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Fenix e la Chiave di Thuta - Il torneo di Hûn

Fenix e la Chiave di Thuta - Il torneo di Hûn
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Consegna prevista Luglio 2021
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Fenix, giovane figlia di Adham, per metà umana e per metà elfa, ha passato gli ultimi tre mesi della sua vita a Miriël, lontana da casa e da sua madre. Lì ha potuto frequentare i Giardini, scuola elfica per eccellenza e conoscere alcuni dei figli di Minhar che popolano Ethernity, la capitale degli elfi. In licenza a New York per qualche giorno, Fenix riscopre i profumi di casa e non è più sicura di voler ripartire. Scopre però un grande segreto che sua madre le ha tenuto nascosto per ben diciassette anni, un segreto che porta con sé nuove domande a cui dare risposta. Insieme al suo migliore amico, Andrew, decide così di scoprire le sue origini, accorgendosi che Miriël, mondo incantato, non è poi così candido, anzi. Terribili misteri si fanno largo tra le vie di Ethernity e Fenix si ritroverà ad affrontare una grande prova: il torneo di Hûn. Con Lyght, Ithan e la banda colorata al suo fianco, la piccola figlia di Adham si troverà al centro di una lotta ben più grande e antica.

Perché ho scritto questo libro?

Qualche anno fa fui vittima di un’ aggressione violenta da parte di due sconosciuti, per strada. Finii in ospedale, con danni al fegato e con un dolore ben più grande di quello fisico, quello psicologico. Tra le lenzuola bianche del reparto chirurgia a Cagliari, ho immaginato Miriël per la prima volta, regno incantato e sicuro su cui potevo camminare senza aver paura. Ho cominciato a scrivere perché il mondo, quello reale, mi ha terrorizzata. Fenix è stata la mia terapia. Scrivere mi ha salvata.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Prologo

Bentornato giovane amico mio. Ora siedi e porta pazienza, perché, alle volte, la fine di qualcosa è solo l’inizio. È in quell’attimo in cui tutto sembra perdersi e in quell’istante in cui tutto ci appare ovvio e chiaro, spesso è proprio lì che si cela il comincio della vera avventura che siamo destinati a percorrere. E che tu appartenga ad Adham, principe degli uomini, o a Minhar, padre di tutti gli elfi, oppure a Salomone, re degli Stregoni, non ha importanza, poiché, in fin dei conti, siamo noi a decidere chi siamo veramente.

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Mentre le tre lune sorelle sorridevano su Miriël, il ripetersi della storia ebbe così inizio. E se sei arrivato fino a qui, giovane abitante di Gea, vuol dire che hai ascoltato le mie parole, vuol dire che il Grande Albero ha spalancato le sue porte e vuol dire che con solo la tua Chiave di Thuta in mano hai varcato le soglie dei Giardini, incendiando il tuo Lapis Vitae al mio cospetto, perché io sono l’Oracolo di Miriël e ti ho già condotto al tuo Vero Io. Lascia che ti bisbigli le mie paure, lascia che ti confidi i miei segreti più oscuri, perché orecchie attente hanno già sentito l’impercettibile e se ora ti trovi qui, vicino a me, tu sei una di quelle rare persone che sanno ascoltare col cuore. Hai mai notato, come spesso ciò che davvero è importante non abbia né forma né colore? Ed è da qui che oggi voglio cominciare il mio racconto.

Mentre i figli di Salomone osservarono impotenti la rovina affliggersi sul proprio popolo, privati delle fiamme del Candelabro della Vita Eterna e mentre i discendenti di Minhar videro il più bello dei loro figli trasformarsi in un mostro, la fine divenne così l’inizio. E ci sono cose, però, che non si possono guardare. Ci sono cose che si possono solo sentire, assaporare e odorare, cose che solo l’amicizia è capace di farti cogliere. Perché dove uno era cieco, l’altro avrebbe visto e in questo confidavano “i Sette”: Curuffin, Primo tra i Re; Elwing, Figlia del Vento; Elros, soldato della Terra; Amras, Custode del Fuoco, Hidril, Padrone delle Onde; Valhen, saggia e amante della conoscenza; Methastyris, condottiera coraggiosa. Eppure, anche se il cuore percepisce, la mente, molte volte, allontana. Se solo Elwing, avesse chiuso i suoi occhi, allungando le dita e afferrando ciò che la sua anima desiderava, tutto non avrebbe avuto inizio, nulla sarebbe successo. E se lei avesse baciato quella paura, se solo avesse avuto il coraggio di trasformare il terrore in amore, Tragokadon non sarebbe nato dalla carne del più bello tra i figli di Minhar, cercando la sua vendetta, avvolto da un sentimento bugiardo e misero. Le nostre paure accecano gli occhi e assordano il cuore, e quando non si può più né vedere e né ascoltare si finisce con il barcollare nel buio più oscuro e freddo, trascinando con sé chi, con amore, è disposto a seguirci fin anche nell’oscurità più terrificante e orribile.

