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Fenix e la Chiave di Thuta

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Al compimento dei suoi diciassette anni, Fenix indossa per la prima volta il suo Lapis Vitae (gioiello elfico che racchiude l’anima di ogni figlio di Minhar), non sapendo che quella piccola gemma le cambierà la vita. Il suo custode, Redhmar figlio di Frya, riuscirà infatti così a trovarla e a consegnarle la Chiave di Thuta, piccola e dorata. La prima cosa che Redhmar le insegna è che anche la più piccola delle chiavi può aprire le porte di un mondo grandioso. La giovane scopre così di essere un’elfa, metà figlia di Minhar e metà figlia di Adham, con il diritto a frequentare i Giardini, scuola elfica per eccellenza, che si trova a Ethernity, la capitale di Miriël. Qui affronta la Porta del Vero Io, prova grazie alla quale i novelli, ogni anno, vengono divisi nelle quattro Stirpi: quella di Amras (Fuoco), la Stirpe di Elros (Terra), quella di Hidril (Acqua) e la Stirpe di Elwing (Aria). Ma ben presto Fenix capirà che quel mondo, apparentemente puro e incantato, nasconde in realtà molti segreti oscuri, finanche tremendi.

Perché ho scritto questo libro?

Ho sempre amato leggere e da qui è nato il bisogno di scrivere. Fu mia zia a insegnarmi l’amore per il fantasy e all’età di trentatré anni è morta, lasciandomi un grande vuoto dentro. Due anni fa ho subito un’aggressione, mi sono ritrovata in ospedale e lì ho immaginato Miriël, Ethernity, Fenix e la banda colorata. Credo sia stata una necessità, uno strano bisogno di evadere dalla realtà e devo dire che, grazie a questo racconto, la mia mente e la mia anima hanno ritrovato la pace.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Il mattino non tardò ad arrivare. Fenix aveva dormito nel letto del suo custode il quale, invece, aveva riposato sulla poltrona. Quel giorno avevano un’ultima commissione da fare: la ragazza di luna aveva bisogno di un cavallo. Rigirandosi nel letto, ancora una volta, la giovane buttò lo sguardo sulla finestra. I caldi raggi solari indicavano che era ora di alzarsi, il cielo azzurro era particolarmente intenso e il sole era sorto a nord, cosa piuttosto insolita per la giovane.

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«Non hai dormito» commentò Redhmar, osservandola.

La figlia di Adham ebbe un sussulto, si era dimenticata della sua presenza. «Solo un pochino» mentì, sorridendo e sollevando le coperte.

Saltò poi giù dal letto, nervosa e desiderosa di uscire dalla locanda, poiché quel giorno avrebbe intrapreso il Cammino. Prima di allontanarsi però, avrebbe dato la sveglia a Rhen che aveva occupato la sua stanza per l’intera notte, dentro la quale aveva lasciato tutti i suoi acquisti per i Giardini. Un momento di silenzio e il suo guardiano si avvicinò a lei, recuperando la maglietta che aveva posato la sera precedente sulla sponda del letto. In quell’istante, Fenix notò ciò che prima le era sfuggito, forse per colpa dell’oscurità. Anche Redhmar, come le guardie che presidiavano Ethernity, aveva sul corpo quelle che sembravano pennellate di colore nero. Scritte e simboli di una lingua sconosciuta che affondavano le loro radici sulla pelle candida e marmorea dei figli di Minhar. Mossa da un filo invisibile, la mano della ragazza si avvicinò alla pelle di lui, ma un brivido spiacevole le percosse la schiena, facendole ritrarre velocemente le dita.

«Cosa sono?», domandò curiosa, ad occhi spalancati.

Redhmar si immobilizzò stringendo petto e pugni. Cominciò ad osservare ad occhi fini la giovane, senza però emettere alcun suono. Quella domanda lo aveva scosso, era evidente.

«Scusami, non avrei dovut-» continuò lei, prima di essere fermata dall’elfo.

Egli posò la sua mano fresca sulla sua bocca, impedendole di continuare, abbassò poi lo sguardo a terra e prese una boccata d’aria. Rimanendo in quella posizione per qualche secondo, l’attesa si fece quasi imbarazzante.

