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I Dominatori dell'Aldilà

I Dominatori dell'Aldilà
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Consegna prevista Luglio 2021
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E se la morte non fosse ineluttabile? E se nella storia dell’uomo fossero esistite persone in grado prevedere ed evitare la fine delle altre? I Dominatori dell’Aldilà hanno cambiato il corso della storia senza apparire nei libri: conosciuti solo dalla Chiesa che li ha legati ad un patto di segretezza, operano nell’anonimato. Alessandro vede la morte camminare dietro ad una donna e verrà condotto presto Roma dove conoscerà gli altri Dominatori il cui carattere, e le cui storie personali e sentimentali si intrecciano nella narrazione. Il Maestro gli rivelerà, con un tuffo nella Valencia della fine del XV secolo fino alla corte di Papa Alessandro VI, come sia nato l’accordo tra la Chiesa ed i Dominatori.
La vicenda prosegue nel presente in un susseguirsi di colpi di scena, comparire di nuovi personaggi, riferimenti storici fino ad un finale da thriller con ritmi narrativi sempre più serrati e quasi cinematografici.

Perché ho scritto questo libro?

Ho iniziato questa avventura perché Francesca, la mia adorata compagna, mi ha spronato a farlo dopo avere letto la mia prosa. Supportato da un’idea e con tanta fantasia è uscito questo romanzo. Altri ne verranno comunque poiché scrivere è un’estasi che mi conduce in altre realtà, nei panni di uomini e donne che hanno qualcosa di me e la cui vita ed i cui sentimenti mi trovo a vivere mentre le parole prendono forma sullo schermo. Scrivo principalmente per il mio piacere: grazie Francesca!

ANTEPRIMA NON EDITATA

Arcipelago della Maddalena, agosto 1990

Edoardo De Pierris si era laureato alla Scuola di Medicina dell’Università di Bari, aveva scelto la specializzazione in cardiologia chirurgica ed aveva iniziato a lavorare al Policlinico di Bari. La gavetta sotto il professor Serpe era stata dura ma molto istruttiva: lo aveva considerato il suo maestro ed il suo mentore.

Poi il matrimonio con la sua Clara, il trasferimento a Roma e il nuovo lavoro al Policlinico Gemelli: tutto avveniva ventinove anni prima.

Erano innamorati e felici, stavano meditando di avere un figlio, ma Clara era riluttante a mettersi in maternità nel timore di compromettere la propria carriera di anestesista, così avevano rimandato la decisione alle successive e loro prime vacanze estive.

L’acqua della Maddalena era lo specchio di un sole che la colorava di turchino e lo yacht del professor Serpe, sul quale erano ospiti, offriva ogni lusso e comodità.  Lui da prua la vide a poppa in procinto di tuffarsi, ma dietro di lei c’era una figura vestita di nero con una falce alzata; avrebbe voluto gridare di fermarsi, ma la voce gli si fermò in gola; lei si tuffò e quel motoscafo condotto da un pirata la travolse a tre metri di distanza portando via la vita della sua Clara e spegnendo la sua.

Mentre le eliche del motoscafo stavano compiendo lo strazio lui vide la nera figura abbassare la falce, capì e perse i sensi.

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Sestri Levante, agosto 2017

Aimone Broglia, rampollo di una famiglia piemontese con origini nobiliari cresciuto ad Alessandria, aveva visto per la prima volta la Morte a soli diciannove anni; ne erano passati due e stava salendo sul treno diretto Milano per trovare il nuovo Dominatore. Comodamente seduto sulla grande poltrona dello scompartimento executive non potè fare a meno di pensare a tutti i cambiamenti che avevano stravolto la sua esistenza da quel giorno in cui vide la Nera Signora.

Malgrado Aimone fosse cresciuto nella bambagia, accontentato in tutto e con due genitori mai presenti (il padre avvocato e la madre impegnata nella vita sociale), era sempre stato un bambino e poi un ragazzo ubbidiente, studioso e disciplinato.

Il suo rendimento scolastico era stato sempre più che ottimo pur avendolo coniugato col divertimento e tutte le attività spensierate della crescita.

