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I sogni camminano

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Jim Thomas, giornalista un po’ apatico, viene convinto dal lontano cugino Roger a sperimentare una nuova tecnologia: una capsula impiantata nel cervello in grado di cancellare i brutti ricordi e vivere per sempre una vita felice. In breve però la capsula inizia a mettere a repentaglio la sua vita e la neonata storia d’amore con Kyrsten, perché i sogni di Jim sfuggono totalmente al suo controllo, diventando indipendenti e prendendo vita.
Nel tentativo di capire cosa ci sia veramente dietro l’invenzione della capsula e chi sia davvero Roger, Jim sarà costretto a prendere in mano le redini della sua vita e dovrà fare i conti con i suoi sogni per salvare il suo lavoro, la sua storia d’amore e la sua stessa vita.

L’agenda azzurra

«Vieni avanti» rispondo distrattamente allo sconosciuto che ha appena bussato alla mia porta, senza sollevare gli occhi dal mio libro.
Il rumore dei tacchi sul parquet è deciso e inconfondibile alle mie orecchie.
«Buongiorno» mi dice mia moglie e si siede sulla poltrona di fronte a me, accavallando le gambe lisce e snelle. «Non ti ho sentito uscire questa mattina. Sei venuto qui presto un’altra volta?»
«Avevo molto da fare» le rispondo cercando di non lasciarmi distrarre dalla sua voce.
«Oh, certo, lo vedo…» Il suo tono di voce lascia intendere di non volersi lasciare incantare dalle mie scuse. Ma non importa. «Ti ho portato le sigarette.»
Si sporge per posarle sul tavolo e poi ritorna ad appoggiarsi comodamente allo schienale sistemandosi la gonna.
«Grazie, ne avevo proprio bisogno.» Con gli occhi fissi sulla pagina, scarto il pacchetto, mi porto una sigaretta alle labbra e la accendo, assaporandone intensamente il fumo.
«Tu fumi troppo» mi apostrofa seccamente.
«Perché mi compri le sigarette, allora? Sono vecchio ormai, non ha più senso smettere. E poi tu sei così dolce, moglie mia, sei l’unica a prendersi la briga di andare pazientemente a trovare questo pacco di sigarette per me. Ormai quelle stupide sigarette elettroniche stanno divorando questi gioielli…» Assaporo un’altra boccata di fumo e mi rilasso sul mio schienale guardandola finalmente negli occhi, perché so che odia non essere guardata mentre stiamo parlando. È sempre bella come quando era ragazza, nessuna ruga le ha sfiorato il volto, nessun anno si è posato sul suo corpo.
Continua a leggere
Continua a leggere

 

