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Gambe d'albero

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Se la vita fosse un gioco, combatterei per uscirne vincitore. So che per molti può sembrare scontato, una cosa detta più volte, ripetuta fino allo sfinimento, ma è così.
È una sfida con il mondo, con noi stessi, è il metterci in gioco contro un qualcosa che è più grande di noi. Molto più grande. Immenso, quasi inafferrabile.

La Seconda guerra mondiale fa da sfondo alla nascita di un’amicizia, quella di Andrea e Lorenzo, due ragazzini solitari e un po’ speciali.
Lorenzo è nato con una singolare caratteristica: due tronchi d’albero al posto delle gambe e la capacità di far fiorire primule dove poggia i piedi. Il ragazzo ha una connessione magica con la natura, che sembra assecondarlo e proteggerlo ovunque vada. Andrea non è affatto scoraggiato da questa stranezza, anzi, ne è affascinato, e ben presto aiuta Lorenzo a inserirsi in società e a fare nuove amicizie.
Terminato il liceo, però, decide di studiare legge in un’altra città e diventare avvocato. Al suo ritorno, dopo cinque anni, ritrova la sua famiglia e l’amico Lorenzo ad aspettarlo. La distanza non ha mutato il sentimento di amicizia tra i due, che anzi sono più uniti di prima, nonostante ci sia una grande novità, che potrebbe sconvolgere le vite di entrambi…

A chi può far nascerei fiori sul cemento.

Se la vita fosse un gioco combatterei per uscirne vincitore. So che per molti può sembrare scontato, una cosa detta più volte, ripetuta fino allo sfinimento, ma è così.

È una sfida con il mondo, con noi stessi, è il metterci in gioco contro un qualcosa che è più grande di noi. Molto più grande. Immenso, quasi inafferrabile.

Eppure, arriva quel momento in cui bisogna fare una scelta, iniziare a guardare avanti in modo lucido, rinunciare a qualcosa per averne qualcos’altro. È così che si va avanti, basta pensarci; la strada non è mai in discesa, è sempre e solo una continua e incessante lotta per la sopravvivenza.

Credo che questa sia la storia di ognuno di noi, seppur narrata in chiave diversa. È la storia di una persona come tante altre, speciale a modo suo. Ognuno ha i propri difetti, ognuno è unico e singolare al mondo, e la verità è anch’essa universale, sta a noi attribuire il giusto peso alle cose.

Così il più gran difetto del mondo può essere un pregio per qualcun altro, quell’icona che ti rende distinguibile, quella caratteristica che basterà a renderti il solo e unico te stesso.

È una favola, una metafora, non saprei come classificarla, ma spero vi faccia riflettere.

Siete perfetti così come siete.

PARTE PRIMA

PRIMULE

Credo che questa sia una storia per molti, un insegnamento di vita. Credo altresì che la vicenda di Lorenzo debba restare lì, nelle parole di chi ha potuto viverla, nella mente e nel cuore di chi, per fortuna o ironia della sorte, ha avuto la possibilità di poterlo incontrare, di entrare in contatto con lui.

Io stesso sono portavoce della sua storia, una storia triste, per certi versi, ma teatro anche di momenti felici, di gioia. Ho visto e toccato con i miei occhi sofferenza e felicità, gioia e dolore, odio e amore, successo e disperazione.

Fiori e rocce, terreno fertile e deserto.

Vita e morte.

Sono qui per darne testimonianza, quasi a lasciarne un’impronta indelebile. È una vicenda molto singolare, unica nel suo genere; probabilmente nel tempo andrà persa, dimenticata per sempre, o forse qualcuno stenterà a crederci, e passerà come una storia di fantasia, o magari, nella migliore delle ipotesi, finirà su qualche polveroso scaffale di qualche polverosa libreria dimenticata da dio, lasciata a se stessa, in balìa del tempo.

