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Quando il grande spirito parlò

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Aruk e Akim vivono in una piccola tribù indiana alle pendici delle Grandi Montagne. Fra le prime battute di caccia e i sogni a occhi aperti sul futuro, l’adolescenza dei due fratelli trascorre felice nella serenità del villaggio. Ma una minaccia oscura sta per abbattersi sul loro popolo: un demone che porterà con sé morte e distruzione, e che da settimane infesta i sogni dei due ragazzi.
Solo l’aiuto degli spiriti potrà salvarli, guidandoli attraverso un percorso pieno di pericoli, alla ricerca della salvezza della loro tribù e alla scoperta di se stessi.

Fratelli
La regione si presentava come un immenso pascolo. Solo le dolci colline ne interrompevano la monotonia, dando al paesaggio l’aspetto di un mare verde appena increspato dalle onde.
Le foreste si trovavano un po’ più a nord e proseguivano, senza interruzioni, fino ai piedi delle montagne. Queste formavano un’imponente catena, le cui vette erano talmente alte da sbucare spesso, bianche di neve, al di sopra delle nuvole.
I pascoli erano solcati da numerosi fiumiciattoli che a tratti s’ingrossavano a formare laghi piccoli e grandi, e grazie a questa profusione d’acqua l’erba cresceva abbondante, verde e rigogliosa.
Nella stagione secca, quando il sole era talmente caldo da riuscire a prosciugare la maggior parte dei corsi d’acqua riducendoli a paludosi rigagnoli, i pascoli si coloravano di uno splendido oro.
In inverno, poi, uno spesso strato di neve ricopriva tutto come una candida coperta e donando una pace ovattata, a voler sottolineare il meritato riposo della natura.Continua a leggere
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Al limitare della foresta, sulle sponde di uno dei fiumi che scendevano impetuosi dalle montagne per solcare il mare verde della pianura, viveva una popolazione di indiani, le cui origini si erano fuse alla leggenda.
Molto tempo prima, tutte le tribù al di là dei grandi laghi si erano radunate per pregare il grande spirito, affinché potesse rivelargli il segreto per mantenere pace e abbondanza nei raccolti. La richiesta era stata così insistente che il grande spirito, per poter rispondere, era volato in cielo. Da sopra le nubi aveva visto tutto: il presente, con le tribù legate da solidi patti di fratellanza; il passato, con le guerre combattute e le lotte per la sopravvivenza; il futuro, con le sue ombre e le sue incognite. Poi era sceso di nuovo tra i villaggi e aveva ordinato al guerriero più forte e coraggioso di tutti, Achak, di scegliere dieci famiglie con le quali partire per raggiungere una terra lontana, così da formare una nuova tribù. Durante il viaggio sarebbero stati guidati e protetti dallo spirito dell’orso. E così Achak per giorni e giorni aveva condotto gli indiani attraverso terre sconosciute fino a quando il grande spirito era apparso loro per dichiarare concluso il viaggio e per annunciare la nascita di un nuovo popolo: gli Odawa.
La tribù contava circa duecento individui. Vivevano in piccole abitazioni dalla particolare forma a cupola, costruite piegando ad arco pali di legno che venivano poi rivestiti con strisce di corteccia, pelli di animali e stuoie sapientemente intrecciate, lasciando un’apertura sul tetto per far fuoriuscire il fumo del focolare che ardeva notte e giorno al centro della capanna. Il pavimento di terra veniva ricoperto d’erba, sulla quale venivano distesi tappeti di lana dai colori sgargianti. Erano case calde e confortevoli anche negli inverni più rigidi e nevosi.
I tratti somatici degli Odawa erano molto aggraziati: avevano occhi allungati dal taglio acuto e profondo, la corporatura era alta e muscolosa, il portamento fiero. I capelli, scuri e lisci, erano lasciati sciolti oppure raccolti in lunghe trecce arricchite con vistosi ornamenti: perline colorate o piume di uccello. Si vestivano confezionando abiti di pelle di cervo e di bisonte, che potevano essere semplici e comodi oppure elaborati e decorati con inserti di pelliccia. Durante le cerimonie sacre sfoggiavano collane, bracciali e amuleti che costruivano lavorando e colorando il legno, le ossa di animali e le pietre del fiume.
Gli Odawa vivevano a stretto contatto con la natura, perché sapevano di essere semplici figli della madre terra e di dover ringraziare il loro fratello fiume per tutte le cose che avevano.
Una vita non facile la loro, ma tutto sommato piacevole, e questo perché avevano imparato il segreto della felicità: gioivano delle cose semplici. Prendevano dalla natura solo il necessario e si aiutavano a vicenda.
Nel villaggio, tutti quanti – dai più piccoli ai più anziani – avevano dei compiti da svolgere. Le donne, oltre a preparare il cibo, accudivano i bambini più piccoli e gli orti, filavano e tingevano la lana, vera e propria arte che veniva tramandata da madre in figlia e che dava vita a tappeti e coperte multiforme e multicolore. A loro spettava anche il compito di creare tutto il vasellame lavorando la creta.
Gli anziani del villaggio insegnavano ai ragazzi le arti e i mestieri e tramandavano con i loro racconti la conoscenza, la cultura e le tradizioni.
Gli uomini cacciavano, difendevano il villaggio, costruivano e riparavano le capanne.
