Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Search in posts
Search in pages

Diari dai giardini del mondo

Diari dai giardini del mondo

La campagna di crowdfunding è terminata, ma puoi continuare a pre-ordinare il libro per riceverlo prima che arrivi in libreria

Svuota
Quantità
Consegna prevista Novembre 2021
Bozze disponibili

Presupposti pessimi possono portare a importanti conclusioni? Questo libro è un lavoro di autoanalisi, nutrito a mal di pancia e mal di testa. È il diario di bordo di un viaggio in barca a vela fra Caraibi e Oceano Pacifico, effettuato offrendo il proprio lavoro in cambio di un “passaggio” verso la meta dei sogni, non utilizzando denaro, bensì la speciale moneta del “tempo”. Le risorse di questi mari forse parleranno a coloro che si sentono in pace col proprio impegno, ma tuttavia “spacciati”, non capendo perché ciò per cui si lotta di più, venga costantemente destinato ad altri. La sofferenza e la miseria si possono trasformare in benessere e ricchezza, se si è disposti ad allontanare ciò che lo impedisce. Questi diari denunciano le ingiustizie auto-indotte, ma intonano anche un inno alla natura, e scrivono un commento, per quanto umile e fatto di caratteri simpatici, a quanto già oralmente, biologicamente e geologicamente tramandato nel Mondo. Questo libro è la testimonianza della necessità di osservare la natura e l’umano, di attuare processi deducenti soprattutto quando e dove si è più convinti dell’ovvietà del Bello. I giardini del Mondo, che fossero fatti di corallo, di mangrovie, di cactus o di frutta tropicale, mi hanno aiutata a rispondere alla seguente domanda: Quello che voglio è davvero quello che voglio?

Perché ho scritto questo libro?

Non ho esattamente “scritto” questo libro. Lui si è fatto da solo mentre viaggiavo. Ho solo corretto quanto le esperienze, belle e brutte, mi hanno suggerito, e raffinato leggermente la descrizione dei paesaggi, umani e naturalistici.
Scrivo da quando ho imparato a scrivere. Spero che romanzando e pubblicando i miei diari di bordo abbia esaudito i desideri di coloro che mi hanno letta, commentata, sostenuta, difesa e soprattutto accettata.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Entropia alla fermata del bus

Il caffé venne fuori borbottando. Cercai il fornetto per riscaldare brandelli di cena promossi a colazione, ma il fornetto a microonde era sparito da sopra il frigo dove solitamente stava.

Forse era il caso di chiedere spiegazioni al mio coinquilino, ma forse era anche piacevole non sapere che fine avesse fatto; era quasi comico rimanere impalata col naso all’insù, le braccia protese in alto con la ciotola in mano. Diedi una veloce occhiata intorno, per capire se il fornetto fosse finito da qualche altra parte, ma non trovai nulla. Neppure fuori casa vicino ai cassonetti dell’immondizia e neanche nella stanza del mio coinquilino. Mi ritirai nella mia stanza interdetta. Se si fosse trattato di una cospirazione costatarne l’evidenza non mi avrebbe giovato in alcun modo. Restai a crogiolarmi per un attimo in quel dubbio e pensai che forse la scoperta di tale mistero non fosse affatto interessante…

Continua a leggere

Continua a leggere

Era evidente che l’oggetto non possedesse organicità fra le connessioni delle parti. Non avevo precedentemente notato tracce di “spirali” in nessuna delle sue componenti e neppure negli schizzi che succedevano quando il mio coinquilino faceva esplodere qualche pietanza al suo interno. Non era, nè era stato, vivo. Non era stato composto da un solo materiale ma da una complessità enorme di meccanismi e materie. Ma mi interessava?