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Quando iniziò tutto… ricordo perfettamente quel giorno, o per meglio dire, quella sera. La giornata giungeva al termine, e al crepuscolo decisi di recarmi alla collina dei fiori; credo sia d’obbligo parlarne, una di quelle viste da togliere il fiato, l’attimo in cui la sottile striscia di terra dell’orizzonte lascia spazio al tramontare del sole e all’alzarsi della luna. È il momento in cui il giorno decide di prendersi una pausa da se stesso. Credo di aver sempre interpretato ciò come una grandissima ed eterna partita a nascondino. Anche il sole, dopotutto, deve aver bisogno di riposare ogni tanto.

Me ne stavo lì, sdraiato sotto un albero di quercia, sotto chilometri e chilometri di cielo. Nessun pensiero, solo la fresca brezza autunnale che soffiava intorno a me. Una melodia, la migliore che potessi mai aver udito prima d’ora.

È forse semplice esagerazione, ma nella mia mente quel momento rimarrà impresso come l’inchiostro sulla carta, un tatuaggio sulla pelle.

Era arte, ed era poesia.

Guardando il terreno mi accorsi che la natura, così come l’anno 1917, andava lentamente morendo, lasciando spazio a qualcosa di nuovo, che per certi versi sarebbe stato identico a ciò che era appena passato ma che, alla fine, sotto diversi aspetti, sarebbe stato un nuovo capitolo della nostra vita, un libro scritto anno dopo anno, di cui non conosciamo l’epilogo.

Vedevo gli alberi privarsi della loro linfa vitale; il loro colore ora tendeva all’arancio, ogni tanto qualche foglia cadeva a terra, ondeggiando nell’aria, lentamente. Cadevano al suolo una alla volta, una mi si posò anche in testa.

Era leggera, lo ricordo benissimo, leggera come l’aria autunnale la sera, leggera come una ballerina che danza davanti al pubblico. Forse ero leggero anch’io, in quel momento. Dicono che l’anima abbia un peso, ventuno grammi, per l’esattezza. Ecco, io ero solo quell’infinitesima parte di me, avevo chiuso gli occhi per dare spazio agli altri sensi, mi ero rilassato, ero proiettato altrove con la mente. Ero ovunque ma, allo stesso tempo, rimanevo sdraiato su quel prato.

E mentre continuavo a osservare il giorno diventare notte, dopo aver riaperto gli occhi, notai un fiore, un fiore giallo, piccolo, da solo. Non sono un grande intenditore di botanica, ma giuravo che quella fragile pianta non sarebbe dovuta stare lì, non in quel momento. Era il classico fiore primaverile, dal colore fresco, dallo stelo sottile, dal profumo leggero. Avrei voluto raccoglierlo ma preferii lasciarlo lì. Poi realizzai.

«Una primula!» sussurrai tra me e me. Mia sorella amava le composizioni floreali, così, durante la fioritura, usciva sempre per le campagne; a lei piacevano, conosceva ogni specie, le bastava un’occhiata, uno sguardo, e automaticamente riusciva a classificare qualunque tipo di fiore. Un giorno tornò con delle primule, lo ricordo bene, erano uguali a ciò che avevo davanti agli occhi, gialle allo stesso modo, bellissime, pure, piene di vita. Su una cosa ero certo, quello era un fiore primaverile, non autunnale. Perché era lì, da solo? Era forse sopravvissuto un’intera estate? Nella mia ingenuità mi chiesi se non avesse degli amici, come doveva sentirsi lì da solo, senza qualcuno a fargli compagnia.

Io, al suo posto, sarei morto di solitudine.

Ma la vera storia non è questa, questa è solo una cornice, il luogo dove tutto ebbe inizio, dove la mia vita subì un radicale cambiamento. Un momento di svolta, avete presente? Quel momento in cui abbandoni tutte le ferree convinzioni che, fino a poco tempo prima, avevi continuato a trascinarti dietro a peso morto, quel momento in cui ti liberi di un peso che nemmeno eri consapevole esistesse.

