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Frantumi, sogni e panorami da cornice

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Una vita scritta, obiettivi chiari e delineati per i prossimi dieci anni. La vita è semplice, se sei giovane, bello, innamorato e con un talento inestimabile per il tennis. Ma l’esistenza non è fatta per i piani, e, soprattutto, le piace sorprenderci. Una serie di sconvolgimenti portano Stefano a cercare nuovi traguardi, sul campo, ma, soprattutto, dentro di sé. Come si fa a capire quali strade prendere quando quelle che hai sempre voluto percorrere non ci sono più? Si fa, zoppicando, un passo alla volta.

CAPITOLO UNO

Scena: io e Stefano beviamo birra alle quattro di notte. È fine aprile ed è il suo compleanno.

Mai come adesso lui si è sentito ribaltato dagli eventi, tanti, troppi, successi in modo rapido e in un tempo brevissimo. Tutto gli sembra irreale, e in momenti come questo non ci sono parole da dire o ascoltare. Bisogna solo distrarre la mente, facendo scorrere le ore, scherzando, finché un nuovo mattoncino non andrà a incastonarsi in quell’improvviso terreno spoglio che è diventata la tua vita.

«Mi sento deserto.»

Perché sì, funziona finché si riesce a scherzare. E quando arrivano le quattro di notte è dura riuscirci, anche da ubriachi. In questo preciso istante per di più noi ubriachi non lo siamo, il che forse aggrava la situazione.

«Mi sento come se improvvisamente non ci fosse più niente se non questo profondo buco sotto al petto» e la sua mano va inconsapevole a reggere quel peso poco sopra il ventre. Con l’altra stringe talmente tanto la bottiglia che ho paura possa romperla e tagliarsi, come se non bastassero tutti i casini avuti fin qui.

Invece di togliere quelle potenziali schegge dalla sua morsa, gli rispondo: «Posso darti un pugno forte dove senti il vuoto, così magari si sistema».

Sorride: «Dai, sono serio».

«Lo so che sei serio, è che proprio non c’è niente che uno possa dire o fare per riempire un deserto di colpo.»

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Poggia la birra quasi vuota sul muretto dove siamo seduti a cavalcioni, con le gambe a strapiombo sul mare. È una notte strana, questa, anche per me. Dal mio punto di vista Stefano è sempre stato un invincibile e invece ora combatte con così tanti mostri contemporaneamente da esserne sopraffatto. Tanto per cominciare ha perso quasi sei chili in quattro mesi, ma non nel modo giusto, in quello peggiore: scavandosi sempre più sulle guance e sul collo, come fosse prosciugato. Fa impressione ancora di più se si applica questo processo a un bisonte di un metro e ottantanove centimetri, dalla muscolatura sviluppata dopo anni di basket, rugby, tennis e ciclismo.

È sempre stato uno molto eclettico, Stefano, in grado di eseguire qualsiasi cosa, dopo un minimo di pratica. Sin da piccolo ha mostrato caratteristiche motorie devastanti rispetto al resto di noi comuni mortali che, mentre ci aggiravamo timidi e impacciati nelle nostre tute acetate Adidas comprate al mercato tentando di fare meno danni dei più classici elefanti in una cristalleria, lo ammiravamo palleggiare e fare canestro da ampia distanza con una naturalezza disarmante, o saltare cerchi e cavalline con una leggerezza a noi sconosciuta.

Per lui ogni cosa era semplice, per questo lo invidiavamo. E questa sua attitudine non è mai svanita, anzi. Crescendo aveva provato qualsiasi cosa: il basket il pomeriggio, alle medie, era diventato una costante perché in qualche modo il calcio lo annoiava, pur essendo un difensore centrale dai piedi molto buoni e forte di testa; il ciclismo era arrivato la domenica, quando di mattina insieme al padre partiva verso mete lontane, ottanta, novanta o cento chilometri, tornando stravolto a casa ma felice, con le cosce massacrate e zuppo di sudore come fosse passato sotto una cascata all’altezza del portoncino del palazzo. Il rugby, invece, era arrivato dopo, così come il tennis, che nella sua vita aveva poi rappresentato una parte cruciale. Nel mentre lo sci, l’equitazione, il tennis da tavolo, il bowling, i kart, il nuoto, i tuffi: tutto diventava terreno in cui eccellere, senza alcuna presunzione, ma soltanto perché è nella natura delle cose che sia così.

