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Frantumi, sogni e panorami da cornice

Frantumi, sogni e panorami da cornice
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Consegna prevista Luglio 2021
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Un lavoro tranquillo, una bella storia d’amore, un sogno sportivo tutto da vivere e un talento naturale nell’affrontare rapporti, amicizie e quotidianità, si scontrano improvvisamente con la realtà di una vita che non fa sconti. Stefano, sorridente, intraprendente e carismatico ragazzo, emblema di una generazione con troppe poche opportunità, deve fare i conti con una serie di eventi che azzererà un percorso di vita che sembrava già avviato e lo porterà a dover ripartire, oltre lo Stretto di Messina e i confini siciliani, per ritrovare la forza, la voglia e le capacità per sognare ancora. Un viaggio fisico e metaforico, una crisi profonda con cui dovrà combattere per crescere ancora e ritrovare se stesso, sempre in compagnia di un amico (quasi) onnisciente, di un allenatore severo e protettivo, di tanti affetti “momentanei” e del pensiero di una Lei importante, forse non solo in un passato già chiuso.

Perché ho scritto questo libro?

Questo libro nasce in pieno lockdown, quando la clausura giusta e forzata mi ha spinto a riprendere una passione per troppo tempo trascurata. Ma perché questo? Perché avevo voglia di raccontare una storia “normale”, di un ragazzo che potrebbe essere noi, nostro fratello, nostro amico, per dimostrare che la quotidianità, con le sue fatalità, le sue cadute, le sue scelte e i suoi piccoli traguardi giornalieri, può nascondere emozioni intense, tutte da conquistare e assaporare.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Scena: io e Stefano beviamo birra alle quattro di notte. È fine aprile, è il suo compleanno, e mai come in questo momento Stefano si sente completamente ribaltato da una successione di eventi talmente tanto rapida nella tempistica, e pesante nella consistenza, da sembrare irreale. In momenti come questo non ci sono parole e finché si riesce a scherzare, distraendo in qualche modo la mente, il tempo scorre e un mattoncino nuovo si va a incastonare in quell’improvviso terreno azzerato che è la tua vita. “Mi sento deserto”, mi dice. Perché sì, il problema è quello evidenziato poco fa: finché si riesce a scherzare. Quando arrivano le quattro di notte è dura riuscirci, anche da ubriachi. E in questo momento preciso, per di più, noi ubriachi non lo siamo, il che forse aggrava la situazione.

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“Mi sento come se improvvisamente non ci fosse più niente se non questo profondo buco sotto al petto” e la sua mano va inconsapevole a reggere quel peso poco sopra il ventre. Con l’altra stringe talmente tanto la bottiglia che ho paura possa romperla e tagliarsi, come se non bastassero tutti i casini avuti fin qui. Invece di togliere quelle potenziali schegge dalla sua morsa, gli rispondo: “posso darti un pugno forte dove senti il vuoto, così magari si sistema”. Sorride, “dai, sono serio”. “Lo so che sei serio, è che proprio non c’è niente che uno possa dire o fare per riempire un deserto di colpo”.

Molla la birra, che in realtà è quasi vuota, e la poggia sul muretto dove eravamo seduti, a cavalcioni, con le gambe a strapiombo sul mare. È una notte strana, questa, anche per me. Dal mio punto di vista Stefano è sempre stato uno invincibile e invece ora combatte con così tanti mostri contemporaneamente da esserne sopraffatto, visibilmente. Tanto per cominciare ha perso quasi sei chili in quattro mesi, ma non nel modo giusto, in quello peggiore: scavandosi sempre più sulle guance e sul collo, come fosse prosciugato. Fa impressione ancora di più se si applica questo processo a un bisonte di un metro e ottantanove centimetri, dalla muscolatura sviluppata dopo anni di basket, rugby, tennis e ciclismo.

È sempre stato uno molto estroso, Stefano, in grado di eseguire qualsiasi cosa, dopo un minimo di pratica. Sin da piccolo ha mostrato caratteristiche motorie devastanti rispetto al resto di noi comuni mortali che, mentre ci aggiravamo timidi e impacciati nelle nostre tute acetate adidas comprate al mercatino tentando di fare meno danni dei più classici elefanti in una cristalleria, lo ammiravamo palleggiare e fare canestro da ampia distanza con una naturalezza disarmante o saltare cerchi e cavalline con una leggerezza a noi sconosciuta.

