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Quando Ettore torna dalla Seconda guerra mondiale, fatica a ritrovare la propria identità in una Milano semidistrutta. Una sera, però, incontra Chiara: vent’anni, bellissima, solare, il suo opposto in quel momento. Qualcosa si risveglia in lui e, dopo una corte breve ma serrata, il matrimonio sancisce l’inizio di anni di assoluta felicità e passione. 

La nascita di due gemelli, prematuri e fragili, interrompe però l’idillio. Ettore infatti fatica a provare un sentimento gioioso di paternità e, sentendosi trascurato dalla moglie, si isola in un mondo esterno. Anche Chiara si allontana dal marito, non trovando più in lui un appoggio sicuro e forte.

Ma quando Chiara dà alla luce una bambina, Ettore scopre finalmente cosa significhi provare una felicità travolgente, in grado di cambiare la cupa piega che aveva preso la sua vita. L’armonia familiare è però appesa a un filo, un filo non abbastanza spesso per poter sopportare gli scossoni che la vita riserva. 

Così, quando il destino scombina le carte in modo tragico, Ettore dovrà compiere un vero miracolo per ricostruire la pace e trovare perdono.

UNO

Un uomo cammina piano. Ha le gambe rigide, come ingessate, e non riesce a governarle come vorrebbe.

Guarda la sua città, che riconosce a stento ma, fra le nebbie afose della mattina, distingue il luogo dove vuole andare.

Ecco.

Davanti a lui si erge un edificio enorme, antico, fatto di mattoni rossi.

Il selciato trasuda umido e calore.

I suoi passi non lasciano impronte ma procedono come due macine da mulino troppo pesanti.

Ora si fa spazio e attraversa uno dei portoni.

Ha la gola annodata, come se stesse per piangere.

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DUE

L’aula universitaria, con le finestre spalancate, sembra un’oasi piena di vita in un deserto che perdona malvolentieri.

Pare l’unico luogo ancora frequentato nell’immenso edificio vuoto, prima delle vacanze di agosto.

Questa è l’ultima lezione delle ultime.

Tutto è già chiuso, spento, opaco.

All’interno di questo spazio ancora attivo, si muovono piccoli esseri che, dall’alto, possono sembrare insetti inutili, ma a ben vedere non sono altro che ragazzi vocianti che ridono fra loro, asciugandosi il sudore, gesticolando, parlando.

Ognuno si muove, suo malgrado, in modo scomposto e stanco, nell’attesa della lezione di sociologia, che si rivelerà di sicuro lenta, quasi esasperante, sotto quella morsa di vapore.

Alcune studentesse si sventolano il viso con quaderni o dispense, altre si appuntano i capelli più in alto possibile per difendersi da quella massa d’aria umida, i più coscienziosi scrivono qualcosa su fogli spiegazzati dal calore crescente.

Altri tacciono, pensando al sollievo di lasciare per un certo tempo quella città, sciolta d’asfalto, dove anche gli alberi sembrano tossire, asmatici, sputando afa.

Milano è torrida, inospitale, come solo lei riesce a essere, appena il termometro s’impenna a temperature impossibili.

Una città plastificata, respingente. Quel giorno stesso, nel giro di poche ore, ogni attività di studio si dovrà interrompere; è giunto il momento del riposo, dell’acqua, dei respiri sciolti.

I portoni si chiuderanno, col suono di due vecchi legni che hanno l’obbligo di riunirsi controvoglia, nella quotidianità di un gesto obbligato.

Nei cortili antichi e nelle aule, solo il vuoto si allargherà tra uno spazio muto e un altro silenzioso.

TRE

È proprio in quel momento che lui appare, leggermente traballante, sulla soglia della porta aperta.

Gli abitanti dell’oasi sperduta, per un attimo, tacciono, vedendolo lì in piedi fra di loro e i discorsi si fermano un istante.

Chi è quell’estraneo vestito in modo antiquato? 

Uno studente, no di certo, è troppo vecchio.

Un professore, nemmeno, è davvero malvestito.

Un bidello neppure, nessuno l’ha mai visto.

Tutto in lui denota diversità… abito logoro, camicia bianca spiegazzata e cravatta fuori moda, sguardo affamato e allo stesso tempo offuscato, capelli spettinati, scarpe troppo usate, coperte da uno strato di fango seccato da tempo.

Sembra spuntato dal nulla, da un mondo lontano, all’interno di quel luogo, sulla porta di un’aula remota, quasi un errore.

Muove alcuni passi un po’ incerti e, senza salutare nessuno o fare un cenno di assenso, comincia a puntare gli occhi sui volti di ogni partecipante a quella lezione.

Si posiziona accanto alla finestra, respirando un po’ a fatica, scosta una tenda che chiude un armadio, sfiora i capelli scuri di una ragazza, che si volta stupita. 

Tocca la lavagna, la cattedra, guarda e scruta di nuovo ognuno, con occhi appannati, quasi avesse un velo che gli impedisca di vedere con chiarezza.

Poi esce dall’aula e dopo qualche istante ritorna.

Alcune studentesse che sono andate a fumare varcano con lui la soglia di quel luogo vociante.

L’uomo le fissa a una a una, con un’insistenza al limite della maleducazione, studia i lineamenti di ognuna, con ansia e sfrontatezza.

Tutte le ragazze si sentono indagate, come fossero sottoposte a una radiografia non richiesta e qualcuna lo guarda con fastidio.

Ma lui non emette una parola, non accenna un sorriso, non muove un muscolo del viso. 

Solo gli occhi sono carichi di animazione, di aspettative sconosciute.

È chiaro a tutti che quell’uomo cerca qualcuno.

Non certo un ragazzo. 

Ma una donna.

Giovane.

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Alessandra Bianchi
È nata nel 1955 a Milano, città dove vive e che ama. Da anni insegna nella scuola primaria e considera questo lavoro una stupenda professione. Inventa fiabe per i suoi alunni e vive la scrittura come un bisogno primario. “Ettore” è il suo secondo romanzo, dopo “Mai più così lontano”(2007).
Alessandra Bianchi on Instagram
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