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Ho dato fuoco alla metro gialla

Ho dato fuoco alla metro gialla campagna
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Consegna prevista Febbraio 2021
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Milano, 2019.
Tre universitari, stagisti usa e getta, cercano uno spazio espressivo in una società in cui si sentono invisibili e inascoltati. Il pianeta marcisce, i sogni professionali di una generazione si scontrano con l’infinita flessibilità e intanto la politica scarica le colpe su 80 poveretti dispersi in mare. C’è bisogno di imporre temi più seri al mondo, a tutti i costi.
La loro soluzione? Dare fuoco alla metro gialla, nel giorno delle elezioni.
Tutto procede secondo i piani, fino a quando la Contessa, stagista-capo terrorista, viene scoperta dal suo manager, Claudio, trentenne in crisi esistenziale, appena uscito da una relazione di 6 anni, che passa il tempo tra cannette, limoni occasionali, citazioni di Brecht, attacchi di panico e musica indie.
Lei deve risolvere il problema, nel modo più crudo e veloce possibile. Lui deve fermarla. Salvare lei. Salvare Milano.
Ma in fondo, la Contessa, ha davvero torto?

Perché ho scritto questo libro?

Non vi sembra di non avere più un vero spazio espressivo, di essere ininfluenti nella società?

Il libro è una grande scusa per dibattere, tramite i dialoghi dei personaggi, su alcuni temi che mi sono cari da sempre: siamo liberi? Sacrificare quasi tutto il proprio tempo al lavoro, per pagarsi due settimane di ferie un mutuo è un’idea giusta? Fino a che limite ci si può spingere, quando si lotta per un ideale? Qual è la pena giusta per chi indossa le calze color carne?

ANTEPRIMA NON EDITATA

Cap. I – Claudio.
Sono le dieci e mezza, starà sicuramente dormendo. O la chiamata ora o mai più. Deve beccarla mentre non è ancora lucida, altrimenti lo sbrana.
Tuuu…
Tuuu…
Tuuu…
Tuuuu…
Click.
“Ciao miciolina!”
“Nnnh… Cosa cazzo vuoi?”
“Andiamo a pranzo al Nabi oggi?”
“Claudio, tu non hai capito. Stavolta basta. Non si torna indietro.”
“Sì, sì, va bene, dai…”
“No, non hai capito. Basta. Sono stufa. Stu-fa.”
“Ti ho comprato una cosina…”
Tace. Funziona sempre.
“Sei veramente un pirla, Claudio. Sei anni buttati nel gabinetto.”
Aplomb milanese. Gabinetto le esce male, con la e meno trascinata del solito. Ha in mente un’altra parola.
“Non esagerare. Ero un po’ nervoso, però non essere ingiusta, su. Abbiamo vissuto un sacco di momenti carini. Dai tipo…”
“Tipo un cazzo, Claudio! Tipo un cazzo! A che prezzo poi! Al costo di reggere sempre le tue sceneggiate, i tuoi sbalzi di umore, il tuo rimuginare, rimuginare su tutto!”
Claudio allontana il telefono dall’orecchio, gli sta sfondando i timpani, “Vai da una psicologa, io una scena così davanti ai miei… ti giuro, non farmici ripensare che mi viene il vomito.”
“Aaah, co’ ’sti tuoi. Io parlo di noi due e tu ancora fissata co’ ’sta cosa dei tuoi. I santissimi tuoi. Per una volta che mi esprimo…”
“Ti esprimi? Ti sei messo a gridare a metà cena che il mutuo è da ritardati e che non erano i tuoi commercialisti! Ringrazia che mio padre se ne è andato in camera! Sei solo una merda!”