«Sono nomi. Noi li chiamiamo Nimeth. Quando un elfo compie atti impuri verso un nemico il suo nome gli si imprime sulla carne, così che il ricordo di quella azione non venga mai dimenticato» rispose infine, togliendo le dita dalle labbra di Fenix.

«Atti impuri?», chiese di rimando, quasi in un sussurro.

«Omicidio» ruggì la guardia a denti stretti, rimettendosi la maglietta. «Tutte le guardie di palazzo hanno qualche segno da nascondere, i meno fortunati hanno nomi in viso, sulla mani o sulle braccia. Là c’è poco da coprire, mi ritengo fortunato» concluse Redhmar sorridendo, con ben poca sincerità.

Fenix aveva imparato che non tutto in quel mondo era magico, dorato e candido. Anche gli elfi avevano qualcosa di cui vergognarsi e forse avrebbe fatto meglio a porre meno domande. I Nimeth erano infatti il marchio indelebile che ogni guerriero si portava addosso, il ricordo di qualcosa di orribile che mai, mai sarebbero riusciti a dimenticare, neppure provandoci. Leggere uno di quei nomi ad alta voce era proibito dalla legge elfica, poiché il suono di quei segni aveva il potere di causare un bruciore talmente intenso da far contorcere il suo padrone, portandolo quasi alla pazzia se ripetuto in continuazione. Anche per questo, ogni elfo si preoccupava di nascondere minuziosamente i suoi peccati, perché non venissero usati contro di loro, soprattutto in battaglia.

Senza aggiungere altro la ragazza di luna uscì dalla stanza, voleva cambiarsi e riprendere i suoi effetti personali.

«Fenix. Fenix, figlia di Adham… beh, insomma, sono io» disse, ferma davanti alla sua stanza, senza ricevere però alcuna risposta.

«Rhen? Rhen ci sei?», domandò ancora, incerta sul da farsi, ma nulla: dall’altra parte, nessuna risposta.

Fenix decise così di aprire la porta, senza troppi preamboli, nella speranza che l’elfo fosse ancora svenuto sul suo letto. Un primo passo nella stanza e, invece, scoprì che era vuota. L’amico se ne era andato lasciandole un piccolo messaggio bianco su foglie di Thilil:

Scusami.
Ci vediamo al Cammino, sperando che Lyght non mi abbia ucciso prima.

 R-

A quelle parole la ragazza di luna sorrise, ripensando ai racconti della sera prima. Velocemente, si cambiò d’abito ed indossò la divisa ufficiale della più importante scuola elfica. Veli in vari toni di grigio la ricoprivano, stoffa leggerissima ma resistente al tatto. Preparò il suo grande baule nero, la cui chiusura in argento ritraeva incisi i quattro simboli della chiave di Thuta, stemma ufficiale dei Giardini. Redhmar, nel frattempo, era appoggiato alla grande ringhiera bitorzoluta di legno scuro e la stava aspettando pensieroso. Senza aggiungere una parola, si fece carico del baule e lentamente prese l’uscita della locanda. Al bancone Khalita, sorridente e bellissima. L’elfa si avvicinò alla ragazza di luna e le agganciò ai capelli un fermaglio bianco, ricamato da perline colorate e foglie di edera argentata.

«Mi ha fatto pensare a te, Fenix. Che Utyridh sia con te, giovane figlia di Adham» disse a voce bassa la locandiera, sorridendole dolcemente.

«Utyridh?», domandò incuriosita.

«Il Dio della fortuna, colui che accompagna fato e desiderio!», rispose a tono alto, leggermente sbalordita.

La piccola figlia di Adham aveva ancora tanto da imparare.

Redhmar si avvicinò alle due, posando piano la mano sulla spalla della ragazza di luna. «Tornerò presto. Il tuo Yuth è il migliore» disse a Khalita, salutandola e facendo poi cenno a Fenix di seguirlo, erano in ritardo.