«Avere qualche capello bianco non vuol dire essere vecchi. Ad ogni modo, sono settimane che esci all’alba e vieni qui solo per leggere quelle pagine. Non puoi farlo a casa?»
«Lavoro qui da anni, è inconcepibile che tu mi chieda di restare a casa» ribadisco queste parole già dette migliaia di volte, rimettendomi a leggere.
«D’accordo, hai ragione» dice in fretta sbuffando. «Ma non cambiare discorso, ti sto parlando di quella dannata agenda che hai tra le mani.» Con una mano la abbassa sul tavolo per costringermi a guardarla negli occhi e serra le labbra.
Dapprima abbasso lo sguardo per l’imbarazzo ma poi cerco di farfugliare: «Non capiresti».
«Ah, certo.» Si alza in piedi iniziando a gesticolare. «Siamo sposati da vent’anni, conosco ogni tuo gesto, il modo in cui ragioni, potrei perfino prevedere che vestiti sceglierai da qui a una settimana o cosa hai voglia di mangiare. Ma quell’agenda è diventata più importante di me, ti sei anche addormentato con lei tra le mani più di una volta. Non sei più lo stesso e credi di poter continuare a inventare scuse con me per molto tempo ancora? Ho bisogno di riavere mio marito.»
I suoi occhi stanno per riempirsi di lacrime e non avrei mai voluto che accadesse ma allo stesso tempo non riesco a parlarle di questa agenda. Queste pagine, queste parole, sono troppo complicate perfino per me. Finisco di leggere l’ultima pagina e ritorno alla prima, cercando di capire cosa avrei potuto fare per impedire che queste parole componessero questa strana storia, di trovare qualche indizio che non ho colto in tempo. Ma appena trovo una soluzione che possa cambiare la storia, questa mi sembra così assurda da costringermi a rassegnarmi a ciò che è già stato scritto e continuare la lettura, sentendo ancor più di prima di aver fallito. In ogni caso, è troppo tardi per ripensarci ormai…
«Si tratta di un libro importante per me. Cerca di capire.» Provo a consolarla con una carezza e lei esita per un attimo guardandomi profondamente, con le mani appoggiate alla scrivania.
«Fa’ come vuoi, allora» esordisce tutto d’un fiato. «Leggi, rinchiudi la tua mente in quel libro, ma sappi che diventerai pazzo se non ne parli con qualcuno. Io me ne vado.» Si volta con uno scatto furtivo e cammina velocemente verso la porta, aprendola con rabbia, ma non mi sfugge la sua tremante esitazione. La guardo andare via, con il cuore in gola insieme a mille parole che non ho avuto il coraggio di dire in questi giorni.
«Hai vinto tu!» le urlo scattando in piedi per convincerla a fermarsi. «Ti dirò che cosa c’è scritto!»
I suoi tacchi scandiscono lentamente il silenzio nella stanza mentre si volta, mi guarda e ritorna davanti a me. Con le lacrime che rigano il suo volto, si siede piano dov’era prima, come un cucciolo che è stato appena rimproverato; la sua anima è fragile mentre piange, eppure col tempo ho imparato a conoscere la sua forza, sfoderata all’improvviso, quando credevo che fosse troppo vulnerabile. In tutti questi anni trascorsi insieme, lei è rimasta sempre al mio fianco anche quando il cuore le diceva di scappare via e ha ascoltato tutti i miei problemi, senza mai giudicarmi. Senza di lei probabilmente sarei diventato ciò che sono oggi, ma non sarei così felice.
Mi siedo anch’io e mi allungo verso di lei. Con i pollici le asciugo le lacrime; stringo forte le sue morbide mani fra le mie sorridendole debolmente per rincuorarla. Lancio una rapida occhiata all’agenda azzurra accanto a me che oramai si è chiusa da sé e poi poso di nuovo lo sguardo sul suo volto.
Sì, ha proprio ragione. Devo raccontarle tutto.
È una storia in cui sono rimasto coinvolto senza rendermene conto. Ho visto scorrere davanti a me centinaia di storie assurde, dopotutto si tratta del mio lavoro, ma questa è arrivata nella mia vita come un problema simile a tutti gli altri e poi è diventata la causa del mio tormento.
Jim non avrebbe mai immaginato che, in un futuro non troppo lontano, avrebbe avuto bisogno proprio del mio aiuto, una cosa del genere era insospettabile per un tipo come lui, sempre pronto a risolvere i suoi problemi senza parlarne con nessuno o a evitarli e lasciare che si risolvessero da soli, col tempo.