Continua a leggere

“Non stavo gridando! Ma poi cosa vogliono i tuoi? Saranno cazzi miei se voglio stare in affitto a vita al posto di, di indebitarmi per stampare il mio nome su un citofono? Per essere sicuro di fare lo schiavo a Milano per sempre? I tuoi devono imparare a stare nel loro.”
“Che coraggio Claudio, dopo che ti hanno trattato da principe! Fai schifo!”
“Ah, capirai… capirai… a Milano tutti ti trattano da principe. Basta che sorridi e dici sempre di sì. Dei gran lord…”
“Sei veramente uno stronzo Claudio… Cresci! Devi crescere! Stai sempre a lamentarti! Licenziati e vai a fare il Peter Pan con qualche ronciona, così sei felice! Io non ti sopporto più! Levati dal cazzo!”
“Sai che c’è Marta? Te lo dico in maniera cristallina. Vai a fare in culo, di cuore. Magari è il primo dei miei discorsi che riesci a capire.”
“Maleducato.” Click.
Cazzo. È davvero finita.
Claudio ripone il cellulare nelle lunghe tasche laterali del trench blu, si passa una mano tra i capelli neri, si appoggia al muretto di fianco alle scale che portano alla stazione di Porta Romana FS e chiude gli occhi, nerissimi anche loro.
Sente una brezza leggera salire dai piedi. Scorre lungo il trench, si infila sotto la barba e scivola sul suo viso olivastro, fino a raggiungere il naso, vagamente etrusco, le sopracciglia, dritte e poco curate, e la fronte, coperta da un ciuffo spettinato, che svolazza anarchico.
La brezza profuma di libertà, di andirivieni, di case di sconosciute, di nuovi nomi da imparare. Pensa alle possibilità, all’oceano delle nuove possibilità nel quale non vede l’ora di tuffarsi, nuovi posti da frequentare, nuovi gusti da scoprire, nuove compagne di giochi. Magari una nuova lei, stavolta mora.
Riesce a sentire il suono dei discorsi per conoscersi, lo schiocco delle labbra dopo i primi baci, il rumore del sesso Vero, quello dei primi sei mesi, intenso, elettrico, percepisce l’odore del sudore, delle sigarette fumate nel letto e dei buchi sulle lenzuola. Sensazioni che non prova da troppo tempo.
Respira a pieni polmoni per assaporarle.
Marta, ti ricordi degli inizi?
Profumavate di estate, pinete e marijuana. Vi sfidavate, di continuo. Vi eravate conosciuti sfidandovi. Un incrocio di sguardi nei vicoli, due battute del cazzo sue, con quella erre impronunciabile, tu che lo sfotti, lui che passa il limite, ti guarda, ti sorride e ti schiaccia il bicchiere di plastica, provocando un’eruzione di granita sul tuo vestitino bianco, lui scoppia a ridere, tu lo insegui e lo prendi a pugni, lui si ferma di colpo, ti afferra per gli avambracci e ti bacia, tu ne approfitti per versargli l’altra metà della granita in testa, lui ride e ti sdraia sul cofano di una Panda Rossa, tu gli tiri uno schiaffo e gli dici che allora è proprio un pirla, che un pirla così non l’avevi mai conosciuto.
Quanto era bello essere due pirla, Marta.
Poi siete diventati seri. Vi siete innamorati. Avete iniziato a vedervi tanto, troppo. Vi siete abituati l’uno alla presenza dell’altra. Siete diventati una Coppia. Le sue stronzate non ti divertivano più. I tuoi discorsi lo annoiavano a morte. Le “vostre piccole differenze”, che all’inizio vi facevano morire dal ridere, si sono trasformate in crateri, vi hanno allontanati giorno dopo giorno.
Avete smesso di divertirvi, di flirtare. Non serviva più, del resto. Le coppie si fanno i regali, festeggiano un mese, sei mesi e poi gli anni. Mica flirtano. Due coglioni, Marta. Una noia mortale.
Claudio riapre gli occhi e si stacca dal muretto. Vorrebbe fare due passi, ma è pieno di pollini odiosi, una delle quarantadue sostanze a cui è allergico, meglio stare all’aperto il meno possibile. Aspetta l’autobus e scende dopo due fermate brevissime, in cerca di un caffè decente. Gli va male. Pure il Bar Plaza lo han preso i cinesi. Ma da quando?
“Buongiorno.”
“Giorno. Un caffè, grazie.”
“Uno euro.”
Comunque la macchinetta è la stessa. Il caffè ci sta. Anzi, il cinese gli chiede se vuole un bicchiere d’acqua.
“Frizzante grazie. A Milano non te la offre nessuno.”
“Io? Tanti anni a Bari, Puglia. Mi impararono lì. Il padrone di bar…”
Bruce Lee gli riempie la testa, lui non capisce una parola. Continua a pensare a Marta.
Cosa li teneva insieme ormai? Affetto? Sicuro, tantissimo. Comodità? Anche. Pausa di cambiare? Colpevoli.
“Grande, bella Bari. Pure io son pugliese. È meglio Lecce però. Alla prossima.”
Esce dal bar trottando. Addio Marta, ti ha amato tantissimo, ma è giusto così. Si sposino gli altri, per l’ansia di restare soli a trentun anni. Claudio Rizzi non accetta compromessi. A mai più risentirci.
Mai più… Cazzo, Claudio… è stata la vostra ultima telefonata.
Non la sentirai più. Mai più…
Cazzo.
Cazzo!
L’umore gli crolla di colpo. Non la vedrà mai più. Mai più. Gli sale una botta d’ansia. Afferra il telefono. Calma Claudio, calma.
Chiude gli occhi. Respira lentamente. Cerca una via di fuga dai pensieri negativi. Immagina una barca a vela, un gatto nero a prua, un libro nuovo e il mare aperto che li circonda.
Li riapre. Ha davanti l’asfalto di Milano, il cavalcavia di Corvetto e una domenica lunghissima in cui affogare nelle paranoie. Cazzo.

