere queste parole da un paese in provincia di Bergamo, il luogo che più di ogni altro in Italia, e forse in Europa, ha subito la forza nefasta di questo virus che sembrava così lontano, ma che in realtà, senza temere alcun confine o barriera, ha raggiunto silenziosamente “proprio noi”.

Fa specie balzare agli onori delle cronache mondiali, in questo mondo globalizzato e iperconnesso, non per la nostra operosità, la nostra laboriosità o per le nostre eccellenze industriali, ma per la violenza di un morbo che ha seminato dolore nelle case di tanti amici, conoscenti, vicini di casa e parenti.

E fa ancora più specie pensare di essermi trovato ad amministrare il mio paese a ventidue anni, animato da tanta passione e forse da un po’ di inconsapevole masochismo, nel bel mezzo della crisi più pesante dalla Seconda guerra mondiale a oggi.

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La stragrande maggioranza degli amministratori locali, in primis il sindaco Corrado Quarti che mi ha dato la possibilità di vivere quest’esperienza e della cui squadra mi onoro di appartenere, sono mossi dall’amore per la propria comunità. Per quale altro motivo dovremmo “assumerci la bega”, come canta Guccini nell’Avvelenata, di provare a risolvere i piccoli grandi problemi quotidiani della gente, se non per la passione per il nostro territorio?

Immaginate voi la difficoltà di vedere la terra che ami, e a cui dedichi le tue attenzioni quotidiane, chiusa, deserta, ferita nel suo profondo, nella sua intimità e nelle sue radici. I camion dell’esercito che trasportavano i corpi di una generazione di bergamaschi sono stati la rappresentazione plastica di quei momenti. Eppure è proprio in questo quadro di sofferenza che si sono sprigionate un’energia, una voglia di fare e una disponibilità totale, soprattutto da parte dei più giovani, in grado di lasciare chiunque meravigliato e più fiducioso nell’avvenire.

Non è semplice retorica: qui a Osio Sotto, così come in tanti altri paesi della zona, una pletora di volontari giovani e meno giovani ha risposto alla chiamata di aiuto del proprio paese e lo ha fatto con entusiasmo, sfidando (con tutte le dovute precauzioni!) la paura di uscire di casa e offrendo non solo la propria forza lavoro, ma anche soluzioni complesse ai problemi che a mano a mano si presentavano.

Il lockdown, sembra quasi paradossale, è stato dunque l’occasione per creare o rafforzare legami con tante persone e realtà che hanno fornito il loro contributo per uscire nel migliore dei modi dalla fase di emergenza sanitaria. E tra queste relazioni speciali che sono nate vi è proprio quella con Cinzia, Enza e tutte le infermiere del servizio di assistenza domiciliare integrata del San Donato Habilita, il presidio sociosanitario fiore all’occhiello del nostro comune, una di quelle strutture di cui andare particolarmente fieri.

Queste ragazze hanno affrontato “di petto” il COVID, ma senza mai perdere la professionalità e soprattutto la disponibilità. Erano i giorni degli “eroi in corsia”, dei bollettini di guerra fatti dai medici e dagli infermieri, dei turni da dodici ore e delle terapie intensive sature: le conversazioni con Cinzia mi aiutavano a capire la gravità della situazione, ma al contempo lasciavano trasparire tutta l’umanità che i cosiddetti “eroi” vivevano.

Solo la grande fantasia di Laura, un’altra bellissima scoperta di questa pandemia, poteva comprendere che anche in certi momenti la scrittura può essere la più bella forma di evasione, nonché il modo più significativo per lasciare una traccia delle scene che, da Bergamo al Piemonte, si presentavano davanti agli occhi delle donne e degli uomini in corsia.

Ne è nato un toccante insieme di racconti, che mette in mostra il cuore di tante persone a cui dobbiamo veramente e semplicemente dire un grazie speciale: non basta uno scafandro a fermare le emozioni.

Daniele Pinotti, assessore alla cultura e alle politiche giovanili, Comune di Osio Sotto, Bergamo

Introduzione

Penso dunque sono. Penso dunque esisto.