Per lui ogni cosa era semplice, per questo lo invidiavamo. Questa caratteristica non è mai svanita, anzi. Crescendo ha iniziato a provare qualsiasi cosa: il basket il pomeriggio, alle medie, diventa una costante perché in qualche modo lo annoia il calcio, pur essendo un difensore centrale dai piedi molto buoni e forte di testa; il ciclismo arriva la domenica, quando di mattina insieme al padre parte verso mete lontane 80, 90 o 100 chilometri, tornando stravolto a casa ma felice, con le cosce massacrate e zuppo di sudore come fosse passato sotto una cascata all’altezza del portoncino del palazzo. Il rugby, invece, sarebbe arrivato dopo, così come il tennis, che nella sua vita avrebbe rappresentato una parte cruciale. Nel mentre lo sci, l’equitazione, il tennis-tavolo, il bowling, i kart, il nuoto, i tuffi: tutto diventa terreno in cui eccellere, senza alcuna presunzione, ma soltanto perché è nella natura delle cose che sia così.

Riesce a rovinare anche il beer pong, come quella volta al compleanno di Marica Russo in cui, particolarmente ispirato dalla presenza di un paio di amiche della festeggiata (a loro volta trasudanti interesse per il nostro eroe) vince ogni sfida, senza mai sbagliare un colpo e rendendoci tutti irrimediabilmente, e in modo abbastanza imbarazzante, preda degli effetti del luppolo. Sì perché, oltre a essere un portento di coordinazione muscolare e talento sparso, Stefano è sempre stato pure affascinante. Non alla Brad Pitt o alla Johnny Depp, in maniera praticamente universale, ma in un modo talmente tanto particolare che nessuna donna è mai riuscita (o riesce) tuttora a decifrare.

Semplicemente è magnetico, il che può essere croce e delizia, soprattutto per chi gli sta accanto. E ammetto che col passare degli anni, come lui stesso mi dice da tempo immemore, ho imparato a sfruttare anche io questo suo inconsapevole pregio.

“Ti piace, eh?”

“Cosa?”

“Non cosa, chi”.

“Allora chi?”

“Quella che stai fissando a tre tavoli di distanza mentre io ti parlo e tu non mi ascolti”.

“Veramente ti ascolto…”

“E cosa ho detto?”

“Hai detto che ti piacerebbe andare in Africa tra un paio di estati a vedere un’altra realtà”.

“Bravo, ma l’ho detto almeno sei minuti fa”.

“E quindi cos’hai detto?” dico girandomi.

“Ho detto che se non torni in questa dimensione finiscono le patatine e le ho mangiate tutte io. E soprattutto così non la potrai mai attirare”.

E da quella risata successiva, tra noi, partiva sempre la serata vera e propria. Questa è una di quelle scene tipiche vissute e rivissute all’infinito, ormai tante di quelle volte (ma non sempre con le patatine, spesso con la birra) da averne perso il conto. Da lì si parte per la conquista serale, anche solo per ridere e passare una sera, lasciando i problemi reciproci a orbitare fuori da quei pochi metri quadri, e quelli erano momenti di una bellezza talmente tanto genuina da risultare difficile da comprendere.

Mi sembrano ricordi lontani mentre siamo qui sul muretto a contemplare il nulla, con le voci un po’ più roche e i silenzi un po’ più ricchi. Non so mai se in positivo o in negativo. Mi sembra sempre di esagerare nel ricordare i vecchi aneddoti, come se nel tempo tutto riuscisse a far trasparire soltanto il lato positivo, o forse è semplicemente il dolore che, ricacciato in qualche angolo oscuro della memoria, si mette da parte lasciando spazio a una malinconia quasi positiva e buonista.

Sono sicuro che anche Stefano sta pensando le stesse cose, o meglio, mi piacerebbe proprio che sia così. In un momento tanto duro per lui, il ricordo di un sorriso lontano o di una cazzata divertente, che all’epoca poteva sembrarci un problema insormontabile, potrebbe dargli la forza di andare avanti, passo dopo passo, nel sistemare tutto ciò che dovrà rimettere in ordine e ricostruire nelle prossime settimane. Quando sarà pronto, ovviamente. O forse lo stesso pensiero può rievocare in me un sentimento malinconico e in lui un’immensa rabbia per quanto può perdere da qui in avanti? Ecco, la domanda nasce spontanea in questa notte primaverile e muore subito dopo, pur nascondendo in sé stessa una tacita risposta affermativa.

Stefano è lì a bere e pensa, pur cercando di mettere a tacere i pensieri sotto uno strato sempre più pesante di alcol. Talvolta, però, l’effetto è esattamente l’opposto e quando ci salutiamo leggo nei suoi occhi una rabbia e un dolore mai visti in passato. Forse in una o due occasioni sì, alla scomparsa di suo nonno, ad esempio. Ma sono passati secoli.

“Dai amico mio, la ruota gira”, e mi rendo conto di aver detto, salutandolo, una delle cose che mi fa arrabbiare di più al mondo.

“Dipende dove gira”, risponde sorridendo, “potrebbe pure girarti su un piede e fare ancora più danni”.

“Potrebbe pure piovere o tirare vento”.

“Potrebbe pure prendermi un bus mentre torno a casa”.

