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Gli Imperi di Gurdul - I Sentieri del Mutamento

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Consegna prevista novembre 2019

Un misterioso incidente. Uno stato di premorte. Mi sveglio in un’altra realtà.
Sono confuso, smarrito, non è un sogno. Vorrei tornare a casa e riabbracciare Anna, ma in questo luogo sono chiamato ad affrontare una prova inevitabile.
Guidato da antiche profezie alla ricerca della verità, con sei compagni, mi trovo a compiere un lungo e insidioso viaggio, peregrinando nei recessi della psiche.
La missione: ristabilire gli equilibri cosmici e salvare il mondo di Gurdul da un’orribile guerra.
Forze ostili tramano nell’ombra, minacciano la mia vita e quella degli altri prescelti. Un nemico assetato di potere vuole privare l’umanità della scintilla divina e soffocarla nell’ignoranza. Dentro ognuno di noi arde l’incerta lotta tra luce e oscurità: l’unica speranza è ritrovare la chiave del destino che alberga nei nostri cuori.
Sapremo seguire con coraggio l’autentica via del condottiero e raggiungere la pace?

Un avvincente fantasy, un percorso di Consapevolezza, Libertà, Amore e Risveglio.

Perché ho scritto questo libro?

Scrivere questo libro mi ha permesso di ricontattare il magico e il sublime, assecondarne il richiamo e lasciare, spesso, che la storia mi rapisse, svelandosi parola dopo parola ai miei occhi.
L’immaginazione pervade la mia vita, così come accompagna l’umanità fin dai primordi: il suo potere è in grado di esplorare mondi sommersi, di portare alla luce tesori nascosti, di fare accadere cose straordinarie, di ricordarci che il limite del “reale” è determinato solo da ciò che crediamo possibile.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Dedicato ai miei genitori
che mi hanno donato con Amore
tutta la Libertà necessaria
a ricercare continuamente me stesso
lasciandomi condurre dalla Vita
sulla strada della creatività.
A te,
ovunque tu sia
Antefatto
Se voglio, posso richiamare a comando quella breccia di energia, sospesa tra spazio e
tempo, nell’archivio delle mie memorie.
La sento come una bolla alla radice del naso, fluttuante in mezzo agli occhi. È una
sensazione che mi suggerisce ogni volta qualcosa di vago, dai contorni evanescenti… eppure di conosciuto, familiare, antico.
So che anche tu, a tuo modo e forse collocata in punti del corpo differenti, sei venuto a contatto con questa sensazione. Ha a che fare con la vita, con la morte, con l’inspirazione e con l’espirazione: il grande respiro del Tutto che ci circonda e ci compenetra e al quale è impossibile non appartenere. Magari leggendo questa mia descrizione, oppure leggendo l’esperienza racchiusa in queste pagine, potresti volontariamente o involontariamente rievocarla!
Ogni volta che ti immergerai in quella “sensazione”, sarà il segno che, dietro il velo delle cose apparenti, il nostro punto di contatto più Vero rimane preservato. In quel luogo senza inizio e senza coordinate, ma che pure esiste “da qualche parte” e “da sempre” per tutti gli esseri dotati di consapevolezza, noi siamo integri, siamo la stessa essenza, siamo una cosa sola. Continua a leggere
Continua a leggere