«Che vuoi che sia… zenzero, anice piccante, miele, liquore di patate e un pizzico di limone!», sembrava emozionata, e riprese il suo posto dietro il bancone.

Solo in quel momento, vedendola arrossire, Fenix capì che l’azzurro del Lapis Vitae della locandiera apparteneva agli occhi di Redhmar. Per un breve istante rimase a bocca aperta, cercando qualcosa da dire. Fissandoli, così lontani eppure così vicini, la ragazza non poté far a meno di pensare che il suo guardiano già lo sapesse. Quella era davvero una tradizione crudele.

La stessa mattina, le vie di Ethernity erano davvero molto, fin troppo affollate. Novelli ed esperti stavano raggiungendo la grande porta argentata, il Cammino sarebbe partito da là, dopo l’arrivo dei quattro Lord, i guardiani dei sotto-regni di Miriël. Fuoco, Acqua, Terra ed Aria erano gli elementi che governavano i figli di Minhar e ad ognuno apparteneva un sotto-regno diverso. Re Lorïn, affiancato dai quattro Lord, vegliava così su quella che sembrava una terra d’amore, uguaglianza ed amicizia. Quella stessa sera Fenix li avrebbe visti arrivare e, alle 17:00, il suo viaggio sarebbe ufficialmente cominciato. Di certo i cavalli non mancavano, si trovavano sparsi ovunque per le strade di quella città, apparentemente identici a quelli che aveva sempre visto a Gea. I due si stavano dirigendo a passo spedito verso un vecchio amico di Redhmar che li avrebbe aiutati nella scelta. I particolari profumi di quel tiepido giorno sarebbero rimasti impressi nella mente di Fenix per molto tempo.

«I cavalli elfici sono uguali a quelli umani?», chiese curiosa, prima di fare qualche altra gaffe.

Il suo custode cominciò a ridere di gusto. «C’era un tempo molto antico, in cui il padre degli uomini, Adham, e quello degli elfi, Minhar, avevano stretto un’alleanza… prima della grande battaglia, prima dell’esodo. In segno della loro amicizia si scambiarono dei doni, diversi tra animali e piante. Tra questi, Adham regalò a Miriël i cavalli, creature fedeli, possenti ed affabili. Dal canto suo, Minhar donò a Gea i draghi, animali antichi, potenti e forti. Col passare delle ere il popolo elfico fece grande uso di quel presente portandogli onore ed ammirazione; mentre gli uomini iniziarono ad averne timore» si fermò per una piccola pausa lasciando la ragazza di luna, sospesa. «In breve, gli umani sterminarono i draghi, uccidendoli senza pietà e portandoli così all’estinzione. Curioso popolo il tuo» raccontò così seriamente, che Fenix non abbe il coraggio d’interromperlo.

Quella storia la lasciò letteralmente a bocca aperta. Dunque anche su Gea erano esistiti i draghi, e chissà quali altre strane creature. Forse alcuni degli animali ancora esistenti in realtà provenivano da Miriël, ma questo lei non poteva saperlo. Facendo viaggiare la fantasia e portando avanti varie ipotesi, la piccola figlia di Adham si rese conto di aver perso sia l’orientamento che la cognizione del tempo. Appoggiando le mani sulla vita, posò le dita sulla sua fodera e, abbassando lo sguardo, la sua attenzione cadde sul cristallo esagonale che vi aveva custodito all’interno il giorno prima e, improvvisamente, la curiosità fece da padrone, ancora una volta.

«E questo? Questo cos’è?», chiese impetuosa, allungando il passo e raggiungendo il suo custode.

Era rimasta indietro, come sempre, i suoi pensieri le rallentavano il passo, quasi come fossero macigni pesanti sulla sua testa. Ma tutto ciò che ora la circondava, era a lei totalmente sconosciuto eppure, in qualche modo, anche estremamente familiare. L’aveva sognato. Ne era quasi certa. Aveva sognato Ethernity più e più volte, ogni notte, chiusa nella sua piccola stanza di New York. Ciò la rendeva impaziente, nervosa ed agitata. Finalmente i suoi strani e fantastici sogni avevano un perché ma ancora non poteva capirli, non del tutto.

