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Fine pena mai

Fine pena mai campagna
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Consegna prevista Febbraio 2021
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Un professore in pensione viene ucciso nel cortile interno del suo palazzo, in un quartiere di Roma. Un coltello conficcato nel petto e una telefonata anonima: sono questi gli elementi da cui parte l’indagine condotta dal vicequestore Francesca Farnese, donna dai modi asciutti e un dolore sepolto sotto ai silenzi. Accompagnata, come sempre, dall’ispettore Cesare Matera, la poliziotta si butta a capofitto in un’indagine che, sin da subito, si profila complessa. Francesca e Cesare scavano nella vita della vittima, dei suoi familiari e conoscenti, arrivando a dissotterrare antichi livori e segreti gelosamente custoditi. Eppure, le poche persone che hanno avuto rapporti con il professore, pur nutrendo sentimenti rancorosi nei suoi confronti, non sembrano essere imputabili dell’omicidio: nonostante tutti gli sforzi, il caso sembra destinato a rimanere irrisolto. Sarà un’intuizione della protagonista ad aprire davanti agli occhi di tutti uno scenario raccapricciante.

Perché ho scritto questo libro?

Mi piace inventare storie e lasciare che i personaggi parlino al posto mio. Sono sempre stata appassionata di libri gialli e, dopo una vita passata a leggerli, ho voluto provare a scriverne uno io. Quando l’ho cominciato, non ero neanche sicura che l’avrei finito. Invece sono qui a scrivere queste righe e mi piace pensare che quindi, forse, qualcosa di buono l’ho fatto.

ANTEPRIMA NON EDITATA

I

Cento. Mille. Un milione.
Non si contavano più le volte che aveva aperto il cassetto del comodino ed era rimasta a guardare la fotografia poggiata sull’angolo sinistro, quello più vicino al suo cuscino. Neanche la tirava fuori, raramente la toccava. Restava seduta sul bordo del letto, le braccia intrecciate intorno alle ginocchia, gli occhi sul cassetto aperto finché non si sorprendeva a fissare il fondo marrone del mobile. Che legno era? Non lo sapeva, non ricordava. Le era impossibile capirlo da sola, non era mai riuscita a imparare i nomi degli alberi. Non era più riuscita a sostenere lo sguardo di quella donna che aveva sorriso all’obiettivo e adesso la costringeva a spostare gli occhi sulle venature del legno perché erano più facili da guardare, perché non avevano qualcosa da recriminare. Almeno loro.
Per la centesima, millesima, milionesima volta, il vicequestore aggiunto Francesca Farnese chiuse il cassetto del comodino e si alzò in piedi. Andò in cucina, tirò su la serranda e si passò le mani sul viso e tra i capelli, cercando di scrollarsi via di dosso il torpore dovuto alla notte insonne. Aveva dormito male, sogni strani avevano popolato le ore di mancato riposo e allungavano i tentacoli nella sua testa anche adesso che era sveglia e i pensieri la tenevano incollata al vetro della finestra. Finì il caffellatte in piedi, richiamata alla vita dalle grida isteriche della cantante che si dimenava nello schermo della TV. Mise la tazza nel lavandino, cercando di ignorare i piatti sporchi che la sera prima non aveva lavato, e poggiò le mani sul bordo della ceramica con lo sguardo in basso e i capelli davanti agli occhi, come sempre. Quando era piccola, c’era suo padre a tirarli indietro. Ora lo faceva da sola, come tante altre cose. Fumò una sigaretta in balcone, la prima, quella irrinunciabile, e dopo una rapida valutazione sulla probabilità o meno che piovesse, andò sotto la doccia.