Forse ti chiederai cosa possa avere a che fare questa premessa con la storia che sto per raccontarti: tieni vive le tue domande, lascia che ogni dubbio si insinui fino a rosicchiare le ossa delle tue certezze e d’un tratto, frase dopo frase, le risposte affioreranno.
Quanto a me, non aspettare che sia io a rivelarti chissà quali verità!
“Qui” svolgo solo il ruolo di narratore e osservatore di un’avventura.
Partirò inoltrandomi nelle più aride e desolate regioni della mente: laddove la volontà è messa strenuamente alla prova e dove ciascuno sconta i propri difetti peggiori, si scontra con i demoni più oscuri, oppure scopre le sue qualità più brillanti, rivela gli angeli più luminosi.
Tra le roventi sabbie rosate di un uno striminzito accampamento, per l’appunto,
sopraggiunge la figura longilinea che getta il primo sguardo sulla nostra vicenda…
«Signore!» gridò.
Era armato di una lancia. Dai gesti lasciava trapelare un concitato affanno. «Sono qui per via di… quel giovane!»
Lo sciamano afferrò le braccia dell’uomo appena arrivato. Lo guardò solcandone con la
vista i lineamenti color caffellatte.
«Parla guerriero» lo esortò con apprensione.
«Il giovane… è sparito!»
«Sparito?!» Scinoon aggrottò le sopracciglia. «Che significa?!»
«Era… nella sua tenda» spiegò balbettando l’altro. «Facevo guardia fuori, con una decina di
soldati… Poi abbiamo sentito rumori sospetti…»
«E dunque?!»
«Siamo entrati a dare un’occhiata…»
Lo sciamano fece un cenno col capo e spalancò le palpebre.
«Non c’era più» proseguì il guerriero.
«Per tutti gli spiriti! L’avete cercato?»
«Ovunque».
Scinoon lo lasciò di colpo.
«Non ci voleva! Tra non molto saremo nei guai: l’isola è in pericolo! Ci rimane poco
tempo… Dobbiamo intensificare immediatamente le ricerche. Organizza una squadra per la ricognizione!»
«Come volete, mio Signore!» l’uomo accennò un inchino e si apprestò ad andare.
«Mi raccomando» aggiunse lo sciamano protendendo una mano. «La vita di quel ragazzo è
troppo importante. Dobbiamo trovarlo e ricondurlo in città sano e salvo, prima che i corni inizino a cantare…»
Il soldato annuì. Si allontanò a passo svelto.
Scinoon concluse i suoi pensieri fissando solitario le dune del deserto.
«Sono in gioco le sorti del mondo intero… In momenti di criticità, come quello che si approssima, persino le scelte di una manciata di individui possono fare la differenza…»
CAPITOLO 1 – La soffitta
Le scale di legno che portavano al solaio respiravano appena tra le pareti. L’umidità si arrampicava ovunque annerendo l’intonaco. Aleggiava nell’aria un odore gelido di muffa.
«Sta’ attento Paolo!» mi aveva avvisato nonna. «La mansarda avrebbe bisogno di una pulita.
Da più di un anno non metto piede lì dentro!»
E chi poteva biasimarla? Ormai le era diventato difficile tenere in ordine le altre stanze, figurarsi quella al piano rialzato, con scalini così angusti ed erti da togliere il fiato. Ricordo che da bambino, dopo le corse in giardino con i miei cugini, mi rifugiavo in soffitta. La esploravo in punta di piedi, evitando di sfiorare gli oggetti di cui era gremita. Era il nascondiglio dei miei sogni, un mondo immaginario nel quale trascorrevo interi pomeriggi a fantasticare.
E ora, a diciannove anni, mi apprestavo a riaprire l’antica porta di faggio consumata dal tempo. La polvere otturava le narici. Faticai a trattenere uno starnuto. Dischiusi l’uscio che mi salutò con un cigolio. Sembrava dovesse cadere a pezzi da un momento all’altro.
Illuminai il buio con una torcia. In ogni angolo riposavano mucchi di cianfrusaglie e utensili dalle svariate origini: mobili, vasi di porcellana, contenitori di metallo, specchiere filanti di ragnatele…quasi tutto come allora!
Un bagliore attirò la mia attenzione: la spada medievale appesa alla parete! Mio nonno era appassionato di armi bianche e un tempo ne possedeva una collezione di valore. Poi, per qualche oscuro motivo, decise di sbarazzarsene. Vendette ogni pezzo.
“Tutti eccetto uno a quanto pare! Chissà perché da questa rarità non è stato in grado di separarsi?”
Era la mia preferita. Da piccolo immaginavo di impugnarla e giocavo alla guerra. Io ero l’eroe che sconfiggeva i cattivi. Mi accostai per carezzare la lama. Una pellicola sottile, di olio o di grasso, la proteggeva dall’ossigeno dell’aria impedendo alla ruggine di attaccarla.
“Straordinaria” valutai estasiato.
I simboli indecifrabili dei suoi intarsi e le sue sfumature smeraldine la rendevano magica ai miei occhi. Il respiro accelerò, frusciando tra i denti. La bocca era spalancata come quella di un bambino.
“Chissà cosa si prova a maneggiare il mito della propria infanzia!”
Richiamato dal destino, decisi di prendere la spada. Adagiai la pila su un comodino ormai fatiscente. Mentre avvicinavo le mani all’elsa il cuore batteva all’impazzata. Avvertii l’adrenalina scorrere in tutto il corpo. Afferrai l’impugnatura. Le gambe vacillarono.
Sembravo preda di un sogno, protagonista di una visione che riportava a epoche remote… eppure qualcosa di più incredibile sarebbe di lì a poco avvenuto.
Udii una voce, un sibilo alle mie spalle. Trasalii, mi voltai di scatto. Le assi scricchiolarono sotto le mie scarpe da tennis. Distinsi una sagoma verde prima di perdere l’equilibrio.Urtai le gambe del comodino e la torcia scivolò sul pavimento spegnendosi di colpo. Fui raggiunto da un rumore sordo di legno che va in frantumi.
Si verificò tutto troppo rapidamente per rendermi conto dei particolari.