Cartesio per primo aveva provato a mettere in dubbio tutto.

Se anche solo una certezza fosse vacillata sotto i fuochi del dubbio, forse sarebbe stato abbastanza forte da poterla trasformare in una nuova verità.

Quel che viviamo, quel che pensiamo, quel che sentiamo dunque esiste davvero?

Un dramma sanitario globale con le sue incertezze scientifiche, con dati epidemiologici fallaci, con le sue presunzioni sociali e politiche ci induce oggi a dubitare di tutto e di tutti.

Dubito, quindi mi inganno, dunque sono? Dallo scetticismo cartesiano alla cruda realtà di una pandemia che, quasi fosse un immenso specchio impietoso, ci restituisce l’immagine distorta di un Paese alla deriva sociale ed economica.

Una grande lente che osserva l’umanità tutta, con la pietas del cuore e la rabbia di chi non si nasconderà mai più dietro una mascherina chirurgica.

La pandemia racconta e noi la ascoltiamo.

Il raccontare risponde a un bisogno e a un desiderio fondamentali dell’individuo. L’uomo, infatti, fin dai tempi più antichi ha reagito a questa necessità, raccontandosi attraverso le prime rappresentazioni grafiche sulle pareti delle caverne.

La narrazione costituisce invece una delle modalità fondamentali attraverso cui ogni individuo costruisce la propria esperienza di vita: è quella particolare facoltà che già il bambino possiede e che permette di mettere ordine nella propria esperienza.

Tuttavia è il legame fra narrazione e documentazione che consente all’uomo di rimettere ordine nel caos degli eventi, ricostruendone i collegamenti e attribuendo un senso a ciò che si è vissuto.

Raccontare si trasforma in un potente strumento di elaborazione e parentesi emotiva, mentre la testimonianza diventa documentazione su cui costruire significati e insegnamenti.

Da sempre l’uomo sente l’esigenza di rappresentare ciò che vive; attraverso l’arte, la parola, la scrittura esprime la ricerca del significato del proprio essere nel mondo.

Ognuno di noi è un’entità biografica desiderosa di raccontare al mondo le proprie esperienze, ma scrivere non è semplice né immediato, mentre custodire un filo narrativo, riuscire a dare voce ai silenzi, trovare uno spazio all’interno della storia diventano un modo proattivo di restituire valore e significato alla parola scritta, narrata, dipinta o musicata.

Il valore educativo della narrazione e della documentazione è fondamentale per chi crede fortemente nel potere delle parole.

Questo è un libro scritto da due infermiere, ma anche da mille infermieri che in questi giorni di sofferenza hanno condiviso e raccontato una storia che è già Storia.

Storie di una pandemia che ci costringe a fermarci e a riflettere sul profondo significato del documentare per essere testimoni di una memoria collettiva, simbolica; una memoria che riesce a giustificare il senso profondo di una ferita sociale; una memoria che non vuole dimenticare velocemente, ma ricordare quel che è accaduto e soprattutto perché.

Gli infermieri hanno da sempre compreso che l’essere umano, oltre al bisogno di esprimersi, è portatore anche della necessità di ascoltare, e che per essere professionisti della cura occorrono gli altri, che siano un paziente, un amico, un fratello, un viandante, un anziano.

Qualcuno che ci racconti qualcosa da raccontare.

Narrare necesse est.

De hura e de hota

Piazza Vecchia è una delle piazze più struggenti del mondo.

Ricordo il mio silenzioso stupore quando salii per la prima volta per quelle vie tortuose, strette, culminanti nella grande piazza, nella Cappella Colleoni, in Santa Maria Maggiore.

Sotto il sole cocente e con un paio di infradito ai piedi calpestai quei selciati antichi e non potei fare a meno di respirare l’aria delle storie che facevano capolino dalle finestre inferriate, dalle terrazze erbose, dentro alle piazze tanto spoglie quanto ricche, tra muri a secco rivestiti di odorose, mentre alle mie spalle lo specchio dei due fiumi, il Brembo e il Serio, illuminava il mio cammino.

Uno skyline di torri, cupole e vecchie case color sabbia arroccate sulla collina e protette alle spalle dalle sagome delle Prealpi Orobie.