Aruk aveva solo tre anni e il suo compito era quello di starsene buono buono al villaggio senza combinare guai, ascoltare le storie degli anziani e, ogni tanto, aiutare la madre a preparare da mangiare o a raccogliere le verdure nei campi. Ma quel giorno, il vecchio al quale di solito veniva affidato, dandogli in mano una vecchia canna da pesca senza amo, gli aveva detto: «Oggi andiamo a pescare, e non torneremo fino a quando non avrai preso almeno cinque pesci».
Aruk era certo piccolo, ma non sciocco. Forse non conosceva l’importanza delle esche, nella pesca, ma l’amo? Era chiaro che fosse solo una scusa per tenerlo lontano dal villaggio.
Sapeva che sua madre, Dristi, stava per dare alla luce un altro bimbo, e forse quel momento era finalmente arrivato. Ma la faccia cupa che il padre aveva al mattino e le espressioni preoccupate delle donne che erano arrivate a casa per aiutare, insieme alla maschera di grande sofferenza della madre, facevano presagire qualcosa di brutto e pericoloso. Era abbastanza ovvio che tutti lo volessero lontano dal villaggio perché avevano paura che capitasse qualcosa di spiacevole a sua madre o al bambino. Aruk allora aveva preso la vecchia canna da pesca ed era andato, accompagnato dal vecchio, dove il fiume si allargava un po’ a formare una grossa pozza e, pur sapendo che senza amo non avrebbe mai preso un pesce, si era messo a pescare.
Era rimasto lì tutto il giorno con l’aria assorta e seria di un bambino preoccupato. Aveva fatto finta di pescare e di ascoltare le storie che il vecchio gli raccontava per cercare di distrarlo, ma intanto aveva pregato gli antichi spiriti affinché proteggessero la sua mamma e il bambino, perché lui aveva proprio tanta voglia di vedere quel misterioso esserino che, giorno dopo giorno, era cresciuto nella pancia della mamma e di cui tanto gli avevano raccontato i suoi genitori!
Infine, il padre lo andò a chiamare al fiume e gli sfiorò una spalla. Aruk scattò in piedi come una molla.
«Come sta la mamma?» chiese colmo di preoccupazione.
«È stanca, molto stanca, ma ha l’animo da guerriera e sono certo che ce la farà» rispose il padre un po’ meravigliato per la perspicacia del figlio. «Ora vieni a casa ad abbracciare lei e tuo fratello Akim.»
Il piccolo non se lo fece ripetere due volte. Raccolse velocemente la canna, prese per mano suo padre e, dopo aver salutato e ringraziato il vecchio, corse verso il villaggio. Aruk era proprio felice: era nato un maschietto e lui non vedeva l’ora di conoscerlo. Magari avrebbero giocato un po’ insieme, forse avrebbero fatto la lotta o avrebbero costruito statuette di animali con il fango, oppure avrebbero fatto una bella corsa per tutto il villaggio.
Aruk entrò in casa, eccitatissimo.
«Mamma!» chiamò, ma tutti lo zittirono. Aruk si avvicinò tutto felice al fagottino che il padre gli porgeva. Al bambino fu subito chiaro che l’esserino tutto grinzoso che dormiva beatamente avvolto nella pesante coperta era troppo piccolo e gracile per poter giocare. La delusione fu enorme. Si diresse allora verso il giaciglio della madre. La donna dormiva, era pallida in volto, gli occhi infossati e cerchiati di nero. Aruk le diede un bacio sulla guancia per cercare di svegliarla, ma lei non aprì gli occhi. Il bambino allora le si distese accanto e rimase lì per tutta la sera a vegliarla, ad ascoltare il suono del suo dolce respiro.
Negli anni a seguire, Aruk si rese conto che l’arrivo del fratellino era stata una vera e propria fregatura.
Non riusciva a capire come mai Akim fosse sempre troppo piccolo per fare qualsiasi cosa, e quindi, poiché lui era più grande, i lavori spettassero a lui. Inoltre, quando Akim gli rubava i giocattoli e lui, giustamente, se li riprendeva, Akim si metteva a strillare e la mamma, esasperata, urlava: «Aruk, insomma! Non capisci che lui è piccolo? Lasciaglielo!».
Akim cadeva e si faceva male? Naturalmente era colpa di Aruk, che grande com’era non era stato attento a suo fratello. Per non parlare degli altri abitanti del villaggio, che ogni volta che lo incontravano gli rivolgevano espressioni del tipo: «Ma come sta il tuo fratellino? Cresce? È bravo?».
Insomma, Aruk aveva la netta sensazione che per tutti esistesse solo il piccolo Akim, e lui fosse improvvisamente diventato trasparente.
D’altro canto anche Akim era geloso del fratello maggiore. Lui era più grande e poteva fare tutto quello che voleva; aveva i giochi più belli, e qualche volta poteva addirittura andare in giro per il villaggio da solo, mentre lui aveva il divieto assoluto di uscire di casa a meno che non fosse accompagnato. E soprattutto, non sopportava la gente del villaggio, che tutte le volte gli rivolgeva frasi come: «Sei uguale a tuo fratello» oppure «Un giorno diventerai bravo come Aruk» o anche «Si vede proprio che sei il fratellino di Aruk».
Aruk era sempre un passo avanti rispetto a lui: più bravo, più grande, più irraggiungibile.
Più i fratelli crescevano e più frequenti diventavano i litigi che, spesso, sfociavano in vere e proprie zuffe. Dristi, la madre, cercava sempre di riportare la pace tra i due, provando a farli ragionare, facendo appello al loro legame di sangue e arrivando anche a punirli. Il padre invece non si intrometteva.
«Devono sbrigarsele da soli, le loro controversie» diceva alla moglie preoccupata. «E poi, in questo modo impareranno a combattere e da grandi saranno bravi guerrieri!» Ma non li perdeva mai d’occhio e quando esageravano e rischiavano di farsi male, li prendeva per le braccia, li trascinava fino al fiume e li buttava nell’acqua gelida, dove finalmente i due sbollivano la rabbia e ritrovavano la ragione.