Giovane abitante di Gea, lascia che ti dia un consiglio, un altro. Non permettere alla tua paura più grande di renderti immobile, ma abbraccia ciò che ti spaventa poiché è ciò che ti accompagna da tutta una vita. Perché quando si tramuta ciò che più si teme in forza, si diventa liberi, liberi davvero. E, alla fine, ciò che sembra l’arrivo diventa il punto di partenza ed è proprio lì che il tempo prende la forma di un serpente che, vorace, si morde la sua stessa coda.

E ora, impavido figlio di Adham, schierati al mio fianco e afferra il tuo coraggio a pugni stretti, perché questa sarà una lunga battaglia e tu ne farai parte. Che il tuo Lapis s’incendi, che il tuo Anima Viribus si agiti e che il peggiore dei tuoi incubi ti permetta di emergere dalle gelide acque di Lucern. E, se non sai da dove cominciare, guarda indietro poiché spesso il passato ci ha già raccontato tutto. Perché, alle volte, non vi è inizio più giusto che la fine.

Capitolo 1

Hades, Casa

Isadhin era solita accoglierla a braccia aperte, eppure quel giorno di licenza, la regina d’Inferia non si trovava alla Rocca d’Onice. Lilith, particolarmente infastidita dall’assenza inaspettata di sua madre, vagava tra i corridoi vuoti della dimora reale d’Inferia. A breve il sole sarebbe calato, lasciando quelle mura nere e opache brillare d’arcobaleno tutta la notte, alimentate dalla magica luce delle stelle. Non vi erano lune a Inferia e, forse, quella era una delle poche cose che invidiava di Miriël, il regno degli elfi. Erano passati solo tre mesi dal comincio del suo primo Giardino, dal suo primo anno all’ammissione alla straordinaria scuola elfica di Ethernity, capitale dei nobili figli di Minhar. Il suo sangue misto le aveva permesso di scegliere tra Hades e il Pentaculus – Istituto dove i demoni venivano addestrati e istruiti a dovere – e Miriël e i Giardini. La sua, tuttavia, non era stata una vera e propria decisione. Dal momento in cui era stata designata come futura moglie di Ithan, primogenito di Ethernity e futuro re di Miriël, Lilith non aveva avuto voce in capitolo. Eppure, quello non era l’unico motivo per cui ora si trovava ai Giardini, questo, però, nessuno poteva saperlo, eccetto sua madre. Gettando lo sguardo fuori dalle mura della Rocca, la principessa mezza demone sorrise, in modo bizzarro e ben poco umano, come solo lei sapeva fare. E al primo tocco dei raggi stellari, le mura della dimora dei sovrani d’Inferia si illuminarono, come faro in mezzo al buio, dei colori dell’arcobaleno.

«Già di ritorno, sorellina?» domandò una voce profonda e roca.

Voltandosi lenta, mentre i lunghi capelli neri le scivolavano dalle spalle per finire sui fianchi stretti, Lilith sorrise e chinò il capo davanti a suo fratello, primogenito d’Inferia e futuro re di Hades.

«Aamosh, fratello» sussurrò docile.

Il principe oscuro era nato dal primo matrimonio del re, purosangue, un vero figlio di Ashmed, fiero e forte. Alto quasi due metri, con le spalle larghe e gli occhi di un rosso acceso, ricordava re Droghorik, in tutto e per tutto.

Sorridendo malizioso e alzandole il mento con la punta dell’indice, il demone sollevò un sopracciglio. «Sei bellissima» disse poi, baciandola sulle labbra.

Facendo un passo indietro, Lilith sospirò, infastidita. «Dove si trova mia madre?» chiese curiosa, incrociando le braccia al petto.