Quel fiore, be’, non era l’unico. Ne vidi un altro qualche metro più avanti, e un altro ancora, e poi un altro, crescevano isolati ma con rigore, seguivano un disegno quasi rettilineo, delineavano un ipotetico e apparentemente inesistente sentiero, ma che io, non so come né perché, riuscivo a percepire.

Ero un ragazzino, e come tale non posso far altro che raccontare i miei ricordi, le immagini sfocate che balenarono nella mia mente in quegli attimi brevi ma intensi. La mia mente infantile non era ancora in grado di giungere a conclusioni razionali. Non ricordo i dettagli, ricordo le emozioni che quel momento mi lasciò, e che mi porto dietro tutt’ora.

Decisi di alzarmi e, nonostante fosse già calato il sole, mi misi a seguire quello strano sentiero, ignaro di dove mi avrebbe condotto. L’atmosfera era magica, mi sentivo parte di una di quelle fiabe che si raccontano ai bambini, quelle con i folletti e i boschi, le fate e gli orchi. Solo che questa volta non c’era nulla di strano, solo la fantasia di un fanciullo che galoppava in modo estremamente vivace.

Forse è ora di tornare, no? pensai.

Camminavo ormai da qualche minuto, senza riuscire a intravedere una qualunque sorta di meta, continuavo a camminare seguendo quei fiori che, radi, crescevano stranamente lungo il percorso.

Ormai era completamente buio, iniziava a far freddo, non ero abituato a vedere le giornate accorciarsi in questo modo. Non avevo un orologio, ma saranno state all’incirca le nove, anzi, le dieci, dato che l’euforia mi aveva inibito qualunque forma di percezione del tempo.

Un brivido percorse la mia schiena, ero da solo in mezzo a quello che poteva sembrare un bosco, il fogliame iniziava a infittirsi, così mi sembrò poco prudente continuare, ero un ragazzino decisamente maturo sotto questo punto di vista. Decisi di lasciare un segno sul pavimento e riprendere la mia esplorazione il giorno successivo. Un sassolino legato con un pezzo di spago a un ramo, che prontamente conficcai nel terreno. Doveva essere abbastanza visibile, dal momento che non sarei mai riuscito a riconoscere quel luogo in condizioni diverse come quelle del giorno.

Così me ne tornai a casa, un po’ deluso ma allo stesso tempo curioso di comprendere quel singolare fatto.

Nella mia mente continuavano ad affiorare idee in modo continuo, le ipotesi più varie: che fosse magia?

«No, non può essere» ormai pensavo ad alta voce.

Che fosse semplicemente una mia convinzione e che quelli fossero soltanto normalissimi fiori autunnali?

Forse ero solo stanco.

Sta di fatto che, ormai, sentivo l’irrefrenabile bisogno di continuare, di andare avanti, di indagare fino in fondo su quel caso che mi stava letteralmente mandando in confusione il cervello. Ricordo ancora il rimprovero di mia madre sull’uscio, era rimasta ad aspettarmi, sul suo volto riuscivo a leggere un’espressione di paura che in pochi attimi si era tramutata in rabbia.

«Dove sei stato finora?» sbraitò. «Sai che ore sono?» continuò prima che potessi rispondere. La fissai negli occhi per alcuni istanti, e poi le sorrisi. «Ero con Paolo, siamo stati alla collina» iniziai. «Siccome è diventato buio presto l’ho accompagnato a casa.»

Mia madre mi guardò di nuovo, non sembrava più così arrabbiata, dopotutto non avrei avuto alcun modo di avvertirla. Il calore di casa mia è la cosa più bella del mondo, fa quasi contrasto con il mondo circostante, un caldo tepore che scalda l’anima. Il soggiorno era silenzioso, mio padre già dormiva da un pezzo probabilmente.

«Buonanotte mamma» bisbigliai per non disturbare, mentre mi avviavo verso camera mia.