Il potere di Aruk
Al compimento del settimo anno di età, era usanza che ogni bambino ricevesse, direttamente dal capotribù, un piccolo gregge composto da quattro pecore. A quel punto, aiutato dal padre, durante una cerimonia che si svolgeva in casa, il ragazzo avrebbe scelto e marchiato le pecore con un simbolo che le avrebbe distinte da tutte le altre. Ogni mattina le pecore erano condotte ai pascoli. Ai ragazzi più grandi venivano assegnati quelli più lontani, mentre ai bambini, ovviamente, quelli vicini al villaggio. Il lavoro di pastore durava fino al giorno dell’iniziazione, la cerimonia più importante per ogni abitante, non solo perché ufficializzava l’inizio dell’età adulta, ma soprattutto perché ne decretava lo status sociale e quindi il destino.
Per le donne, invece, non era previsto nessun rito d’iniziazione: loro rimanevano nel villaggio e aiutavano le altre donne nei vari compiti, così da imparare a cucinare, coltivare, tessere la lana, conciare le pelli, accudire la capanna. In ogni caso, anche loro, al pari dei coetanei maschi, imparavano a cacciare piccole prede, pescare e tirare con l’arco, così da essere autonome.
Quando Aruk compì sei anni, su consiglio dell’anziano che lo accudiva incominciò ad accompagnare i ragazzi più grandi a fare pascolare le pecore. Alcuni di loro, per passare il tempo, si mettevano a pescare sulle rive del fiume, mentre Aruk approfittava di quei momenti per cercare uno stretto contatto con la natura. Si sdraiava – a volte nell’erba alta, a volte sotto le fronde degli alberi – e semplicemente lasciava che i suoi sensi percepissero tutta la forza della natura. Chiudeva gli occhi e si concentrava su tutti i rumori che gli giungevano alle orecchie, sui profumi e sulle sensazioni fisiche; era un gioco che lo entusiasmava, gli piaceva scoprire nuovi odori, nuovi rumori e nuove sensazioni. Con il passare del tempo imparò ad ascoltare con tutto il suo corpo, e divenne talmente bravo da riuscire a percepire lo strisciare sinuoso del serpente nell’erba, il brucare delle pecore e addirittura il volo degli uccelli. Avvertiva tutto ciò dentro di sé, cosa che gli dava un grande senso di potere. Aruk sapeva di essere un bambino speciale.
Quando compì sette anni, Enapay, il capotribù, andò da lui e gli consegnò il piccolo gregge. I suoi genitori iniziarono tutti i preparativi per la cerimonia: Dristi, aiutata dal piccolo Akim, eccitato per la bella novità, impastò una miscela di polveri e acqua che sarebbe servita per tracciare il simbolo sugli animali. Il padre interrogava Aruk per aiutarlo a scegliere l’icona migliore. Il compito era tutt’altro che facile: Aruk ci pensava da giorni, ma ancora non era giunto a una decisione definitiva. All’inizio aveva pensato di usare la raffigurazione dello spirito della foresta, a voler invocare la sua protezione sulle pecore, ma poi, con un po’ di vanità, aveva pensato che fosse suo il compito di proteggere il gregge, e non dello spirito.
Aruk osservava le quattro bestiole: una brucava pacata per i fatti suoi, alzando ogni tanto la testa ed emettendo un sonoro belato; una non faceva che disturbare tutte le altre creando un po’ di nervosismo; la terza si guardava in giro un po’ spaesata e la quarta se ne stava un pochino scostata dalle altre, quasi a sorvegliare le sue compagne.
«Sembra un po’ la nostra famiglia» osservò Aruk ad alta voce.
«Davvero?» chiese stupito il padre, Champak.
«Sì, guarda! La pecora che bruca e che ogni tanto bela è come la mamma, sempre indaffarata e sempre pronta ad alzare la voce per riprenderci. La pecora agitata che disturba le altre è indubbiamente Akim.»
Al padre scappò una risatina e, sempre più incuriosito dalla piega che stava prendendo il discorso, chiese: «E tu quale pecora saresti?».
«Io sono quella che guarda in giro curiosa, è proprio come me! Vuole vedere il mondo e capire come funzionano le cose!»
«Quindi io sarei la pecora solitaria?» chiese il padre con un tono un pochino deluso, forse perché si aspettava un ruolo più interessante.
«Ma lei non è una pecora solitaria!» lo stupì il figlio. «Se guardi bene, si è scostata un pochino dalle altre solo per poterle controllare meglio! È quello che fai tu con noi: ci guardi da un passo di distanza per avere una visuale migliore di quello che succede! Il vecchio mi dice sempre: “Quando non comprendi quello che sta succedendo, fai un passo indietro”, e io ho capito che questo può significare ben due cose: che a volte è necessario ritornare sui propri passi per conoscere la situazione, oppure che si deve cambiare il punto di osservazione.»
Il padre lo accarezzò amorevolmente sulla testa. Il suo bambino stava crescendo bene e in fretta.
«Mi hai convinto! Queste pecore ci somigliano, sono proprio una bella famiglia, come noi! Credo che tu ora possa scegliere il simbolo.»
«Sì, me lo hai fatto venire in mente tu. Siamo proprio una bella famiglia, unita dall’amore. Quindi il simbolo sarà quello dell’unione!»
Dristi arrivò con una ciotolina contenente il colorante e un pennello. Akim le trotterellava dietro continuando a dire: «Anch’io voglio il pennello, anch’io voglio il pennello».
«Stai tranquillo, Akim, il pennello serve a tuo fratello» lo rabbonì. «Siete riusciti a trovare il simbolo?» chiese poi rivolta a Champak e Aruk. Il bambino annuì solennemente. Tutti insieme recitarono una preghiera per ringraziare gli spiriti e poi Aruk si mise a dipingere il simbolo sul dorso delle pecore: un sole formato da quattro raggi che nel centro diventavano una spirale.
Non fu un’impresa facile.
Akim era irrequieto, voleva partecipare anche lui a quello che ai suoi occhi era un meraviglioso gioco e non capiva perché solo suo fratello poteva divertirsi. A un certo punto indicò una pecorella con il ditino.
