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I sorvolati

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Consegna prevista Giugno 2020

In una scuola da tempo abbandonata si tengono ora misteriose lezioni, rivolte ai nati tra gli ultimi anni Ottanta e il Duemila. Sono “sorvolati”, spiegano loro i tutor: sorvegliati dall’alto, messi da parte.
Alle lezioni non ci si iscrive, si è reclutati senza possibilità di rifiuto. Così accade a N., artista visuale che, di nuovo tra i banchi, prende coscienza della condizione ornamentale della sua generazione, della sete insaziabile di saperi non spendibili che la caratterizza, delle insidie di un immaginario collettivo e pervasivo. Ma il sospetto è che ogni presa di coscienza nasconda in realtà una sottile forma di irretimento, mutuata dall’immediata affinità tra N. e il tutor Alberto.
N. rivela i segreti del campus che ha minato ogni sua certezza, ormai in bilico tra il coinvolgimento intellettuale provato fin da subito e il rifiuto verso l’obiettivo a cui tale coinvolgimento si scopre votato: un programma di auto-distruzione generazionale.

Perché ho scritto questo libro?

I sorvolati è un tentativo di passaparola. Di tanto in tanto si ha un’intuizione collettiva, un’intuizione che si manifesta in noi, ma che con ogni evidenza è rivolta a tutti, è di tutti. Allora si ha il dovere di restituirla, di passare parola.
Ho scritto I sorvolati perché la mia generazione possa sentirvi l’eco del proprio grido. Un grido di aiuto, di rabbia, di paura, di dolore, di richiamo, di incitamento e di incoraggiamento. Un grido di battaglia.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Capitolo 20

Esistono strati del proprio sentire oltre i quali non si dovrebbe andare. E ci sono soglie della propria capacità di sapere che sarebbe bene non oltrepassare.
Se si sono superati entrambi i limiti, è molto difficile correre ai ripari. Abbattute le barriere di contenimento, si è finalmente liberi di esondare, ma non è poi scontato che si sarà in grado di ridarsi un contegno.
A colazione non pensai ad altro che allo spillone.
Inzuppai una piccola frolla nell’infuso al finocchio e l’addentai, ancora con qualche sospetto. Era leggermente rafferma, ma aveva un sapore squisito, è probabile che nell’impasto ci fosse dello yogurt. Mangiai uno dopo l’altro tutti i biscotti che erano sul piattino di fronte a me.
Mi ricordai che durante la prima lezione, nella fase di raccoglimento/raccolta, avevo visto nell’armadio di lamiera in fondo all’aula una grande quantità di cartone, di quello scuro che si usa per gli imballaggi. Lo spessore, pensai, avrebbe reso difficile dare alla cornicetta la forma ovoidale e la raffinatezza nei dettagli che avevo immaginato ma, trattandosi di un prototipo, conclusi che accontentarmi di una sagoma rettangolare sarebbe stato inevitabile.
Per lo spillone presi tre stuzzicadenti dal contenitore di vetro che era in mezzo al tavolo. Era tanto pieno che dovetti tirare forte per riuscire a estrarre il primo, e anche per togliere gli altri mi servirono entrambe le mani. Ebbi un bel daffare per impedire che ne venissero fuori più dei necessari. Sarebbe stato meglio trovare degli stecchi più lunghi, supposi, come quelli che si usano per gli spiedini. Ma mi smentii subito, gli stecchi lunghi sarebbero stati troppo spessi per uno spillone.