«Buonan…» non fece in tempo a rispondere che già avevo chiuso la porta, tagliando fuori tutti dal mio piccolo mondo. In camera non faceva così caldo, avevo dimenticato la finestra aperta. Potevo affacciarmi e vedere la luna riflettersi nel lago di fronte alla mia abitazione. Ero fortunato, per certi versi. Ogni mattina potevo ammirare quello spettacolo a pochi metri da me; gli alberi, l’acqua. Abitavo in un posto strano, non era prettamente di montagna, avevamo anche le colline, immense distese verdi che si perdevano all’orizzonte. Lo ricordo bene, sì.

E avevo il lago, un piccolo laghetto di fronte a casa mia. Non apparteneva alla mia famiglia, ma di fatto era nostro, non che vi fossero molte persone vicino a noi. Amavo recarmici all’alba, era un luogo protetto, nessuno avrebbe potuto farmi del male lì. Amavo l’aria che si respirava, amavo la natura, amavo farne parte. Avrei voluto restare lì per sempre, e lo avrei fatto, se ne avessi avuto la possibilità.

Quella notte non dormii, pensai al fatto strano accadutomi qualche ora prima. In verità per un attimo pensai che non fosse solo una coincidenza, ma che qualcuno dovesse pur averceli messi lì, quei fiori. Era uno schema così perfetto, una specie di indicazione, una logica doveva pur averla. Ne ero certo, doveva per forza essere così, quale altra spiegazione poteva essere plausibile?

Provai ad addormentarmi più volte, ma non riuscivo a smettere di pensare, era come se la mia mente non volesse spegnersi, quella notte.

Volevo tornare lì, e lo avrei fatto.

Era l’inizio di un qualcosa di grande, ma io non lo sapevo ancora.

LORENZO

Come ho già detto, quella notte non riuscii a dormire. Passai ore a riflettere, a pensare. Per una qualunque altra persona, forse, un avvenimento del genere sarebbe passato inosservato, ma per me era uno stimolo completamente nuovo, da assecondare ad ogni costo.

Ogni tanto guardavo fuori dalla finestra, cercavo un qualcosa di indefinito, scrutavo le ombre della notte, e appena qualcosa si muoveva la inseguivo con lo sguardo fin dove potevo, per poi ritornare con la testa sul cuscino.

I miei occhi si posarono su un taccuino polveroso, l’avevo lasciato chissà quando ai piedi del letto, doveva avere davvero poca importanza, per essere rimasto in terra per così tanto tempo, senza che me ne curassi. Sta di fatto che mi venne in mente di raccoglierlo, era un quadernetto di bassa qualità, tutto pasticciato, qualche disegno senza senso al suo interno contribuiva a renderlo più trascurato; decisi di strappare le pagine pasticciate, di tenerlo come diario. D’ora in poi avrei appuntato lì le cose più importanti. Per ammazzare il tempo tirai fuori il calamaio fuori dal cassetto. Non ero uno studente modello, feci una fatica immane per aprire quel barattolo di inchiostro ormai secco.

Iniziai scrivendo il mio nome, era come se avessi trovato un amico, un compagno d’avventure.

Era tutto così magico.

Continuai creando una sorta di prima pagina.

«Caro diario…» recitavo a bassa voce.

«Ti prometto che saremo amici, qualunque cosa accada, io e te condivideremo tutti i nostri segreti.»

Finito di borbottare al quaderno, soffiai sulla pagina per evitare che l’inchiostro sbavasse, lo chiusi e lo misi da parte, questa volta in un posto migliore. Era accanto alla foto di famiglia che tenevo in camera, avevo una faccia buffissima e un cappellino da pirata. Diedi un’altra soffiata sul taccuino, in modo da togliere quel poco di polvere rimasta. Ora era rosso, un rosso acceso, potevo vederlo. Non lo ricordavo così colorato.