Chiamata urgente
Come ogni mattina Jim si svegliò puntuale come un orologio, all’alba, ancor prima che suonasse la sveglia e si mise a fissare il vuoto nella sua stanza completamente bianca. Tutta la sua casa era tinta di bianco, fatta eccezione per i pochi mobili che la arredavano, color grigio chiaro. Non aveva nessun quadro appeso alle pareti, nessun particolare oggetto appartenente al suo passato. Il bianco faceva risplendere ancor di più la luce del sole e bastava quella a riempire la sua casa come piaceva a lui.
Era un tipo diffidente ma non negava mai a nessuno il suo aiuto, nemmeno a chi non lo avrebbe meritato. E sapeva scherzare quand’era di buon umore.
Passava e ripassava davanti ai suoi specchi almeno una decina di volte ogni mattina per essere sicuro di aver preso ogni cosa prima di andare a lavoro e ogni sera per rimettere in ordine il mucchio di carte che accumulava in ogni angolo della casa, ma non si fermava neppure una volta a guardare il suo riflesso. Era difficile da comprendere, una continua contraddizione: sospettoso ma anche dolce nel profondo, abituato a fermarsi a riflettere su ogni particolare, eppure lasciava intendere che fosse sbadato e maldestro. Insomma, era imprevedibile.
Diede un ultimo sguardo all’orologio da polso e poi si mise a guidare fino al palazzo del suo giornale, un palazzo che spiccava per la sua bassezza in mezzo a tutti i grattacieli, ma dentro aveva un mondo immenso fatto di gente che correva da una parte all’altra con la testa china sui fogli, gente che urlava da una scrivania all’altra, che rispondeva al telefono. Un luogo del tutto impossibile per chi ne varca la soglia senza conoscerlo. Ma Jim era abituato a tutto questo: anche quel giorno arrivò tranquillamente lì dentro salutando distrattamente qualche collega che per caso stava guardando nella sua direzione, e si sedette dietro la sua scrivania. Chiunque fosse entrato per la prima volta lo avrebbe certamente notato: era l’unico che non aveva voglia di usare in modo utile il suo tempo lì dentro, preferiva gestire i suoi appunti quando era solo in casa, dove poteva concentrarsi meglio.
«Buongiorno, pigrone» lo salutò la seducente Anne, una donna allegra ma spietata. Si sedette sulla scrivania e accarezzò il suo fianco con la gamba, per attirare spudoratamente la sua attenzione. Il suo volto delicato e il suo corpo tonico e snello facevano invidia a tutte le sue colleghe, nonostante fosse di statura piuttosto bassa.
«Hai un caffè per me? Ne avrei proprio bisogno» rispose Jim con gli occhi fissi su alcuni fogli che stava mettendo in ordine, ormai abituato agli atteggiamenti di Anne. Tentava di sedurre tutti i suoi colleghi, che cedevano subito al suo fascino letale, ma Jim non era mai caduto ai suoi piedi e questo la faceva andare fuori di testa.
«Ho preso questo per me, con molto zucchero, per essere più dolce…» Avvicinò sensualmente le labbra al bicchiere, ma Jim glielo strappò via in un attimo.
«Benissimo, proprio come piace a me, grazie. Ora scusa, ma ho molte cose da fare» rispose Jim in tutta fretta.
La donna rimase a guardarlo sbalordita per un momento, mentre due uomini avevano visto tutta la scena e ridevano alle sue spalle. Infuriata per essere stata canzonata, prese il primo mucchio di carte che trovò davanti a sé e lo gettò sul volto di Jim prima di andare via, mentre lui soffocava una risata. Era la prima volta che reagiva in quel modo e per un momento si preoccupò nel vederla così agitata, ma si divertiva sempre a deludere le aspettative di quella donna che cercava disperatamente di corteggiarlo. I suoi colleghi lo guardavano sbalorditi, chiedendosi se in realtà non avesse altri gusti… Ma la verità era semplice: non era il suo tipo, e non avrebbe passato una notte con una donna per poi mandarla via, non gli sembrava giusto, e soprattutto non intendeva farsi irretire da una mangiauomini che voleva solo aggiungerlo alla sua lista di vittime sedotte e abbandonate.
Con un po’ di sforzo, si era messo di nuovo a lavorare su quell’articolo sull’inaugurazione di un nuovo asilo non lontano dal suo palazzo, una di quelle notizie che sarebbero finite in un piccolo angolo del foglio e che il lettore, scorgendone appena il titolo, avrebbe ignorato completamente. Il suo era l’unico giornale della cittadina e una notizia del genere era importante per tutte quelle mamme che avevano chiesto a gran voce un edificio sicuro e attrezzato per i propri figli, ma Jim viveva tutto con leggerezza, per questo non gli importava dell’asilo, non gli importava del suo capo che lo tormentava per fargli scrivere uno straccio di articolo e non gliene fregava proprio niente se i suoi lettori avrebbero gettato il giornale dritto nella spazzatura.
A un certo punto squillò il telefono e alzò distrattamente la cornetta recitando a memoria la stessa frase: «George’s News, sono Jim Thomas, come posso aiutarla?».
«Jim! Jim! Sono io, Roger!» rispose una voce squillante e piuttosto agitata.
«Roger?» Si sforzò di ricordare qualcuno con quel nome che potesse conoscerlo ma non gli venne in mente nessuno, eppure non voleva sembrare scortese.
«Sono contento di averti trovato finalmente! Ascoltami, ho bisogno di vederti subito. Ci vediamo tra mezz’ora a Lion Square, capito? Vieni subito, è importante. Come sono contento!»
«Aspetta, io…» non fece in tempo a rispondere che l’uomo misterioso aveva già messo giù il telefono.
Che motivo aveva per lasciare il suo lavoro e andare a incontrare un pazzo qualunque? Nessuno. Ma la curiosità non appartiene solo alle donne. Si alzò e in tutta fretta si immerse di nuovo nel traffico con la sua piccola macchina, guidando fino a Lion Square. Non sapeva nemmeno che aspetto avesse quell’uomo, non sapeva su quale delle tante panchine dovesse sedersi per aspettarlo o come farsi trovare da lui.