Alle spalle un oggetto pesante mi investì. Precipitai a terra…
Mi trovai in un luogo ombroso. Tutto era sfocato come nella nebbia. Avevo l’impressione di volteggiare a mezz’aria. Ero sospeso sopra al mio corpo e fluttuavo, come se oscillassi pigramente da un limite all’altro di un’altalena.
Apparve una luce bianca. Di schiena, in lontananza, percepivo parole confuse. Riconobbi la voce dei miei genitori, poi se ne aggiunsero altre. In quel vuoto ovattante emerse nuovamente la sagoma verde luminosa. Era una figura maschile. Mi tese le braccia e mi invitò con tono rassicurante.
«Vieni con me».
Lasciai che raggiungesse la mia mano. Mi fidai. Lo seguii. D’un tratto il mio corpo, se di corpo si poteva parlare, iniziò a vibrare vorticosamente. Il movimento durò pochi istanti, poi una trazione irrefrenabile rapì i miei sensi. Era come se fossi immerso in una rapida corrente, un vento di inaudita potenza che risucchiava ogni cosa. Inizialmente tentai di resistere alla forza, poi mi abbandonai al flusso, stringendo come unico appiglio la mano dell’essere luminescente. Avvertii un violento strattone e mi sentii lanciato come un missile, verso distanze recondite dello spazio. Pensavo mi sarei ridestato, come avveniva di solito in questi casi, trasalendo fra le lenzuola. Invece ero sveglio e cosciente, sì, ma altrove.
CAPITOLO 2 – La spada
Nell’oscurità senza confini scaturì un barlume. Fui investito e inghiottito dal chiarore di un’insolita foschia. I miei piedi penzolavano nel vuoto. Ero seduto su un ramo, a due metri d’altezza. Come ci ero arrivato lassù?
Mi sentii sbilanciare e cadere in avanti, preda di un capogiro, la terra si avvicinò
rapidamente e ruzzolai nella polvere.
La sabbia si levò in una fine nube rossa. Non appena terminai di rotolare, feci una rapida analisi del mio stato di salute. Ero indolenzito, ma intatto.
«Bel volo!» ironizzai affondando le dita nella rena quasi impalpabile.
Lanciai un’occhiata nei dintorni mentre mi rialzavo. Un territorio collinoso e brullo, grossi alberi a foglia larga, temperatura mite…
«Dove sono finito?»
Mi spolverai ben bene gli abiti e sbatacchiai le mani sorpreso dall’insolito abbigliamento.
Con aria interrogativa scrutai ciò che indossavo.
“Una divisa da guerriero?!” dedussi con meraviglia.
Era un completo verde erba, che rievocava vagamente usanze medievali, ma, a dirla tutta, estremamente più “originale”! Il tessuto mostrava pieghe elaborate e sbuffi svolazzanti con sfumature turchesi e smeraldo. Le mie braccia erano agghindate con fasce e nastri e, stretta alla cintura di cuoio, una spada era custodita in un fodero squisitamente decorato. Il corredo conferiva al mio aspetto una bizzarra nota “vegetale” o “boschiva”, ma, a parte l’eventualità di essere scambiato per un cespuglio, il vestiario mi calzava talmente a pennello che avrei giurato mi fosse stato cucito su misura.
Ruotai gli occhi perplesso, in cerca di qualcuno o qualcosa, un indizio che potesse
suggerirmi cosa ci facessi là conciato a quella maniera.
«Benvenuto!» proferì una voce calda.
Mi voltai. Ancora l’uomo di luce verde. Feci un balzo indietro. Istintivamente, la mano mi scivolò tremando sull’elsa. Perlustrai di nuovo ogni direzione: non c’era anima viva oltre a noi due. Doveva avercela con me.
«Non temere» riprese con un tono crespo che trovai molto curioso.
Lo scrutai da capo a piedi. Notai che indossava un’uniforme da guerriero abbastanza simile alla mia.
«Chi sei? Dove sono?» domandai stringendo la spada.
L’uomo accennò un sorriso di cortesia.
«Non sarà semplice spiegarti e non troverai facile accettare quanto sto per raccontarti» rispose.
Allentai la presa sull’arma. Decisi di ascoltare cosa avesse da dirmi.
Abitualmente mi consideravo un tipo aperto alle novità o alle stranezze, persino a quelle che apparivano strampalate o inammissibili a giudizio di qualsiasi comune mortale. Al liceo mi avevano persino affibbiato nomignoli quali “Quello Strano” o “il sognatore con la testa fra le nuvole”. Eppure, stavolta, l’intuito mi suggeriva che avrei faticato a prestare fede a quanto la figura verde mi avrebbe riferito. Questa volta mi trovavo dall’altra parte delle barricata e “quello strano” era lui.
«Questo non è il mondo che conosci» attaccò puntualmente.
Ovvio. Fin qui ci ero arrivato da solo. Come dargli torto? Sotto al mio naso si stendevano territori mai visti né esplorati in tutta la mia vita!
«In questo luogo sarai chiamato a sperimentare una realtà parallela alla tua esistenza di sempre…»
Le mie dita esitarono ancora per poco, fino a mollare completamente l’elsa. Raggiunto da un senso di vertigine, avvertii le ginocchia farsi deboli e mi accasciai su un masso poco distante. Forse incominciavo ad avvertire gli esiti della caduta e il temporaneo effetto adrenalinico stava giungendo al suo epilogo.
Alzai gli occhi al ramo dell’albero dal quale ero precipitato, poi mi massaggiai le tempie, scostando ciocche ribelli della mia chioma castana, e fissai stralunato l’uomo… ma era un uomo? Non trovai il coraggio di interromperlo. Nonostante i dubbi, lasciai che proseguisse.
«So che ti suonerà pazzesco» procedette inesorabile, «ma in questo aldiquà sei conosciuto con il nome di Neruc: Neruc Darrel. Non più come Paolo Bonomi».