Fu così che la notte passò in un lampo. Avete presente quando vi svegliate e vi sembra siano passati solo pochi attimi da quando siete andati a letto? Ecco, lo stesso era accaduto a me, ma ero rimasto sveglio. Probabilmente la mia mente mi stava giocando dei brutti scherzi, non ero stanco, anzi, mi sentivo riposato. Mi affacciai nuovamente: il cielo iniziava a schiarirsi, saranno state all’incirca le sei del mattino, riuscivo a vedere un alone di luce intorno alle montagne, segno che il sole stava sorgendo. Anche la natura si svegliava. Nonostante facesse freddo allungai il collo verso l’esterno; riuscivo a sentire il profumo del mondo che tornava a vivere. Non che durante la notte non si vivesse, ma di giorno tutto è più bello, più chiaro e limpido.

Ma la natura era l’ultimo dei miei pensieri. Sentivo il bisogno di tornare in quel posto. Una sublime e insensata attrazione.

Non feci colazione, preparai tutto come se fosse una grande escursione, zaino in spalla, la mia borraccia, rubai gli avanzi della cena del giorno prima, imboscandoli nello scomparto più interno. Prima di uscire mi guardai un attimo allo specchio, avevo due occhiaie spaventose, non avevo un gran bell’aspetto, dopotutto la mancanza di sonno si sarebbe fatta sentire.

Non me ne importava nulla, a esser sincero.

Esclamai ad alta voce un «Wow!» appena vidi la mia immagine riflessa. Mi tappai la bocca qualche istante dopo, per timore di svegliare qualcuno. Scrissi un biglietto a mia mamma, sapevo per certo che mi avrebbe rimproverato un’altra volta per essere uscito a orari così strani, mi avrebbe aspettato nuovamente sulla porta, magari con un mattarello in mano. Delicatamente posai il pezzo di carta sul tavolo del soggiorno e sgattaiolai fuori dalla mia abitazione, curandomi di non sbattere la porta.

Quella mattina l’aria era fresca, il sole non era ancora alto, si sentiva cantare. Una strana pace, uno strano silenzio, condito dal canto di qualche uccello che, a modo suo, riusciva a rendere quell’alba ancora più bella.

Non persi tempo, iniziai a camminare a passo sostenuto verso la collina.

Dovevo ripercorrere le tappe del giorno prima, riconoscere un luogo in condizioni di luce o buio richiede una gran memoria e, perché no, fantasia. Non che io brillassi come alunno, faticavo a ricordare anche i concetti più semplici, figurarsi un luogo visto durante la notte.

Fischiettavo una canzone dei miei anni, non ne ricordo il titolo, ma era allegra, vivace, una di quelle filastrocche che cantano i bambini per ammazzare il tempo.

Giunsi a destinazione giusto in tempo per vedere il sole che finiva di sorgere. Non mi stancherò mai di dirlo, era una visione fantastica, ogni volta mi stupiva; non che io andassi spesso a vedere l’alba, ma quelle volte che accadeva, ne rimanevo sempre e comunque ammaliato. Cercavo quel fiore giallo che il giorno prima aveva catturato la mia attenzione. In un prato così vasto per un attimo mi sembrò impossibile trovarlo.

Poi mi ricordai dell’albero, quello sotto cui ero sdraiato. Lo vedevo in lontananza, limpido, il riflesso della luce sulla sua chioma ingiallita. In quel momento corsi più veloce che potevo, accorciando passo dopo passo la distanza ce mi separava da quella pianta. Per un attimo rimasi sorpreso nel vedere il mucchio di foglie che si era accumulato ai suoi piedi. Stava morendo.

Povero albero… pensai. Gli lanciai un’occhiata compassionevole, come se mi trovassi di fronte a una persona in difficoltà, poi mi voltai, in cerca di quel fiore. A un tratto tutto mi tornò alla mente.

Ero sdraiato lì, proprio in quell’angolo, dal lato opposto dell’albero.