Gregory Bateson non l’avrebbe messo in nessun pacchettino. E nessuno dei suoi pacchettini sarebbe finito dentro il fornetto. Fu curioso che proprio quella mattina mi svegliai cercando di ricordare un paragrafo di “Mente e Natura” che conobbi durante i miei anni universitari: un giorno Gregory Bateson portò un granchio bollito ai suoi studenti di arte chiedendo loro di addurre commenti atti a sostenere che l’oggetto in questione fosse stato un essere vivente. Non era un anello, nè tantomeno un tavolo, non era una pietra preziosa nè una bottiglia, bensì una carcassa, qualcosa che tempo addietro aveva ospitato la vita. “Mente e Natura” era uno dei pochi testi che avevo letto svariate volte e Gregory Bateson, biologo e antropologo, era fra i pochi studiosi, che non temevano di occuparsi di faccende apparentemente poco connesse fra di loro nel modo di pensare contemporaneo, e lo faceva esaminando proprio le connessioni. Ci pensavo perché mi ponevo le stesse sue domande, solo che lui lo faceva in modo meno idiota del mio. Lui aveva un seguito, io no, lui veniva ascoltato e finanziato, io no. Perché gli insegnanti non insegnavano mai nulla sulla forma che connette? Feci un riassunto veloce di cosa ricordavo di quel paragrafo: in una classe di studenti artisti Bateson portò due sacchetti, in uno c’era il granchio mentre dell’altro, all’inizio della lezione, non si sapeva il contenuto. Chiedeva ai suoi studenti di fare delle argomentazioni sulla presunta appartenenza dell’oggetto in questione a qualcosa di vivente o che aveva vissuto. Pian piano si escludeva la simmetria, arrivando all’asimmetria; dell’asimmetria non si esplorava cosa è più rispetto a cosa è meno, commentando la grandezza delle parti, ma si saltava a constatarne la qualità, implicitamente, la struttura, fatta di connessioni simili fra una chela e l’altra, fra le gambe e le braccia di un essere umano. Si arrivava alla somiglianza fra le connessioni e altre connessioni dove il sistema zampe di cavallo era simile al sistema braccia-gambe. Poi Bateson apriva il secondo pacchettino dove vi era una conchiglia di strombo e ricordava di come la figlia una volta, guardando il retro di un opercolo e appurandone la spiralità avesse riferito che doveva essere appartenuto ad un essere vivente. Curioso fosse che la piccola avesse ragione, e difatti Bateson, escludendo la via lattea e pochi altri eventi relativi al vento e allo scontrarsi di liquidi, doveva necessarimente parlare di come la qualità di spirale fosse una qualità che parlava di vita. Non a caso vi era nata tutta una speculazione ma anche una costatazione, attorno a quella che era una più o meno semplice scoperta fatta da Leonardo da Pisa in merito alla riproduzione dei conigli e che si rivelò essere la fortunata serie di Fibonacci e ad essere ritrovata in innumerevoli strutture nella natura, dal reticolo di un girasole alla posizione delle foglie su un ramo, dal guscio di un gasteropode alla struttura di un ananas, che a volerle enumerare tutte occorreva compilare un catalogo con questo unico presupposto. Un pensiero si formò subito nella mia mente dopo essermi immersa in questi ricordi di interessanti letture e singolari definizioni, facendomi sorridere: la distanza incolmabile che separava la biologia dalla filosofia doveva avere la stessa struttura di quella che separava l’arte dall’astronomia. Da ogni lato dovevano esservi caratteristiche formali simili, appunto, connessioni, dall’altro di ambedue dovevano esserci peculiarità incredibili a renderle scienze, il tutto in un gioco di totale asimmetrie e serie.

Mi interrogavo sulla correttezza del desiderio di conoscenza che con anticonformismo sbucava fuori dalla realtà soffocata di “ben fatto” e apparente logica, come un bisogno congenito di far fiorire anche ciò che corre verso la morte: questo alito di vita cerebrale spingeva alcuni prescelti ad interrogarsi di più e ad assecondare il bisogno eterno ed umano di perfezionare la realtà e imitare la maestra, la natura, che aveva già fatto nella sua perfezione caotica le cose a spirale e le cose non viventi. Per me non vi era ragione di esplorare le cose con cui si era già d’accordo, ma vi erano infinite ragioni per capire il senso di ciò che non piace, la paura e forse anche la noia, così come il pregiudizio e la staticità. Mi guardai allora attorno e cercai di capire il mio appartamento, visto che era statico e senza segni di serie o spirali mi sentii profondamente ignorante. Forse non conoscevo abbastanza quella letteratura per scoprirla nella realtà, oppure la realtà era ignorante a sua volta e io ci vivevo crogiolandomi di apprendere ancora una volta una “diversità”. Eccola, era lì: come si viveva quando finalmente ci si faceva assumere da qualcuno ed esser pagato (nel mio caso questo qualcuno erano tanti, perché non ero stata così fortunata da avere un solo lavoro con cui coprire tutte le mie spese) una sensazione di “sicurezza” economica mai provata prima, in un appartamento silenzioso nel paese dei miei sogni. Una eco suonò nel mio cervello di qualcosa che non avevo pronunciato neppure. Io non avevo il coraggio di dirlo, ma lui aveva la sfacciataggine di ripeterlo. “Che schifo” diceva.

