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Ettore

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Consegna prevista Dicembre 2021
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Ettore è un uomo appena tornato dalla seconda guerra mondiale. E’ deluso e stanco. Fatica a ritrovare la propria identità, in una Milano semidistrutta. La guerra gli ha tolto tutto, ma non il legame con i suoi soldati per i quali rimane una guida indiscussa.
Una sera, incontra una donna. Si chiama Chiara ed ha appena 20 anni. Il suo splendore lo porta a riacquistare il desiderio dell’amore e della gioia.
Dopo il matrimonio, la coppia vive anni di passione, finché l’incanto si scheggia con la nascita di due gemelli, prematuri e fragili.
Ettore ora si sente trascurato dalla moglie, nello stesso tempo non riesce a provare un sentimento gioioso di paternità.
Anche Chiara si allontana dal marito, non più appoggio sicuro e forte.
Quando Chiara darà alla luce una bambina, Ettore sperimenterà una felicità assoluta e travolgente.
Il padre è pronto a tutto per sua figlia e quando le carte si scombineranno in modo tragico, compirà un vero miracolo per ricostruire pace e perdono.

Perché ho scritto questo libro?

In questo libro ho sentito l’esigenza di sciogliere un nodo mai risolto, che mi ha segnata per lunghissimi anni.
Ho creato con un desiderio interiore mai spento, il mancato saluto fra me e mio padre, prima che se ne andasse per sempre. Attraverso parole incise su fogli, ho provato a ricucire una lacerazione mai veramente rimarginata. Ora, in questo breve romanzo, ho la sensazione di aver pacificato il mio spirito e di aver confidato ad Ettore, quanto lo amavo.

ANTEPRIMA NON EDITATA

UNO

Un uomo camminava piano.

Guardava la sua città che riconosceva a stento, ma fra le nebbie afose della mattina, distinse il luogo dove voleva andare.

Ecco.

Davanti a sé si ergeva un edificio enorme, antico fatto di mattoni rossi.

Il selciato era umido e caldo.

I suoi passi non lasciavano impronte ma procedevano come due macine da mulino troppo pesanti.

Si fece spazio e attraversò uno dei portoni.

Aveva la gola annodata come stesse per piangere.

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DUE

L’aula, dell’università Statale, di Milano, con le finestre spalancate sembrava un’oasi piena di vita, in un deserto che perdona malvolentieri.

Era l’unico luogo ancora frequentato nell’immenso edificio vuoto, prima delle vacanze di agosto.

Quella era l’ultima lezione delle ultime.

Tutto era già chiuso, spento, opaco.

All’interno di quello spazio ancora attivo, si muovevano piccoli esseri che, dall’alto, potevano sembrare insetti inutili, ma a ben vedere, erano ragazzi vocianti che ridevano fra loro, asciugandosi il sudore, gesticolando, parlando.

Ognuno si muoveva, suo malgrado, in modo scomposto e stanco, nell’attesa della lezione di sociologia, che si sarebbe rilevata di sicuro, lenta, quasi esasperante, sotto quella morsa di vapore.

Alcune studentesse si sventolavano con quaderni o dispense, altre si appuntavano i capelli più in alto possibile, per difendersi da quella massa d’aria umida, i più coscienziosi scrivevano qualcosa su fogli spiegazzati dal calore crescente.

Altri tacevano, pensando al sollievo di lasciare per un certo tempo quella città, sciolta d’asfalto dove anche gli alberi sembravano tossire, asmatici, sputando afa.

Milano era torrida, inospitale, come solo lei sapeva essere, appena il termometro saliva.

Una città plastificata, impossibile.

Quel giorno stesso, nel giro di poche ore, ogni attività di studio si sarebbe interrotta; era giunto il momento del riposo, dell’acqua, dei respiri sciolti.

I portoni si sarebbero serrati, col suono di due vecchi legni che hanno l’obbligo di riunirsi controvoglia, nella quotidianità di un gesto obbligato.

Nei cortili antichi e nelle aule, solo il vuoto si sarebbe allargato, tra uno spazio muto ed un altro silenzioso.

TRE

Fu proprio in quel momento che lui apparve, leggermente traballante, sulla soglia della porta aperta.

Gli abitanti dell’oasi sperduta, per un attimo tacquero, vedendolo lì in piedi fra di loro ed i discorsi si fermarono un istante.

Chi era quell’estraneo, vestito in modo antiquato?

Uno studente, no di certo. Era troppo vecchio.

Un professore, nemmeno, era davvero malvestito.

Un bidello neppure, nessuno l’aveva mai visto.

Tutto in lui denotava diversità…abito logoro, camicia bianca spiegazzata e cravatta fuori moda, sguardo affamato e allo stesso tempo offuscato, capelli spettinati, scarpe troppo usate, coperte da uno strato di fango seccato da tempo.

Sembrava spuntato dal nulla, da un mondo lontano, all’interno di quel luogo, sulla porta di un aula remota, quasi fosse un errore.

Mosse alcuni passi un po’ incerti e, senza salutare nessuno o fare un cenno di assenso, cominciò a puntare gli occhi sui volti di ogni partecipante di quella lezione.

Andò accanto alla finestra, respirando un po’ a fatica, scostò una tenda che chiudeva un armadio, sfiorò i capelli scuri di una ragazza, che si voltò stupita.

Toccò la lavagna, la cattedra, guardò e scrutò di nuovo ognuno, con sguardo appannato, quasi

avesse un velo che gli impedisse di vedere con chiarezza.

Poi uscì dall’aula e dopo qualche istante ritornò.

Alcune studentesse che erano andate a fumare, varcarono con lui la soglia di quel luogo vociante.

L’uomo le fissò una ad una, con un’insistenza al limite della maleducazione, studiò i lineamenti di ognuna, con ansia e sfrontatezza.

Tutte le ragazze si sentirono indagate, come fossero state sottoposte ad una radiografia non richiesta e qualcuna lo guardò con fastidio.

Ma lui non emise una parola, non accennò un sorriso, non mosse un muscolo del viso.

Solo gli occhi erano carichi di animazione, di aspettative sconosciute.

Fu chiaro a tutti che quell’uomo cercava qualcuno.

Non certo un ragazzo.

Ma una donna.

Giovane.

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Alessandra Bianchi
Sono nata a Milano, città sempre amata.
La scoperta della lettura è stata una sorpresa preziosa, diventata in seguito un bisogno primario.
Da adolescente ho cominciato a scrivere un diario che non ho ancora terminato adesso.
Il mio primo romanzo l’ho creato a 13 anni, su un vecchio quaderno con la copertina di stoffa.
Da anni insegno ai bambini il piacere della lettura e della scrittura nelle scuole primarie.
Considero un privilegio, svolgere questa professione con passione.
Nel 2007 ho pubblicato il mio primo libro intitolato: Mai più così lontano.
Ho frequentato, inoltre un corso di tre anni di grafologia e ora sono iscritta all’albo dei professionisti.
Ho due figli e li adoro. Ma questa doveva essere la prima notizia da mettere nella mia biografia.
A loro dedico questo libro.
Alessandra Bianchi on Instagram
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