Ridendo e affacciandosi al balcone più vicino, Aamosh si aggrappò alla ringhiera scura della Rocca, guardando in basso, notò che vi erano rimaste solo le guardie di palazzo. La capitale si era svuotata e gli abitanti di Inferia parevano essersi già ritirati nei rispettivi cerchi.

«Incredibile come un semplice Trofeo sia riuscita a guadagnarsi la fiducia del re e di un popolo che non le appartiene neppure» commentò a voce bassa, voltandosi verso la sorella e provocandola intenzionalmente.

Prendendo un grosso respiro, Lilith sorrise sbilenca. I demoni non erano immuni al sorriso degli elfi, e di questo ne era ben consapevole. «Mia madre sembra essere riuscita laddove la tua ha fallito, fratello» rispose poi, facendo un passo in avanti.

Caricando veloce e afferrando la sorella per le spalle, il principe oscuro la costrinse al muro. I capelli di lui, bianchi e mossi, gli ricadevano sulla fronte coprendo, in parte, lo sguardo acceso e rosso. «Nostro padre è stato uno sciocco ad averti permesso di frequentare quella sottospecie d’Istituto!» gridò agitato. «Tu, sorella, appartieni ad Hades. Tu, sorella, appartieni a me!» continuò poi, sempre più nervoso.

Afferrando il suo Viribus, Lilith sorrise liberando Uroboros (la sua frusta a tre punte) dal cristallo. Uno schiocco rumoroso mentre repentina riuscì a sgattaiolare sotto l’avambraccio del futuro re di Hades e, ora, Aamosh si ritrovava la stretta della sua arma sul collo. «Io, fratello, non appartengo a nessuno, tranne che a me stessa» sussurrò calma, liberandolo.

Tossendo e cercando di respirare aria pulita, il principe oscuro la guardò mentre, fiera, si ritirava nelle sue stanze.

Voltando il viso diafano verso la grande vetrata della sua camera da letto, Lilith sorrise. La Rocca d’Onice si trovava nel punto più basso d’Inferia, al fine della natural budella che, arrotolandosi prima veloce, si allargava poi verso la superficie andando, via via, a formare cerchi più ampi e affollati. Le razze demoniache erano molte, e più il cerchio era largo e più si trovava vicino al cielo, meno nobile era il sangue che scorreva nelle vene di quel figlio di Ashmed che vi abitava. Nove cerchi, per nove categorie, abitate da sotto-popolazioni che facevano riferimento, sempre e comunque, a un solo re, l’unico in grado di maneggiare il sacro fuoco blu di Hades, fiamma di giustizia e imparzialità. Fatui, veggenti, inventori, vendicatori, ingannatori, potenti, furie, inquisitori e seduttori, questi ultimi erano i più vicini al nobile sangue dei regnanti di Inferia, gli unici a cui era permesso di interloquire col re. I Cacciatori ne facevano parte, Serjey, il proprietario del Bloody Mary, era uno di loro e, un tempo non troppo lontano, vicino consigliere di Droghorik in persona.

Sospirando, Lilith si accorse solo in quel momento della luce accesa proveniente dalla sua nicchia, cassetta elfica che le permetteva di restare in contatto col mondo di Miriël durante la sua assenza. Infilando le dita, il messaggio sembrava essere leggero e breve:

Bloody Mary, vieni subito.

Lyght

E quando il suo migliore amico, principe d’Ethernity e secondogenito di Miriël, chiamava, lei rispondeva, sempre. Usando la sua Chiave di Karonthes, la principessa si ritrovò così ad attraversare il portale della zona grigia di New York, non poi così distante dal pub in cui era diretta. Indossando il suo Tenebris, un bracciale che le permetteva di mischiarsi tra i Dormienti senza correre il rischio di essere scoperta, la principessa assunse le sembianze di una comune umana: i suoi occhi completamente neri, dalla sclera color pece, erano scomparsi, lasciando spazio a dei grandi occhi marroni; le sue orecchie a punta, eredità elfica da parte di sua madre, si erano tramutate in piccole e corte appendici, tipiche dei figli di Adham che, ora, la fissavano curiosi.

Bussando veloce al grosso portone  porpora del pub, Lilith si annunciò sicura. «Lilith, figlia di Droghorik».