Il suo unico problema erano state solo le ragazze, per le quali provava una grande attrazione, ma con le quali non riusciva, pur essendo un bel ragazzo, ad allacciare rapporti a causa della propria incredibile timidezza.

Quando Laura alla festa del suo sedicesimo compleanno lo trascinò di nascosto in cucina e, lontano da tutti, lo baciò appassionatamente ad Aimone si spalancò un mondo nuovo.  Con Laura la storia durò tre mesi nei quali non si spinsero oltre al petting, ma ciò gli fece vincere il riserbo e la vergogna nei confronti dell’altro sesso tanto che, dopo essersi lasciati, egli fece della ricerca delle donne la propria occupazione primaria.

Nel giro di un anno, anche a discapito dei pur sempre buoni risultati scolastici al liceo classico, aveva collezionato tre nuove esperienze ed era riuscito ad avere dei rapporti completi.

Anzi la storia con Federica, che durava da alcuni mesi, stava prendendo proprio una bella piega: lei era bella, dolce, simpatica e spregiudicata nei loro giochi di coppia.

Era proprio in scooter con lei, durante le vacanze dopo l’esame di maturità trascorse a Sestri Levante di due anni prima, quando vide la Morte seguire la moto di Marco che era davanti a lui, la falce si abbassò ed un’auto uscì da una strada laterale senza badare allo stop scaraventando il suo amico contro un muro ed uccidendolo sul colpo.

Due giorni dopo fu raggiunto dal Maestro, Edoardo, in persona e tutto nella sua vita cambiò.

Milano, aprile 2019

I dipendenti dell’agenzia, traumatizzati dalla tragedia della mattina, stavano aspettando con impazienza l’ora della chiusura per poter tornare a casa e terminare l’odiosa giornata.

Per Alessandro la situazione era assai più complessa: il cruento decesso della signora Allegrini non era stato solo uno shock, era stato anche una conferma della visione avuta la notte precedente.  Quella che sperava di poter accantonare come una allucinazione era divenuta una realtà ed una realtà inquietante: lui non solo vedeva la Morte, ma la vedeva all’opera.  Poi era cominciato quel forte bruciore nel centro della fronte che per fortuna era scemato e poi passato.

Tornando a casa si chiese cosa fosse accaduto alla signora seguita dalla Morte che aveva incrociato il giorno prima e così decise di fare una deviazione in Via Melzo ed al civico dodici vide dei paramenti funebri e lesse: Antonietta Giacosa.  “La conosceva?” gli chiese un condomino che, uscendo, lo trovò impietrito a leggere quel nome. “No, ma quando è morta?” rispose.

“Questa notte” si sentì dire.

Ebbe improvvisamente la necessità di bere qualcosa. Il bar caffè “Picchio” nella stessa via iniziava a riempirsi della solita folla di giovani pronti per l’aperitivo assai economico grazie al quale l’esercizio era diventato famoso e frequentatissimo fino a tarda ora.

Alessandro però non voleva confusione per cui andò a casa, fece una doccia, si cambiò e decise di andare al bar Basso che raggiunse a piedi. Invogliato dalla tiepida sera di metà aprile prese posto all’esterno e, visto che si erano fatte le sei e mezza, ordinò un Negroni.

L’alcool iniziò a fare il suo benefico lavoro di distrazione e la sua attenzione fu attratta da una conversazione tra due donne al tavolo vicino.

La brunetta piccolina, con due occhi brillanti, stava raccontando all’amica dettagli piccanti della serata che aveva trascorso con l’uomo conosciuto il giorno prima.

L’amica, che vedeva di profilo, era una bella donna con una massa impressionante di capelli rossi tutti ricci, ascoltava con un’espressione tra il desiderio e l’invidia finché disse: “Quanto ti invidio! Io sono quattro mesi, da quando mi sono lasciata con Franco, che non faccio più sesso. Sarà ora che mi decida” e, mentre parlava, Alessandro ebbe la sensazione di essere guardato di sottecchi.