Ma che diavolo ci faccio qui? pensò sedendosi su una panchina a caso e alzando gli occhi per osservare le nuvole, con i nervi a fior di pelle.
«Jim, vecchio mio!» L’uomo spuntò alle sue spalle facendolo sobbalzare e si sedette al suo fianco.
«R-Roger, vero?» balbettò con uno stupido sorriso.
«Ma come, non dire che non ti ricordi di me…»
Non voleva deluderlo, tuttavia non sapeva dire le bugie, non gli veniva naturale: «Mi dispiace, forse c’è un equivoco…».
«Nessun equivoco, vecchio mio!» Era tornato allegro e lo abbracciò in modo troppo invadente. «Ora ascoltami bene, mi sei rimasto solo tu, solo tu puoi credermi. Non ho più nessuno… Ti prego, facciamo una passeggiata, ho tante cose da raccontarti.»
Vedendo quell’uomo così malandato e dagli atteggiamenti tipici di un animo inquieto e nevrotico, Jim ebbe l’impulso di guardarsi attorno per essere sicuro che in qualunque momento potesse scappare facilmente nel caso in cui quel pazzo avesse tentato di aggredirlo o derubarlo. C’era un po’ di gente intorno a loro, avrebbe chiesto aiuto. Ma scrollò subito il capo pensando che stesse solo esagerando e mise le mani nelle tasche del suo cappotto nero, mentre seguiva i suoi passi.