Lo vidi. Piccolo, fragile, sembrava potesse morire da un momento all’altro, portato via dal vento, sradicato senza il minimo sforzo; dall’altra parte, il suo colore lo rendeva pieno di vita. Un giallo acceso, quasi a competere con la luce del sole, che a momenti stonava con i colori spenti che la natura intorno a lui andava assumendo. Rimasi a fissarlo per un attimo, senza dire nulla. Poi, alzando lo sguardo, individuai il percorso da percorrere. Il mio sguardo si perdeva all’orizzonte, e non c’è nulla di più bello, secondo me, dell’indefinito, di un qualcosa incredibilmente lontano che urla in silenzio “Raggiungimi”.

Non so per quanto camminai, forse qualche minuto, una decina, forse più. Avevo realizzato solo in quel momento che il mio stratagemma del bastone era stata un’idea poco brillante; non ne avevo bisogno, mi era bastato cercare il primo fiore, trovare un punto di riferimento come quell’albero. Avrei risparmiato un pezzo di spago e un buco nel terreno.

Non mi accorsi nemmeno che quel sentiero mi aveva condotto al paese vicino; non ci andavo spesso, a dire il vero quasi mai, perciò non ero molto di casa, per me era come esplorare una nuova città.

A quei tempi abitavo in mezzo al bosco, lontano da tutto e da tutti, e ogni mattina per andare a scuola dovevo attraversare ettari ed ettari di natura, non mi pesava più di tanto; non che quella fosse una grande comunità, ma mi ci trovavo bene.

Bene, questa volta andai dalla parte opposta, verso quel paese che poche volte avevo avuto occasione di visitare.

Avevo camminato parecchio, il sole era quasi alto nel cielo, e quel luogo mi sembrava completamente sconosciuto. Mi resi conto di non sapermi orientare a dovere quando realizzai di non aver mai visto certi spazi prima d’ora. Mi sembrava tutto così nuovo, così strano. Vedevo le case in legno, le strade di pietra, un paesino quasi rustico, avrei osato dire. Era un piccolo villaggio ma, nonostante fosse tale, sembrava pieno di vita. Alzando lo sguardo notai un’anziana signora stendere i panni; mi fermai un attimo a osservarla, mi sorrise, era spontaneo, uno di quei sorrisi puri, favolosi.

E quei fiori crescevano anche tra i ciottoli della strada, sembravano farsi largo in quella natura artificiosa, il loro corso si interrompeva davanti al cancello di una piccola abitazione, decentrata, umile, seminascosta. Avevo forse camminato tutto questo tempo per nulla? Cosa c’era in quella casa?

Ma soprattutto, perché quei fiori mi avevano portato lì? C’era forse una spiegazione a tutto ciò?

Immediatamente la mia fantasia ricominciò a galoppare.

Chi c’era là dentro? Perché ero lì?

Ricordo ancora quella sensazione di smarrimento mista a curiosità che percorse il mio corpo da testa a piedi, volevo andare a fondo, volevo indagare, volevo spiegazioni.

Mi avvicinai al cancello, alla cassetta delle lettere.

«Famiglia I…» lessi ad alta voce, sforzandomi di comprendere quei caratteri sbiaditi che sembravano essere illeggibili. Doveva essere una casa molto vecchia, quella. Una casa, però, uguale alle altre, almeno a prima vista. Siccome era giorno non riuscivo a vedere se vi fossero luci accese o meno.

Qualcosa però mi diceva che doveva esserci qualcuno, in quella casa, ne ero sicuro, sicurissimo.

Ero un bambino, ero timido, impacciato, non sapevo come comportarmi. Ero in un luogo completamente nuovo in una situazione al limite dell’assurdo.

Poi lo vidi per la prima volta e, da quel momento, la mia vita cambiò per sempre.

