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En - I fili del destino

En - I fili del destino
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Consegna prevista Luglio 2022

Kabukichō, centro pulsante della vita notturna di Tokyo.
Hiroto è un fotografo dipendente da metanfetamine, che spaccia nei locali per conto della mafia giapponese. Sulle stesse strade lavora Olufemi, fuggito dalla Nigeria con un segreto. Nelle viscere del quartiere si muove anche la giovanissima Nin, escort di origini thailandesi e amante di Nobuki, figlio del boss per cui lavora Hiroto. Da Parigi arriva invece la ginecologa nippo-francese Julie, riportata in Giappone da una brutta notizia.
Quattro persone, ognuna di fronte a una crisi. Quattro vite distinte che finiscono con l’intrecciarsi nel labirinto della metropoli e operare l’una per l’altra una piccola salvezza. En – I fili del destino è un romanzo che parla di incontri, e di come delle persone conosciute per caso possano cambiarti la vita.

Perché ho scritto questo libro?

Quando vivevo a Tokyo, un amico mi ha insegnato il concetto di en (legame karmico). Mi ha subito conquistata: mi piace pensare che nella vita di ognuno esistano delle persone che è destinato a incontrare, che lasceranno un segno indelebile del loro passaggio. Questa storia è nata da quell’idea, ma è durante la pandemia che l’ho messa su carta. Ritrovandomi nell’impossibilità di incontrare altre persone, ho sentito il bisogno di raccontare la forza dei legami che ci uniscono.

ANTEPRIMA NON EDITATA

PARTE I – FILI

1.

Tokyo è una città sporca. Questo pensava Olufemi mentre sfogliava con lo sguardo le insegne luminose, le strade affollate, i volti dei passanti. Molti non se lo aspettavano, e per certi versi avevano ragione: per essere una metropoli da 20 milioni di abitanti era inaspettatamente ben tenuta. Era sua impressione, tuttavia, che non ci fosse realmente meno sporcizia, ma che fosse solo nascosta meglio.

Tokyo faceva questo gioco con le persone: all’inizio ti folgorava coi suoi colori, coi suoi contrasti, con tutto ciò che di sfavillante aveva da offrire. Ai nuovi arrivati veniva naturale focalizzare l’attenzione sui vagoni intonsi delle metropolitane, sui marciapiedi privi di cartacce, sui guanti bianchi degli autisti. Solo dopo averci passato un po’ di tempo si iniziavano a notare le pile di mozziconi accumulate nelle aree fumatori, le pareti annerite dal grasso nei ristoranti di ramen, i corvi giganteschi che all’alba saccheggiavano le buste d’immondizia lasciate in strada.

Lo stesso valeva con le persone, credeva Olufemi. I giapponesi erano maestri nell’arte umana del nascondere il sudiciume dietro una facciata candida. Nei quattro anni che aveva trascorso a Tokyo, aveva avuto modo di osservare attentamente quel misto di riservatezza, educazione e ipocrisia dietro al quale quelli attorno a lui si rifugiavano. A volte il tempo e l’intimità permettevano di portare alla luce i segreti nascosti in nome del decoro, ma in quella città gli sembrava di rimanere sempre bloccato sul bordo delle cose. Persino per lui, che aveva sempre avuto un certo talento nel leggere le emozioni nascoste di chi aveva di fronte, le loro erano difese troppo alte da superare.

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Se c’era un luogo in cui quelle barriere cadevano, almeno temporaneamente, era nella notte di Shinjuku. Uno dei vantaggi del lavorare per un club della frenetica Kabukichō, centro pulsante della vita notturna della metropoli, era la possibilità di entrare in contatto con miriadi di persone in uno stato di parziale disinibizione. In qualità di catcher, il suo compito principale era attirare clienti per il Vision, il locale per cui lavorava: li irretiva a pochi passi dall’ingresso e li convinceva a entrare a colpi di offerte speciali, dj rinomati, cocktail da competizione. Quel lavoro gli permetteva di dedicarsi al suo passatempo preferito: osservare la varia umanità che brulicava in quella giungla di strade e club. Anche in quel momento, sul ciglio della notte, la fauna locale si dispiegava davanti a suoi occhi in tutta la sua ricchezza.

Gruppuscoli di ragazzine agghindate di tutto punto ciondolavano per la strada sui loro tacchi vertiginosi. La loro falcata, seppur felina nell’intento, ricordava piuttosto i passi tremolanti dei cerbiatti neonati. Soppesavano i vari locali emettendo squittii eccitati, ebbre di meraviglia per il ventaglio di possibilità che si apriva davanti a loro. A fare da contraltare, si muovevano branchi di giovani uomini alla ricerca di prede. Scrutavano le ragazze di passaggio, si scambiavano occhiate, a volte si lanciavano in un saluto kamikaze. Olufemi si divertiva a guardarli avvicinare senza convinzione, col poco mordente di erbivori che provano a farsi predatori. Quei goffi tentativi di abbordaggio gli ispiravano la tenerezza delle cause perse. Alcuni, tuttavia, avevano successo; le vittime prescelte si fermavano a parlare con loro, magari si facevano addirittura persuadere dalla promessa di un drink. Spesso, però, l’esito non era così roseo: l’approccio veniva bellamente ignorato, o peggio, deriso, e agli sfortunati latin lover non rimaneva che mandare giù il rifiuto, rialzare la testa e rimettersi a caccia.