E lui? Quanto tempo era che non si accompagnava ad una donna? L’ultima volta era stato tre mesi prima. Le ragazze avevano finito l’aperitivo e lui decise, in procinto di ordinare il secondo Negroni, di essere sfacciato ed offrire loro un altro giro.

La rossa in astinenza – per di più – era proprio il suo tipo.

Si erano fatte le diciannove e quindici, il cameriere giunse al suo tavolo, lui domandò il bis e, mentre stava per offrire galantemente il secondo aperitivo alle due donne, il centro della fronte iniziò di nuovo a bruciargli, ma con molta più forza rispetto alla mattina, per cui desistette.

Milano, aprile 2019

Il Freccia Rossa si fermò in fondo al suo binario di arrivo alle diciotto e cinquantanove in punto.  Aimone scese e si addentrò nella baraonda della Stazione Centrale di Milano. Incurante delle persone che vedeva seguite da un’ombra nera, scese verso piazza Luigi di Savoia ed attese il suo turno per salire su di un taxi.

“Dove andiamo” domando l’autista. “Si metta in marcia per favore, le indicherò il percorso strada facendo” gli rispose.

Prese dalla tasca il piccolo oggetto circolare già usato la mattina e se lo pose sulla parte alta della fronte nascondendolo sotto un cappello di foggia primaverile stile Borsalino. “E’ vicino” considerò subito. Fece raggiungere al taxista piazzale Loreto e da lì gli fece imboccare Viale Abruzzi, giunti all’intersezione con Via Plinio fece fermare l’auto, pagò e scese.

Attraversato il piazzale capì subito che il suo obiettivo si trovava nel bar che vedeva avanti a sé.

Non ebbe bisogno di scrutare la fronte di ogni avventore poiché vide subito quell’uomo con la testa tra le mani e gli si avvicinò. Sapeva cosa stava passando: era accaduto anche a lui circa due anni prima.

“Posso sedermi con lei un attimo?” chiese. Alessandro alzò la testa ed Aimone vide quello che solo lui poteva vedere: un cerchietto luminoso al centro della sua fronte. “Non sto per niente bene, vorrei stare solo” rispose Alessandro.

“Ma io posso farla stare meglio, guardi …” disse Aimone e tolse dalla sua fronte il cerchietto nascosto sotto il cappello.

Il bruciore di Alessandro passò immediatamente ed Aimone iniziò subito a parlare: “io so che cosa le sta succedendo perché siamo uguali, devo spiegarle moltissime cose ed ho bisogno del suo tempo. Ha con sé un documento e vuole seguirmi?  Ho una suite prenotata al Gallia che potrà garantirci tutta la riservatezza che questo nostro incontro richiede”.

Alessandro, che normalmente avrebbe fortemente diffidato di un simile invito, era troppo scosso dagli ultimi avvenimenti ed aveva un grande bisogno di spiegazioni; quel giovane poi aveva un aspetto singolare ed un modo di fare molto rassicurante, per cui accettò senza esitazione.

Aimone prese il suo cellulare e mandò un breve messaggio ad Edoardo, Salvatore ed Antonello, poi chiamò un radio taxi.

Locri, fine agosto 2014

Salvatore Macrì era nato a Locri, in Calabria, da una famiglia povera ma dignitosa.

Il padre, un piccolo coltivatore diretto, vendeva giornalmente il prodotto della propria terra e del suo sudore al mercato coperto di Siderno; la madre faceva le pulizie nelle case delle famiglie benestanti.

Il loro reddito, tanto modesto quanto onesto, gli aveva però consentito di crescere l’unico figlio facendogli terminare, al contrario di molti suoi coetanei, che della scuola neppure avevano saputo l’esistenza e vivevano per strada, l’istruzione obbligatoria.

Salvatore si era tenuto lontano dalle cattive compagnie poi, conseguita la licenza media, aveva iniziato ad aiutare il padre nei campi. Appena compiuti i diciotto anni, grazie ad una raccomandazione della madre, era stato assunto in prova come cameriere dal bar pasticceria Riviera: un esercizio commerciale florido a gestione famigliare.

