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Diario di un condannato a morte

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Scelto da Ilenia Zodiaco
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Non ci vuole molto per farmi felice da quando sono chiuso qui dentro; nel braccio della morte la vita si riduce ai piaceri più semplici, siano essi una giornata di sole, la brezza fresca, o un uccello che cinguetta in lontananza. Dopo tutto, a parte il fatto che lo Stato sia fortemente determinato ad uccidermi, non ho molte altre preoccupazioni. (21 Aprile, 2005)

Vivere nel braccio della morte significa affrontare ogni giorno sapendo che potrebbe essere uno degli ultimi. Anni di ricorsi legali, di speranze deluse, di maltrattamenti, di isolamento nella propria cella possono distruggere un uomo ancor prima che la sentenza venga compiuta. Il Diario di un condannato a morte è una testimonianza unica nel suo genere della lotta di William Van Poyck per dare un significato ad una situazione senza via d’uscita, attraverso le lettere scritte alla sorella negli ultimi 8 anni della sua vita, prima dell’esecuizione.

Perché ho scritto questo libro?

Il libro è nato in maniera “fortuita”, mentre stavo lavorando a un altro progetto sulla pena di morte. Una volta scoperta la vita di William Van Poyck e l’esistenza delle sue lettere alla sorella Lisa, sono rimasto subito attirato dalla sua umanità, intelligenza e realismo. William mi ha fatto immergere in una realtà nascosta e sconosciuta, dove i prigionieri sono alla mercé del sadismo delle guardie e dove si comprende che anche un condannato a morte è, prima di tutto, una persona.

 

La recensione di Ilenia Zodiaco

“Diario di un condannato a morte” è la raccolta della corrispondenza – selezionata, tradotta e curata da Alessandro Piana –  tra l’americano William Van Poyk, colpevole di omicidio e condannato alla pena capitale, e la sorella, Lisa. Nove anni di lettere dal braccio della morte – un microcosmo alienante e crudele – al mondo esterno.

Il tema non è nuovo: la natura troppo arbitraria della pena di morte in America, nonché le condizioni disumane in cui sono tenuti i prigionieri, sono questioni etiche ampiamente dibattute. Eppure questo non ci impedisce di rimanere colpiti dall’intensità e dall’autenticità della voce che si fa sentire in queste lettere.

Le parole di William ci sfidano in prima istanza a livello intellettuale e morale: ci spingono a interrogarci su che tipo di giustizia possiamo ottenere perpetuando la violenza; sul paradosso dell’imperativo “uccidere per punire chi uccide” e infine ci fa mettere in discussione l’efficacia stessa della prigionia. Le lettere di William, tuttavia, agiscono a un livello più profondo. Infatti non possiamo dimenticarci che quest’uomo non è semplicemente un personaggio di finzione, ma una persona realmente esistita. Ce lo ricorda continuamente nei suoi messaggi alla sorella, portando alla luce il suo quotidiano, scandito da attività monotone ai nostri occhi, ma che per un condannato a morte assumono tutt’altro senso.

Trascorriamo molto tempo con William, un uomo che non nega le sue colpe, ma allo stesso tempo non ha ceduto alla rassegnazione. Infatti presta il suo aiuto legale agli altri detenuti nel braccio della morte, legge, medita, e soprattutto scrive. Scrive tantissimo. Per lasciare un segno, per farsi compagnia, per dare significato e dignità alla sua vita, per mantenere vivo il legame con ciò che resta della sua famiglia. E benché le sue lettere non l’abbiano salvato dalla pena di morte, non sono state vane. Una lettura consigliata a chi è capace di capire che dietro un prigioniero c’è sempre un essere umano in cui identificarsi.

 

 

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Alessandro Piana
Alessandro Piana è nato il 19 maggio 1989 nei dintorni di Milano, dove vive e lavora. Vorace lettore, appassionato programmatore, aspirante scrittore. Quando non scrive codice, pubblica tweet nelle vesti di un moderno Giacomo Leopardi (@il_leopardi). Il Diario di un condannato a morte è la sua prima opera rivolta al pubblico.
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