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Una vita in provincia, lontano dagli stimoli della città. Un ambiente che ti sta stretto, in cui capisci che la tua natura è un’altra ma non trovi gli spazi dove esprimerla. In situazioni come questa l’immaginario viene sempre in soccorso, e così fa anche con Enrico e i suoi due amici, che utilizzano il mondo di Harry Potter per sfuggire alla quotidianità.
I tre assimilano il mondo del mago di J.K. Rowling riadattandolo alla propria realtà, fino a sentirsi esuli protagonisti di quell’immaginario fantastico. Enrico è un romanzo all’insegna della ricerca dell’identità, attraverso l’inseguimento dei propri sogni: e anche se non si può vivere solo di sogni, la magia è sempre meno lontana del previsto.

CAPITOLO 1
Le ruote di un carrello sulla banchina di cemento
crepato, come dardi scagliati da un arco teso, due mani
magre aggrappate con forza al manubrio metallico e
alle spalle una scia di lana rossa e gialla a frustare l’aria
innocente del mattino con schiocchi ritmici e severi. Il
rischio di invadere la superficie delimitata dalla striscia

colorata di sicurezza è pericolosamente alto.
«Non posso perdere quel treno anche quest’anno.»
Le dita lunghe si stringono intorno alla barra, affondano
le unghie appuntite nei palmi creando solchi dolorosi,
gli occhi traboccanti di vento ed emozioni restano fissi
sulla parete sfocata, a pochi metri di distanza il muro
inespugnabile pronto a scomporre la sua forma e aprirsi su

milioni di possibilità soltanto un giorno all’anno.Continua a leggere
Continua a leggere

«Ogni anno un anno ad aspettare.»
Ciò che conta è determinare il centro.
Due rette incidenti sono immaginarie, la loro intersezione

è un punto reale.
Il muro, il centro, il muro, il centro.
Ecco il momento.
«Ora… Salta!»
Una macchia umana accartocciata in un mantello
scuro.
La posa informe assunta dopo l’impatto faceva
venire una voglia irresistibile di delinearne la sagoma
con un gessetto bianco e posizionare minuziosamente

dei cartellini numerati accanto agli indizi per la risoluzione del caso.
Il carrello era ribaltato, il prezioso carico tempestato di

minuscoli frammenti d’intonaco, le ruote
continuavano a girare per aria in modo vorticoso senza

portare più i bagagli verso alcuna direzione.
Pagine sottili con contorni frastagliati corrosi
dal tempo e tomi finemente rilegati dall’inconfutabile

valore storico imprimevano i loro contenuti sul
pavimentato invece che in qualche mente avida di
conoscenza. Un baule di legno con eleganti inserti
in ottone svelava pieno di vergogna il suo contenuto
segretissimo, e qualcosa di vagamente simile a un uccello

sembrava avere trovato anch’egli l’eterno riposo
a causa della collisione all’interno di un groviglio metallico

di ghirigori ossidati.
Nascosta dietro la vetrina bisunta dell’edicola/
bar a orario continuato la proprietaria in carne osservava

lo spettacolo attraverso i boccoli Luigi XV senza
il minimo interesse, come se a quel massacro avesse
assistito almeno un altro paio di volte, e sul triste s

cenario di devastazione un’insegna metallica bianca e
blu si levava in tutta la sua magnificenza: Stazione di
Zapponè.
«Enrì… rincasiamo che tra un po’ gioca la Zappo
Calcio e non me la voglio perdere, così almeno per
oggi non ci pensiamo. Che poi, posso dirtela tutta?
Mica ti è andata male. Potevi finire sul binario come
l’anno scorso e io non lo so se questa volta lo riuscivo
a bloccare il regionale in arrivo.»
Da tre anni Antonino e Saverio lo assistevano nel
tentativo di attraversare quella parete come un ectoplasma

prendendosi l’onere di accompagnarlo pure al
pronto soccorso se necessario e, nonostante le aspettative

di tutti fossero elevate e la speranza l’ultima
a morire, di fronte all’esito negativo delle imprese
precedenti si vedevano costretti ad adottare la buona
abitudine di fare la chiamata ancora prima che cominciasse a correre.
«Pronto? Infermiere? Tra una mezzoretta ve lo portiamo.