Volonteroso, gentile e discreto, Salvatore era subito piaciuto ai proprietari che dopo un anno lo assunsero a tempo indeterminato.

Lui lavorava, guadagnava e portava i soldi ai genitori, tenendo molto poco per sé.  Scarsamente avvenente, non nutriva e non aveva mai nutrito, contraccambiato, pulsioni per alcuno dei due sessi, non aveva vizi o passioni particolari, salvo l’amore per la cultura e per il cinema.

Se i suoi genitori avessero potuto permetterselo Salvatore avrebbe continuato gli studi che tuttavia, dall’ultimo giorno di scuola, aveva portato avanti da solo frequentando assiduamente, non appena libero dal lavoro, la biblioteca comunale di Locri dove, senza un particolare indirizzo, leggeva o prendeva in prestito libri di ogni genere.

La sua unica distrazione era il cinema nel quale ad ogni nuova, anche frivola, programmazione era sempre presente tanto da guadagnarsi un piccolo sconto sul costo dell’ingresso quale migliore e più assiduo cliente.

Suo padre morì di un cancro alle ossa quando Salvatore aveva compiuto i trentuno anni e la madre lo raggiunse dopo sei mesi quando il suo cuore – straziato per la perdita del marito – una notte si fermò spegnendola senza un dolore ed un lamento.

Lui si trovò solo con la piccola casetta e l’appezzamento di terreno in proprietà e scoprì che i suoi genitori avevano risparmiato per tutta la loro vita mettendo tra l’altro sempre da parte i soldi guadagnati dal figlio: non poteva definirsi ricco ma aveva ereditato un sostanzioso gruzzolo che avrebbe potuto consentirgli di aprire senza far debiti una propria attività.

Vendette terreno e casolare a Nino, al secolo Giovanni, che negli ultimi dieci anni aveva aiutato suo padre nella coltivazione, e col ricavato acquistò un piccolo bilocale sul Corso Vittorio Emanuele, proprio vicino al lavoro.

Non aveva bisogno di mettersi in proprio: amava il suo lavoro, la cultura, il cinema e si era abituato alla sua esistenza opaca, ma gratificante.

Un giorno d’estate, aveva appena compiuto trentacinque anni, mentre stava servendo le rinomate granite del Riviera agli avventori seduti all’aperto del bar, vide un uomo camminare sull’altro lato del corso seguito da una figura ammantata di nero con una falce tenuta tra le ossa scoperte delle mani.

Si stropicciò gli occhi e tutte le coppe rischiarono di cadere dal vassoio, poi arrivò un’auto a velocità sostenuta che frenò rumorosamente, ne uscirono due uomini incappucciati ed armati, vide abbassarsi la falce e sentì molti colpi di pistola.

Il giorno dopo venne raggiunto sul lavoro da un certo Antonello ed ogni sua abitudine dovette cambiare. Da allora erano passati cinque anni.

Padova, dicembre 2004

Antonello Cassarino era cresciuto a Siracusa nella splendida Ortigia.  Era il secondo dei tre figli di un commercialista e di una casalinga: la sorella maggiore, Carmela, lo aveva preceduto di due anni ed Enzo era nato due anni dopo di lui. Era sempre stato un bravo bambino e poi un bravo ragazzo anche se, all’affacciarsi dell’adolescenza, molti tratti che avevano già impensierito ed insospettito la madre, iniziarono a farsi più marcati.

Antonello fin da piccolo prediligeva giocare con le bambole di Carmela piuttosto che con i consueti balocchi da maschietti, legava più con le bambine che con i bambini ed era straordinariamente precoce e sensibile.

Fu durante le vacanze estive al termine della prima liceo classico che Antonello, oramai diciassettenne, prese in disparte la mamma, le confessò di essere attratto dai ragazzi e di non provare alcuna pulsione per le femmine.

Malgrado il dottor Egidio Cassarino fosse un professionista ed una persona brillante, la sua apertura mentale, assai limitata sul punto, non gli consentiva di accettare un figlio gay e prese la notizia nel peggiore dei modi.