Spalancando lo sguardo, Kark, il Segugio del boss, la riconobbe immediatamente e, chinando il capo, la fece entrare senza proferire parola, poiché solo ai seduttori era permesso rispondere ai membri della famiglia reale d’Inferia e quel demone apparteneva a un cerchio troppo largo e vicino al cielo per osare anche solo guardarla più a lungo del dovuto.

Sedendosi accanto a Lyght e liberandosi del suo Tenebris, Lilith sorrise, non sapendo che, di lì a breve, avrebbero ricevuto una visita inaspettata.

Capitolo 2

Fuga

L’odore di casa travolse Fenix fino a farle girare la testa, guardandosi intorno si rese conto che nulla, in quei tre mesi, era mutato. Il tempo che aveva trascorso lontana da casa, a Miriël, il regno elfico, sembrava non averla cambiata, per nulla. I Giardini, l’istituto che aveva frequentato nelle lunghe settimane passate, le avevano insegnato molto, eppure, forse, non abbastanza.

Sedute davanti a una calda tazza di caffè bollente, madre e figlia si guardavano sorridenti. La piccola figlia di Adham non aveva smesso di parlare per quasi due ore, aveva raccontato a Costantine ogni minimo dettaglio della sua nuova vita. Le aveva detto di come Redhmar, il suo custode, l’avesse aiutata e di come aveva conosciuto le sue nuove amiche, di come la sua Stirpe (Aria) fosse, a suo dire, la migliore delle quattro (Terra, Fuoco e Acqua) e di quanto le piacesse la sua arma, ricevuta a Himmabeth (la città dei fabbri). E ora che poteva respirare tranquilla, con la sua tazza di caffè stretta tra le dita e gli occhi di sua madre sorridenti puntati su di lei, la giovane cominciava a domandarsi perché mai avesse avuto così tanta fretta di allontanarsi da casa, in direzione di Ethernity, la capitale dei nobili figli di Minhar. Ripensava al giorno in cui Redhmar le consegnò la sua chiave e a come quel piccolo oggetto dorato le era sembrato la sua unica salvezza, l’unico biglietto di sola andata che la vita le stava offrendo per ritrovare sé stessa, quando, invece, aveva capito che tornare al punto di partenza forse era stata la cosa più saggia che avesse mai fatto. Miriël non era il regno che si aspettava fosse, credeva che il suo sentirsi diversa e sempre impacciata derivasse dal fatto che Gea non le appartenesse, ma così come New York non era la sua capitale, Ethernity neppure. Si era accorta, di fatto, di non appartenere realmente a nessuno dei due mondi e questo, per qualche istante, la rese enormemente triste. Eppure, ora che poteva riscaldarsi tra quelle semplici mura, ora che il profumo della cannella l’avvolgeva nuovamente, nulla le poteva sembrare più giusto, più concreto, più adatto a lei. Aveva in quei lunghi mesi sperato di capire chi fosse il suo tutore, suo padre. E quella era stata l’unica ragione che l’aveva spinta a partire per quella piccola avventura. Forse, capendo le sue origini, avrebbe trovato il suo vero io. Ma le ricerche erano state vane e quel mondo incantato nascondeva molti lati bui, di cui lei aveva enormemente paura.

«Nessuna traccia di papà, ancora» disse infine, alzando lo sguardo.

Costantine impallidì e deglutì rumorosamente. «Fenix» cominciò la donna, stringendo le spalle. «Tuo padre è… morto, prima che tu nascessi» affermò infine, con un filo di voce.

E lo sguardo della piccola figlia di Adham divenne fosco, fredde lacrime salate le stavano solcando il pallido viso, così grosse e pesanti da creare un ritmo intenso mentre veloci colpivano il tavolo. Quella rivelazione la fece tremare, ogni speranza coltivata in quei tre mesi andò in frantumi in pochi istanti e le schegge impazzite, affilate e taglienti, la colpirono in viso, violentemente, lasciandole segni profondi e colmi di sangue. Era sconvolta.

«Scusami. Io… avrei dovuto dirtelo prima, lo so» bisbigliò la donna, abbracciando sua figlia.

Tutte le speranze che l’avevano mossa nelle ricerche in quei mesi, erano svanite come alito caldo in una giornata di neve, velocemente e tristemente. E nuove domande ora offuscavano la mente della giovane, ma la gola faceva troppo male e le parole non riuscivano a fare melodia.