Girando il viso, Redhmar vide che la sua protetta impugnava fiera uno degli oggetti magici più potenti e importanti. «Quello, piccola figlia di Adham, è la tua Anima Viribus. Fatto del cristallo più pregiato di Miriël, raccolto dal monte Phatos ai piedi del gran burrone di Samiryth, è ciò che molti definiscono la vera forza di un elfo» spiegò il biondo, sorridendo dolcemente. «Nulla può distruggerlo, neppure la potenza del ghiaccio dei giganti o la furia del fuoco dei demoni» aggiunse frettoloso, riprendendo il passo veloce.

Catturata da quelle parole, la ragazza argentata storse il naso. «Indistruttibile? Ma è così leggero» commentò insicura, bloccando il passo e osservando più da vicino il cristallo.

Guardandola silenzioso, il custode roteò lo sguardo, sembrava impaziente, ma ciò che per lui era chiaro e definito, per Fenix doveva essere estremamente complicato, eppure, dopotutto, era stato lui a insistere affinché quella diventasse la sua protetta. «Il mio ti sembra così leggero?», domandò beffardo, lanciandole il suo Anima Viribus, da lontano.

Afferrandolo, la giovane rimase a bocca aperta. «Santo cielo!», esclamò sconvolta, finendo a terra con le braccia e lasciando il cristallo triangolare di Redhmar rotolare fino al ciglio della strada.

Quell’oggetto era tutto tranne che leggero e fragile. Ridendo compiaciuto, il biondo si chinò a recuperare ciò che era suo. «Il tuo è ancora vuoto, per questo è così leggero» disse il figlio di Minhar, avvicinandosi alla giovane. «Esso racchiuderà l’anima della tua arma, quella che tra due giorni riceverai ad Himmabeth, la città fortezza dei fabbri di Miriël» le spiegò calmo, respirando piano. «Più in là, invece, al tuo terzo anno ai Giardini, il tuo Viribus accoglierà anche l’anima del tuo Famiglio» concluse, mostrandole che il suo cristallo non era liscio come quello che possedeva lei.

Scolpiti su di esso Fenix notò vi erano, infatti, una falce, tre rune ed un’aquila intenta a spiccare il volo. Agitando l’oggetto velocemente, l’elfo richiamò a sé la sua arma e, improvvisamente, la lama del custode si ritrovò a pochi centimetri dal suo viso, agitandole i capelli. Un brivido caldo le lacerò la schiena.

«Ed io? Io che arma avrò?», domandò agitata, fremendo dall’eccitazione.

«Questo lo può sapere solo un fabbro di Himmabeth, dovrai aspettare» sussurrò il biondo, trascinandola per un braccio, si era fatto tardi.

In breve si trovò davanti a quella che sembrava essere una modesta scuderia, alte staccionate di legno chiaro, ricamate da foglie incise, ricoprivano un grosso appezzamento di terreno. I cavalli che la ragazza di luna aveva davanti ai suoi occhi erano stupendi. Nel particolare, isolato in angolo si vedeva un piccolo animale bianco, con la coda alta e il muso delicato. Mossa da qualcosa, la giovane vi si avvicinò senza badare ad altro. Lo trovava bellissimo.

«Questa è Lehyla. Arabo. Ancora non è stata domata, mi dispiace» le disse un elfo bruno dagli occhi scuri, avvicinandosi.

«Dherin, figlio di Theorin, amico mio, io ti sento! Te lo avevo detto che ci saremo rivisti presto!», urlò il biondo, avvicinandosi all’elfo e posando a terra il grosso baule di legno.

«Redhmar, figlio di Frya! Risolto quel pasticcio ad Ethernity? Se ne parla ancora» gli rispose il bruno, andandogli incontro.