Ci fu una pausa. Tra una nozione e l’altra il mio interlocutore ritenne, saggiamente, che fosse opportuno lasciarmi del tempo. Solo così, infatti, sarei stato in grado di digerire quelli che, per me, non erano altro che assiomi non verificabili. Come stesse seguendo i tempi di un’iniziazione o le regole di un rito di passaggio, il suo primo passo era stato quello di pormi di fronte a un significativo “cambio di titolo”: un battesimo vero e proprio, con la differenza che non aveva usato acqua o robe simili.
«N-Neruc… Hai detto?» balbettai. Che razza di nome, pensai. «E t-tu?»
«Io mi chiamo Ghan Hasser, sono uno spirito, custode della spada che porti con te» riprese, «sono tuo amico e inizialmente sarò la tua guida. Devi fidarti».
Uno spirito? Deglutii. Ebbi un mancamento, cercai ossigeno. Tentai di fare tre respiri enormi, i più grandi della mia vita, per non svenire.
Quando mi sentii meglio, provai a mettere a fuoco le idee non trovando modo migliore per reagire se non quello di partecipare alla conversazione. O almeno fingere di provarci, per vedere fino a che punto mi avrebbe condotto.
«Viste le circostanze» dissi mentre tastavo uno spuntone della roccia nel tentativo di scoprire, attraverso i sensi, se mi trovassi in un incubo, «non posso fare altro che crederti. D’altro canto, se questo è solo un sogno, potrebbe essere semplice farlo, persino divertente…»
Serrai le palpebre. Inspirai solennemente.
«Anzi» rilanciai, «sono convinto che questo sia un sogno! Fatto bene, non c’è che dire, vivido e realistico… Ma niente più che un sogno. Quindi, se non ti spiace, adesso tornerò tranquillamente a casa! Ecco, voglio svegliarmi proprio in questo istante!» mi alzai in piedi di scatto, con determinazione.
Ma nulla accadde.
Ghan mi osservò con occhi inteneriti mentre, con espressione contrita, mi accucciai a terra inerme, tirando le ginocchia al petto e chiudendole attorno alla mia testa. Dentro di essa crebbe una sensazione di vuoto, spiacevole e annichilente: come rientrare nell’appartamento che hai sempre abitato e non trovare più i mobili, né oggetti, né libri, né tende… niente di niente, solo pareti echeggianti al minimo suono!
«Neruc, siedi pure tranquillo. Devo rivelarti un particolare che non accoglierai
piacevolmente».
«Di’ pure» borbottai disorientato guardandolo di sbieco, con il capo chino appoggiato sulle polsiere, «tanto, peggio di così…»
Un venticello sfiorò la mia nuca come una carezza. Era senz’altro reale.
«Il corpo che hai sempre abitato, animato e utilizzato… è rimasto dov’era, nel mondo che gli appartiene, quel mondo che conoscevi e che ritenevi l’unico esistente. La forma fisica nota come “Paolo Bonomi” si trova ricoverata in quello che chiamate ospedale. È in coma» pronunciò con il suo persistente tono ondulato simile al ronzio di una radio rotta.
La testa iniziò a girarmi vorticosamente. Si sovrapposero pensieri e parole, immagini e fotogrammi, ricordi della mia vita, gli amici, i miei genitori, i miei nonni, la mia ragazza Anna…
«Cosa?! In coma? Non può essere vero!» mi tastai gli zigomi.
Avrei rivisto le persone a cui volevo bene? La domanda che mi rose.
«Pretendo di tornare indietro!» fu la mia prevedibile reazione.
Ancora i flashback non cessavano, rivissi il momento dell’incidente, la spada che attira la mia attenzione, la luce verde che mi distrae, l’urto involontario, il massiccio mobile che mi finisce sul cranio e sulla schiena…
«Noo! Non è possibile!» strillai con le lacrime agli occhi. «Perché il destino ha voluto questo?! Se non fossi andato dai nonni… se non mi fosse venuto in mente di rivisitare il solaio, se la spada… quella maledetta spada!»
Ghan ebbe un sussulto. Si irrigidì come fosse stato chiamato in causa, quasi lo stessi accusando della situazione.
Me ne accorsi, ma poco mi importava: ero sconvolto. Con le mani, sulla faccia madida,
accartocciavo i lineamenti di quella pelle che faticavo a riconoscere come mia.
Solo un lungo silenzio, spezzato da ritmati singulti, riuscì gradatamente a placare il mio animo. Ghan mi lasciò sfogare senza intromettersi.
Poi, esausto, sollevai gli occhi cercando colui che aveva asserito di essere mio amico, oltre che guida.
«Posso tornare a casa?»
«Non ora…»
«Quando?» mi intestardii.
«Quando avrai portato a termine tutto ciò che deve essere compiuto in questo luogo» spiegò Ghan.
«Ciò che deve essere compiuto? Io non devo niente a nessuno! E poi, che ne sarà del mio corpo intanto che perdo tempo qui? Rimarrà in coma? Morirà? Quanto tempo trascorrerà prima ch’io riveda i miei cari? Li ritroverò ad aspettarmi? Rincontrerò Anna? Pensare che l’ultima volta che l’ho vista abbiamo litigato… Le ho rinfacciato cose orribili, cose di cui mi vergogno, cose che neppure pensavo realmente! Che stupido! È stato tre giorni fa, prima di andare in villeggiatura dai nonni: le ho persino detto che non sono pronto a stare con lei.
Dannata paura di deluderla e di non essere all’altezza! Praticamente sono stato io a
cacciarla, a ferirla… e mentre lei si allontanava in lacrime, ho sentito una stretta indicibile al petto, come se mi strappassero il cuore… e da allora non abbiamo ancora fatto pace.
Riuscirò mai a perdonarmi per questo? Lei mi perdonerà?» espressi tutto d’un fiato. «La rivedrò?»
Lo spirito lasciò che gli interrogativi del mio sfogo si sedassero, come la terra, lentamente, riguadagna il fondo di una pozzanghera fangosa, dopo che un passo maldestro ne ha smosso le acque, turbandone i precari equilibri. Poi tornò a sorridere.
«Dipende da te, da come agirai qui».
Si rese subito conto, dalla mia espressione avvilita, che sarebbe stato utile aggiungere qualcosa di meglio per rincuorarmi.