«Quella è la mia pecora, la coloro io!» decise, ma il padre subito lo corresse: «No Akim, quelle sono le pecore di Aruk. Un giorno anche tu avrai un gregge da accudire».
Invece Akim non voleva sentire ragioni.
«Ma Aruk può tenerne anche tre, e io ne prendo una sola» insistette il bambino.
«Sei troppo piccolo per avere delle pecore» intervenne Aruk.
Quelle parole per Akim furono un vero e proprio schiaffo morale. Punto sul vivo, si mise a piangere, pianto che continuò inconsolabile, soprattutto quando Aruk portò le sue pecore nel recinto del villaggio. Akim era furibondo, non riusciva proprio ad accettare la situazione: lui non poteva ancora uscire da solo di casa, e suo fratello invece badava a un gregge. Era inconcepibile. Covò il rancore per giorni. Poi, una bella mattina, quando Aruk uscì da casa per condurre le pecore al pascolo, Akim lo seguì di nascosto, determinato a essere anche lui un pastore.
Aruk condusse le bestie sui prati vicino alle rive del fiume; sapeva che suo fratello lo stava seguendo, ne percepiva i passi piccoli e veloci sul terreno. A ogni metro in più che Akim faceva, Aruk avvertiva la collera montargli dentro con la forza di un uragano. Quando giunse al pascolo si voltò: «Torna immediatamente indietro!». I suoi occhi ardevano di rabbia.
«Voglio restare qui e fare il pastore» insistette Akim.
«Farai il pastore quando avrai la mia età, adesso sei troppo piccolo!» e per dare maggior forza alle parole, diede una forte spinta al fratellino, facendolo ruzzolare per terra.
«Tornatene a casa. Vuoi fare il pastore, ma non sei nemmeno capace di restare in piedi!»
Akim, ferito nell’orgoglio, scattò in piedi e si fiondò a testa bassa contro il fratello.
I due caddero rovinosamente per terra e iniziarono una lotta senza esclusioni di colpi. Calci, pugni, graffi e anche qualche morso, sfogando così ogni invidia, gelosia e presunto torto subito.
La lotta andò avanti per parecchio tempo. Aruk cercava di colpire il fratello senza fargli troppo male, in fondo voleva solo dargli una bella lezione, giusto per fargli capire che lui era il fratello più grande e forte, e quindi meritevole di rispetto.
Akim sapeva benissimo di essere nettamente inferiore a suo fratello, e ci mise proprio tutto il suo impegno per colpirlo; sperava così di conquistare la sua ammirazione e anche un po’ di stima.
Finalmente Aruk, avvantaggiato dall’altezza, dal peso e dalla maggior forza, riuscì a bloccare Akim al suolo. Ansimavano e il sudore imperlava loro la fronte.
«Adesso basta lottare!» disse Aruk con il fiato corto. «Sono stanco, e se ti faccio male sarò punito da mamma e papà.»
«Non voglio tornare a casa. Voglio restare qui con te» disse Akim con un tono di voce che non ammetteva risposta negativa.
Aruk lo fece alzare e i due si sedettero sulla riva del fiume. Le pecore continuavano a brucare incuranti della disputa avvenuta poco prima. Aruk prese il fratellino per le spalle e con un tono serio ma tranquillo gli disse: «Se ora tu torni a casa, io prometto che questa sera chiederò a papà e mamma il permesso di portarti con me».
«Non ci credo!» insistette Akim.
«O ti fidi di me, oppure rimani qui sapendo bene che papà ti verrà a cercare non appena si accorgerà della tua assenza. Verrai punito e io non ti potrò aiutare in nessun modo.»
Akim ci pensò su un attimo e poi corse via con i suoi passetti veloci.
«Ciao Aruk, ci vediamo questa sera!» Erano felici entrambi. Finalmente avevano trovato un equilibrio. Finalmente erano due veri fratelli.
Alla sera, come promesso, Aruk chiese il permesso ai genitori di farsi accompagnare al pascolo dal fratellino. Il padre, visibilmente meravigliato, disse: «Non so cosa sia successo oggi fra voi due, ma la cosa certa è che Akim ha disobbedito scappando dal villaggio e, visto i segni che avete sul corpo, deduco che vi siete picchiati. Akim è piccolo, perché lo vuoi con te ai pascoli? Per divertirti a fargli male?».
Aruk non sapeva cosa rispondere. Non si aspettava che la discussione prendesse quella piega.
«Non è colpa di Aruk, ho iniziato io la lotta!» intervenne il più piccolo.
«Akim» lo abbonì il padre. «Sei già abbastanza nei guai, non peggiorare ulteriormente la tua situazione. Non mi posso fidare di voi, quindi dovrai restare a casa. Quando sarai più grande avrai anche tu il tuo gregge.»
Il piccolo cercò di protestare, ma Aruk gli fece capire di starsene buono. I due fratelli uscirono mesti dalla casa. Dristi li seguì senza farsi notare.
«Perché non hai insistito?» chiese Akim arrabbiato e deluso.
«Sarebbe stato inutile, e per giunta papà si stava arrabbiando veramente. La cosa migliore da fare è rigare dritto per qualche tempo e poi provare a richiederglielo» spiegò Aruk.
«Sei sicuro di volermi portare con te?» chiese.
«Certo!» gli rispose rassicurante Aruk. «In effetti, mi annoio da solo al pascolo, e mi fa piacere avere la tua compagnia. E poi quattro occhi vedono meglio di due!»
La madre riferì il dialogo a Champak, tutta compiaciuta.
Da quel giorno le cose tra i due fratelli andarono meglio, giocavano insieme senza litigare e diventarono pressoché inseparabili. Dopo circa due settimane, Aruk andò a parlare nuovamente con suo padre.
«Perché vuoi portarti appresso tuo fratello?»
«Perché può essermi utile per accudire le pecore, e poi mi piace stare in sua compagnia.»
«Ti rendi conto che la responsabilità sarà tua?»
«Sì, ma Akim è in gamba!»
«E sia, verrà con te tre giorni, mentre gli altri dovrà stare con il vecchio saggio per imparare le tradizioni e i mestieri del villaggio» sentenziò Champak. «Ma so già come andrà a finire: al terzo giorno verrai da me a pregarmi di tenerlo a casa.»