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Il commissariato non distava molto da casa sua, quindi spesso, tempo permettendo, lo raggiungeva a piedi. Le piaceva camminare, soprattutto la sera, quando le strade e i marciapiedi si svuotavano e Roma, finalmente silenziosa, tornava a essere il magnifico intreccio di quartieri e contraddizioni che faceva inginocchiare il mondo intero ai suoi piedi. Percorreva i vicoli della zona di San Giovanni, lì dove era nata e cresciuta e dove era tornata, dopo tanto peregrinare, quando finalmente aveva capito che le radici non sono catene che inchiodano a terra, ma funi a cui aggrapparsi quando tutto intorno trema e si ha bisogno di tornare a casa, ovunque essa sia. Passava davanti al mercato coperto di piazza Epiro e saliva lungo viale Metronio, fiancheggiato da un prato sempre verde e sovrastato dalle mura Aureliane. L’imponente cinta si spaccava nel mezzo, lì dove Porta Latina si apriva sull’omonima strada di sampietrini, e il vicequestore la percorreva a passi lenti finché davanti ai suoi occhi non si apriva il primo spiraglio sulle Terme di Caracalla, quel quadro maestoso che ancora adesso, dopo una vita passata a guardarlo, le toglieva il respiro.
La chiamata dall’ufficio arrivò di mattina presto. Uscì di casa e si immerse nel caos che invade le strade quando Roma è ormai sveglia e passeggiare sui marciapiedi diventa difficoltoso. Camminò così tra fiumi di persone che correvano in tutte le direzioni, che si tenevano per mano, non si guardavano, inciampavano, si urtavano, urlavano al telefono trascinandosi dietro bambini assonnati che di fretta non ne avevano.
Entrò in commissariato rispondendo ai saluti deferenti dei suoi sottoposti e fece l’occhiolino a Marilena, donna di straordinaria bruttezza e altrettanto straordinaria intelligenza da sempre addetta alle pulizie dell’edificio. Marilena aveva tre figli, il vicequestore sospettava concepiti con il demonio, che solo grazie alla serafica intransigenza della madre e a non lesinate sberle – Francesca sospettava anche questo – erano ancora a piede libero e non rinchiusi in una gabbia dello zoo. Erano bellissimi, con gli occhi grandi di chi ha ancora tutto da vedere, e per quanto la facessero dannare, Marilena non sapeva spegnere la luce che le si accendeva negli occhi quando li guardava. Ogni volta che ciò succedeva, con una stretta al cuore il vicequestore Francesca Farnese si vergognava di invidiare una donna che, per campare, si spezzava la schiena pulendo scale percorse da gente che nemmeno la guardava, che la scavalcava senza neanche chiedere permesso. Una donna che la sera tornava a casa con le vesciche alle mani e qualcuno ad aspettarla dietro la porta.

II

Andrea, in piedi vicino al mobile dell’ingresso, stava sfogliando velocemente un libro prima di uscire. Aveva le maniche della camicia arrotolate e il nodo della cravatta storto. Non aveva mai saputo farlo, le cose senza sbavature proprio non gli riuscivano.
– Che ne pensi di Matteo? – gridò tenendo gli occhi sulle pagine.
– Banale, – rispose Francesca dalla camera da letto.
– Luca?
– Hai rispolverato i Vangeli?
– Cretina, – rispose ridendo per il modo impietoso con cui Francesca scartava i nomi che lui prendeva in prestito dalla tradizione biblica.
– Prima o poi decideremo, – disse lei improvvisamente apparsa alle sue spalle con l’accappatoio addosso e i piedi scalzi.
– Va bene. Io comunque continuo a buttare giù qualche idea.
– Fai bene. Visto che ci sei, butteresti anche l’immondizia? Io vado a prepararmi.
– Non potresti evitare di andare? Sarebbe meglio, viste le tue condizioni…
Francesca gli raddrizzò il nodo della cravatta senza rispondere. Era da tutta la vita che chiudeva i discorsi col silenzio. Era sempre sua l’ultima parola, anche se non la pronunciava.
– Puoi almeno stare attenta? – disse alle spalle di lei che si allontanavano verso il bagno.
– Non preoccuparti, dottore, non abbiamo intenzione di lasciarti da solo a goderti la nostra casa! – gridò Francesca prima di aprire il rubinetto della doccia.
Andrea sorrise, prese le chiavi e uscì. Chiuse la porta e la riaprì: l’immondizia.
Quanto l’avevano cercata, quella casa. Da tempo volevano lasciare l’appartamento in affitto che li aveva visti innamorati e avventati, e acquistarne uno che diventasse la prima cosa solida da tenere sotto i piedi e sulla testa. L’avevano comprato insieme, unendo risparmi sudati e sogni che ancora sembravano a portata di mano; avevano mangiato sul pavimento per settimane, quando non riuscivano a decidere quale tavolo comprare; avevano discusso sul colore delle pareti e sulla disposizione dei mobili; avevano dormito sommersi dalle scatole coi loro vestiti dentro, perché la ditta che doveva consegnare l’armadio aveva sbagliato l’ordine procurando un consistente ritardo. Avevano litigato e urlato e digrignato e adesso finalmente sussurravano, come chi ha trovato il proprio posto e non sente più il bisogno di gridare. Come chi compra una casa con una camera in più e finalmente sa che sarà abitata da qualcuno.