«Non temere» fu tempestivo, «io ti seguirò lungo il cammino. Ricorda queste parole: se lo credi profondamente, tutto volge verso un buon destino, anche se, in certi frangenti, con i sensi puoi carpire solo paura e oscurità».
S’interruppe per contemplare un placido scorcio di deserto con i suoi giochi di dune: un frattale impareggiabile del creato.
«Un’altra cosa: incontrerai la tua “ragazza” prima di quanto tu possa immaginare. Ascolta: il vero Amore non può mai essere diviso. Questa è una legge che vale in qualunque angolo dell’universo, anche il più remoto. Ovunque la coscienza di un essere vivente sia invitato a sperimentarlo, l’Amore chiede solo di essere riconosciuto. Accorgiti di questa verità. Quanto al tuo ritorno a casa, non dubitare né chiedere affannosamente. Tutto avviene secondo i tempi di Dio. Tutto è già compiuto…»
Svuotai i polmoni, in parte rinfrancato dai suggerimenti. Mi sforzai di capire e penetrare quei concetti, tuttavia buona parte dei significati nascosti tra le frasi di Ghan risultava per me inaccessibile.
«Dio…? Posso almeno verificare la salute dei miei familiari, far sapere loro che, in qualche modo, non li ho abbandonati e tornerò presto?» supplicai attorcigliando nervosamente una manica del vestito. «E poi Anna, accidenti, saranno tutti terribilmente in pensiero…»
«Mi spiace, non ti è concesso. Ma non dipende dalla mia volontà» affermò quasi a volersi giustificare.
Strinsi i pugni sconsolato e amareggiato. Attesi qualche minuto così che il mio animo
tornasse quieto, poi fui costretto a rassegnarmi all’evidenza.
«Perché sono qui, allora?» domandai.
«La tua presenza è necessaria» ribatté con franchezza lo spirito. «La tua coscienza ha ritenuto indispensabile convocarti qui per la salvezza di questo mondo».
Un riacceso fervore mi rese turbolento. Ridacchiai stizzosamente.
«La mia coscienza?! Per la salvezza di questo mondo?! Ma che cavolo dici, io non ho scelto niente di tutto questo! E poi chi mi assicura che le persone che amo non abbiano la stessa necessità ora, in questo stesso istante? Forse che il mondo dal quale provengo valga meno o non abbia bisogno di essere salvato?!» criticai, senza però serbare rancore per Ghan. Lo spirito era pronto anche a queste obiezioni.
«Comprendo i tuoi interrogativi, ma voglio anticiparti questo: incontrerai creature da amare anche qui. Quelle che già conosci nel tuo mondo se la caveranno. La scelta da preferire, sempre, è quella di assecondare la sorte e i mutamenti delle circostanze. Un uomo, anche attraverso i più raffinati ragionamenti, non potrà mai conoscere tutti i motivi reconditi che si annidano dietro a una situazione apparente. È scritto che tu stia qui. Per dirla tutta, letta su un piano di esistenza più sottile, hai scelto di essere qui: non sarebbe saggio ribellarti. Per ora accontentati di questo. Accetta quanto ti attende, rendi gradevoli gli ostacoli e fruttuosa ogni esperienza. Lascia che si compia il tuo fato e non opporti a esso con accanimento. Solo così potrai tornare da dove sei venuto oppure…»
«Oppure cosa?» mi accigliai.
«Oppure scoprire che ci sei già! Che sei già tornato da dove sei venuto!»
Scossi il capo e sollevai le spalle.
«Fatico a seguirti… Per prima cosa non mi sembra di aver scelto di essere qui come sostieni. Seconda cosa, il mio posto è sulla Terra ed è lì che voglio tornare, non so se mi spiego, questo non sarà mai il mio mondo…»
«Non stento a crederti, Neruc, eppure ricorda: facciamo tutti parte di un unico grande disegno. Da una singola e stretta prospettiva umana non potrai mai scorgere la vastità e i confini di questo disegno: potrebbe sfuggirti il suo senso completo. Non giudicare affrettatamente. Ti si chiede di coltivare mitezza e serenità, ma ti si chiede anche di rischiare, spesso di sbilanciarti e di vivere guidato non tanto dal raziocinio, quanto piuttosto dalle sensazioni interiori e da un pizzico di fede».
«Fede… in cosa?!» mi spazientii.
«Calma Neruc. Ora ti illustrerò ogni cosa…»
Avrei dovuto dare fondo a tutta la mia pazienza e a tutta la mia fiducia.
Ancora non sapevo in che modo e in che misura la missione che Ghan Hasser mi avrebbe
assegnato sarebbe stata pericolosa, ma presentii che la difficoltà più impellente fosse proprio quella di accettare il ruolo in cui, mio malgrado, ero traumaticamente precipitato. Prima prova? Accogliere. Accogliere senza riserve.
A mia insaputa, qualcuno stava già provvedendo a darmi una mano in questo:
inaspettatamente scaturì, spontanea dentro di me, una buona dose di sana “spericolatezza” che, sommata alla saggezza e alle esortazioni dello spirito, mi aiutò in parte ad aprire il cuore.
Il miei pregiudizi andavano trasformandosi, come se una nuova personalità prendesse poco alla volta il posto di comando della mia esistenza. Che fosse la volontà di Neruc Darrel, in fondo al mio cuore, a far sentire la sua voce?
Non so dirlo con esattezza ma, nonostante la condizione di esilio forzato in quell’universo parallelo mi facesse sentire carcerato per un crimine mai commesso, iniziai tuttavia a “stare al gioco”.
Attinsi nuovamente alle mie forze fisiche. Mi alzai in piedi, mi sgranchii e guardai Ghan. Lo esortai con un cenno del capo. Ero pronto ad ascoltare.
La mia guida stava per illustrarmi la natura del mio compito in quel luogo. Sarei venuto a conoscenza dei particolari di un’avventura che mi avrebbe cambiato per sempre…
[….]
CAPITOLO 6 – I prescelti