Aruk corse da suo fratello a comunicargli la bella notizia. Akim non stava più nella pelle dalla felicità. Aruk era orgoglioso di se stesso, era riuscito a farsi considerare dal padre, un’enorme conquista.
Champak si sbagliava, l’amicizia fra i due fratelli non durò solo tre giorni, ma divenne sempre più forte.
Aruk e Akim iniziarono così ad accompagnare insieme le pecore al pascolo. Per passare il tempo, i due bambini, che crescevano a vista d’occhio, giorno dopo giorno si allenavano anche a tirare con l’arco. Akim, nonostante la giovanissima età, aveva una mira eccezionale; si capiva chiaramente che aveva la stoffa per diventare un ottimo cacciatore o un guerriero. Spesso si divertivano a fare la lotta, ma usavano tutto un altro spirito: nessuno dei due voleva fare male all’altro, era solo un gioco, un divertimento un po’ cruento. Nelle ore più calde della giornata si tuffavano nelle fresche acque del fiume e lì, a mani nude, cercavano di catturare i pesci. Aruk era infallibile: grazie alla sua capacità di avvertire la loro presenza, non se ne faceva sfuggire uno.
In una calda giornata di fine primavera, i due fratelli erano come al solito sulle rive del fiume, in compagnia delle pecore. Sdraiati nell’erba, Akim sonnecchiava beato, mentre Aruk lasciava vagare i sensi alla ricerca di qualche animale che attirasse la sua attenzione. Il sole gli scaldava la pelle e un lieve venticello lo accarezzava. Stava quasi cedendo al dolce torpore che precedeva il sonno, quando percepì una strana vibrazione. Era ancora lontana, ma si stava avvicinando. Tutta l’aria era scossa da quel fremito. Scattò in piedi: «Akim, svegliati presto! Senti? Stanno arrivando!» disse tutto agitato.
Akim si stropicciò gli occhi, sbadigliando rumorosamente. «Chi arriva? Io non sento niente.»
«Devi correre al villaggio. Subito! Presto! Devi chiamare i cacciatori, stanno arrivando i bisonti!»
Akim si fece molto più attento. Sapeva benissimo quanto i bisonti fossero importanti per il villaggio: significavano cibo e pelli in abbondanza. Ma per quanto si sforzasse, lui non avvertiva nessun segnale che ne preannunciasse l’arrivo.
«Aruk, ti stai sbagliando. Io non li vado a chiamare, tutto il villaggio mi prenderebbe in giro.»
Ma il fratello maggiore insistette: «Corri subito, io devo spostare le pecore, altrimenti si spaventeranno e scapperanno via».
Akim cercò ancora di convincere il fratello a non mandarlo a chiamare i cacciatori.
«Muoviti, il capomandria ha sete. Farà fermare i bisonti alle pozze oltre la collina. Un’ottima occasione per i cacciatori.»
E così Akim, anche se recalcitrante, ritornò al villaggio e, per convincere i cacciatori a muoversi, disse a tutti di aver visto personalmente la mandria, sperando in cuor suo che Aruk non si sbagliasse. E alla domanda di un cacciatore: «Quanti bisonti hai visto?», Akim rispose con tutta la sua furbizia da bambino: «Sono troppo piccolo per contare, ma a me sembravano tanti», strappando un sorriso al cacciatore, che subito corse a prepararsi.
Tutto il villaggio si movimentò nell’udire la notizia. Vennero preparati i fuochi per affumicare la carne e gli attrezzi per conciare le pelli. I cacciatori, dopo essersi dipinti il più in fretta possibile sul volto e sul corpo i colori propiziatori della caccia, si precipitarono, armati di lance e archi, nel luogo indicato da Akim.
Lì trovarono una meravigliosa mandria.
Si acquattarono sulle sommità delle colline e studiarono i capi da uccidere. Akim non si era certo lasciato sfuggire quella ghiotta occasione: aveva seguito i cacciatori e ora anche lui se ne stava acquattato nell’erba a guardare rapito e stupito quei maestosi animali.
Suo fratello lo raggiunse dopo aver riportato le pecore al villaggio. Gli si avvicinò silenzioso: «Passerai un guaio! Sei troppo piccolo per restare qui», ma Akim non lo stava ascoltando, perso com’era dalla vista di quella scena.
Guardò i cacciatori scegliere le prede. Comunicavano solo con sguardi e gesti quasi impercettibili. La tensione crebbe al punto che la si poteva toccare. Akim era certo che anche il capo mandria si fosse accorto del pericolo imminente, ma nel momento in cui alzò la testa per dare l’allarme alla mandria, i cacciatori uscirono allo scoperto come un solo uomo e si lanciarono all’inseguimento delle prede.
Per Akim fu uno spettacolo straordinario, non riusciva a staccare gli occhi dai cacciatori che correvano incontro al bisonte scelto, s’inginocchiavano e, con una freddezza assoluta, attendevano statuari il momento più opportuno per scoccare la freccia o scagliare la lancia.
Nessuno mancò il bersaglio e tutti i capi scelti furono abbattuti.
Anche Aruk stava seguendo la caccia, ma a modo suo. I suoi sensi erano rapiti dalle mille sensazioni che pervadevano la mandria. Sentiva la loro stanchezza, la sete, l’eccitazione dei capi più giovani, ma c’era un'emozione che sovrastava tutte le altre, ed era il coraggio e la potenza che scaturivano dal capo mandria. Appena scorto il pericolo, la bestia aveva gridato forte il suo allarme. Le madri si erano avvicinate ai loro piccoli, dirigendosi verso il centro della mandria; i maschi giovani si erano spostati verso l’esterno. Nel momento di fuggire, il capo mandria era corso in mezzo al bestiame, probabilmente per accertarsi che tutti avessero capito che bisognava scappare, e poi, senza esitare, si era diretto come una furia verso i nemici.
Aruk poteva sentire tutto il suo odio e il desiderio di calpestare i cacciatori, per ucciderli senza alcuna pietà, ma presto non ebbe altra scelta che fuggire con gli altri.