Il sorriso del sole
«Dunque, vecchio mio,» riprese Roger «qualche tempo fa mi innamorai di una donna meravigliosa. Era tutto perfetto, credimi, io non ero il tipo che vedi ora davanti ai tuoi occhi. Avevo un aspetto migliore e insegnavo matematica nella sua stessa scuola. Andammo a vivere insieme ed eravamo così felici…» E qui si fermò con le lacrime che stavano per rigargli il viso, alzò gli occhi e imprecò contro il cielo, a pugni stretti. Jim si sentiva terribilmente fuori luogo e non sapeva come gestire la sua rabbia, senza farsi notare dai passanti sbalorditi.
«Va tutto bene?» Lo afferrò per un braccio per sorreggerlo e con un sorriso tranquillizzò le persone intorno a loro che, preoccupate, si erano fermate a guardarlo.
«Naturalmente.» Tirò fuori un fazzoletto dal suo cappotto con la mano che tremava sempre di più e si asciugò il viso. Faceva davvero paura. «Insomma, in quel maledetto giorno che non voglio nemmeno nominare, un pazzo ubriaco la investì e lei morì dopo qualche giorno. Stringendo la mia mano. Qualche mese dopo, quando ritrovai un briciolo del mio coraggio, rovistai nella sua borsa, quella che portava sempre con sé e aveva addosso anche quel giorno. Trovai delle analisi di quella stessa maledettissima mattina.» Scandiva le ultime parole con il pugno che batteva sul palmo dell’altra mano.
«E allora?» osò chiedere Jim, angosciato.
«Era incinta. Lo aveva appena saputo e stava venendo a casa nostra per dirmelo. Chissà come sorrideva…» Si sedette su un muretto chiudendo gli occhi, pensando sicuramente al suo volto e Jim si sedette al suo fianco. «Aveva il sorriso più bello del mondo…»
«Perdonami, Roger. So che avrei già dovuto capirlo, ma non ci sono proprio arrivato nonostante ci abbia pensato tanto. Come fai a conoscermi?» Gli sembrò indelicato interromperlo a quel punto del racconto, ma per tutto il tempo non aveva fatto altro che riflettere dentro di sé su quell’interrogativo.
«Non è possibile! Sono tuo cugino, non ricordi? Giocavamo insieme da piccoli nella villa al mare di zia Beth. Allora? Ricordi o no?» Jim fece di sì con la testa.
Gli sono rimasto solo io? L’ho visto solo un giorno di tanti anni fa e poi mai più finora, non ricordavo nemmeno che faccia avesse… pensò.
«E cosa posso fare per te?»
«Lasciami terminare il racconto e capirai.» Si schiarì la voce, soddisfatto di essere stato riconosciuto e continuò: «Come vuoi che si senta un uomo dopo che un bastardo qualunque gli porta via la donna della sua vita? Naturalmente avrei voluto… Avrei voluto… Sparire! Tentai di farla finita, ma un collega mi salvò appena in tempo. Lasciai il lavoro, mi chiusi in casa, depresso… E poi iniziai a bere sempre di più, sempre di più. Mi capisci, no? Queste sono cose che non vanno via così». Schioccò le dita con un sorriso nervoso.
«Mi dispiace tanto.»
«Certo, me lo hanno detto in tanti» rispose seccamente, scocciato di essere interrotto mentre parlava. «A ogni modo, dopo qualche mese mi convinsi ad andare da un neurologo, uno di quelli che non sono tanto conosciuti ma che sanno il fatto loro. Dovevo assolutamente risolvere il tremendo mal di testa e la brutta depressione che mi erano venuti in seguito a quella tragedia. Aveva la voce convincente e mi disse che con un piccolo intervento alla testa mi avrebbe fatto tornare in forma. “Per far tornare i nervi come nuovi”, diceva.»
«E poi com’è andata?» chiese Jim, ormai incuriosito dalla storia.
«Ecco…» Si morse il labbro e si guardò intorno come se non sapesse come esprimersi al meglio. «Il dolore svanì, lo ammetto… ma anche i ricordi svaniscono sempre di più…»
«Che intendi dire?»
«Per farla breve: mi inserì un aggeggio nella testa che gradualmente rimuoveva i ricordi che mi facevano star male. Non chiedermi come, ma è così. Ero entusiasta di tutto questo all’inizio, mi sembrava l’unica soluzione per andare avanti, nonostante amassi molto la mia Sarah… Ti prego, dimmi che almeno tu mi credi.»
Jim lo fissò negli occhi per interminabili secondi. Negli anni 2000 gli scienziati avevano immaginato di poter leggere i pensieri e i sogni attraverso delle macchine e, considerando che il progresso non si ferma mai, era molto probabile che ora, dopo cinquant’anni, tutto questo fosse realtà.
«Certo che ti credo, Roger, sta’ tranquillo.» Gli appoggiò una mano sulla spalla per confortarlo. «Ma dimmi, cos’ha a che fare tutto questo con me? Come dovrei aiutarti?»
«Oh, è molto semplice. Questo apparecchio è stato inventato solo due anni fa, è ancora in stato sperimentale e pochissimi lo hanno utilizzato perché la gente ha paura. Pensa che in tutta la nazione sono l’unico ad averlo! Il punto è che, a quanto pare, questo aggeggio non ha un’intelligenza propria, pertanto può cancellare anche i ricordi che “lui crede” possano farti star male, come una semplice caduta o una banale lite. E non può essere rimosso. Io ce l’ho addosso da troppo tempo, per questo non possono più provare a studiarlo per migliorare le sue funzioni. Hanno bisogno di qualcuno che si offra volontario per installarlo allo stesso modo. Fallo tu per me, ti prego, così potranno aiutarmi!»
«Ma che ti salta in mente?» Jim si alzò di scatto urlando.
«Come? Allora non mi credi? Nemmeno tu!»
«Ma sì, sì, ti credo! Però non ho nessuna intenzione di farmi mettere niente del genere qua dentro!» Con il dito si indicò la testa, poi si rimise le mani in tasca e si voltò per andar via, ma Roger lo seguiva.
«Dammi retta, non rifiutare subito. Ecco, questo è il suo biglietto da visita. Fatti almeno visitare per vedere se sei compatibile con quella macchina. Avanti, almeno pensaci!»
Jim prese il biglietto senza dargli nemmeno un’occhiata e se ne andò.