È appena iniziato febbraio e Arlecchino, principe dei birichini, si sta preparando per la sfilata allegorica di mezza Quaresima, una “coda” del carnevale in salsa orobica organizzata come ogni anno dal ducato di piazza Pontida.

Mi fermo alle mura aspettando coriandoli di primavera, assaporo la città che al di sotto, come sospesa nella nebbia, svela l’inquietudine della notte che arriva senza stelle.

È il ventuno febbraio di un anno bisesto di nome e di fatto.

Il sibilo sinistro delle troppe notifiche sul cellulare mi induce a pensare che sta per accadere qualcosa di anomalo in questo mattino avvolto da un’insolita nebbia di fine inverno.

Mentre guido, impegnata a non dare troppo retta alle notifiche che lampeggiano incessantemente sul computer di bordo, RTL mi delizia con le note nostalgiche di un vecchio brano di Guccini rivisitato dai Nomadi, Canzone per un’amica.

Lunga e diritta correva la strada

l’auto veloce correva,

non lo sapevi che c’era la morte quel giorno che ti aspettava.

Poi alle sette il primo giornale radio del mattino.

Bergamo e la sua provincia, le strade che sto percorrendo, le sue vallate, il centro come le periferie, il parcheggio sotterraneo, la scala antincendio, l’ascensore, il corridoio, il mio ufficio, la mia vita: zona rossa.

I miei infermieri.

Comprendo subito che le notifiche che stanno incendiando il display del mio smartphone sono le loro grida di aiuto e io, frastornata e impotente, sento in mezzo al petto una morsa che sembra una crisi di angor, ma non lo è.

Ho paura.

Paura di accendere il PC e di leggere la prima di quelle notifiche e tutte le e-mail in coda.

Hai sentito la TV?

Ma stamattina come dobbiamo fare?

Devo visitare due pazienti nel pomeriggio, chi ha due mascherine in più, per favore?

Possiamo usare le mascherine che abbiamo nelle borse?

Avete delle mascherine da prestarmi? Sono su in valle e devo vedere due bambini immunodepressi.

Ma il visor dei prelievi posso prenderlo in prestito?

Io ho solo una mascherina, per chi devo usarla?

Devo andare da Mimmo? Ha la febbre e la tosse da una settimana. Ci vado o no?

Non riesco a parlare con il medico curante, come posso mettermi in contatto con lui?

Ho tre mascherine chirurgiche in tutto, poi ce ne sono altre, vero?

I camici possiamo metterli? Io ne ho solo uno, credo.

Qualcuno ha delle mascherine da prestarmi per stamattina?

Faccio il pomeriggio, chi ha una mascherina in più, per favore?

C’è qualcuno che sale su fino ad Almenno che può lasciarmi due mascherine?

Se qualcuno sale in valle può lasciarmi due mascherine in farmacia che passo a prenderle?

Possibile che nessuno abbia delle mascherine da prestarci?

Io stamattina ho febbre e dissenteria, devo preoccuparmi?

Ho tre dimissioni protette dall’ospedale, devo mettermi l’unica mascherina che ho?

Quando possiamo passare in sede per prendere camici e mascherina?

Ma ci sono i camici e le mascherine per tutti?

Le ho contate.

Ottantotto notifiche di altrettanti messaggi arrivati in un orario, dalle sei alle sette, di un giorno qualunque, inviati dagli infermieri della mia équipe di cure domiciliari, impegnati nelle normali attività di assistenza, che all’improvviso si ritrovano esattamente come me, dentro uno scenario di vera emergenza sanitaria per la quale non siamo stati informati né preparati.

Accendo il PC e comprendo che ogni singola e-mail che arriva da stanotte ha come oggetto “Emergenza COVID-19” e ognuna dice il contrario delle altre.

Mentre cerco di riordinare le idee e riprendere il polso della situazione nella mia funzione di responsabile dei servizi di cure domiciliari, mi alzo e vado nel magazzino dei presidi sanitari a contare guanti, mascherine, visor, camici. Sono l’approvvigionamento previsto per un trimestre di attività assistenziale, forse qualcosa in più, forse qualcosa in meno.