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– Bella la tua storia. – esclamò Olly. – Non avrei scommesso un centesimo sulle tue capacità narrative, invece mi hai sorpreso.
Le parole di Olly carpirono la mia attenzione e, in ritardo, mi resi conto che stava parlando con me.
– Grazie. – dissi con un tono sospeso tra compiacimento e incredulità. – Scusami, ero sovrappensiero.
– L’avevo notato. – rispose Olly.
Quando arrivò l’ora di andare a lezione, ci alzammo da tavola e lasciammo la palestra-mensa.
Salii le scale in fretta. In uno stato di distrazione lucida vedevo scorrermi nella mente immagini di spilloni-display e gli occhi di Ale onnipresenti, come in un invadente flashback continuo. Inciampai. Per evitare di stramazzare con il mento sui gradini gettai le mani a terra, una ben aperta per attutire il colpo e l’altra pericolosamente stretta a pugno per custodire i tre stecchini.
Li strinsi così forte che se ne salvò uno soltanto. Gli altri due si spezzarono tra le pieghe delle mie falangi irrigiditesi all’improvviso.
Mi rialzai subito, tra le risa ilari di tutti. E, nonostante sentissi dolore ovunque per via dell’impatto con gli spigoli dei gradini, ridevo anch’io. La scena era stata piuttosto comica.
Passammo davanti all’ufficio di Agnese. Se ne stava in piedi sull’uscio. Con la sua solita espressione arcigna assisteva al nostro passaggio, come si osserva un gregge che inaspettatamente attraversa la città e intasa le vie del centro abitato.
Dalla porta aperta alle sue spalle intravidi sul tavolo dell’ufficio la bottiglia vuota di una Desperados.
Avrei costruito una cornicetta rotonda e metallica con due tappi di bottiglia incastrati, fondo su fondo, l’uno nell’altro, pensai. Non sapevo ancora come avrei intagliato il centro di uno dei tappi ma, senza esitare, mi lanciai verso Agnese. Avrei anche potuto sormontarli l’uno sull’altro facendo combaciare i loro bordi frastagliati, immaginai. In tal caso si sarebbe resa necessaria una cerniera che unisse in un punto i tappi per formare una cornicetta richiudibile, come quelle dei medaglioni a due ante da cui avevo tratto ispirazione.
– Buongiorno Agnese. Hai per caso dei tappi della birra da darmi? – domandai con fare amichevole e, credo, piuttosto convincente.
– Per farci cosa? – ribatté lei scocciata, sospettosa.
– Per un progetto a lezione, devo costruire una cosa. – risposi prontamente.
Agnese si voltò ancor più accigliata, entrò nell’ufficio e si chinò per rovistare nel cestino dell’immondizia che stava sotto la scrivania. La maglietta attillata, che portava tirata fin dentro la vita bassa dei pantaloni, nel piegamento le partì come l’elastico di una fionda e svelò l’ultima parte della sua schiena. Le mani di Agnese cominciarono a estrarre ciarpame dalla pattumiera. Carte sgualcite, la confezione vuota di un caricabatterie, un paio di cuffie con il cavo sguainato, la scatola faraonica di una nota marca di cialde per la macchinetta del caffè.
Quando ebbe le mani piene, si voltò verso di me, e io intesi che li avesse trovati. I tappi, com’era prevedibile, erano finiti sul fondo del sacchetto.
– Vieni qui. – esclamò nervosa. – Prendi.
Entrai nell’ufficio e mi piegai anch’io sul cestino. C’era una decina di tappi. Ne presi sei, perché supposi che mi ci sarebbe voluta qualche prova prima di arrivare a una soluzione convincente. Scelsi quelli che si potevano raggiungere tenendo le mani il più possibile lontane dalle schifezze rimaste nel sacco. Schivai un fazzoletto appallottolato, un paio di chewing gum sputati e un cerotto insanguinato che mi faceva ribrezzo più di tutto il resto ma che, per fortuna, era rincantucciato verso il bordo del cestino.
– Grazie. – dissi ad Agnese sorridendo.
Lei pure provò ad accennare un sorriso, ma non fu naturale.
Misi i tappi nella tasca destra della felpa e raggiunsi di corsa il resto del gruppo che stava ormai varcando la porta dell’aula.
Seduto dietro la cattedra c’era Alberto.
– Buongiorno ragazzi. – esordì con grande entusiasmo nel vederci entrare. – Oggi staremo di nuovo insieme. – continuò, e lanciò su di noi uno sguardo generale che, ancora una volta, mi parve un po’ più indirizzato a me che agli altri.
Noi lo salutammo con una familiarità forse eccessiva, eppure lì dentro era la nostra conoscenza di più lunga data.
– Prima di cominciare ditemi un po’, come vanno le cose? Le lezioni procedono bene? – ci chiese. Sembrava sincero.
Sentii l’impulso a espormi ancora, come già avevo fatto al suo cospetto in occasione della prima lezione. Mi riempì di adrenalina l’idea di condividere con gli altri le conclusioni che avevo tratto la notte precedente nel ripensare alla storia del cavallo matto e del cavallo zoppo e all’opera di Pamuk. Desiderai di poter gridare che sapevo cosa stessero cercando di fare ai nostri sguardi inebetiti, ma alla fine, memore delle considerazioni collettive scaturite in seguito alla fase di dibattito del primo giorno, preferii tacere. Luca aveva ragione, ammisi, tra noi e i tutor c’era innegabilmente una gerarchia di sapere e di potere.