Dietro la sua scrivania ripensava ancora a quelle parole.
Cancellare i propri ricordi, è una follia! pensava scuotendo il capo e si sfregò quella brutta ferita. Quel movimento era meccanico ormai. E, meccanicamente, lo faceva star male. Se chiudeva gli occhi poteva ancora sentire la sua paura che gli stritolava il corpo e quei colpi che gli laceravano la pelle…
Si alzò di scatto, prese tutta la sua roba e uscì subito perché non sarebbe più riuscito a lavorare, aveva bisogno di prendere una boccata d’aria. Camminava senza meta, un piede davanti all’altro, meccanicamente. E pensava ancora a quella ferita e a tutte le altre sparse sul suo corpo. Se si potessero davvero cancellare i ricordi… mise la mano nella sua tasca e sentì il biglietto sotto le dita ma non voleva tirarlo fuori, era combattuto fra il dovere di convincere se stesso che la storia di suo cugino fosse assurda e la voglia di sbarazzarsi una volta per tutte di quei ricordi che lo tormentavano da una vita.
Lo lasciò ricadere nella sua tasca ed entrò nel primo bar che trovò sulla sua strada. Si avvicinò nervosamente al bancone e disse: «Un caffè, per favore».
Con suo grande stupore, una donna che si era appena fermata al suo fianco aveva pronunciato le stesse parole proprio mentre lo faceva anche lui e si girarono di scatto a guardarsi, scoppiando in una risata all’unisono un attimo dopo.
«Mi scusi, signore, forse c’era prima lei…» Abbassò lo sguardo sorridendo. Jim pensò che fosse la donna più bella che avesse mai visto.
«Oh, non mi chiami signore, no, la prego! Sicuramente ho solo pochi anni in più rispetto a lei» scherzò e lei rise piano.
Il bar era deserto come se lo fosse sempre stato e si sentiva solo il rumore del barista che muoveva la macchinetta del caffè. La tecnologia sarà anche andata avanti, ma la macchinetta del caffè continua a fare quel rumore da che mondo è mondo. Intanto i due si alternavano dei timidi sguardi sorridendo e Jim aveva il cuore a mille, non riusciva a toglierle gli occhi di dosso. I caffè furono serviti sul bancone, la ragazza lo prese continuando a sorridergli e andò a sedersi a un tavolino mentre lui la seguiva con lo sguardo e per poco non rovesciò la tazzina.
«Posso sedermi con lei?»
«Se dici di non essere tanto vecchio, dovresti darmi del tu.»
«Hai ragione, è decisamente meglio.» Lo accolse come un sì e si sedette di fronte a lei. «Allora, come ti chiami?»
«Krysten.»
«Io sono Jim. Scusa per prima, non avrei voluto ordinare il caffè mentre lo facevi tu.»
«Oh, abbiamo un gentiluomo qui! Sta’ tranquillo, non importa. Ero piuttosto nervosa e non mi sono accorta di te.»
«Anch’io ero nervoso, sai?»
«Che coincidenza, sembra che il sole non sorrida a più di una persona oggi» disse con disinvoltura guardando fuori dalla finestra.
«Il sole sorride?» chiese tra un sorso e l’altro, perplesso.
«È un modo di dire che uso sin da quando ero piccola, scusa.» Arrossì abbassando il capo e bevve un lungo sorso di caffè, come se la tazzina potesse coprire il suo volto imbarazzato.
«Be’, il sorriso del sole è proprio qui, davanti ai miei occhi.» Jim si morse il labbro pronunciando queste parole e guardò il suo volto diventare rosso pian piano e abbassarsi come prima.
«Che strano modo di provarci con una ragazza, non trovi?» Si mise una ciocca di capelli dietro l’orecchio e tornò a sorridere.
Quella donna era completamente diversa da qualunque altra, sì, Jim ne era convinto. Ricambiò il sorriso e strinse la sua tazzina.
«Abiti da queste parti?» Desiderava cambiare discorso.
«Sì, proprio qui dietro, nell’appartamento sopra al negozio di fiori, lo conosci?»
«Quell’orribile palazzo rosso con quel disastroso negozio di fiori? È orribile, è ovvio che lo conosca. E poi io odio i fiori.»
Lo fissò per un momento e poi rispose: «È il mio negozio». Jim avrebbe voluto avere una pala per scavare una bella buca in cui sotterrarsi per sempre. Eppure lei si mise di nuovo a ridere, come se non potesse arrabbiarsi mai.
«Ora devo andare, prima che il mio capo inizi a chiamarmi. È stato… buffo conoscerti, Jim!» Si mise nuovamente a ridere stringendo la sua mano e se ne andò in tutta fretta. Jim, la seguiva incantato con lo sguardo, fino a quando i lunghi capelli che si muovevano dolcemente sulla schiena di lei non scomparvero dalla sua vista, anche se lui premeva il viso contro il vetro per poter avere ancora un po’ quel sole sorridente davanti ai suoi occhi.
Volse lo sguardo verso il barista e si scambiarono un sorriso. Era convinto che avesse sentito tutta la conversazione, compresa la sua figuraccia, ma non gli dispiaceva affatto, anzi ne era divertito.
Sarebbe bello cancellare ogni ricordo e avere in testa solo lei…