Cap. II – Pazza idea.
“Contessa, ’sto volantino fa schifo al cazzo, manca di motivazioni politiche, si deve capire che: primo, lo facciamo contro i fasci di merda; secondo, chiamiamo a raduno i compagni nel giorno delle elezioni europee, domenica 5 maggio 2019.”
La Contessa scivola verso l’alto, spingendo il culo piccolo e sodo, da ex-atleta, contro il bordo della sedia. Il maglione largo da robbosa-radical-chic le facilita il movimento, azzerando l’attrito contro il legno. Si appoggia al tavolo con i gomiti, punta l’indice della mano sinistra contro la guancia e appoggia il labbro inferiore sul medio, fissando negli occhi Jeco, mentre con la destra fa roteare una penna tra le dita. Imprinting. Lo faceva sempre la sua prof di latino, prima di massacrarla.
“I fasci? Mi spieghi cosa c’entra la metropolitana coi fasci, Jé?”
“Figa svegliati!”, Jeco tira una manata sul tavolo. Una pallina di cotone gli cade dalla barbetta roscia e sporca, piena di vuoti. Sembra che gli abbiano incollato dei peli pubici in faccia. Non sarebbe nemmeno così brutto se la tagliasse, è alto, viso regolare, fisico sportivo. Peccato che sia così coglione. Una massa bianchiccia e rossa con il cervello sempre impallato da qualche sostanza psicoattiva, che agita slogan. “La metropolitana la prendono i borghesini, chiaro? I borghesini sono quelle merde che si aggrappano con le unghie alle loro certezze, al loro pezzetto di successo, il posticino in azienda, la televisione grande, l’Audi. La paura li…”
“Te pure c’hai l’Audi, Jé”, la Contessa lo interrompe. È il momento della domanda difficile all’alunno ottuso. Continua svogliata, sbiascicando lentissima le parole, “Io ho studiato Communications e sto a lavorà in azienda…” Sospira profondamente. “…che siamo anche noi fasci?”
Jeco sbrocca. Si gratta le narici e le ringhia in faccia punteggiandola di saliva, “Cazzo c’entra idiota! Me l’ha regalata mio padre e mi serve solo come mezzo. A me non me ne frega un cazzo della macchina”.
La Contessa si pulisce freneticamente col maglione, la saliva di un essere come Jeco le fa troppo schifo. Lo allontana con una spinta.
“Intanto ce l’hai! Guarda un po’! Sei un fascio? Perché devi sempre inscatolare la realtà in due macro-categorie? Che, stai alla scuola materna? Che c’entra quello che stiamo facendo col fascismo? C’hai capito qualcosa, zì? Una cosa, una.”
“Spiegatemelo voi allora! I cervelloni de’ noantri!” agita le mani in direzione della Contessa e del ragazzo con la felpa verde, intento ad allontanare con un foglio le briciole sparse sul tavolo. Gli si sono pericolosamente avvicinate, dopo le botte di Jeco alla superficie di legno, e minacciano la sua salute.
Sono briciole sporche, impastate di saliva, polvere. Si immagina miliardi di batteri che le cavalcano per attaccarlo. Non è in grado di seguire la conversazione.
“Ascolta, Jé. Se ti calmi te lo spiego. Noi vogliamo parlare. Comunicare. Scrivere una poesia con le fiamme. Far capire alle persone che stanno consumando la vita. Che sono vivi oggi, solo in questo preciso istante e devono dare senso ai loro giorni, smetterla di svendersi. Che non hanno più scuse, perché potevano esserci loro in quella metropolitana. Per cosa sarebbero morti? Per pagarsi le rate del mutuo? Per due settimane di libertà all’anno in un posto figo? Per cosa stanno accettando di svendere la loro esistenza? Perché hanno smesso di lottare? Di cosa hanno paura? Delle botte degli sbirri?”
Gli occhi della Contessa brillano. “La morte fa più paura degli sbirri Jé. Noi saremo una sentenza.”