“Un arruso?” urlò alla moglie davanti al figlio “non può essere! mio figlio non può essere un arruso …! I Cassarino sono da generazioni grandi scopatori! Come è successo? Come può essere accaduto? No! non può essere figghiu mio! con chi lo facesti? Voglio l’esame del DNA!” e così via….

Tutto venne messo a tacere ed Antonello venne diffidato dal rivelare a terzi la sua inclinazione o frequentare ambienti omosessuali. Il padre lo affidò persino alle cure di una psicologa “giovane e bedda così magari …  “diceva il padre “ … guarisce!”

Va da sé che la giovane e bedda psicologa, che era anche un’ottima professionista, non fece guarire Antonello ma gli diede piena consapevolezza del suo essere e della sua sessualità, nonché la forza per affrontare il mondo.

Così, anche se le idee ed i propositi del padre avevano tratto origine non dal buon senso, ma da un’illusione definibile solo come una grande minchiata, l’iniziativa ebbe comunque risultati positivi.

Nel rispetto del desiderio del padre Antonello non rivelò ad alcuno le proprie inclinazioni, terminò il liceo con risultati eccellenti e vincendo una borsa di studio, trascorse le vacanze estive a Padova ove trovò un lavoro serale come cameriere in una pizzeria. Scrisse alla famiglia che si sarebbe mantenuto a Padova con i propri mezzi frequentando la facoltà di psicologia.

Il minuscolo appartamento che condivideva con due studentesse, serene e ben liete di avere un amico gay, gli costava poco, ma le grandi spese gli derivavano dalle tasse universitarie e dai libri.

La mamma mensilmente e di nascosto ogni mese gli mandava qualche soldo per cui ce la faceva: frequentava l’Università, studiava di giorno, lavorava la sera e la notte continuava lo studio lasciando poco spazio al sonno.

Stava partecipando alla lezione di pedagogia generale quando il docente venne stroncato da un infarto davanti ai suoi occhi. L’episodio era già di per sé traumatico, ma lui aveva visto la Morte abbassare la falce sul professore poco prima del decesso.

Il giorno successivo gli si presentò un signore di nome Edoardo e da quel momento il corso della sua vita cambiò. Tutto era accaduto quindici anni prima.

2020-10-18

Aggiornamento

Ho avuto la prima recensione su Facebook e credo meriti di essere menzionata negli aggiornamenti. Marzia Priore ha scritto: "Comprato, letto in due giorni... da appassionata del genere mi è piaciuto... complimenti" Spero di leggerne presto altre che riporterò anche se negative.
2020-10-15

Aggiornamento

Un grande ringraziamento a tutti coloro che hanno già e così in fretta proceduto all'acquisto. Con l'occasione vi informo che nella pagina di conferma ordine che avete visualizzato e precisamente nei "dettagli ordine" troverete la scritta "download" e potrete così già avere il testo integrale della bozza. Buona lettura a tutti e aspetto con grande interesse e curiosità i vostri commenti. Riccardo

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Riccardo de Lodi
Sono nato a Milano nel 1960 dove ho frequentato le scuole medie inferiori e superiori, poi il liceo San Carlo ed infine la facoltà di Giurisprudenza. Sono avvocato dal 1990 ed esercito da sempre, con decrescente entusiasmo, nella mia città questa professione oramai divenuta tanto popolare quanto difficile.
Ho condotto una vita piena di passioni che ho coltivato con costanza: le donne (due divorzi), gli amici (tanti), la nautica, il bridge, la musica classica e lirica, la letteratura, la storia, la nostra Italia ed il resto del Mondo, la buona cucina e il buon vino.
Quando non lavoro o mi dedico ai miei cari o sono in viaggio, cerco di contemperare tutti i miei interessi dedicando loro in parti uguali le frazioni del tempo che avanza, lasciando un po’ di spazio al sonno.
Sessant’anni pieni che potrebbero essere contenuti in più volumi, ma io amo la sintesi.
Riccardo de Lodi on FacebookRiccardo de Lodi on InstagramRiccardo de Lodi on Wordpress
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