Lo vidi affacciarsi alla finestra, un ragazzo come tanti altri, una persona qualunque, credevo; mi sentivo stranamente meglio, ero sollevato. Quel ragazzino avrà avuto pressappoco la mia età, forse era leggermente più grande, ma non che questo mi interessasse molto.

Mi guardò come si guardano gli estranei, uno sguardo freddo, mi fulminò con i suoi occhi color ghiaccio. Uno sguardo che durò diversi istanti. Dicono che gli occhi siano lo specchio dell’anima, basta guardarli per leggerci dentro mille e più storie, sofferenza, amore odio, basta uno sguardo per leggerci una vita. E io li vidi, quegli occhi lasciavano trasparire una certa tristezza.

Tutt’oggi non so cosa successe in quell’attimo, ma credo che per qualche secondo avesse accennato un sorriso quasi compassionevole.

«Ehi! ciao!» mimai con la bocca. Non poteva sentirmi, con le finestre chiuse, urlare sarebbe stato superfluo. Pensavo che se ne sarebbe andato da un momento all’altro, e così fece: si girò e mi lasciò lì, da solo.

Chiedevo solo una spiegazione, io volevo sapere, volevo capirci qualcosa in tutto quello che stava succedendo. Eppure tutto ciò era partito da dei semplici fiori.

Mi accasciai a terra, ero stanco e deluso.

«No, non può essere!» sbraitai mollando un pugno al suolo.

Mi appoggiai così al primo albero che trovai, quella cittadina ne era piena. Dovevano essere solo una coincidenza quei fiori. Dovevano esserlo per forza. Com’era possibile che mi avessero condotto proprio lì, da quel ragazzo, in quella casa?

Pensavo che non avrei mai avuto risposte a quelle domande. L’avrei scritto sul mio diario, avrei fantasticato per giorni, forse per mesi, su quel fatto, ma poi sarei andato avanti, lentamente il ricordo si sarebbe dissolto, sparito, morto, dimenticato, per sempre.

Guardai nuovamente l’ultimo fiore prima del cancello, mi allungai con il busto e lo raccolsi, dopotutto la strada era stretta, e l’albero sotto cui sedevo era proprio sul suo ciglio.

Inutile dire che era bellissimo, ma quello è un altro discorso. Me ne stavo lì, seduto, ad attendere che accadesse qualcosa.

E qualcosa accadde.

Lo rividi affacciarsi e guardare verso di me. Questa volta mi sorrise, ne sono certo, poi lo vidi girarsi e chiamare qualcuno. Dopo qualche attimo dalla porta di casa uscì una vecchietta, era molto anziana, gobba, si reggeva su un bastone ma, nonostante tutto, sfoggiava un sorriso pieno di vita.

«Giovanotto, che ci fai qui?» domandò.

«I… Io…» non sapevo cosa rispondere, mi limitai a balbettare qualche parola senza senso.

«I fiori!» urlai senza ripensarci. «Mi hanno portato qui i fiori.»

L’anziana signora mi sorrise ancora, poi mi invitò a entrare.

Attraversammo lentamente il cancello, per poi entrare nel cortile. La scia di fiori continuava fino all’uscio, notai, per poi interrompersi all’ingresso della casa. Tenni la porta aperta alla vecchietta, mi sembrava giusto farlo.

Quella casa era piccola ma accogliente, calorosa, inondata di luce dalle grandi finestre laterali presenti in soggiorno. La cucina era anch’essa piccola, modesta, una stanzetta senza troppe pretese.

«Accomodati pure, giovanotto» disse indicandomi un tavolino vicino al caminetto; anche se era spento, quel focolare trasmetteva una strana sensazione di tranquillità, di casa, di pace.

«Allora, che ci fai da queste parti?» ridacchiò, spaventandomi. I miei genitori mi avevano avvertito più volte, non avrei dovuto dare retta a una completa sconosciuta, avrebbe potuto essere chiunque, farmi male, nel peggiore dei casi avrebbe potuto mangiarmi; ma sapevo che non sarebbe andata così, quella signora era buona, glielo leggevo negli occhi, quei piccoli occhi nascosti da grandi occhiali sottili.