E lì vedo i miei infermieri. Sulle loro macchine piene di benzina e di speranza, con quelle pesanti borse multitasca capaci di contenere un ambulatorio mobile, con le mani guantate sempre pronte a una carezza, con un piede sull’acceleratore della cura portata a casa e un freno a mano tirato sull’ospedalizzazione selvaggia.

Li vedo a uno a uno, e a uno a uno rispondo via Messenger: Usate le mascherine che avete, non levatele, ma non so fino a quando ne avremo a disposizione.

E scritto questo breve messaggio, comincio a sudare di un sudore freddo e pungente, perché mi rendo conto che è solo l’inizio di un incubo.

Tempo una settimana e l’emergenza da COVID-19 si traduce in un’altra che ancora non viene sorvegliata, perché tutto è concentrato negli ospedali bergamaschi al collasso, mentre il territorio e le cure domiciliari, come spesso accade, restano in una zona d’ombra dove il virus trova una perfetta comfort zone in cui penetrare, di casa in casa, usando come veicoli speciali proprio coloro che nelle abitazioni ci entrano per erogare cure.

Le scorte trimestrali di materiale protettivo (DPI) ben presto finiscono nei bauli delle macchine degli infermieri, che pur con grande parsimonia comprendono che proteggere e proteggersi sono la stessa identica parola declinata all’infinito.

Mentre le mascherine chirurgiche stanno per terminare, ci si domanda quanto quei DPI siano indispensabili, ma forse anche non idonei al fine di proteggere e proteggersi dentro un setting di cura che non può essere una camera di degenza a pressione negativa, ma è una stanza da letto, una cucina, un salotto.

Mentre i miei infermieri alla sera mi comunicano il numero in pezzi dei DPI utilizzati e di quelli da richiedere per il giorno successivo, in un tentativo razionale e corretto di distribuire meglio le scorte residue, cercando di fare economia in attesa di nuove forniture, vedo al supermercato ancora troppo affollato, nei parchi giochi, negli uffici ancora aperti moltissime persone che indossano maschere FFP2, FFP3 e capisco che qualcosa sta sfuggendo dalle mani di molti. Non dalle mie, non dalle nostre.

Mi metto alla ricerca di DPI certificati, ma ben presto mi rendo conto che stanno andando a ruba e qualcuno specula, vendendo per DPI delle mascherine che non ci proteggerebbero neppure da Satana e da Amazon.

Dopo solo una settimana d’intensa attività assistenziale domiciliare, dopo aver elemosinato ovunque mascherine e gel alcolico per le mani, dopo aver chiesto a chiunque, in via ordinaria e straordinaria, con garbo e con rabbia, con speranza e attesa, con corrieri che da noi non lasciavano mai neppure una fottuta scatola di mascherine chirurgiche, dopo averle confezionate a casa, implorate alle farmacie, dopo aver respirato tutta la rabbia del mondo e qualche virus vagante… ecco che decidiamo di passare all’azione, di inventarci un piano B, abituati come siamo a guidare per strade impervie mettendoci sempre la faccia, il cuore, la voce, e adesso anche le urla.

Aiuto! Aiutateci a curarvi!

Dall’inizio dell’emergenza i tantissimi colleghi infermieri del territorio stanno lavorando senza sosta.

La realtà ospedaliera in questi giorni sta occupando le prime pagine dei giornali e delle notizie televisive, ma quello che sta attraversando il territorio impegnato nelle cure domiciliari è inimmaginabile!

Passate quasi tre settimane da quel famigerato ventuno febbraio, il territorio, le case, il domicilio, la prossimità di cura si stanno preparando al più grosso impatto sanitario mai visto, perché tutti coloro che stanno manifestando riduzione della sintomatologia vengono dimessi dagli ospedali e rimandati al domicilio nell’attesa che il tampone si negativizzi e perché è imperativo liberare posti letto.

E a domicilio ci siamo noi: non eroi, no, solo professionisti in grado di rispondere ai bisogni dei nostri cittadini. Solo che siamo più vulnerabili e non abbiamo a disposizione sufficienti quantitativi di DPI!