«Ho sempre pensato che tenessi le porte spalancate per non dargli possibilità di tornare!» urlò improvvisamente, alzandosi dalla sedia, confusa e delusa.

Costantine la guardava dolorante, senza parole. Scuotendo leggermente la testa abbassò il mento a terra, sembrava che i suoi pensieri fossero complicati da spiegare. «Volevo solo proteggerti» disse poi, sollevando il viso, stava piangendo.

«Mi hai nascosto altro?» urlò ancora Fenix, incrociando le braccia al petto. «Perché te lo chiedo? Non risponderesti comunque! Non hai mai risposto alle mie domande» disse poi a bassa voce, dirigendosi verso la sua stanza e il cuscino raccolse, morbido, tutte le sue pene.

Chiudendo gli occhi, cadde in un sonno profondo.

D’improvviso, un suono familiare, lo squillo del suo cellulare, il suo iPhone. Costantine lo aveva lasciato in carica tutto quel tempo. Ed era mezzanotte.

Allungando le dita sul comodino, la ragazza argentata lo afferrò distratta. «Pronto» mugugnò, ancora mezza addormentata.

«Signorina, stava per caso dormendo?» domandò Andrew, sorridendo della situazione, e la piccola figlia di Adham, udendo la sua voce, spalancò veloce gli occhi. «Come fai ad avere il mio numero?» chiese, storcendo il naso.

Quello era il suo migliore amico, un misto, esattamente come lei, finito ai Giardini dopo aver indossato per la prima volta il suo Lapis Vitae, gioiello elfico che racchiude l’anima di ogni figlio di Minhar e che si riscaldava mosso dalle forti emozioni. La gemma che lo componeva, trasparente, si tingeva dello stesso colore degli occhi della persona amata, ma questo era un lusso che pochi elfi potevano permettersi.

«Sono sotto casa tua, scendi. Ti porto in un posto» rispose il biondo, chiudendo brusco la chiamata e, affacciandosi dalla sua finestra, Fenix sorrise.

L’amico la stava aspettando appoggiato, a braccia conserte, su una grossa moto nera dai cerchi larghi e arancioni. Vestendosi velocemente, jeans, converse e felpa, l’erede di Elwing si precipitò verso l’uscita.

I due, uniti non solo dalle loro origini, si erano ritrovati a condividere lo stesso desiderio: conoscere il proprio padre biologico. Eppure, non sembrava essere cosa facile.

«Dove vai a quest’ora?» domandò Costantine, seduta sul divano con indosso un’espressione affranta.

«Esco con un amico» rispose Fenix, afferrando la maniglia. «Tornerò presto, tecnicamente è già domani, quindi» aggiunse, spalancando la porta.

Le urla della madre furono vane, una piccola corsa e davanti a lei il biondo. Afferrandole il cappuccio, Andrew le coprì i cappelli. «Fa freddo» aggiunse sorridendo e montando sul mostro a due ruote.

«Puoi guidarla?» chiese la Ragazza di Luna, esitando qualche istante.

«Se posso? Bè, no. Se lo farò? Bè, sì» rispose, accendendo il motore, estremamente rumoroso e scoppiettante. «Che fai, non vieni? Il Bloody Mary ti piacerà» aggiunse, allungando la mano.

Non aveva mai visto l’amico con quegli occhi, sembrava diverso, sembrava non rispettare le regole, ribelle e bellissimo le stava chiedendo di infrangerle assieme. Questo la fece rabbrividire. Forse, c’erano lati nascosti di lui che non aveva ancora visto, lati che l’avrebbero lasciata senza parole, proprio come in quel preciso istante. Lo sguardo del biondo era lucente, nonostante l’ora tarda, sembrava più sveglio che mai, frizzante ed esaltato. Mentre spingeva il motore, stringendo con le mani il manubrio della moto, sorrideva divertito, forse perché Fenix aveva assunto una strana espressione in viso. Vederlo così deciso la fece arrossire. Portava una giacca di pelle nera che gli faceva le spalle ancora più larghe e, sulle ginocchia, un casco arancione e nero, piuttosto aggressivo. Infilando la protezione sulla nuca, Andrew si assicurò con premura di fargliene indossare un’altra, più minuta ma ugualmente resistente. E, allungando la mano verso di lei, sorrise dolcemente, invitandola ancora una volta a salire. Afferrandole le dite, la costrinse a un abbraccio, facendole stringere la presa sui suoi addominali. Non ricordava fosse così muscoloso, pareva quasi fatto di roccia dura e levigata. Un brivido caldo le travolse la schiena per poi finirle sullo stomaco, attorcigliandole le budella. Era nervosa. Lui la rendeva nervosa. Questa era una novità, si era sempre sentita protetta e al sicuro in sua presenza, quasi come fosse in famiglia, come lui fosse un fratello. Eppure, ora, la luce che rifletteva era ben diversa e questo la confondeva enormemente. Veloce, il ricordo di lui che le mostrava il suo Lapis Vitae, colorato degli occhi di lei e un brivido le scosse l’anima. Perché agli elfi era dato innamorarsi solo una volta nella vita e lui aveva scelto di amarla, senza paura.