III

– Bonjour, capo.
Come tutte le mattine, l’ispettore Cesare Matera si affacciò sulla porta del vicequestore Farnese con un sorriso sulla faccia e un caffè nascosto dietro la schiena.
– Sei in ritardo, – disse lei con gli occhi su un fascicolo.
– Non è vero, – rispose l’ispettore poggiando il bicchiere sulla scrivania.
– Che mi dici di bello, Ce’?
– Di bello, non molto. Di brutto, che oggi ti tocca lavorare.
– Ho visto un po’ di movimento in corridoio, infatti. Mi spieghi? Al telefono, prima, non ho capito molto.
– Sì. Oggi la casa offre un morto fresco di giornata. È arrivata una chiamata anonima stamattina presto, prima dell’alba. Un tizio ha detto di aver sentito delle grida provenire da un edificio. Ciolli e Bareschi erano di pattuglia proprio lì vicino e sono andati a vedere. Il cadavere ci attende nel cortile interno di un palazzo signorile. Andiamo?
– Sì. Però guidi tu, così bevo il caffè, – rispose lei cercando il cellulare sepolto sotto i fogli sparsi sulla scrivania.
Sul posto c’erano già gli uomini della Scientifica, chini sul cadavere e avvolti nelle loro tute bianche. I due agenti di pattuglia, mani in tasca e schiena contro il muro, lottavano contro la stanchezza derivante dalla notte insonne. Un po’ in disparte, ma neanche troppo, c’era Lucia Nala, giornalista di cronaca nera con un’insana passione per i libri gialli che in più di un’occasione era tornata utile al vicequestore Farnese.
– Ciao, Fra’, – disse Lucia andando incontro alla poliziotta.
– Ma com’è possibile che arrivi sempre prima di me? Comincio a sospettare che li ammazzi tu per avere qualcosa da scrivere su quel giornale di finti intellettuali.
– Se dovessi ammazzare qualcuno, ti assicuro che sceglierei con più lungimiranza la mia vittima.
– Litigato ancora?
– Mai smesso. Ti chiamo stasera.
Francesca capì che l’aspettava una lunga serata.
– Ok. Vado a dare un’occhiata. Se so qualcosa che posso riferirti, ti faccio uno squillo. Se intanto vuoi farmi qualche scatto, ti pregherei, come sempre, di non prendermi di profilo. A dopo.
– Ciao, idiota, – rispose Lucia tirando fuori penna e taccuino.
Corrado Maria Odescalchi, professore di scuola media in pensione, giaceva a terra in una pozza di sangue. Un coltello a serramanico conficcato all’altezza del cuore, gli occhi sbarrati, la bocca che cominciava a irrigidirsi in una smorfia. Era un uomo alto, vestito con cura, i capelli brizzolati pettinati all’indietro. Francesca cercò Cesare con lo sguardo e lo trovò accovacciato vicino a un cane tenuto al guinzaglio da un uomo della Scientifica. Probabilmente era del professore. Guardò con aria interrogativa Ciolli e Bareschi, i primi agenti a intervenire sul posto.
– È il cane della vittima, dottore’. O almeno così pensa Bareschi, che è stato il primo a entrare, – disse Mario Ciolli sollevando il pollice tozzo in direzione del collega.
– Sì, – intervenne l’agente chiamato in causa. – Il cane stava qua quando sono entrato.
Bastarono quelle poche parole, pronunciate con voce incerta e occhi al pavimento, perché vicequestore e ispettore capissero che il giovane poliziotto, evidentemente sensibile, era poco abituato a quel tipo di scenario. Purtroppo, gli anni spesi sui libri e in Accademia non insegnavano a schermarsi gli occhi per proteggerli da certi orrori. Prima o poi si sarebbe abituato anche lui.
– Finalmente hai tolto i guanti, – gli disse la Farnese accennando un sorriso.
– Come?
Lei spostò gli occhi sulle sue mani nude abbandonate lungo i fianchi.
– Ah, sì. Li ho messi in tasca. Stavo sudando, – rispose l’agente Bareschi tormentandosi le dita.
– È normale, non vergognartene. Dovrai cominciare a preoccuparti quando un cadavere non ti farà più alcun effetto.
Gli sfiorò distrattamente la spalla e si allontanò. L’ispettore Matera ordinò ai due agenti di andare in commissariato per redigere il verbale e raggiunse la Farnese vicino alla tromba delle scale.
– Cerca il portiere e chiedi qual è l’appartamento della vittima, – gli disse lei con la testa infilata nella borsa. – Io vado un attimo a fumare.
Una volta, tanto tempo fa, anche lei sarebbe rimasta turbata alla vista di così tanto sangue. Una volta, una vita fa, il dolore procurato dalla morte avrebbe mosso a compassione pure lei.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Questa è una storia che non ti lascia pensare ad altro finché non la finisci e che ti continua ad abbracciare anche dopo che l’hai letta tutta. I personaggi diventano i tuoi amici, le loro battute diventano le tue. Il colpevole sembra trovarsi in tutti e in nessuno. E un romanzo’ profondo e fresco, serio e spiritoso, assolutamente avvincente.
    Il mio consiglio è quello di leggerlo.
    E poi di rileggerlo, per stare con loro ancora un altro po’.