Jeco la fissa muto, con la bocca spalancata. A lei ricorda una grossa cernia albina, pallida e confusa, con la vescica natatoria gonfia dopo essere stata risucchiata da una lenza verso la superficie, catturata da una forza inarrestabile che non riesce nemmeno a vedere, comprendere.
“Se mi permetti un appunto”, finito il minuzioso lavoro di allontanamento delle briciole infette, GiamPaolo ha iniziato a prestare attenzione ai due, “il tuo discorso è un poco una semplificazione… Molto teatrale, ma la chiave è un’altra. Non penso che il nostro ruolo sia di essere dei giustizieri. Noi siamo più… come lo chiami… un megafono, sì? Saremo un megafono. Ci sono troppe storture in questa civiltà, Jeco, troppi umani consumati dal dolore. Noi saremo il canale espressivo. La conoscete l’agenda setting, sì?”
Jeco annuisce poco convinto, mentre continua a tormentarsi il naso. Non c’ha veramente capito un cazzo.
“Insomma, noi porteremo finalmente qualche discorso sensato sulle reti nazionali. Sui quotidiani. Sulle radio di tutto il mondo. A malincuore per i morti, non per ammazzare o punire qualcuno. I morti sono un effetto collaterale, servono per rendere l’azione notiziabile. San Gennaro li abbia in cuore.”
Ognuno ha una motivazione diversa. Stanno insieme per una serie di coincidenze, legati da una irrefrenabile volontà distruttiva.
La Contessa verso i suoi. Verso un padre che l’ha sbattuta a Milano, perché potesse maturare e tranquillizzarsi, dopo che insieme a sua madre le ha distrutto l’infanzia, l’ha spinta verso l’autolesionismo, ha nutrito in lei, con un perfetto dosaggio di anaffettività e mancanza totale di tatto, la sensazione che non valesse nulla nella vita. Che fosse un errore da cancellare. Li odia. Odia se stessa. Odia Milano, che avrebbe dovuto educarla, ingabbiarla, che l’ha separata da sua sorella, Flaminia, l’unica persona a cui era veramente legata nel mondo. Si sente sola, come mai nella vita, in una città fredda e spietata. Restituirà il colpo, con gli interessi. A Milano. Ai suoi. A questi stronzi con la camicia e una parlata insopportabile, che si sentono meglio di lei. Gusci pieni di valori materiali e privi di poesia. Credono di valere 5.000 punti, quando ne valgono al massimo 100, 115.
Per GiamPaolo, felpa verde, il rogo alla metropolitana durante le elezioni è l’occasione perfetta per incidere sulla società. Istruire finalmente con le sue teorie un’umanità disinformata e inesorabilmente diretta verso l’estinzione sicura. Le risorse non ci sono. Il lavoro non c’è. La giustizia non c’è. E intanto questi di che discutono? Degli equilibri della maggioranza? Di settanta poveretti, da tenere in ostaggio in alto mare, come se la loro presenza potesse davvero modificare gli equilibri economici di un continente? Bisogna imporre temi più seri al mondo. In ogni modo possibile.
Jeco è molto più basico.
Esce fuori da un milieu culturale che sfornava esseri umani in serie, fissati con Vasco, gli 883, Discoradio, l’Honda SC, il mutuo a ventisei anni con convivenza inclusa, preferibilmente con la tipa del miglior amico del liceo. Non gli andava di diventare una fotocopia di suo padre e dei suoi amici. Ha cercato in tutti i modi un proprio spazio di diversità, una via di fuga da un destino segnato. Un’identità.
All’università è sbocciato. Ha limonato in cortile con una napoletana aficionada al Leoncavallo che gli ha cambiato la vita. Macao, Cantiere, Tempio, Cox18, si è infilato in tutti i Centri Sociali e gli spazi occupati di Milano. Impazziva quando poteva fare bordello. Usare le mani, le bottiglie, i sassi: erano la dimostrazione che lui era serio, che c’aveva i coglioni, che anche se non capiva un cazzo della filosofia di Rosa Luxemburg, lui non faceva le chiacchiere, faceva le cose. Se ne fotteva se poi i compagni gli facevano un culo tanto. Godeva all’idea di essere diverso tra i diversi. Loro erano troppo morbidi, dei radical chic. Lui invece ’sto mondo lo spaccava, lo spaccava davvero. Lui avrebbe preparato una sorpresa a Milano che si sarebbero ricordati tutti.
