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Fine pena mai

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Un professore in pensione viene ucciso nel cortile interno del suo palazzo, in un quartiere di Roma. Un coltello conficcato nel petto e una telefonata anonima: sono questi gli elementi da cui parte l’indagine condotta dal vicequestore Francesca Farnese, donna dai modi asciutti e un dolore sepolto sotto ai silenzi. Accompagnata, come sempre, dall’ispettore Cesare Matera, la donna si butta a capofitto in un’indagine che, sin da subito, si profila complessa.

Francesca e Cesare scavano nella vita della vittima, dei suoi familiari e conoscenti, arrivando a dissotterrare antichi livori e segreti gelosamente custoditi. Eppure, le poche persone che hanno avuto rapporti con il professore, pur nutrendo sentimenti rancorosi nei suoi confronti, non sembrano essere imputabili dell’omicidio: nonostante tutti gli sforzi, il caso sembra destinato a rimanere irrisolto. Sarà un’intuizione della protagonista ad aprire davanti agli occhi di tutti uno scenario raccapricciante.

CAPITOLO UNO

Cento. Mille. Un milione.Non si contavano piùle volte che aveva aperto il cassetto del comodino ed era rimasta a guardare la fotografia poggiata sull’angolo sinistro, quello più vicino al suo cuscino. Neanche la tirava fuori, raramente la toccava. Restava seduta sul bordo del letto, le braccia intrecciate intorno alle ginocchia, gli occhi sul cassetto aperto finché non si sorprendeva a fissare il fondo marrone del mobile. Che legno era? Non lo sapeva, non ricordava. Non aveva mai imparato i nomi degli alberi. Non era più riuscita a sostenere lo sguardo di quella donna che aveva sorriso all’obiettivo e adesso la costringeva a spostare gli occhi sulle venature del legno perché erano più facili da guardare, perché non avevano qualcosa da recriminare. Almeno loro.

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Per la centesima, millesima, milionesimavolta, Francesca chiuse il cassetto del comodino e si alzò in piedi. Andò in cucina, tirò su la serranda e si passò le mani sul viso e tra i capelli, cercando di scrollarsi via di dosso il torpore dovuto alla notte insonne. Aveva dormito male, sogni strani avevano popolato le ore di mancato riposo e allungavano i tentacoli nella sua testa anche adesso che era sveglia e i pensieri la tenevano incollata al vetro della finestra. Finì il caffellatte in piedi, richiamata alla vita dalle grida isteriche della cantante che si dimenava nello schermo della TV. Mise la tazza nel lavandino, cercando di ignorare i piatti sporchi che la sera prima non aveva lavato, e poggiò le mani sul bordo della ceramica con lo sguardo in basso e i capelli davanti agli occhi, come sempre. Quando era piccola, c’era suo padre a tirarglieli indietro. Ora lo faceva da sola, come tante altre cose. Fumò una sigaretta in balcone, la prima, quella irrinunciabile, e dopo una rapida valutazione sulla probabilità o meno che piovesse, andò sotto la doccia.Il commissariato non distava molto da casa sua, quindi spesso, tempo permettendo, lo raggiungeva a piedi. Le piaceva camminare, soprattutto la sera, quando le strade e i marciapiedi si svuotavano e Roma, finalmente silenziosa, tornava a essere il magnifico intreccio di quartieri e contraddizioni che faceva inginocchiare il mondo intero ai suoi piedi. Percorreva i vicoli della zona di San Giovanni, lì dove era nata e cresciuta e dove era tornata, dopo tanto peregrinare, quando finalmente aveva capito che le radici non sono catene che inchiodano a terra, ma funi a cui aggrapparsi quando tutto intorno trema e si ha bisogno di tornare a casa, ovunque essa sia. Passava davanti al mercato coperto di piazza Epiro e saliva lungo viale Metronio, fiancheggiato da un prato sempre verde e sovrastato dalle mura Aureliane. L’imponente cinta si spaccava nel mezzo, lì dove Porta Latina si apriva sull’omonima strada di sampietrini, e Francesca la percorreva a passi lenti finché davanti ai suoi occhi non si apriva il primo spiraglio sulle Terme di Caracalla, quel quadro maestoso che ancora adesso, dopo una vita passata a guardarlo, le toglieva il respiro.La chiamata dall’ufficio arrivò di mattina presto. Uscì di casa e si immerse nel caos che invade le strade quandoRoma è ormai sveglia e passeggiare sui marciapiedi diventa difficoltoso. Camminò così tra fiumi di persone che correvano in tutte le direzioni, che si tenevano per mano, non si guardavano, inciampavano, si urtavano, urlavano al telefono trascinandosi dietro bambini assonnati che di fretta non ne avevano.Entrò in commissariato rispondendo ai saluti deferenti dei suoi sottoposti e fece l’occhiolino a Marilena, donna di straordinaria bruttezza e altrettanto straordinaria intelligenza da sempre addetta alle pulizie dell’edificio. Marilena aveva tre figli. Francesca sospettava che li avesse concepiti con il demonio: solo grazie alla serafica intransigenza della madre e a non lesinate sberle –sospettava anche questo –erano ancora a piede libero e non rinchiusiin una gabbia dello zoo. Erano bellissimi, con gli occhi grandi di chi ha ancora tutto da vedere; per quanto la facessero dannare, Marilena non sapeva spegnere la luce che le si accendeva negli occhi quando li guardava. Ogni volta che ciò succedeva, con una stretta al cuore, il vicequestore Francesca Farnese si vergognava di invidiare una donna che, per campare, si spezzava la schiena pulendo scale percorse da gente che nemmeno la guardava, che la scavalcava senza neanche chiedere permesso. Una donna che la sera tornava a casa con le vesciche alle mani e qualcuno ad aspettarla dietro la porta.

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Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Questa è una storia che non ti lascia pensare ad altro finché non la finisci e che ti continua ad abbracciare anche dopo che l’hai letta tutta. I personaggi diventano i tuoi amici, le loro battute diventano le tue. Il colpevole sembra trovarsi in tutti e in nessuno. E un romanzo’ profondo e fresco, serio e spiritoso, assolutamente avvincente.
    Il mio consiglio è quello di leggerlo.
    E poi di rileggerlo, per stare con loro ancora un altro po’.

  2. (proprietario verificato)

    Assolutamente consigliato!
    Un giallo avvolgente, dinamico, profondo e con una spigliata ironia che coinvolge continuamente il lettore.
    L’autrice fino all’ultimo momento ci lascia nel dubbio del colpevole del delitto, ci lascia nelle nostre congetture come se la protagonista ci richiedesse un aiuto da casa ed il lettore resta lì, pronto a risolvere il caso in una competizione con loro e con sé stesso.
    La storia di un’amicizia che non è compromessa dal ruolo lavorativo, un amore puro e leale, che li rende complici senza essere amanti e, per questo, in grado di proteggersi e rispettarsi.
    Un personaggio secondario e non meno rilevante, presente nella vita di ognuno di noi è lei: l’amica obiettiva della protagonista, a volte patetica, forte e fragile nelle sfaccettature di una vita comune e non per forza meno “drammatica”. Ci fa sentire a casa e, con sua assoluta inconsapevolezza, ci fa specchiare nel riflesso di tutte le vite.

    In breve, un libro decisamente da leggere !

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Flaminia Lovecchio
è nata il 4 luglio 1986, vive a Roma e insegna lingue straniere. Fine pena mai è il suo romanzo d’esordio.
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