Era riuscito a rovinare anche il beer pong, come quella volta al compleanno di Marica Russo in cui, particolarmente ispirato dalla presenza di un paio di amiche della festeggiata (a loro volta trasu-danti interesse per il nostro eroe) aveva vinto ogni sfida, senza mai sbagliare un colpo e rendendoci tutti irrimediabilmente, e in modo abbastanza imbarazzante, preda degli effetti del luppolo.

Come se non bastasse, oltre a essere un fenomeno di coordinazione muscolare e talento sparso, Stefano è sempre stato pure affascinante. Non alla Brad Pitt o alla Johnny Depp, in maniera universale, ma in un modo talmente tanto particolare che nessuna donna è mai riuscita (o riesce) tuttora a decifrare.

Semplicemente è magnetico, il che può essere croce e delizia, soprattutto per chi gli sta accanto. Ammetto che col passare degli anni, come lui stesso mi dice da tempo immemore, ho imparato a sfruttare anche io questo suo inconsapevole pregio.

«Ti piace, eh?»

«Cosa?»

«Non cosa, chi.»

«Allora chi.»

«Quella che stai fissando a tre tavoli di distanza mentre io ti parlo e tu non mi ascolti.»

«Veramente ti ascolto…»

«E cosa ho detto?»

«Hai detto che ti piacerebbe andare in Africa tra un paio di estati, per vedere un’altra realtà.»

«Bravo, ma questo l’ho detto almeno sei minuti fa.»

«E quindi cos’hai detto dopo?»

«Ho detto che se tu non fossi tornato in questa dimensione avrei finito le patatine, e infatti le ho mangiate tutte. E soprattutto, ho detto che così non la potrai mai attirare.»

E dalla risata complice, tra di noi, partiva sempre la serata vera e propria.

Questa è una di quelle scene tipiche vissute e rivissute all’infinito, ormai tante di quelle volte (ma non sempre con le patatine, spesso con la birra) da averne perso il conto. Da lì via verso la conquista, anche solo per ridere e passare una sera, lasciando i problemi reciproci a orbitare fuori da quei pochi metri quadri, e quelli erano momenti di una bellezza talmente tanto genuina da risultare difficile da comprendere.

Mi sembrano ricordi lontani qui sul muretto a contemplare il nulla, con le voci un po’ più roche e i silenzi un po’ più ricchi. Non so mai se sia un bene o un male. Mi sembra sempre di esagerare nel ricordare i vecchi aneddoti, come se il tempo riuscisse a farne trasparire soltanto il lato positivo, o forse è solo il dolore che, ricacciato in qualche angolo oscuro della memoria, si mette da parte lasciando spazio a una malinconia quasi buonista. Sono sicuro che anche Stefano sta pensando le stesse cose, o meglio, mi piacerebbe proprio che fosse così. In un periodo tanto duro per lui il ricordo di un sorriso lontano o di una cazzata divertente, che all’epoca poteva sembrarci un problema insormontabile, potrebbe dargli la forza di andare avanti, passo dopo passo, nel sistemare tutto ciò che dovrà rimettere in ordine e ricostruire nelle prossime settimane. Quando sarà pronto, ovviamente. O forse lo stesso pensiero potrebbe rievocare in me un sentimento malinconico e in lui un’immensa rabbia per quanto ancora ha da perdere? Ecco, in questa notte primaverile questa domanda nasce e muore subito dopo, pur nascondendo in se stessa una tacita risposta affermativa.