C’è molta fila in ortopedia? Magari passiamo prima da lì e

ce luém stu penzir. Se gli rimettiamo il braccialetto

rosso dell’anno scorso lo potete visitare subito?
Tanto sempre la stessa mazziata ha preso. La tac la

facciamo dopo, io controllerei subito se ci sono ossa f

ratturate. Macché cartongesso, calcestruzzo, disgraziet!»
Eppure, nonostante il susseguirsi di insuccessi,
Enrico non si era mai fatto buttare giù da quel muro
impenetrabile, non giù di morale perlomeno.
Era convinto che il 3/4 del misterioso binario fosse

stato abilmente rimosso con un solvente dalla pro
loco, a difesa del territorio dalle incursioni barbariche

di curiosi, anche perché Zapponè in tempi non

sospetti era stata una popolare località turistica

dell’entroterra pugliese settentrionale e non si spiegava il
motivo per cui gli unici binari presenti avessero come
numerazione nove e dieci, anziché uno e due.
Ogni binario nove del mondo aveva il suo e tre
quarti, bastava prestare attenzione e riuscire a

intercettare i criptici segnali disseminati qua e là. Era
stato raschiato o imboscato in qualche stanzino del
deposito ferroviario tra manici di scopa, palette e
confezioni industriali di inefficace veleno per topi, ne
era sicuro come la morte.
Il sindaco, di fronte all’impossibilità di sterminare

le frotte di roditori che invadevano la zona e le
frazioni circostanti, aveva proposto di tirarle su in
cattività e, vista la stazza da nani da giardino e l’incantevole

capacità di camminare su due zampe manco fossero cristiani,

provare a farle diventare la nuova
punta di diamante del giardino zoologico cittadino
insieme ad asini centenari, cinghiali e tacchini rinsecchiti.
Anche Enrico, allettato dall’idea di possedere un
animale da compagnia, aveva cercato di prenderne
uno, ma solo nell’attesa di trovare qualcosa di meglio.
Infilati un paio di guanti spessi da giardiniere, se n’era andato

al calar del sole nel piazzale della stazione
convinto di poter accalappiare un esemplare bello
grosso, ma la lotta era stata decisamente impari; la
zampa uncinata del sorcio gli aveva procurato la cicatrice a

punto croce che aveva sul naso aquilino, facendogli balenare

in mente l’idea che quella bestia oscura
dagli smisurati poteri potesse essere una manifestazione

terrena di colui che non deve essere nominato.
Un po’ come le ginocchia bullonate dei reduci di
guerra, la cicatrice amava manifestare segnali d’allarme

in vista di eventi particolarmente drammatici,
esplodendo in un prurito simile a quello provocato da
patologie quali scabbia o varicella. Senza alcun dolore,

solo un’irrefrenabile voglia di grattarsi come un
cane.
L’uomo, dopo la tragica esperienza e le sue conseguenze

estetiche permanenti, si era reso conto che
scegliere una creatura senza unghioni acuminati sarebbe

stato più saggio e che l’unico animale disponibile

incapace di intendere, di volere e di opporre resistenza

era senza dubbio il piccione dall’arto atrofico
appollaiato ogni pomeriggio sulla ringhiera del suo
balcone.
«Enrí, torniamo a casa, devi riaprire il bar, lo sai
che se mio padre trova la saracinesca abbassata e non
prende il caffè delle dodici e trenta come da accordi
si mette a urlare sotto la finestra di Margherita come
un invasato. Lui ritorsioni ha detto che non ne vuole, e

non ne può più di andare in giro col collo delle
magliette slabbrato. Non ti dico mia madre come sta,
non sa più cosa mettergli addosso.» Margherita era la
sorella della madre di Enrico, nonché la sua unica parente

rimasta in vita.
A lui piaceva pensare che i genitori fossero scomparsi

durante una missione di natura non specificata
e che non avessero avuto altra scelta che farlo crescere con la zia.
In queste sue fantasie c’era un fondo di verità: la
madre era stata una gran giramondo.
Voci maligne raccontavano di un incontro con
l’aitante zingaro giostraio del calcio in culo alla festa

del santo patrono, e sostenevano che lei gli avesse
concesso un appuntamento in cambio di tre giri gratis
sulla sua giostra.
Il mito locale voleva Enrico frutto di quell’amore fugace e

la ragazza, di ampissime vedute, pronta a
consegnare la pagnottella appena sfornata alla sorella

maggiore per poi sparire nell’aere con l’intento di
viaggiare e fare nuove conoscenze, visto che la festa
del santo cadeva una volta l’anno e che gli scapoli del
paese si potevano contare sulle dita di una mano.
Il cognome altisonante era l’unica eredità materna,
ma il sangue transilvano da parte di padre che scorreva
nelle vene di Enrico gli aveva conferito il potere di parlare

con i pipistrelli e gli aveva fatto prendere il vizio di
intrattenersi al tramonto alla cava di tufo alle porte del
paese in compagnia dei ratti alati, inizialmente a scopo
ricreativo e negli ultimi tre anni alla ricerca spasmodica

di informazioni sul Signore Oscuro.
Non aveva mai cavato un ragno dal buco, ma non
c’erano altre possibilità per scoprire qualcosa: di Basilischi

a Zapponè non se ne vedevano proprio e poi il serpentese,

a detta sua, era una lingua decisamente morta.
Zia Margherita, di nome ma non di fatto, date le
dimensioni corporee e il vocabolario non troppo forbito,