L’interno della casa era ridotto all’essenziale. Sei figure stavano sedute nella penombra, attorno a un tavolo di legno rugoso dal contorno circolare. Non appena ci ebbe notato, una giovane dai capelli rossi e riccioluti balzò in piedi.
«Padre!» proferì in un sospiro.
La pelle chiara metteva in risalto un tiepido rossore sulle gote e illuminava occhi dorati come un sole di mezzogiorno riflesso su un lago limpido.
«Mia figlia Liliev» sussurrò lo sciamano lanciandomi un’occhiata come a rinfrescarmi la memoria.
Effettivamente notai una certa somiglianza fra i due, ma così su due piedi non mi fu
concesso di dilungarmi nel “gioco delle sette differenze”.
Un giovane che le sedeva accanto, ci venne incontro subito dopo. Aveva capelli neri raccolti in una corta coda che gli copriva a malapena la nuca. Il viso scavato e i lineamenti spigolosi sottacevano un carattere dimesso e intelligente. Sopra le labbra lunghe e sottili, svirgolavano due baffetti neri.
«Scinoon, finalmente! Non sapevamo più cosa pensare» ammise. «Credo sia il caso di…»
La frase rimase sospesa e le sue piccole iridi scure ci guardarono con apprensione.
«Credi bene Lokhe! Non c’è neanche da discuterne!» replicò l’uomo. «Raccogliete la vostra roba! Vi imbarcherete seduta stante!»
Si levò un frastuono, tra le sedie strisciate sul pavimento di pietra levigato grossolanamente, i passi, i tonfi di oggetti sbattuti a terra, i fruscii delle vesti e delle borse… il tutto condito da un parlottare sommesso. Anche chi era rimasto fino ad allora comodo si era attivato con sveltezza. Fui spettatore di un frenetico lavorio: ognuno radunava agilmente i propri oggetti.
Ebbi quasi l’impressione che, entrando da quella porta, io e Scinoon avessimo contagiato la stanza della stessa concitazione di cui era stata affetta la popolazione all’esterno dopo lo squillo di trombe.
Nel trambusto fui in grado appena di distinguere un’alta figura maschile di costituzione robusta, una ragazza slanciata di carnagione olivastra con capelli lunghissimi, una giovane più esile e aggraziata dagli occhi verdi…
Cercai di indovinare il carattere di ciascuno interpretando, istintivamente, l’atteggiamento e il movimento dei corpi. Era un passatempo che usavo abitualmente sulla Terra, spesso con discreti riscontri, ma qui il mio proposito non era fine a se stesso: avevo bisogno urgente di capire di chi fidarmi, avevo bisogno di trovare un supporto… speravo in un’amicizia.
La mia attenzione cadde su una personalità che fino ad allora non avevo notato. Stava
seduta immobile, mimetizzata nell’ombra. Le vesti scure, come l’acqua in fondo a un pozzo, ondeggiavano con traiettorie curve, guizzando qua e là tra ornamenti di perle e di oro. Incappai nel suo volto pungente. Rimasi stregato. Mi fissava con espressione insondabile, enigmatica e ieratica come una sfinge. La sua testa era incappucciata e non riuscii a capire se si trattasse di un uomo o di una donna.
Non ressi a lungo il gioco di sguardi. Come da un duello, tentai di fuggire ruotando altrove gli occhi, ma l’angoscia di quella presenza ebbe il sopravvento. La sua immagine occupò i miei pensieri. Precipitai in un baratro senza ritorno.
«Ehi» mi richiamò Lokhe mostrando una grossa bisaccia. «Prendi, è per te. Contiene il
necessario per affrontare il viaggio» espose con flemma grattandosi il naso pronunciato.
«Grazie… Lokhe, giusto?» tentennai sorpreso dal suo approccio affabile.
«In persona: Lokhe Carival. Tu invece sei il famoso Neruc Darrel!» esclamò tendendomi la mano.
«Così pare» ridacchiai stringendogliela con impaccio.
«Finalmente ho l’onore di conoscerti personalmente» disse poi lisciandosi la divisa tramata d’azzurro e bianco. «Ti stavamo aspettando con trepidazione…»
Il suo tono parve sincero. Mentre cercavo di contenere il mio imbarazzo, si avvicinò la ragazza longilinea che poco prima avevo intravisto. La chioma le scendeva liscia dietro la schiena fino a rasentare le natiche. Indossava una casacca smanicata color verde oliva e una sorta di gonnella, a metà coscia, dello stesso colore.
«Mi chiamo Sevany! É un piacere averti con noi Neruc, dico davvero!» esclamò con
spontaneità. Pochi istanti dopo si presentò anche la giovane dagli occhi verdi. Rimase in silenzio a osservarmi. Il suo profumo sapeva di fiori. Il battito del mio cuore accelerò. Non parlarono le voci bensì le nostre anime.
«Io sono Nejsien» accennò inarcando deliziose labbra. Osservai il suo aspetto. Sfoggiava una camicetta comoda, ma raffinata, accesa da sfumature fucsia e ciclamino e resa dinamica da pieghe insolite del tessuto. Un pantalone bianco le copriva le gambe per poi infilarsi, all’altezza di metà polpaccio, dentro morbidi stivaletti di pelle. La sua capigliatura dorata, annodata elegantemente sulla testa, lasciava penzolare qualche ciocca liscia sulle spalle strette e aggraziate.
Non so quanto rimasi ad ammirare i suoi lineamenti, ammalianti e familiari al tempo stesso.
Tuttavia il risveglio fu amaro e brusco.
«Andiamo forza!» saettò una voce. «Non state imbambolati a contemplare l’ultimo arrivato!
Non è un gioco divertente e non ha neppure un aspetto interessante! Muoviamoci!»
Tutti si voltarono. L’esortazione proveniva dalla soglia: si trattava dell’enigmatico
personaggio che in precedenza mi aveva turbato. La figura blu notte mi puntava addosso un’occhiata accusatoria, come fossi reo di un grave misfatto: aver portato distrazione nella
compagnia.