Qualcuno bussò alla porta del vicino mentre consumavo il mio pasto freddo, forse anche nudo, e mi accorsi dalla finestra che erano tre bambini e che mi osservavano insistentemente quasi chiedendosi se quella stanza sul ballatoio non fosse la stessa alla quale stavano bussando e chiedendosi stupiti perché non si aprisse. Con quell’impertinenza dell’osservare le vicende anche quando “si dovrebbe” distogliere lo sguardo (“dovrebbe?”, mi chiedevo), soprattutto mentre qualcuno consuma un pasto, i due bambini stavano a fissarmi. Mi costrinzi a fissarli a mia volta masticando con insistenza quasi a combattere quell’assurda regola per cui non ci si debbano guardare gli sconosciuti per più di un certo lasso di tempo o addirittura non si debba masticare di fronte ai vicini di casa. Mi stupii del fatto che i bambini portassero una torta, forse un benvenuto al vicino e al nuovo appena nato (e che quindi i bambini sapevano chi cercare e di sicuro non ero io la persona di loro interesse) e che quando la porta si aprì comparve una mano che prese la torta ringraziando, mentre i fanciulli spiegavano la ragione della loro visita. La mano si ritirò dentro casa. Ma allora perché mi guardavano come se fossi io la causa della loro attesa sul ballatoio? Perché non li avevo mai visti interagire con quel vicino?

Quella mano ingrata afferrò il dono e strisciò al di là della porta lasciando i bambini in una ancora più difficile scelta, quella di non dire “no” ad un eventuale invito ad entrare, perché l’invito non ci fu. Magari l’insulso vicino aveva reagito così perchè era nudo o perchè era stanco dopo una notte di schiamazzi del figlio appena nato. Ma non mi impegnai in quest’opera di riscatto del vicino. Volevo solo giudicare il malfattore e concentrarmi sul non concentrarmi per l’assenza di quel dannato fornetto a microonde da sopra il frigorifero. Gli avrei comunque “tagliato le mani”, visto che del vicino di casa non avevo mai visto il resto. Anche i bambini rimasero per un attimo sul ballatoio, interdetti per la velocità con cui quel vicino aveva arraffato il dono lasciandoli di fronte ad una porta chiusa. Poi presero le scale verso il piano superiore velocemente. Forse erano parte di quella numerosa famiglia che spesso sentivo. La madre di solito urlava disperata e tirava fuori da quella sua situazione piena di odio un repertorio alquanto vasto di volgarità, di quelle che fluiscono quasi naturali proprio verso le persone che si amano di più. Era il paradosso della gentilezza: le modalità lessicali più forbite erano spesso una conseguenza dell’ambigua educazione che si perpetrava da sempre nell’umanità e che si imparava principalmente per essere usata con gli estranei più che con le persone conosciute o amate. Da un lato vi era la bellezza di potersi permettere tante confidenze con i familiari, dall’altro vi era la ricercatezza del comportamento sociale, le due faccende separate da un oscuro, quanto ignobile muro di convenzione. Mi ripetevo ad alta voce: “Non si è gentili perché si ha un animo gentile, non si parla in confidenza perché si è a proprio agio. Semplicemente, ci si suicida nel perbenismo da un capo e nel più gretto turpiloquio dall’altro. Chissà se in tutto ciò si comunichi davvero…”. Avevo spesso assistito a quella blanda psicologia che si attua nel privato: i genitori, pessimi comunicatori per antonomasia, resistevano alle marachelle dei piccoli perché all’inizio non ne prevedevano il risultato, e poi si procedeva verso una premurosa e vuota decadenza dove il rimprovero era uno sfogo di feroce rabbia più che perpetrato per intendersi davvero. Era triste, ma era reale. Se non fosse stata per la graffiante energia con cui arrivava lo scurrile repertorio del piano di sopra, da giù avrei provato anche simpatia per una vicina tanto esasperata. Compativo la poveretta che forse quando le si era riempita la casa di bambini non si aspettava che gli stessi le avrebbero anche avvelenato l’esistenza, piangendo costantemente e promuovendo un eventuale suicidio di massa fra le quattro spoglie mura entro le quali se le davano e dicevano tutto il giorno. A volte, durante le giornate più silenziose, temevo che qualcosa di importante e assolutamente prevedibile stesse accadendo. Poi ricominciavano ad odiarsi e mi tranquillizzavo.

L’esistenza umana era indissolubilmente legata alla sofferenza, che spesso, senza volere, si voleva.

Magpies urlavano fuori in giardino producendo suoni che la gente considerava orribili e assillanti, mentre per me erano tanto buffi, come mattoncini che crollano uno sull’altro da un piano rialzato, come se qualcuno picchiasse in una finestra col vetro plastificato.