“Va beh, filosofi, il volantino scrivetelo voi che io ’ste cazzate non le so fare. Ma invece, i soldi per la benza poi? Come li troviamo? Figa, io non riesco a coprire tutto.”
La Contessa risponde cantilenante, sorridendogli: “Tranquillo Jé, ho aperto un progetto su Kickstarter”.
Felpa verde si mette le mani nei capelli, “Wa, Valé, ma che dici! Potrebbero tracciare il nostro IP. Tu tieni la capa storta!”
“Giampà… ma secondo te ho messo davvero un attentato su Kickstarter?”
La Contessa inizia a ridere, i suoi occhi chiari, verdi ma un po’ blu, brillano ancora più forte, grazie al riflesso della luce sulle lacrime.
Le labbra rosse Kiko disegnano un sorriso bellissimo, nascosto dietro al ciliegio tatuato sul braccio sinistro. Si passa le mani sulle guance per asciugare le lacrime, incasinando la frangetta nera e deformando il secondo tatuaggio, un piccolo cuore sul viso, sotto l’occhio destro. L’unico posto in cui i suoi le avevano chiesto di non tatuarsi. Cap. XVI – De tu querida presencia.
Fsssst.
Claudio cicca imbarazzato. Tira su col naso, poi si sdraia sul divano con le ginocchia piegate sul poggiamano e lo sguardo rivolto al soffitto.
“Non fai proprio niente in modo normale, Clà.”
“Sto sempre così. Mi serve per pensare…”
Lei gli si sdraia accanto, testa contro testa.
“Già… ne abbiamo bisogno, vé?”
Inizia un silenzio denso, pieno di pensieri, discorsi muti. Lui sbadiglia per romperlo. Lei è molto più efficace “Claudio…”
“Sì…”
“Che pensi?”
Claudio inspira a lungo, poi espira seccamente, storce un po’ il naso, apre la bocca, la lingua schiocca sul palato, poi le labbra si richiudono, trattenendo la sua vera risposta. Che penso, Contessa. Penso che questo sia un enorme casino. Che sei sexy, così oscura, selvatica, libera. Una che ha ancora il coraggio di fare la rivoluzione nel 2019. Cazzo, sei tutto ciò che mi mancava in Marta. Penso che vorrei strapparti i vestiti ora, scoparti pieno di rabbia e venirti sul cuore tatuato sul viso. Penso che le tue motivazioni di fondo, quelle sociali, cazzo, in fondo siano anche corrette. Penso che è vero, non abbiamo alcuno spazio espressivo, alcun mezzo per cambiare le cose. Penso che sì, nessuno ha mai fatto una rivoluzione con le carezze, ma che non puoi fare una strage a Milano, trucidare persone a caso. Penso che non posso denunciarti, non posso proprio. Non voglio rovinarti la vita. Non può essere l’unica soluzione, cazzo. Penso che forse mi volevi davvero ammazzare e che non so se hai complici, se sanno che sei stata scoperta, e quanto resterò vivo. Penso che non avrei mai dovuto aprire quella cazzo di agenda. Sarebbe rimasto un problema tuo. Penso che in realtà no, meglio così, che magari è la mia occasione di fare qualcosa di utile, di giusto. Penso che è dal primo giorno di stage che ti sento l’odore della sofferenza addosso, inconfondibile, ma non avrei mai pensato fosse così profonda. Penso che vorrei capire di più sulle tue dinamiche familiari, sui tuoi perché. Che non posso accettare che tu ti rovini la vita per colpa del passato. Penso che devo pensare in fretta ad una soluzione per sto casino.
“A niente. Sono un po’ stanco.”
“Anche io sono stanca, Claudio.”
La Contessa chiude gli occhi e si gira sul lato, rannicchiandosi nel divano.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