«Nerman ha ragione» cercò di stemperare Scinoon. «Avviamoci alla nave. Avrete modo di
fare conoscenza in seguito».
Lo sciamano si diresse oltre l’uscio.
«Vi faccio strada».
Uscimmo speditamente rincorrendo l’uomo.
Alla sua destra, con una veste beige legata in vita da una cintura marrone e cascante su un pantalone attillato, camminava la figlia Liliev. Appena dietro, il solitario Nerman, chiuso nel cappuccio scuro della sua tunica; poi, distante qualche passo, il resto del gruppo capeggiato da Lokhe.
Attraversammo i vicoli più reconditi del villaggio evitando le vie principali affollate dai paesani ancora in subbuglio per la fuga. In pochi minuti ci allontanammo dalle case e imboccammo un tortuoso sentiero in mezzo alla natura.
Un lato della strada costeggiava una parete rocciosa, l’altro si affacciava al mare aprendosi su uno strapiombo. Fummo costretti a proseguire in fila indiana.
Sotto di noi le onde ululavano infrangendosi sulla scogliera. La visibilità era buona, gli orizzonti non mascheravano segreti. In lontananza apparvero velieri dalle insegne bianche e viola. Uno dopo l’altro, sempre più numerosi, nascendo dal nulla, occuparono ogni spazio immaginabile. Decine di puntini si avvicinavano velocemente alla costa. Non si poteva contarli. Lo spettacolo era incredibile a vedersi, da lasciare senza fiato. Come il getto di una doccia gelata, sentii il mio petto riempirsi di adrenalina. Quel che provai fu un miscuglio tra eccitazione e paura.
«La flotta imperiale… già qui? Maledetti!» commentò il robusto ragazzone che stava dietro di me.
«Non preoccuparti Agradom» lo tranquillizzò Sevany. «Andrà tutto bene…»
«Guardate!» esclamò Lokhe indicando una squadriglia di navi dai toni beige che
componeva una formazione triangolare. «Quelle devono essere navi calene in assetto di
difesa!»
«Sono salpate dal porto di Bisefet!» puntualizzò Scinoon. «Ho dato l’ordine di ingaggiare una battaglia in mare. È importante che lo sbarco dei garunchi venga ritardato!»
Nel voltarmi, per osservare meglio, misi maldestramente un piede in fallo e persi
l’equilibrio. Vidi la schiuma ipnotica del mare bramosa di ingoiare il mio corpo e per poco non finii di sotto. Fortunatamente una mano possente mi afferrò tirandomi verso il muro di pietra: mi aveva tratto in salvo il tempestivo aiuto di Agradom.
Lo guardai paonazzo, dal basso: il viso paffuto, reso ancora più pieno da una folta barba marrone dai riflessi bordeaux; il pancione tondo che, come un’anguria matura, conferiva al suo aspetto serioso una sfumatura comica, deformando in parte il corpetto di cuoio da guerriero.
Per via della sua stazza da gigante, al suo cospetto sembravo quasi un nanerottolo.
«Grazie» mormorai col sangue che scorreva all’impazzata.
«Sta’ attento a dove appoggi i piedi… soldato! Ci sei utile da vivo, non da morto!» mi rimproverò mettendo in mostra le sue qualità da baritono.
Non potevo dargli torto. Ero stato imprudente.
Dopo lo shock e la strigliata mi apprestai a camminare con più attenzione. L’unico aspetto che mi lasciò dubbioso fu l’epiteto che aveva usato per denigrarmi:“soldato”. “Perché mi ha definito a quel modo?”
Sorvolai la questione, valutando che non fosse il caso di indagare proprio in quel momento: perché rischiare nuovamente di finire di sotto?
“Che figuraccia però!” pensai. “Non è stato un buon inizio per farmi conoscere, chissà cosa penseranno della mia sbadataggine…”
La strada si fece ripida e piegò verso il basso. Man mano che scendevamo si svelò un ampio antro naturale scavato nella roccia.
«Tra poco ammirerete il gioiello di mio padre» preannunciò Lokhe fregandosi le mani con entusiasmo.
Giungemmo all’imbocco di una caverna. Lì, custodita dalla penombra, ondeggiava
un’imbarcazione di cospicue dimensioni dalle linee mozzafiato.
Un color verde acqua luccicava sui fianchi nei quali era stato impresso il nome “Velagor”.
In simboli garunchi, ovviamente!
Subito mi avvicinai attratto dalle venature di quella misteriosa scrittura. Le carezzai con i polpastrelli. Fui inondato da un odore che ricordava quello della vernice fresca.
«Eccola!» esclamò Lokhe euforico. «Vi presento Velagor! Mi sono permesso di rimetterla a nuovo per l’occasione… Rimane l’opera più preziosa mai costruita da mio padre, varata in Turega, la terra in cui vivo…»
“Turega” rimuginai.
Estrassi dalle tasche la mappa di Gurdul e la sbirciai senza dare nell’occhio, per capire di cosa stesse parlando.
Nel frattempo Scinoon radunò tutti per le ultime raccomandazioni.
Squadrò la figlia. Gli occhi di lei erano lucidi e arrossati, anche lui tratteneva a stento le lacrime.
«Padre, che ne sarà della Calenia e della sua gente, ora che la guerra è giunta fin qui?» chiese angosciata Liliev.
«Va’ ragazza mia! Non indugiare. Il nostro popolo ha un cuore forte e resisterà. Io aspetterò il tuo ritorno trionfale» rispose lo sciamano dissimulando le preoccupazioni che lo
attanagliavano.
Poi si rivolse al gruppo.
«Prendete posto sulla nave. La spedizione abbia inizio! In voi sono concentrate le speranze di Gurdul! Lokhe, alle tue capacità di marinaio è affidata la guida di Velagor. Conducila a Getuloba, in Scalandia. Da lì viaggerete verso la Carisudi e andrete in cerca di Crenadin!
Avviatevi e non voltatevi indietro!»
L’equipaggio era pronto, le vele spiegate. Non appena la prua solcò il sole di quel tardo pomeriggio primaverile, il veliero scivolò con grazia su un mare che sembrava di cristallo, drizzando verso ovest.