La puledra, con un occhio blu ed uno nero, aveva, a detta di Dherin, qualche problema a socializzare col resto del branco. Inoltre era alquanto testarda e non si era ancora lasciata domare, era del tutto selvaggia e ribelle. Tutti questi problemi, che Fenix reputava in realtà pregi, erano derivati dal fatto che la madre era morta subito dopo il parto. Orfana e sola sembrava non avere nessuno, proprio come lei. La piccola figlia di Adham la fissava aggrappata alla grande staccionata, allungò le dita cercando di raggiungerla, ma nulla, Leyhla rodeva l’erba indifferente, muovendo appena le narici. D’un tratto però, la cavalla smise di brucare e annusò l’aria. Prese il passo, piano e, avvicinandosi alla piccola mezzelfa, alzò il maestoso capo per afferrarle il cappuccio della divisa con i denti, tirandola leggermente a sé. La ragazza di luna si aggrappò immediatamente al suo collo, forte e liscio.

«Curioso. Non glielo avevo mai visto fare» disse Dherin, incrociando le braccia al petto, visibilmente sorpreso.

Senza sentire ragioni, Fenix voleva Lehyla, ad ogni costo. Non aveva mai visto nulla di più perfetto. Redhmar si era ripromesso di seguirla fedelmente per tutto il Cammino, così non avrebbe corso alcun rischio poiché la ragazza si era dimostrata irremovibile.

«Ancora un attimo» le disse il custode, portandosi indice e pollice sulla bocca.

Un fischio melodioso che, alto, scendeva verso il basso ondeggiando e scomparendo nell’aria, una musica dolce e particolare che la incantò.

Improvvisamente, un enorme uccello scese dal cielo, atterrando accanto al guardiano. Sembrava una gigantesca aquila dal becco dorato, con gli artigli aguzzi e argentati, le piume bianche e nere che si alternavano per poi lasciare spazio ad una vaporosa coda dorata. I tre occhi, uno centrale, erano dello stesso colore del mare e guardavano curiosi la piccola figlia di Adham che, invece, spaventata indietreggiò leggermente. Al suo arrivo, la terra aveva tremato e l’aria le aveva scosso capelli e vesti. Lehyla, però, non aveva fatto alcuna piega, sembrava abituata, o forse era solo più coraggiosa.

«Huck, Celare!», ordinò Redhmar, sollevando leggermente il braccio destro.

E la gigantesca bestia si fece improvvisamente piccola e a portata di mano, volando sull’avambraccio del proprio padrone, lo salutò con un acuto ma affettuoso grido.

«Ogni elfo ha il suo Famiglio, il suo animale da battaglia. Al terzo anno ne avrai uno anche tu. Crescerete insieme e diventerete forti stando vicini» spiegò rilassato, sorridendo verso Huck.

Portarlo in giro per New York non era, per ovvie ragioni, consentito, il Famiglio di un elfo non poteva, per alcuna ragione, essere visto dagli umani, dai Dormienti, come venivano chiamati dalla Fratellanza. Essi erano coloro i quali ignoravano l’esistenza della magia e da cui i figli degli altri regni si nascondevano per questioni di legge e sicurezza. Invece, il trasporto negli altri sei regni, al di fuori di Miriël, era consentito previa autorizzazione, ma solo per un breve lasso di tempo. Ecco perché il biondo l’aveva dato in consegna a Dherin, che glielo aveva gentilmente custodito, sino al suo ritorno.

«Tu dipenderai da lui come lui dipenderà da te. Se mai dovrai lasciare il tuo Famiglio ad Ethernity, ricordati di non tardare a tornare, altrimenti al tuo arrivo sarà perduto» aggiunse poi, assumendo in viso un’espressione malinconica e pesante.

«Perduto?», ancora una volta le sembrò che mai avrebbe avuto il tempo necessario per imparare tutto di Miriël e dello strano popolo che l’abitava.

Guardando Huck, solo l’idea di separarsi da lui, lo rese nervoso. «Un Famiglio perduto torna a Lêdher, la terra dove ogni animale da battaglia si reca in cerca del proprio padrone. Loro ti sentono arrivare» rispose il biondo, accarezzando la sua aquila sul becco. «È là che vanno a morire, trasformandosi in dura roccia, perché non c’è vita senza padrone» fissò negli occhi la sua protetta. «Molti si trasformano in pietra ancor prima di poter raggiungere Lêdher… è quasi impossibile per un elfo ritrovare il proprio Famiglio perduto, ma si dice che, nel caso, basti il semplice tocco della propria mano per risvegliarlo dall’eterno sonno».