Aiutate i professionisti del territorio e aiuterete tante persone a rimanere vive!

Aiutateci a governare questo momento di grande bisogno sanitario, aiutateci a rispondere al grido d’aiuto delle tante famiglie che si sentono sole, abbandonate, non assistite e soprattutto senza risposte.

Aiutateci ad aiutare.

Grazie!

Équipe ADI e cure palliative

Presidio sociosanitario

San Donato Habilita

Sotto, Bergamo

Dopo pochi giorni dall’avvio di una campagna di raccolta fondi, dopo esserci tassati anche noi singolarmente come operatori sanitari del presidio per cui lavoriamo, dopo aver centellinato ogni singolo guanto e/o mascherina per giorni, riusciamo a raccogliere 4 mila euro e a rifornire i nostri infermieri dei DPI minimi per gestire un’emergenza il cui stato d’allerta resta al massimo livello.

Tutti i sanitari italiani (e del mondo intero) sono ormai diventati dei combattenti, degli eroi impegnati in prima linea. Noi coordinatori delle cure domiciliari continuiamo a chiederci invece quale sia il confine di questa trincea che manda in guerra i propri soldati con armi non affilate e pochi giubbotti antiproiettile.

L’unico confine che appare certo è quello tra la vita e la morte, due realtà che conosciamo già molto bene e che all’improvviso diventano crudeli quando vediamo portare via dalle case verso i nuovi ospedali COVID i nostri poveri anziani, febbricitanti e dispnoici, senza neppure il conforto di un parente o di una sepoltura dignitosa subito dopo.

Solo pochi giorni prima i nostri infermieri portavano nelle case una cura fatta di competenze, empatia, solidarietà, tenerezza, attenzione, gesti di consueta umanità che adesso appaiono inutili per coloro che, contagiati e terminali, lasciano le loro abitazioni dentro barelle a biocontenimento per raggiungere ospedali lazzaretto, abbracciati solo dalla solitudine e dall’abbandono sociale forzato, pregando la signora Morte di fare in fretta.

E ci siamo ritrovati di nuovo al confine, tra il mistero della vita e il limite degli uomini.

E degli infermieri.

Lunga e diritta correva la strada

l’auto veloce correva

non lo sapevi che c’era un infermiere

quel giorno che arrivava.

Cinzia Botter, infermiera responsabile gestionale cure domiciliari San Donato Habilita, Osio Sotto, Bergamo

14 maggio 2020

Aggiornamento

"Prima Bergamo" dedica un articolo a Covid Ergo Sum nel suo settimanale cartaceo. estratto giornale covid ergo sum
08 maggio 2020

Aggiornamento

Il covid raccontato dagli infermieri - Il Giornale (pagina Liguria e Piemonte)
05 maggio 2020

Aggiornamento

Covid ergo sum, la pandemia racconta gli infermieri italiani.
Il libro documento di Laura Binello e Cinzia Botter
30 aprile 2020

Aggiornamento

"Assocare news", la testata ufficiale dell'Associazione Infermieristica Nazionale AssoCare.it. dedica un approfondimento al progetto editoriale delle infermiere Laura Binello e Cinzia Botter. Ecco il link https://www.assocarenews.it/specialisti/app-e-nuove-tecnologie/covid-ergo-sum-la-pandemia-racconta-gli-infermieri-un-volume-scritto-da-laura-binello-e-cinzia-botter

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Laura Binello e Cinzia Botter
Laura Binello, donna, madre, infermiera, esperta di medicina narrativa, scrittrice. Cinquantasei anni di vita trascorsi in Piemonte, tra le colline del Monferrato e l’ospedale Cardinal Massaia di Asti. Autrice alla sua terza esperienza letteraria.

Cinzia Botter, donna, madre, infermiera, scrittrice esordiente. Classe 1963, veneziana di nascita ma bergamasca di adozione, è infermiera responsabile gestionale dei servizi di assistenza domiciliare integrata e cure palliative del Presidio San Donato Habilita di Osio di Sotto (BG).
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