Stefano è lì a bere e pensa, pur cercando di mettere a tacere i pensieri sotto uno strato sempre più pesante di alcool. Talvolta, però, l’effetto è esattamente l’opposto e quando ci salutiamo leggo nei suoi occhi un dolore, e un disappunto, mai visti in passato. Forse in una o due occasioni sì, alla scomparsa di suo nonno, per esempio. Ma sono passati secoli.

«Dai, amico mio, la ruota gira» e mi rendo conto di aver detto una delle cose che mi fa incazzare di più al mondo.

«Dipende dove gira,» risponde sorridendo «potrebbe pure girarti su un piede e fare ancora più danni.»

«Potrebbe pure piovere o tirare vento.»

«Potrebbe pure prendermi un bus mentre torno a casa.»

«Ottimismo.»

«Scherzo, lo sai che…»

«Lo so, sdrammatizzi così. Lo fai da sempre, ma non farti prendere giusto stanotte che già ne stai combinando troppe.»

«Ma non tutte sono colpa mia.»

«Tutte no, ma certo che alcune te le cerchi…»

«Torniamo?»

Ce ne andiamo. La nostra notte di pensieri finisce così.

Mentre torniamo a casa rifletto su quanto spesso il destino sembri accanirsi sulle persone buone. Stefano, nella fattispecie, è una di queste. Nonostante i suoi difetti è uno capace di aggregare, di risolvere le situazioni, di aggiustare i rapporti tra le persone. Quante volte nel corso degli anni l’ho visto formare coppie o ricucire amicizie.

Agisce senza troppe parole sfruttando un altro dei suoi superpoteri naturali: capire le persone. Si immedesima, dimostrando un’empatia fuori dal comune ma anche una capacità innata di razionalizzare le situazioni e comprendere chi pensa cosa e chi intende dimostrare qualcos’altro. E così sono sbocciati amori che forse senza di lui non avrebbero trovato spazio per nascere e crescere, quasi tutti ancora vivi e vegeti, o addirittura talmente maturati da essere sfociati in matrimoni e gravidanze. Uno splendido potere, il suo, come gli dico sempre. In ogni caso sono sicuro che le varie problematiche che gli si sono presentate davanti nell’ultimo brevissimo periodo lo faranno crescere ulteriormente.

Salite le scale mi sistemo e vado a dormire. Nel frattempo, però, Stefano non dorme ma io non posso saperlo. È già a letto da un po’ e si gira e rigira, nei limiti del possibile per quel problema alla gamba. Riflette su come sia possibile attraversare un periodo talmente critico su tutti i fronti.

Neanche fossimo in un film girato da Clint Eastwood, pensa tra sé, O in The Truman Show. Perché, ammettiamolo, dopo aver visto quel film un po’ tutti c’abbiamo pensato di essere vittime di un enorme complotto con telecamere nascoste ovunque e comparse pagate per farci prendere esattamente la direzione della trama generale.

Stanotte, comunque, Stefano non dorme quindi domani si sveglierà in versione zombie e andrà ancor più a rilento di quanto il suo fisico gli imponga attualmente. Non c’è cosa peggiore di un cervello che non riesce a spegnersi e continua a girare per tutta la stanza, per tutta la notte, in ogni parte del mondo.

Appena aperti gli occhi, la mattina, ho l’abitudine di restare a letto per almeno mezz’ora e spesso imposto la sveglia proprio in funzione di questo spazio temporale in cui il mio encefalo ha bisogno di riattivarsi. Lo fa con grande lentezza, e da qualche tempo mi sono imposto di non prendere il telefono immediatamente, per non vivere lo shock immediato della luce dello schermo sparata al centro delle pupille, quindi non ho avuto la prontezza di notare che l’accesso su WhatsApp di Stefano segna 05:47. Ora sono le 7:06, tra poco si alzerà e non ci penserò più.

Lui, invece, è uno di quelli che quando apre gli occhi è già pronto a mordere, quindi mentre io ancora mi arrovello su quale fianco stare comodo altri cinque minuti, Stefano è già sotto la doccia e si prepara ad affrontare una nuova giornata. Cerca di mantenere la routine quotidiana per non affogare in quella che immagina sarà la sequenza di eventi che lo accompagnerà.