“Ottimismo…”

“Scherzo, lo sai che…”

“Lo so, sdrammatizzi così. Lo fai da sempre, ma non farti prendere giusto stanotte che già ne stai combinando troppe”.

“Ma non tutte sono colpa mia”.

“Tutte no, ma certo che te le cerchi alcune…”

“Torniamo?”. Ce ne andiamo. La nostra notte di pensieri finisce così.

Mentre torniamo a casa rifletto su quanto spesso il destino sembra accanirsi con le persone buone. Stefano, nella fattispecie, è un buono. Con i suoi mille difetti, certo, ma pur sempre un buono. Uno capace di aggregare, di risolvere le situazioni, di aggiustare i rapporti tra le persone e incapace di fermarsi a distanza di sicurezza in situazioni che possano generare attrito tra chi ama.

Quante volte nel corso degli anni l’ho visto formare coppie o ricucire amicizie. Agisce senza troppe parole, diplomatico nato, mostrando un altro dei suoi superpoteri naturali: capire le persone. Si immedesima, dimostrando un’empatia fuori dal comune ma anche una capacità innata di razionalizzare le situazioni e comprendere chi pensa cosa e chi intende dimostrare qualcos’altro. Tutto ciò sempre senza alcuno scopo personale, ma solo per aiutare. Ve l’ho detto: è un buono. E così sono sbocciati amori che forse senza di lui non avrebbero trovato spazio per nascere e crescere, quasi tutti ancora vivi e vegeti o addirittura talmente maturati da essere sfociati in matrimoni e gravidanze. Uno splendido potere, il suo, glielo dico sempre. In ogni caso sono sicuro che le varie problematiche che gli si sono presentate davanti nell’ultimo brevissimo periodo lo faranno crescere ulteriormente.

Salite le scale, mi sistemo e vado a dormire. Nel frattempo, però, Stefano non dorme ma io non posso saperlo. È già a letto da un po’ e si gira e rigira, nei limiti del possibile per quel problema alla gamba che rappresenta uno dei più grossi crucci del momento. Riflette su come sia possibile attraversare un periodo talmente critico su tutti i fronti. “Neanche fossimo in un film girato da Clint Eastwood”, pensa tra sé. “O nel Truman Show” perché ammettiamolo, dopo aver visto quel film un po’ tutti c’abbiamo pensato di essere vittime di un enorme complotto con telecamere nascoste ovunque e comparse pagate per farci prendere esattamente la direzione della trama generale.

Stanotte, comunque, Stefano non dorme quindi domani si sveglierà in versione zombie e andrà ancor più a rilento di quanto il suo fisico gli imponga attualmente. Non c’è cosa peggiore di un cervello che non riesce a spegnersi e continua a girare per tutta la stanza, per tutta la notte, in ogni parte del mondo.

Appena aperti gli occhi, la mattina, ho l’abitudine di restare a letto per almeno mezzora e spesso imposto la sveglia proprio in funzione di questo spazio temporale in cui il mio encefalo ha bisogno di riattivarsi. Lo fa con grande lentezza e da qualche tempo mi sono imposto di non prendere il telefono immediatamente, per non vivere lo shock immediato della luce dello schermo sparata al centro delle pupille, quindi non ho avuto la prontezza di notare che l’accesso su whatsapp di Stefano segna 05.47. E ora sono le 7.06, tra poco si alzerà e non ci penserò più. Lui, invece, è uno di quelli che quando apre gli occhi è già pronto a mordere quindi, nel preciso momento in cui io ancora mi arrovello su quale fianco utilizzare per stare comodo altri cinque minuti, Stefano è già sotto la doccia e si prepara ad affrontare una nuova giornata. Cerca di mantenere la routine quotidiana per non affogare in quella che immagina sarà la sequenza di eventi che lo accompagnerà da lì a poco.

La verità è che il mese di aprile, per lui, è stato devastante per vari motivi, ma probabilmente il peggiore possibile è stato l’infortunio, serio, al ginocchio.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Giuseppe Fontana
Nato a Messina il 22 novembre 1988, Giuseppe Fontana fin da piccolo coltiva la passione per lettura e scrittura. La voglia di scrivere lo indirizza anche nel percorso di studi e nella vita professionale, con la scelta di studiare giornalismo all’Università degli Studi di Messina. Durante il cammino accademico, completato nel 2010 prima e nel 2013 poi con il conseguimento della laurea magistrale, Fontana intraprende la carriera da giornalista, tra portali web, radio, tv e uffici stampa, con numerose collaborazioni locali e regionali, soprattutto in ambito sportivo. Due, invece, i concorsi letterari vinti con i racconti brevi “Perdersi e Trovarsi” e “I binari dell’io e del noi”, pubblicati da una casa editrice palermitana. Attualmente Fontana, da giornalista free lance, cura la comunicazione di società sportive, aziende e associazioni messinesi.
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