Guardando un’ultima volta verso casa, Fenix decise di saltare sulla moto, una fuga verso l’ignoto. Stringendosi forte a lui, respirò l’aria fredda che la colpiva in viso, facendola lacrimare, ancora una volta.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

Commenti

  1. francesca.romana.26.01

    Fenix e la chiave di Thuta – il torneo di Hûn (recensione)
    “Non permettere alla tua paura più grande di renderti immobile, ma abbraccia ciò che ti spaventa poiché è ciò che ti accompagna da tutta una vita. Perché quando si tramuta ciò che più si teme in forza, si diventa liberi, liberi davvero.”

    Il libro si apre con un prologo in grado di lasciare senza parole (è disponibile in anteprima nel sito della bookabook insieme al capitolo 1), molto profondo e davvero non riuscivo a smettere di leggere. Una volta finito l’ho riletto da capo per metabolizzare tutte le parole per bene, davvero affascinante. Non so esattamente quante frasi ho evidenziato con il kobo, ma davvero tante e mi hanno fatto riflettere molto. Questo libro mi ha salvata, in tanti piccoli modi.
    Nel primo libro avevo difficoltà a ricordare i nomi dei personaggi, sono tutti diversi tra loro (i nomi non italiani inoltre mi mandano in confusione) perciò non riuscivo subito a collegarli al viso del personaggio. In questa seconda parte, invece, non ho avuto nessuna difficoltà di questo genere. La banda colorata ora mi è del tutto chiara.
    Ho trovato questo secondo libro molto più dinamico e coinvolgente, soprattutto per l’approfondimento di un altro personaggio, quello di Lilith. Perchè da come ho capito ogni libro sarà dal punto di vista di un altro personaggio insieme a Fenix.

    La protagonista, la giovane figlia di Adham, ha la capacità di farmi arrabbire come nessun altro. In tutte le situazioni sembra fuori dal mondo, non sa mai cosa accade intorno a lei e mi verrebbe voglia di urlarle “Amica svegliati! Informati di più su Miriël, perchè la storia è dal tuo punto di vista e io vorrei capire!” è costantemente confusa e distratta nonostante nel libro dimostra a tratti di essere determinata. Spero di vedere una evoluzione in questo personaggio, senza stravolgerla troppo.

    Come possiamo capire dal titolo del libro la storia gira intorno al torneo di Hun, di cui lo svolgimento non avviene subito nei primi capitoli. Fa da sfondo alle tante avventure dei personaggi: ho letto con estrema attenzione tutte le vicende per creare teorie, e quest’ultime mi stanno mandando fuori di testa.

    Arrivata alle ultime pagine del libro non volevo terminarlo, cercavo di tirare sempre più in là il finale ma non ci sono riuscita. Non vedo l’ora di leggere il terzo libro, perciò ora cercherò di tutti i modi di aiutare M. E. Loi per andare avanti con la campagna.

    Vedere crescere Fenix è davvero qualcosa di speciale, piano piano sta raggiungendo traguardi molti importanti e io ne sono davvero felice!

  2. CARA Mariella, al più presto acquisterò il tuo libro e al suo arrivo, farò una bellissima recensione per te, che sei speciale per me❤️

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M. E. Loi
classe 1989, nata a Glarus, in Svizzera, da mamma sarda e papà romano. Cresciuta in Friuli Venezia Giulia e ora ricercatrice medica in Germania. Da sempre appassionata di classici inglesi e fantasy, Fenix e la Chiave di Thuta è il suo romanzo d’esordio.
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