Pensò tutta la sera a quella ragazza, mentre sfogliava i suoi appunti con una tazza di tè tra le mani. Era il tipo che rimaneva subito colpito da una persona nuova, era entusiasta di stringere nuove amicizie. Ma questo era molto di più. Quel sorriso non era per niente facile da cancellare. Riconosceva a se stesso di essere troppo frettoloso, forse, ma aveva voglia di rivederla ancora, ancora e ancora, di non lasciarla andare via mai. Molte volte, nella vita, si era rimproverato di essere stato troppo precipitoso con le donne, ancor prima che potessero ricambiare i suoi sentimenti e finiva per rimanere deluso, ma che ci poteva fare? Dava tutto il suo cuore quando amava. Eppure una cosa era certa: Krysten era diversa. Forse lo aveva già pensato per altre donne in passato. Ma lei lo era davvero.
E poi pensava a quelle ferite e faceva fatica a smettere di pensarci. Quel pensiero attraversava la sua mente così, all’improvviso, quando gli faceva comodo, come se una forza superiore a lui lo spingesse a farlo. Non facevano più male fisicamente perché erano passati troppi anni, certo, ma le sentiva sulla sua pelle, ognuna di loro aveva un ricordo orribile.
Jim voleva solo dimenticare…

21 novembre 2019

Aggiornamento

Il blog Lo Scrigno Di Nancy pubblica la recensione al libro I sogni camminano. Potete leggerla a questo link.
26 ottobre 2019

Aggiornamento

Sul blog Un tè con la Palma viene pubblicata la recensione de I sogni camminano.
21 settembre 2019

Aggiornamento

Nancy Urzo pubblica la recensione di I sogni camminano sul suo blog Lo scrigno di Nancy. Potete leggerla a questo link.
01 agosto 2019

Aggiornamento

L'account @libriinunmondorosa su Instagram pubblica un'intervista in cui parlo di me e di I sogni camminano. Potete leggerla a questo link.
17 luglio 2019

Aggiornamento

L'account @nelcuorepersempre3329 parla di I sogni camminano in un suo post su Instagram. Potete leggere il suo commento a questo link.
05 maggio 2019

Aggiornamento

Il blog Bookreader33 scrive la sua recensione a I sogni camminano nel blog. Potete leggerla a questo link.
23 aprile 2019

Aggiornamento

L'account @libriinunmondorosa parla di I sogni camminano su Instagram. Potete leggere il suo commento a questo link.
21 febbraio 2019

Aggiornamento

Il giornale online InfoCollepasso parla di Mariarosaria Guido e di I sogni camminano. Trovate l'articolo completo a questo link.
03 aprile 2019

Aggiornamento

L'account @leggiamoperche pubblica la sua recensione di I sogni camminano su Instagram. Potete trovarla a questo link.
12 febbraio 2019

Aggiornamento

Recensione di I sogni camminano del blog Books_intheheart. Potete leggerla a questo link.

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Mariarosaria Guido
MARIAROSARIA GUIDO è nata a Gallipoli nel 1998 e vive a Collepasso, in provincia di Lecce. Nel 2017 ha conseguito il diploma artistico e attualmente collabora con il giornale online Epeira. Suona il violino dal 2007 e I sogni camminano è il suo romanzo d’esordio.
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