Mi trovavo in Australia senza sapere più il perché, e mi sentivo leggermente schiava della mia mancanza di routine. La città immensa e il mio status di immigrata mi imponevano di adattarmi alle sfortune del giorno balzando da una offerta orribile a un’altra ancor meno eccitante. Così fra un lavoro spaccaschiena e uno monotono, preferivo a volte quello spaccaschiena pur di avere un attimo di gloria nel va e vieni dei clienti e del daffare. La fugacità con cui si alternavano il bello e il brutto mi davano la soddisfazione del non costruire nessuna aspettativa longeva. In un lavoro con delle scadenze più lunghe, per quanto versatili, avrei sofferto della triste malattia di chi si trova a fare una cosa “importante” senza sapere minimamente la ragione di questa importanza. Tanto spesso mi ero chiesta il motivo per cui la lingua fosse così crudele, ma allo stesso tempo autentica nel sottolineare queste trappole. “È finito sui giornali” o “è finito a dirigere una grande azienda” erano frasi illuminanti, erano frasi che raccontavano tutto e niente, ma raccontavano la “fine”. Erano la dichiarazione dell’orgoglioso raggiungimento e del potenziale assestamento premorte che ogni stazione presagisce. La partenza e l’arrivo. Finire. Finito.

Più grande era il raggiungimento più si “finiva”.

Ecco, io non volevo “finire”. Detestavo la “chiusura” delle saracinesche e nonostante mi piacesse artigianalmente il “ben fatto” mi piaceva anche lasciare una sbavatura se questa poteva servire a riaprire un libro chiuso o mettere in discussione tutto, ancora una volta, per sempre.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Non vedo l’ora di leggere interamente questo libro che già dalla sinossi mi ha rapito. Diario di bordo introspettivo dell’autrice, ma allo stesso tempo potrebbe essere la vita di ogniuno di noi. Quindi ci aspetta un’emozionante vortice di vita vissuta ed sentimenti che molto spesso un romanzo non può neppure immaginare. Attendo con trepidazione il libro ed auguro all’autrice di navigare in acque sempre migliore.

  2. (proprietario verificato)

    Nonostante non possa definirlo perfettamente, potrebbe essere stato un sentimento di vicinanza, di coinvolgimento, o forse un invito all’evasione ad avermi convinto dopo la lettura dell’anteprima, a leggere i “Diari dai giardini del mondo” di Giulia D’Angelo. Amo leggere e scelgo le mie letture proprio perché “le cose sono diverse da come appaiono (Haruki Marukami – premio Nobel per la letteratura)” e ben pochi sono in grado di parlarne. Ritengo quindi che Giulia sia una di questi interpreti che uno vuole conoscere, perché più sensibili e soprattutto capaci di cogliere dettagli allo stesso tempo insignificanti nell’apparenza e ricchi di riflessi.

  3. (proprietario verificato)

    E’ un libro meraviglioso. Ho gia’ letto i primi capitoli e sin da subito Giulia ti accompagna per mano verso i suoi luoghi temporali e geografici. Il confine tra Narratore e Lettore si abbatte, e improvvisamente ti ritrovi a nuotare con lei, sentire gli stessi profumi, rumori, sensazioni e suggestioni. Se leggendo, ti ritrovi persino a parlare da solo/a e rispondere alle sue domande come se ti stesse ascoltando, non preoccuparti, vuol dire che tutto va bene 😉

Aggiungere un Commento

Condividi su facebook
Condividi
Condividi su twitter
Tweet
Condividi su whatsapp
WhatsApp
Giulia D'Angelo
Sono nata e sopravvissuta, studiando e lavorando troppo spesso contemporaneamente. Ero ambiziosa, ma in silenzio, perché le mie ambizioni erano troppo grandi per essere udite. 
Con i piccoli mi annoiavo, con gli adulti mi sentivo inutile: la lettura e la scrittura erano rispettivamente i miei maestri e la mia scuola. Le cose che desideravo veramente erano: “crescere”, “studiare”, “andare”. Dovunque. Libro preferito: Atlante. In adolescenza ho conosciuto quelli che definisco i miei compagni di viaggio (nella vita). Libro preferito: Atlante delle costellazioni. Finito il Conservatorio sono andata a vivere a Torino dove con pianti, stridor di denti e pesanti “pene” economiche ho esaudito i miei desideri di bambina. Adesso sono adulta e sono la persona più felice di essere adulta che io conosca! Libro preferito: Papillon.
Giulia D'Angelo on FacebookGiulia D'Angelo on Instagram
Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Search in posts
Search in pages

Questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti per aiutarci a migliorare la tua esperienza di navigazione quando lo visiti. Proseguendo nella navigazione nel nostro sito web, acconsenti all’utilizzo dei cookie. Se vuoi saperne di più, leggi la nostra informativa sui cookie