Gli host, invece, potevano considerarsi una categoria a sé stante. Ragazzi di bell’aspetto e modi galanti che si guadagnavano da vivere intrattenendo donne più o meno giovani, più o meno sole; erano uno degli animali notturni che Olufemi trovava più interessanti. Li guardava aggirarsi per le strade a caccia di clienti, e rimaneva ogni volta stregato dal loro stile appariscente, che li faceva spiccare come macchie espressioniste sulla tela del quartiere. C’era un che di darwiniano nel loro vagare, gli ricordava il balletto con cui gli uccelli tropicali sfoggiavano il loro piumaggio variopinto per adescare le femmine. Alla sfacciata ostentazione degli host si contrapponeva l’assenza eloquente di una controparte femminile. Non era sulle strade che si trovavano le cortigiane di Kabukichō; piuttosto, andavano scovate nelle viscere del quartiere, nelle bolle fluorescenti dei club in cui attendevano che gli spasimanti del giorno andassero a reclamare i loro prezzolati favori.

A tutti questi gruppi si mescolavano gli stranieri. A Olufemi bastava un’occhiata per distinguere i turisti dai residenti. I viaggiatori della prima ora, ancora nel pieno della luna di miele con Tokyo, avevano una scintilla particolare negli occhi, come se le luci al neon che palpitavano in ogni direzione vi si riflettessero con maggiore intensità. Loro erano le sue prede ideali. Attaccare bottone con i passanti, in fondo, era il fulcro del suo lavoro, uno in cui la sua naturale parlantina e i modi carismatici gli garantivano un discreto successo. Quello era uno dei motivi per cui Adeleke lo aveva voluto con sé quando aveva deciso di aprirsi un club tutto suo. Con gli stranieri Olufemi aveva decisamente gioco facile: poche parole in inglese bastavano a catturare i più smarriti, offrendogli un’oasi di familiarità in quella landa indecifrabile. Una battuta, la promessa di una serata memorabile e molti avevano già un piede oltre la soglia. Purtroppo, lo stesso non poteva dirsi per la clientela giapponese, che faceva ancora difficoltà ad approcciare. Molti dei passanti si tenevano a distanza, cambiando percorso quando se lo trovavano davanti, o abbassando lo sguardo in preda a un’improvvisa fascinazione per le proprie scarpe. Anche Olufemi in fondo era una delle creature sotto osservazione a Kabukichō, una la cui stazza e pelle color della notte facevano saltare all’occhio persino in quel variegato ecosistema. Era consapevole del ruolo che gli spettava, e faceva del suo meglio per recitarlo, dispensando alla folla il suo entusiasmo attentamente costruito.

“Rufy” chiamò una voce dall’interno del locale. Era il soprannome che gli avevano dato i suoi colleghi giapponesi, un po’ per spirito cameratesco e un po’ perché avevano difficoltà a pronunciare il suo nome per intero.

“Arrivo!”

Lo trovava irritante, ma faceva il possibile per non darlo a vedere. Era entrato a far parte dello staff da poco e non voleva farsi la nomea del rompiscatole, complicava solo le cose.

“Il capo ti cerca” gli disse il collega all’interno.

Trovò Adeleke nei pressi del bar, mentre parlava con un tizio sconosciuto, un ragazzo sui trenta dalla carnagione dorata. Piuttosto robusto per essere giapponese, notò Olufemi registrando con approvazione il bicipite delineato che spuntava dalla manica della camicia hawaiana.

“Ah, eccoti,” disse Adeleke, poi indicando il ragazzo: “Questo è Shōta, inizia la prossima settimana. Lavorerà fuori con te, stagli dietro per i primi giorni” concluse assestandogli una pacca sulla spalla.

“Nessun problema” rispose Olufemi, “Piacere di conoscerti, sono sicuro che lavoreremo benissimo insieme” aggiunse rivolgendogli il più amabile dei suoi sorrisi, non più genuino di quelli riservati ai potenziali clienti. Perché nuotare controcorrente? Era galleggiando su una superficie di falsi sorrisi che andava alla deriva, una notte alla volta.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Aura Di Febo
Abruzzese di origini e cuore, ha lasciato la cittadina costiera in cui è nata per frequentare l’università e da allora si è divisa tra Italia, Giappone e Inghilterra. Dopo la laurea in lingua e cultura giapponese a Roma e la specializzazione a Napoli, il dottorato di ricerca l’ha portata a Manchester, dove tuttora vive, insegna giapponese, lavora come project manager per il governo inglese e scrive. Ha pubblicato diversi saggi su buddhismo, social welfare e attivismo religioso in Giappone. En è il suo primo romanzo. Ha scelto di ambientarlo a Tokyo, città in cui ha vissuto circa tre anni e che ama in tutte le sue sfaccettature, perché rappresenta il luogo ideale per parlare di caso e di incontri. Quando non ha le dita sulla tastiera o il naso in un libro, la si può trovare tra le prime file di un concerto, in un centro yoga o nelle immediate vicinanze di un gatto.
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