Fenix sorrise, anche se ancora non capiva perché un elfo avrebbe dovuto abbandonare Miriël e così anche il suo animale da battaglia, ma per fare domande c’era ancora tempo, o almeno era ciò che sperava. Avvicinando le dita, l’aquila non sembrava però molto contenta di quel contatto e tentò di beccarla.

«Huck non va d’accordo con gli estranei, dagli tempo» colpendo l’animale sulla nuca, come a volerlo leggermente rimproverare, il biondo sorrise. «Quest’anno dicono che a Lêdher sia arrivato persino un drago. Non si vedeva un Famiglio del genere dall’alba dei tempi» commentò serio, aggrottando la fronte, pensieroso.

Agitando il suo Anima Viribus, Redhmar richiamò l’anima della sua aquila all’interno del cristallo che, gelosamente, si affrettò a nascondere nella sua fodera.

Salutando l’elfo bruno e ringraziandolo, i due si diressero verso il centro della capitale.

Camminando veloce, con l’arabo bianco al fianco, la giovane figlia di Adham si trovava ora, di nuovo, davanti alla porta argentata che l’aveva condotta per la prima volta in quel nuovo mondo, quel mondo di cui si sentiva parte, quel mondo che le faceva respirare libertà.

15 maggio 2019

Aggiornamento

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14 maggio 2019

Aggiornamento

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Spero vi piaccia 😊

Commenti

  1. Iniziamo col dire che mi è piaciuto tan-tis-si-mo! Il mio elemento è l’acqua. Fatte queste premesse iniziamo!
    Partiamo subito in quarta dicendo, che il mondo creato dall’autrice è vivo e pulsante, cioè sembra di essere lì! Puoi sentire ogni suono, percepire ogni cosa. Un mondo magico pieno di creature fantastiche, poteri, elfi, armi strepitose ecc..Ma nulla è come appare (ma non vi dirò nulla, perchè dovrete scoprirlo voi addentrandovi in questo universo). La scrittura è molto scorrevole ed elegante allo stesso tempo (non riuscivo a staccarmi). Unica piccolissima nota, è che ci sono molte descrizioni e nomi, però voglio rassicuravi dicendo che molte volte, le cose vengono “ripetute”, quindi non è un problema (per quanto mi riguarda). L’ho trovato veramente appassionante e lo preferisco a molti titoli famosi. Scrittrici del genere, meritano molto il posto nelle librerie, molto più di altri (ma questo è un mio parere). Consigliato? Assolutamente si!

  2. (proprietario verificato)

    “Tutto ha un’anima. Il fatto che sia più difficile da vedere non vuol dire che essa non ci sia.” Un grazie ENORME a M.E. Loi, grazie per avermi dato la possibilità di leggere il tuo libro. Si è rivelato essere uno dei fantasy più belli che ho letto.
    Libri come questo meritano un posto speciale sulla vetrina di una libreria… farebbe incuriosire chiunque.
    E quando uscirà, comprerò senza dubbio anche la versione cartacea. È già pronto un posto nella libreria😂❤
    Già dall’inizio il libro trasmette un’atmosfera intrigante, e l’autrice (ve lo garantisco) ha delle idee straordinarie che io personalmente non ho mai visto o letto da nessuna parte. La storia è un susseguirsi di cose inaspettate e la cosa intriga moltissimo.
    Consiglio con tutto il cuore questo libro a chi ama i fantasy❤