Commenti

  1. mirralessandro

    (proprietario verificato)

    Avvincente, fluido, sorprendente, non scontato. Il romanzo fa da cornice a interessanti spunti sociali, troppe volte sottovalutati, troppe volte calpestati dal ciclo veloce e continuo di un mondo che pensa solo ad “andare avanti”.

  2. (proprietario verificato)

    Recensisco per la prima volta in vita mia sentendomi tremendamente di parte, quindi a Carlo: missione raggiunta.
    Vivo in Corso Lodi, sono un giovane manager venuto dal basso tra gli schiaffi sociali e le lacrime, le inculate di falsi amici, le cannette paranoiche e la fatica di provarci ogni mattina.
    Questo é HDFAMG, una storia nostra. Corre forte perché non ti puoi permettere di svegliarti tardi ed ha il rumore sordo di chi urla rivalsa, di chi urla forte ma nessuno lo sente.
    Sono sicuro che tutti, hanno provato la sensazione del groppo alla gola. Qui c’è tutto, una centrifuga che separa all’esterno del libro i temi politici, sociali, relazionali, mischiando ad una suspence da Holliwood che ti tiene lì incollato.
    A certi libri puoi solo dire grazie, e a certi autori puoi solo aiutarli.
    CHE FIGATA

  3. (proprietario verificato)

    Un viaggio carico e intenso.
    Ho dato fuoco alla metro gialla si legge d’un fiato, complici una forma convincente, un linguaggio schietto e realistico, e una trama che ti risucchia fino all’ultima pagina. E in questo viaggio siamo chiamati a compartecipare alla continua ricerca dei protagonisti di un senso, di una realizzazione, dello squarcio sulla tela che sembra sempre inarrivabile. In questo viaggio si ride, si sorride, si riflette, si soffre e si ama forte insieme a Claudio, sullo sfondo di una Milano bella e maledetta, quella che ci fa dannare e innamorare ogni giorno.
    Un esordio croccantissimo, ancora complimenti!!