Per garantire la sopravvivenza della specie, durante la carica nessun cucciolo era stato ucciso, e alle pozze dell’acqua erano morti solo gli esemplari più vecchi e deboli. Il resto della mandria aveva continuato la sua corsa nelle praterie.
Ogni guerriero si avvicinò alla propria preda abbattuta. Dopo aver ringraziato l’animale per essere stato un esemplare così bello, possente e coraggioso, e dopo aver ringraziato gli spiriti dei guerrieri che nel passato avevano cacciato in quelle stesse pianure e che oggi guidavano i loro giovani discendenti, portarono i bisonti al villaggio e li macellarono.
Nessuna parte delle prede venne sprecata. Le pelli vennero conciate e utilizzate per confezionare abiti, calzari e tamburi; le carni furono affumicate e conservate per il lungo inverno; le ossa vennero raschiate e lavorate per ottenere utensili; i tendini diventarono robuste corde.
La festa per ringraziare i benevoli spiriti per la proficua caccia fu un avvenimento eccezionale. Ogni abitante del villaggio era euforico e felice, pronto a divertirsi. Lo erano tutti, tranne Akim.
Nonostante il villaggio gli avesse espresso grande riconoscimento per aver condotto i cacciatori alla mandria, suo padre si era arrabbiato moltissimo, sia quando aveva scoperto che aveva seguito lo svolgersi della caccia dalle sommità delle colline, sia quando aveva immaginato che si fosse allontanato da suo fratello per andare fino alle pozze dell’acqua, dove poi aveva trovato la mandria.
Inoltre, Akim si sentiva in colpa nei confronti del fratello. Non sapeva come, ma il merito di quella caccia era di Aruk, non suo. Avrebbe voluto dire a tutti la verità, ma suo fratello glielo aveva proibito.
«Non provarci nemmeno» gli aveva detto. «Tutti mi prenderebbero per matto!» E così lui era stato zitto e, a partire dall’indomani, avrebbe scontato la punizione che suo padre gli aveva inflitto: un mese intero senza poter andare ai pascoli insieme ad Aruk, confinato nel villaggio.
Aruk era felice della buona riuscita della caccia, e sapeva che il merito era suo. Da un lato avrebbe tanto voluto rivelare a tutti la verità e prendersi la gloria che invece la tribù stava riservando a suo fratello; dall’altro non poteva svelare questo suo potere, perché ancora non lo aveva capito nemmeno lui, cosa che un po’ lo spaventava. Che cosa avrebbe pensato la gente?
Aveva valutato l’ipotesi di rivelarlo ai genitori, e un paio di volte ci aveva anche provato, senza mai riuscirci. In seguito, poi, semplicemente erano mancate le occasioni giuste. Era consapevole che la capacità di sentire tutti gli altri esseri viventi e di riuscire quasi a sfiorarli con lo spirito non era certo una cosa comune, ma percepiva anche che quell’abilità cresceva insieme a lui giorno dopo giorno. Quello che era nato come un gioco speciale che lo aveva fatto sentire superiore agli altri – e specialmente ad Akim – si stava trasformando in un vero e proprio potere, un dono degli spiriti le cui responsabilità non sapeva gestire. In fondo era ancora un bambino.
E così trascorse tutti i festeggiamenti per la caccia ai bisonti imprigionato nei suoi pensieri, covando un po’ di rancore e invidia per il trattamento riservato ad Akim. Dristi e Champak si accorsero subito del malumore del figlio e intuirono anche il risentimento nei confronti del fratellino.
«Eccoti qua, Aruk» gli disse il padre poggiandogli la mano sulla spalla. «È tutta la sera che ti cerco.»
Aruk lo guardò di sottecchi, un po’ sospettoso. Forse anche lui sarebbe stato punito per non aver badato come avrebbe dovuto a suo fratello.
«Volevo complimentarmi con te, sei stato davvero molto bravo a riportare al villaggio le pecore prima che si spaventassero, hai dimostrato di essere molto responsabile. Sono orgoglioso di te!» disse Champak battendogli affettuosamente la mano sulla spalla.
Anche Dristi gli si avvicinò: «Cerca di goderti un po’ questa bella festa e questa atmosfera allegra. Domani, dell’euforia e della gloria di cui ora gode tuo fratello non resterà più nulla. E tra una settimana nessuno si ricorderà chi ha scovato i bisonti».
Le parole della madre lo rincuorarono un poco e Aruk andò ad ascoltare i cacciatori che, per l’ennesima volta, raccontavano alla gente raccolta intorno ai fuochi la caccia appena conclusa.
Champak e Dristi rimasero da soli. La donna prese il marito per mano. «Stanno crescendo» considerò un po’ a malincuore.
«Ma lo stanno facendo bene!» aggiunse con allegria Champak. «Sono preoccupato per Aruk, però. A volte mi sembra che si senta inadeguato» continuò accarezzando distrattamente la mano di Dristi. «Dovrei passare più tempo con lui, presto gli chiederò di accompagnarmi durante le battute di caccia.»
«Mi sembra un’ottima idea» commentò lei. «Anche se già immagino le proteste di Akim appena apprenderà la notizia, sempre che non decida di seguirvi di nascosto. Mi preoccupa parecchio questo suo allontanarsi da solo, incurante dei pericoli: ha questo spirito selvaggio e incosciente!»
«Sì, è vero» confermò Champak sogghignando. «Ha preso il tuo spirito irrequieto.» Dristi lo guardò con teatrale stupore. Champak continuò: «Se non ricordo male, tu alla sua età sei sparita dal villaggio per tre giorni, e quando ti hanno ritrovata hai spiegato che volevi scoprire dove finiva il fiume», e Dristi, fingendo di essere offesa, replicò chiedendo: «E che tipo di spirito ti guidava quando tu, al nostro primo appuntamento, hai rubato il calumet della pace allo sciamano?».
Champak sorrise al ricordo.
«Che cosa dici? Ti ho impressionata?» chiese poi.
«Sì, direi che mi hai impressionata abbastanza.»
I due si guardarono negli occhi e sorrisero teneramente.