  3. “Era piuttosto ironico che, in quel mondo così particolare, le porte chiuse avessero il significato esattamente opposto a quello a cui era stata abituata per diciassette anni della sua vita. Chiudere le porte, voleva dire, di fatto, permettere a qualcuno di entrare nella tua casa, nella tua famigliarità, nel tuo io.”
    M.E.Loi ha scritto un Fantasy stuzzicante e incantevole: il testo ha tutte le caratteristiche necessarie per catturare il lettore e condurlo in una realtà alternativa, un’avventura magica e di grande fascino. Fenix è la nostra eroina, una ragazza che deve trovare il suo posto nel mondo.. ma quale mondo? Scopre, infatti, che se si è sempre sentita incompresa, fuori posto, un motivo c’era, in quanto appartenente oltre che alla “terra”, anche ad un altro regno, Eternity, dove suo padre scomparve ancor prima che lei venisse al mondo. Ivi, utilizzando la chiave di Thuta per accedervi, parte una ricerca di sé, delle sue origini e anche grazie alla disciplina imposta dal Cammino, ella finalmente sente rinascere piena di forza accesa dalla riscoperta dei valori come l’amicizia, il coraggio e l’amore.
    “Tutto ciò che desidero è trovare me stessa. Tutto ciò che desidero è essere. Trovare il mio posto nel mondo, che esso sia Miriël o Gea.”
    Intorno alla protagonista si muove la compagnia colorata, chiamata così dall’autrice, i cui personaggi sono delineati da colori e caratteri incisivi, ben strutturati e descritti con dovizia di particolari: hanno momenti di scontri, ilarità e passione come in una “normale” compagnia di amici e circondano Fenix con affetto (o sfida) rendendole il percorso più leggero ma anche sincero e un po’ crudele, perché anche in quel regno prodigioso l’accettazione della diversità è uno scoglio duro da superare .
    “Le nostre abilità non ci sono utili in più circostanze che l’amicizia.”
    “ «Perché dite: io ti sento?», domandò d’improvviso. L’elfo sorrise e avvicinandosi a lei, lentamente, le afferrò la mano. «Io percepisco la tua mente» e portò le sue dita sulla sua fronte. «Percepisco la tua anima» e le piccole dita di lei erano ora puntate sul suo cuore, la pelle di lui pareva fuoco sotto a quel semplice tocco.« Percepisco te, tutto ciò che sei ora, davanti a me» spiegò, restituendole la mano.”
    L’amore fa capolino nella storia in diverse sfumature; nel rapporto madre-figlia da sempre burrascoso, nel struggente desiderio di ritrovare il proprio padre e colmare il vuoto e le domande sulla sua assenza, nel sentire i primi palpiti nel cuore, così dolorosi, confusi e fusi nel desiderio, e forse il più essenziale di tutti, nella costruzione dell’amor proprio.
    “L’amore può grandi cose Fenix, ma esso può anche cose terribili, atroci e terrificanti. E’ la forza che muove tutto e da cui il tutto prende vita, o morte.. L’amore non è il problema. Fenix. L’amore è la soluzione. Non avere paura. Ama.”
    La trama ci racconta di un’avventura fantastica, un popolo glorioso e paesaggi surreali, in uno stile aperto, vivace ma anche carezzevole, autentico, solido. Una piacevole sorpresa è che la sensazione di coinvolgimento non viene solo dai personaggi e la storia ma anche dalla stessa scrittrice, che percepisco come una compagna di viaggio, altrettanto desiderosa come me di inoltrarsi nelle meraviglie di Eternity, di vedere l’autostima fiorire nella nostra mezzelfa.
    “Si, era diversa, ma questo non doveva necessariamente essere un punto a suo sfavore, perché essere diversi non era sbagliato. .. Avrebbe camminato a testa alta, cercando di essere un elfa migliore e un’umana fiera, perché lei era entrambe ma queste non si escludevano a vicenda.”
    E’ un romanzo che insegna a rinascere, a evolvere, non necessariamente perché viene naturale identificarsi con il contenuto del libro, ma perché ci sono delle verità imprescindibili, essenziali su come si dovrebbe affrontare la vita con carattere.
    “Sapendo che morirai, sapendo che nulla durerà per sempre, puoi vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo. Noi mortali abbiamo la scusa di poter fare ciò che vogliamo e nell’istante esatto in cui lo desideriamo, senza spendere tempo inutile. Per noi il tempo è una cosa molto preziosa, è la vita stessa..”
    Concludo nel dire che sono impaziente di leggere il prossimo capitolo della saga e che anch’io attendo con ansia la mia chiave di Thuta, perché dopotutto è un apriporta che tutti vorremmo avere, per evadere, per sfidarci, per sognare e vivere allo stesso tempo.