«Non lo so, se devo essere sincero» dissi a bassa voce. «Ho seguito i fiori» continuai, nella mia innocenza.

«Così hai seguito i fiori?» mi guardò nuovamente.

«Sì, ne ho trovato uno vicino alla collina, e poi un altro più avanti, e alla fine sono arrivato qui.»

Mi versò del tè e mi allungò la tazzina.

«Bevine un po’, devi aver camminato molto. Dove sono i tuoi genitori?»

Abbassai lo sguardo, poi bevvi un sorso di quel tè, era caldo al punto giusto, era ottimo, mi scaldò dentro, fino all’anima.

«Io… ho visto un ragazzo affacciato alla finestra che mi ha sorriso» dissi in modo sgrammaticato.

«Come ti chiami?» mi chiese.

«Andrea, mi chiamo Andrea.»

«Torno subito, rimani qui!» mi disse con tono rassicurante.

La sentii bussare al piano di sopra, poi la sentii tornare. Era accompagnata da qualcuno, probabilmente da quel ragazzo, la sentivo camminare al piano di sopra, era come se fosse diventata pesante, il suo passo era diventato rumoroso. Solo quando la vidi tornare compresi che quelli non erano i suoi passi, ma quelli di qualcun altro.

«Lui è Lorenzo, probabilmente cercavi lui.»

11 Maggio 2017
Il lancio è andato benissimo!!! 11% in meno di qualche ora, a breve organizzerò degli incontri con chi ha deciso di sostenermi. Grazie mille a tutti! Giovanni Giordano
15 Maggio 2017
La campagna di "Gambe d'albero" è partita da soli 5 giorni e già se ne parla! Ecco la recensione di chi ha già letto il manoscritto completo: https://jimmybloodhand-writes.tumblr.com/post/160619255335/gambe-dalbero-qualcosa-di-diverso

Commenti

  1. DA LEGGERE
    Ci ho messo un po’ per fare questa recensione, perchè penso non ci siano parole per rendere a pieno la meraviglia di questo libro.
    Un romanzo che parla di due vite, forse solo una ma vissuta insieme, in cui l’amicizia è alla base di tutto.
    Lorenzo e Andrea sono due bambini all’inizio del romanzo, e uno di loro due è nato con qualcosa di diverso. Sono dei bambini solitari, taciturni che in un giorno d’inverno si incontrano quasi per caso. Da qui inizierà una storia a tratti magica, in cui i sentimenti più teneri diventano sempre più forti.
    Un libro che insegna di certo ad andare incontro alla vita, a quelle difficoltà che da soli non potremmo superare. Un libro che ci coccola con le sue parole, facendoci capire l’importanza di essere se stessi e di amarsi così come siamo. Inoltre ci ricorda di quanto la vita sia imprevedibile e frenetica, di come noi non possiamo controllarla , ma amarla sicuramente, L’autore con il suo stile riesce a farci immergere non solo nell’essere dei protagonisti, ma anche nel nostro stesso io. Nella lettura vi ritroverete nelle sue parole e leggerete il libro lentamente cercando di non farlo finire mai.
    Sicuramente è un libro consigliato agli amanti delle storie importanti, quelle che raccontano di vite astratte ma fondamentali.
    Di certo, però , è un libro che tutti dovrebbero leggere, anche solo per lasciarsi cullare dal bellissimo stile di Giovanni Giordano.
    5 stelline meritatissime.

  2. (proprietario verificato)

    Nutro grandi aspettative per questo libro,sono sicuro che sarà fantastico; anche perché da Giovanni non ci si può aspettare niente di meno.

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Giovanni Giordano
Giovanni Giordano è nato a Milano nel 1997, dove vive e studia Economia presso l’Università Bocconi. Gambe d’albero è il suo primo romanzo.
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