  2. (proprietario verificato)

    Assolutamente consigliato!
    Un giallo avvolgente, dinamico, profondo e con una spigliata ironia che coinvolge continuamente il lettore.
    L’autrice fino all’ultimo momento ci lascia nel dubbio del colpevole del delitto, ci lascia nelle nostre congetture come se la protagonista ci richiedesse un aiuto da casa ed il lettore resta lì, pronto a risolvere il caso in una competizione con loro e con sé stesso.
    La storia di un’amicizia che non è compromessa dal ruolo lavorativo, un amore puro e leale, che li rende complici senza essere amanti e, per questo, in grado di proteggersi e rispettarsi.
    Un personaggio secondario e non meno rilevante, presente nella vita di ognuno di noi è lei: l’amica obiettiva della protagonista, a volte patetica, forte e fragile nelle sfaccettature di una vita comune e non per forza meno “drammatica”. Ci fa sentire a casa e, con sua assoluta inconsapevolezza, ci fa specchiare nel riflesso di tutte le vite.

    In breve, un libro decisamente da leggere !

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Flaminia Lovecchio
Ho trentatré anni, sono nata a Ferentino, ma vivo a Roma ormai da molto tempo. Sono cresciuta in una casa piena di libri e sono appassionata di letteratura e cinema. Soprattutto, e credo sia evidente, non sono molto brava a parlare di me.
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