La verità è che aprile è stato un mese devastante per lui per vari motivi, ma probabilmente il più grave è stato quell’infortunio, serio, al ginocchio.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Appena ho avuto la bozza tra le mani, ho letteralmente divorato il romanzo di Giuseppe. L’ho finito in due ore. Nel giro di poco più di un capitolo ti ritrovi immerso in una storia di cui, in qualche modo, ti senti di far parte. Sullo sfondo di una città che certamente regala emozioni “da cornice”, oltre che panorami, non si può fare a meno di voler sapere cosa sta succedendo nelle vite dei protagonisti. Ve ne innamorerete.

  2. Giuseppina Zaccone

    (proprietario verificato)

    Sullo sfondo lo Stretto di Messina, il vento fra i capelli, l’aria che sa di sale e u scrusciu del mare. Già questo basterebbe a far chiudere gli occhi e sognare una vita fra le parole di “Frantumi, sogni e panorami da cornice”, quella stessa vita che il protagonista accuratamente delineato da Giuseppe Fontana sembra rincorrere come si rincorrono i sogni più gelosi. E’ sempre disarmante come la scrittura, quella genuina, puntuale e fatta con il cuore, riesca a scivolarti addosso come un abito confezionato dal migliore sarto e farti vivere un’altra identità senza neanche troppi sforzi. E’ quello che succede leggendo questo libro: la facilità con cui ci si possa sentire uno dei personaggi della storia ti lascia una sensazione di benessere e agio. La voce narrante, che si alterna sapientemente ai dialoghi in prima persona, restituisce coordinate e riflessioni indirizzando e impreziosendo la lettura in modo equilibrato. Una storia vicina al vissuto di tutti ma ricca di colpi di scena ed un racconto che scorre tra alternanze di emozioni ed escamotage narrativi.
    Siamo tutti in cerca di sogni, anche di quelli che un buon libro sa regalare.

  3. (proprietario verificato)

    “Frantumi, sogni e panorami da cornice” è la lettura da comodino ideale; un testo che nasce dalla penna di chi conosce il giusto equilibrio fra forma e contenuto. La scrittura piacevole, in alcuni passi franta – come il titolo stesso ci suggerisce -, non manca di essere il contenitore perfetto per una storia che di piano e scorrevole ha ben poco, così come la vita, inevitabilmente. Grazie a un ardito e – perché no? – sperimentale gioco di alternanze fra narratori e protagonisti, in cui, talvolta, ci sembra di saperne anche di più dei personaggi, Fontana riesce a far indossare al lettore i panni del protagonista il quale, alla fine della storia, non vive niente che non tocchi anche noi. I colpi del destino, costanti e taglienti, tengono le fila della storia. Una storia comune, dunque, ma non per questo banale; anzi, la preziosità di questo testo è data proprio da un’aderenza alla realtà che è tale da non lasciare spazio all’inverosimile. Sembrerebbe, invece, frutto di fantasia lo scenario in cui la storia si immerge: un mare, anzi, Il Mare, che nelle parole di Fontana è come un affresco che lascia senza parole. Si può solo ammirarlo. Anche qui, niente di più reale che la magnifica Sicilia, lo stretto di Messina, con i suoi innumerevoli contrasti. Si dice che chi non ci è nato, in quelle zone, non possa coglierne la vera essenza, l’ambigua magia, il fascino contraddittorio: sembra che, con questo testo, il giovane giornalista messinese sia finalmente riuscito a rendere proprio tutti sensibili spettatori di questo incanto.

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Giuseppe Fontana
nasce a Messina nel 1988 e lì, in riva allo stretto, diventa giornalista a ventitré anni, ma non abbandona la passione per le storie e i racconti, lunghi e brevi. Dopo averne pubblicati due (Perdersi e Trovarsi e I binari dell’io e del noi) in altrettante raccolte, si dedica alla stesura di Frantumi, sogni e panorami da cornice, il suo primo romanzo.
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