  4. (proprietario verificato)

    Una di quelle storie assolutamente non scontate in grado di fare nascere riflessioni su chi siamo oggi e su quali azioni possiamo mettere in atto “contro il sistema”.
    Si raccomanda la lettura in un ozioso pomeriggio domenicale perché la voglia di finirlo subito sarà assicurata!

  5. (proprietario verificato)

    Ho dato fuoco alla metro gialla è un romanzo moderno e coinvolgente, fatto di luoghi persone situazioni familiari a tutti. Approccia i temi sociali del XXI secolo con disinvoltura e spirito critico, senza risultare stantio.
    Una lettura senza dubbio appassionante e che lascia spazio a spunti di riflessione estremamente stimolanti!

  6. (proprietario verificato)

    Ho dato fuoco alla metro gialla è un romanzo avvincente dalla lettura scorrevole che ti cattura, pagina dopo pagina, accompagnandoti alla scoperta del Piano Nero, dei suoi personaggi e in primis di Claudio, il protagonista.
    Claudio, manager trentenne in crisi, é l’unico a conoscenza di quello che sta per accadere e l’unico che può intervenire… ma basterà e, soprattuto, vorrà bloccare il Piano? Ciò che resta da fare é leggere il libro e scoprirlo…

  7. ginevraharper

    Il primo aggettivo che mi viene in mente per questo libro è: CROCCANTE! Da leggere tutto d’un fiato, la scrittura ha un ritmo serrato e coinvolgente e le descrizioni, così ricche di particolari (ma senza esagerare, aspetto importantissimo), proiettano direttamente sulla tela dell’immaginazione la pellicola di un bellissimo film (mentale, come quelli del protagonista?). Mai un passaggio scontato, e questo, ne sono certa, costituisce la formula magica che renderà un successo quest’opera, che ha tutte le carte in regola per rappresentare un best seller dei nostri tempi: una fotografia cruda e romantica della realtà sociale di questi anni così assurdi e contraddittori. I miei più sinceri complimenti per l’esordio di Carlo come scrittore!

  8. (proprietario verificato)

    Vorrei definire questo libro “romanzo dark psicosociometropolitano”. L’ho letto tutto d’un fiato, tra parlata romanesca e dialetti del Sud snodati attraverso i luoghi di Milano. Ci ho trovato gli elementi che caratterizzano la società attuale: l’inerzia politica, il piattume aziendale, l’illusione dei social e il bisogno forte di rivendicare umanità. Tutto questo mentre un trepidante ” Piano Nero” incombe.

  9. (proprietario verificato)

    Un avvincente love-story revolucionaria alla Casa de Papel, dove i protagonisti ballano a ritmo di Indie in una Milano 2.0, frenetica e priva di scrupoli, fagocitatrice delle esistenze dei suoi abitanti. Claudio, 31enne fuori-sede “imbruttito”, vive in questo contesto secondo i paradigmi sociali del suo tempo, attanagliato dal senso di vuoto e attacchi di panico. Potra’ l’incontro con la pasionaria Valeria, giovane stagista radical-chic, cambiare il corso della sua abulica esistenza?

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Carlo Bossi
Carlo Bossi - che no, non è parente - nasce nel 1987 a Milano. Due anni dopo un certo Umberto fonda la Lega Nord e gli rovina le elementari. Nella vita cresce facendo una serie di errori, tipo tacere pochissimo quando doveva, portare i capelli ricci e lunghi al liceo e laurearsi in Scienze della Comunicazione.
Il primo ricordo felice da scrittore è una bellissima poesia oscena sul banco del vicino delle medie*.
Esperto nella promozione online di Creme di bellezza, Yogurt e Viaggi, nel campo della narrativa è all’esordio con il romanzo "Ho dato fuoco alla metro gialla"

*Questa frase è un botto Indie.
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