  4. (proprietario verificato)

    Fenix e la chiave di Tutha….che dire.
    Tutto è iniziato perchè volevo leggere un fantasy fresco e nuovo, perdipiù di una scrittrice italiana. Allora mi sono ritrovata a percorrere queste pagine con Mariella che mi stringeva una mano accompagnandomi e Fenix che mi stringeva l’altra mano, anche lei novizia di questo mondo e in attesa di scoprire cosa si celasse dietro un popolo a lei completamente sconosciuto.
    Io e Fenix abbiamo scoperto cose nuove insieme, conoscendo un ampia gamma di personaggi dalle mille sfaccettature caratteriali, nei quali ogni lettore si immedesimerà sicuramente…proprio come ho fatto io.
    Chissà quando rileggerò qualcosa che mi prenderà così tanto da farmi ignorare persino i compiti
    Complimenti vivissimi Mariella, continua così che il tuo è un talento che non va sprecato.

  5. (proprietario verificato)

    Da dove iniziare, ho deciso di iniziare questa fantastica Avventura nel regno di Ethernity all’inizio solo per pura curiosità, ma pian piano che leggevo venivo trasportata sempre di più dentro al libro fino ad immedesimarmi nei personaggi, ed é la cosa più bella che possa fare uno scrittore farti entrare nel suo mondo con sé e farti sentire parte di esso ebbene Fenix e Mariella ci sono riuscite, ho divorato letteralmente questo libro per quanto ne sono stata coinvolta, lo consiglio davvero a tutti.

  6. Semplicemente STUPENDOOOOO erano anni che non divoravo un libro in due giorni … nn vedo l ora di leggere il continuo ….CONSIGLIO A TUTTI DI COMPRARLO DAVVERO È FANTASTICO …..😍😍😍😍

  7. elisafeliziani06

    (proprietario verificato)

    Erano anni che non trovavo un fantasy così ricco di dettagli, con una storia che riesce a coinvolgerti sin dal primo capitolo. Personaggi diversi e con personalità. Il lettore riesce ad immedesimarsi subito, data la varietà di storie. Intrighi e sorprese, ogni volta che un capitolo finisce, non si riesce a smettere. Sono una figlia di Adham molto soddisfatta! Complimenti vivissimi all’autrice. Spero in un seguito!

  8. (proprietario verificato)

    Racchiuse tra le pagine di questo libro, le storie di personaggi molto diversi s’intrecciano in scene da osservare, annusare e accarezzare. Emozioni palpabili e racconti straordinari lasciano aperte e chiuse molte porte. Da tempo non leggevo un fantasy così fresco, divertente e ricco sorprese. Spero in un seguito.

  9. voci.anais

    (proprietario verificato)

    Fenix ti trasporta in un’altro mondo, anima e corpo. Uno dei fantasy più emozionanti letto dopo tanto tempo. Sembra di poter respirare, attraverso la sua scrittura, i profumi di quella terra e brucia, sul petto, vicino al cuore: come un Lapis.
    Solo una parola: Adorazione.

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M. E. Loi
Nata a Glarus, in Svizzera, alla fine degli anni ’80. Mamma sarda, papà romano e cresciuta in Friuli, insomma sono nata viaggiatrice. I miei numerosi traslochi mi hanno insegnato che nulla di materiale è di vitale importanza, ma sopratutto che gli amici, quelli veri, restano sempre. Mi sono laureata a Udine, in qualcosa di molto lontano dalla scrittura eppure, la mia passione per i libri non mi ha mai abbandonata. Più che una scrittrice mi definisco una accanita lettrice, di vari generi letterari, tra cui il Fantasy, non nascondo, è il mio preferito. Fenix e la Chiave di Thuta è il mio primo romanzo, scritto in un momento difficile e particolare della mia vita e grazie al quale posso dire di essere risorta, come una fenice, per l’appunto.
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