era diventata la tutrice di Enrico, nonché la sua
datrice di lavoro pochi mesi dopo avergli insegnato a
stare in piedi senza il sostegno del girello.
La donna non sarebbe apparsa nemmeno tanto
sgradevole dopo una dieta salutare, ma per l’indole
aggressiva e gli occhi ravvicinati che la facevano assomigliare

a un ciclope si sarebbe potuto fare veramente poco.
Animati da grande spirito collaborativo zia e nipote gestivano

insieme uno dei due bar del centro che,
in relazione ai centoventinove abitanti di Zapponè,
risultavano forse un tantino eccessivi.
La faida tra la storica bettola di Margherita e il
moderno punto di ristoro tutto plastica e neon, aperto
sul lato opposto della strada da un giovane eversivo
del paese, era al centro del pettegolezzo locale da anni
e impensieriva in modo costante sia la donna che suo
nipote, il quale si prodigava ogni giorno per tentare
opere di svecchiamento del proprio esercizio proponendo

ai clienti miscele sempre più accattivanti.
«Io non ci posso credere. Devo aver sbagliato qualcosa stavolta.

Mi ero fatto pure due calcoli geometrici. Non è che

hanno spostato l’inizio delle lezioni e
non ci è arrivata comunicazione? Sarà stato emesso
qualche decreto didattico dal Ministero della Magia.
Che ne so, da quando non c’è più Silente è nu burdell!»
Enrico era miracolosamente ancora vivo e, altrettanto

incredibilmente, anche la cosa grigia con le ali
nella gabbietta lo era.
Rialzandosi con l’aiuto degli amici cominciò a radunare

i libri ridotti in brandelli e le pagine sparse.
«Forse dovevo provare al binario dieci, voi che
dite, lì il muro mi sembra un poco più tenero. Magari
l’anno prossimo.»
«Enrì, che ci stia sfuggendo qualche informazione importante

è sicuro, e lungi da me darti una brutta
delusione, ma non so come dirtelo in maniera delicata. Sono

tre anni che dai capate sui mattoni! Va bene
che io l’ho guardato varie volte il tutorial sul pronto
intervento in caso di trauma cranico che trasmettono
in sala d’aspetto, ma ti vorrei ricordare che ho fatto
l’alberghiero, non sono un neurochirurgo. Se tu dai
un’altra testata, anche solo per sbaglio, rischi di scordarti

pure come ti chiami! Ci siamo dati cinque anni
in totale, po’ bast. Ti voglio bene, ma non ho nessuna
voglia di seppellirti. E col piffero che ti sostituisco al
bar affianco a quel trattore di tua zia.»
«La mia testa sta una meraviglia, Antonì, qua dentro c’è

roba di qualità, ho uno strato di corteccia cerebrale spesso

come la cotica. Ve lo ricordate cosa disse
il primario quando mi medicò e mi asciugò il rivolo di
sangue che mi divideva la faccia in due la prima volta?

“So sciocchezze! Sano come un pesce!” E secondo
voi perché? Ve lo dico io! Un insieme di fattori, tra cui
predisposizione naturale e corretta alimentazione. Io
sono conformato per andare in faccia ai muri uagliò,
e prima o poi ci passo dall’altra parte, vedete che vi
sto dicendo! Meh, incontriamoci alle sette in sala comune,

manderò Edwige a chiedere notizie, sempre se
le è passata la dissenteria, a ’sta maledetta,» l’uccello
aveva deciso di fare lo gnorri e tornare a fingersi morto

«l’ultima volta mi ha scacazzato tutta la pergamena
e non l’avranno voluta nemmeno toccare. Altro che
essersi persa per strada, per quello è tornata senza
risposta.» I tre si rimboccarono le maniche del mantello,

raccattarono pazientemente il carico distrutto e
s’incamminarono verso il bar di Margherita avvolti da
un’aura di palpabile amarezza.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

Commenti

  1. Francesca Garofalo

    Grazie a tutti.
    Questo libro siete voi. Perché lo avete fatto nascere…

  2. Riccardo Murari

    (proprietario verificato)

    Trovo il soggetto molto interessante… e sono molto felice di aver acquistato l’ultima copia necessaria al raggiungimento del tuo obiettivo di 200 copie… condivido con te questa strada su bookabook e ti farò sapere cosa penso del libro, complimenti
    Riccardo Murari

  3. (proprietario verificato)

    Magnifico..esilarante…..Enrico siamo noi!!

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Francesca Garofalo
FRANCESCA GAROFALO nasce a Napoli nel 1982. Frequenta l’Accademia
di Belle Arti laureandosi in scenografia, progettazione e realizzazione di
costumi e ambienti per il teatro. Lavora come scenografa, assistente alla
regia e actor’s coach per il teatro e per la tv e come redattrice di articoli di
critica cinematografica e teatrale per alcune testate nazionali online.
Enrico, nato inizialmente come soggetto per un lungometraggio, è il suo
primo romanzo.
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