Nonostante la punizione del padre, qualche giorno dopo la caccia ai bisonti, Akim venne affidato a un anziano cacciatore, Ohitekah, che si affezionò molto a quel cucciolo dagli occhi brillanti e svegli. Facevano lunghe passeggiate nel villaggio e negli immediati dintorni, e Ohitekah insegnava ad Akim tantissime cose. Il bambino imparò a notare non solo le impronte che gli animali lasciavano sul terreno, ma anche tutti quei segni che involontariamente si lasciavano dietro al loro passaggio: feci, rametti rotti, erba calpestata, ciuffi di pelo e tanti altri dettagli che a un occhio non esperto sarebbero passati inosservati. Ohitekah gli insegnò ad ascoltare i rumori della natura, a riconoscere i versi degli animali e a interpretarli per capirne il significato; gli spiegò come comprendere il difficile canto del vento o come annusare gli odori che trasportava, come decifrare il suo sibilo tra i rami e le foglie degli alberi o come capire se avrebbe portato la pioggia o spazzato via le nuvole.
A volte improvvisavano battute di caccia all’interno del villaggio: indossavano così i colori propiziatori, scovavano le tracce del gallo del pollaio, lo seguivano stando attenti ai minimi particolari e qualche volta riuscivano anche a catturarlo. Allora, pieni di orgoglio e soddisfazione, recitavano le parole di ringraziamento agli spiriti per la proficua caccia.
Akim adorava trascorrere i pomeriggi con Ohitekah e imparava tutto con rapidità e naturalezza. In cuor suo voleva diventare più bravo di Aruk, a seguire gli animali. Non sapeva bene come suo fratello potesse “sentirli”, ma era convinto che dietro ci fosse un trucco: una specie di scorciatoia nemmeno troppo leale nei confronti delle prede. Non come lui, che adorava usare tutte le sue conoscenze e capacità per scovare gli animali: poteva restare fermo per delle ore ad ascoltare i canti degli uccelli, il vento, tutti gli scricchiolii del bosco o il frusciare dell’erba. Provava un immenso piacere nello stare immerso completamente nella natura, ma il massimo della soddisfazione la provava quando riusciva a catturare le prede grazie alla sua astuzia.
Poi c’erano i racconti delle battute di caccia. Akim seguiva le parole di Ohitekah con la bocca e gli occhi spalancati dallo stupore. Non si perdeva nemmeno una parola. Rimaneva immerso nella storia e quasi gli sembrava di vivere in prima persona l’avventura che il cacciatore stava raccontando. Rimaneva in silenzio fino alla fine, per paura che la magia del momento finisse, e con il folle timore che se l’avesse fatto il suo mentore se ne sarebbe andato.
A Ohitekah piaceva tanto parlare, era bello raccontare le esperienze della sua vita passata e poter trasmettere a qualcuno la conoscenza sulla caccia. Era così appagante catturare l’attenzione di quel bambino, e ancora di più lo era la consapevolezza di insegnargli qualcosa che lo avrebbe aiutato molto nella vita.
L’uomo aveva molta pazienza e rispondeva volentieri alla valanga di domande che il piccolo Akim gli riversava addosso alla fine di ogni storia.
Dristi e Champak erano molto fieri dei progressi del figlio. Tutte le sere ascoltavano con piacere il racconto della giornata trascorsa con Ohitekah e lo osservavano orgogliosi mentre riproduceva nella polvere le impronte dei vari animali.
A volte Akim e Aruk giocavano con il padre, dando la caccia a prede immaginarie. Ovviamente erano tutte avventure rocambolesche che terminavano con l’inevitabile cattura della preda, che poi veniva consegnata a Dristi, la quale, dopo aver elogiato i grandi cacciatori, fingeva di cucinarle.