28 marzo 2019

Aggiornamento

A Radio Lombardia si parla di Gli Imperi di Gurdul - I Sentieri del Mutamento
https://www.facebook.com/livesocialradiolombardia/videos/272538010325458/ 
13 marzo 2019

Aggiornamento

Blogcq24 parla di Gli Imperi di Gurdul - I Sentieri del mutamento a questo link.
14 marzo 2019

Aggiornamento

Gli Imperi di Gurdul - I Sentieri del mutamento su LeccoNotizie.

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Fin dalla prime pagine si rimane intrappolati nella magia dui questo fantasy dai molteplici livelli di lettura. Non vedo l’ora di scoprire il resto.

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Marco Tarallo
Nato nel 1980 con un bagaglio traboccante che fin da piccolo ha urgenza di esprimere. Inizia per gioco, con i fratelli, la creazione di un mondo parallelo: situazioni e personaggi fantastici prendono forma e colorano la sua personalità di sfumature originali. La vita tra i banchi non è semplice: la predisposizione introspettiva arricchisce l'interiorità di Marco, ma al tempo stesso sfavorisce l'incontro con l'universo “altro”.
Scrivere diviene una risorsa spontanea, un ponte riconciliante capace di veicolare all'esterno sensazioni, pensieri ed emozioni. Lo slancio verso l'altro lo induce, in seguito, a laurearsi in fisioterapia, a lavorare come operatore olistico e a interessarsi di antichi percorsi di saggezza.
Quando il mondo fantasy del bimbo incontra la Medicina Cinese, l'I Ching, lo Zen, l'Alchimia e l'Astrologia, la stesura de “Gli Imperi di Gurdul” diviene un richiamo inesorabile.
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