Spesso si ha la percezione che il tempo scorra pigramente e che tutti gli eventi si susseguano sempre uguali, stagione dopo stagione. È quello che accadde al villaggio dopo la grande caccia ai bisonti: semplicemente la vita ritornò quella di sempre, con gli abitanti indaffarati nei soliti lavori di semina, raccolta, di caccia e pesca.
Il giorno del suo settimo compleanno, Akim, al pari di suo fratello, si vide consegnare quattro pecore da Enapay, e così iniziò anche lui a fare il pastore.
La vera novità di quegli anni fu che i due fratelli, piano piano, si separarono. Un po’ fu dovuto alla differenza d’età: Aruk ora era grande e gli competevano anche altre incombenze, oltre alla cura delle sue pecore, che da quattro erano diventate dodici. Inoltre il padre, sempre più spesso, gli chiedeva di accompagnarlo nelle battute di caccia. Ma Akim stavolta aveva imparato la lezione: era solo questione di tempo. Non doveva avere fretta o essere invidioso del fratello, perché da lì a tre anni il padre avrebbe chiesto anche a lui di accompagnarlo a caccia.
Era la lenta e immutabile vita del villaggio.

06 giugno 2019

Aggiornamento

Recensione di Crescere di Marika, in arte la labraiamatta90 sul suo blog.
Scoprite cosa ne pensa.
18 marzo 2019

Evento

18 marzo ore 15, Biblioteca Ispra
L'autrice Simona Livio incontrerà in biblioteca il gruppo di lettura di Ispra per parlare del suo ultimo libro Crescere e del crowdfunding nell'editoria.
11 marzo 2019

Aggiornamento

A partire dalle ore 20.00 l'autrice Simona Livio sarà in diretta nella trasmissione I DU MATT su Radio Lupo Solitario (https://www.radiolupo.it/) per parlare del suo nuovo libro Crescere.

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Non vedo l’ora di poter leggere il libro di Simona . Ho la fortuna di conoscerla di persona ed è una persona davvero speciale ! Ho letto La trama e già mi coinvolge moltissimo.
    In bocca al lupo splendida donna 🥰

  2. (proprietario verificato)

    Aspetto con ansia di poter leggere un libro che sono sicura sarà ricco di sentimenti e di valori

  3. (proprietario verificato)

    Una bella storia, riga dopo riga, pagina dopo pagina, vien voglia di vedere cosa succede, come vanno a finire le avventure dei due fratelli e di tutta la tribù …mi è piaciuto
    Solo una cosa sul finale, mi sembra un pochino troncato, come se mancasse un pezzo,
    ma ragionandoci forse è solamente perché si vorrebbe sapere come prosegue la loro vita

  4. (proprietario verificato)

    Che dire…..leggere di quei valori che ci sono stati insegnati e che al giorno d’oggi sono sottovalutati ,mi riempie il cuore di gioia ….in bocca al lupo ……non vedo l’ora di leggerlo 😘😘😘

  5. (proprietario verificato)

    Che dire….Non vedo l’ora di gustarmelo tutto…parola per parola!

  6. (proprietario verificato)

    Non vedo l’ora di poter leggere questo libro che sarà sicuramente coinvolgente!

  7. (proprietario verificato)

    L anteprima mi piace molto.Non vedo l ora che arrivi il libro.Complimenti Simona!

  8. (proprietario verificato)

    Non vedo l’ora di leggere Questo libro!
    Crescere….emblema della vita, narrata da quale migliore interprete, se non da una persona Vera come Simona!.

  9. (proprietario verificato)

    Grande Simo!!! Curiosa ed emozionata per te, sono certa che sarà stupendo ❤️

  10. (proprietario verificato)

    Simona è una persona speciale, che ho incontrato in un momento speciale della vita, è una bella sorpresa sapere che è una scrittrice e che crea dei bellissimi racconti con il cuore!

  11. (proprietario verificato)

    Sono molto felice per Simona, per questo sogno che si avvera e per tutti gli altri che verranno.

  12. (proprietario verificato)

    Bella la possibilità di leggere l’anteprima non editata, brava Simona per il testo! L’idea che ognuno debba coltivare il proprio talento è un ottimo insegnamento, quindi spero che il libro venga letto da tante persone!!!Forzaaaa

  13. (proprietario verificato)

    Ho incontrato questo libro quando era ancora neonato, ora sta crescendo forte come una quercia!brava Simona, te lo meriti!!

  14. (proprietario verificato)

    Ciao Simo bellissimo riassunto della tua vita fino ad oggi! Leggeremo con entusiasmo questo tua nuova creatura!

  15. (proprietario verificato)

    non vedo l’ora di leggerlo tutto, è una storia che fa riflettere molto e da cui di può imparare per, appunto, CRESCERE ❤️

  16. (proprietario verificato)

    Ciao Simona, sono contenta di leggere il tuo racconto . grazie di avermi resa partecipe

  17. Super complimenti Simona,
    Hai una grande anima e sono sicura che tutti lo sentiranno leggendo il tuo libro 🙂

  18. (proprietario verificato)

    Grande la mia Simo io l’ho sempre detto che eri bravissima a scrivere e questa è la conferma

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Simona Livio
SIMONA LIVIO è nata nel 1974 in provincia di Varese dove si è diplomata e dove tuttora vive insieme alla sua famiglia.
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