Dopo un insincero brusio corale di bene, tutto bene e molto bene, la lezione incominciò. Proprio allora, già spariti dal mondo, cominciammo a sparire anche da noi stessi.
Alberto ci rese consapevoli della nostra incapacità di essere contenitori senza divenire di conseguenza contenitivi. Era un’inabilità fisiologica, del tutto umana, che Alberto ci invitava a sfidare e a cercare di abbattere.
Per introdurre la questione disse: – […] l’ambiente, la cultura e le esperienze individuali svolgono un ruolo determinante. Nella crescita, imparando a gestire il mondo intorno a sé e a intrattenere relazioni sociali, alcune connessioni verranno mantenute e altre eliminate: per le neuroscienze apprendere significa eliminare. Una delle caratteristiche del sistema nervoso che colpisce maggiormente, è l’enorme numero di cellule e di connessioni nervose esistenti sia nella corteccia cerebrale sia nel cervelletto, due aree che sono coinvolte nell’apprendimento e nella memoria. Una tale moltitudine è esattamente ciò che occorre a un sistema selettivo, destinato a ridurre le possibilità attraverso l’apprendimento. L’apprendimento consiste quindi in un’opera sistematica di sfrondamento, di potatura, di riduzione delle possibilità.
Mollemente seduto, con i gomiti piegati sulla cattedra e il volto nascosto dietro la copertina del libro aperto tra le sue mani, Alberto stava leggendo uno stralcio da Poetica delle emozioni. I Bijagó della Guinea Bissau di Chiara Pussetti.
Poi smise di leggere e continuò a braccio. Alla spiegazione neuroscientifica dell’apprendimento come sfoltimento Alberto contrappose, questa volta senza riferimenti bibliografici alla mano, un’esortazione all’infoltimento.
– Non sfrondare, né tagliare, né restringere il campo, anzi ingurgitare avidamente, fagocitare, accumulare. Imparare a metabolizzare con la mente come un corpo sano sa fare in autonomia. Ma non è un invito all’arraffare indiscriminato. – disse, e ci mise di fronte al nostro non-sapere-abbastanza, al non-vedere-abbastanza, alla nostra risibile credulità che veniva di conseguenza.
Ci esortò a divenire dubitativi, a non accontentarci più di nulla che avesse la parvenza anche vaga di una risposta. Fece riferimento a un programma di auto-esercizio per imparare a costruire e gestire il sapere. Ci intimò l’abbandono di qualsiasi attitudine nozionistica, e aggiunse che il nostro contenere non avrebbe dovuto essere sinonimo di contegno, che avremmo fatto bene a mantenerci incontenibili e incontentabili.
Ci mise in guardia. Alla ricerca non avremmo dovuto mai concedere la postura dell’affastellamento, che è sintomo di una posa sgraziata e inestricabile. Si raccomandò che l’accumulare non fosse randomico, ma sempre rizomatico, che si propagasse in maniera reticolare secondo la trama di una rete di senso.
Alberto ci guidò alla scoperta di una forma per noi nuova di piacere sinaptico. Ci confidò che a poco a poco avremmo imparato ad auto-sollecitarlo, ad auto-stimolarlo e, con un po’ di allenamento, anche a condividerlo.
Ma per tutto questo vi sarebbe stato un prezzo da pagare, soggiunse. Era da mettersi in conto la sconsolatezza che ci avrebbe pervasi, un sentimento che – chi conserva una buona memoria emotiva se ne ricorderà – è proprio dei capricci irrazionali dell’infanzia.
A breve saremmo stati adombrati dal greve struggimento di una consapevolezza non più estirpabile: abbiamo tutto, non vogliamo niente; cerchiamo tutto, non sappiamo niente.
Alberto disse che non avremmo dovuto cedere alle pulsioni dei nostri istinti intellettuali appena risvegliati, che di fronte alla fame spasmodica della ragione avremmo fatto bene ad auto-imporci una dieta equilibrata, per scongiurare il rischio di uno di quei disturbi che sono effetti collaterali dell’alimentare troppo, o troppo poco, l’apprendimento.
Mi ricordai di Goya, del sonno della ragione che genera mostri, e mi fece tremare l’ipotesi di una fame della ragione che in egual modo avrebbe potuto renderci mostruosi. Mi domandai se fosse inevitabilmente destinata alla mostruosità ogni appropriazione degli istinti corporali da parte della ragione.
La prospettiva di vedere le nostre menti espanse verso confini non più tracciabili, di sentirci trasformati in contenitori mai pieni, in stomaci mai sazi, ci condusse – qualcuno nell’immediato, qualcun altro a poco a poco – a una sorta di delirio di onnipotenza. Avremmo saputo illimitatamente e senza sosta.
Venne poi il senso di impotenza che Alberto ci aveva preannunciato. Non ne avremmo mai avuto abbastanza, non saremmo mai stati abbastanza.
E sul confine tra un sentimento e l’altro scoprimmo un limbo di assoluto piacere e dolore, una di quelle aree grigie del sentire nelle quali si potrebbe anche vivere in eterno, in cerca dell’assuefazione completa e assoluta.
Quand’ero alle elementari, se mi si domandava quale fosse la cosa che mi spaventava di più in assoluto, rispondevo la vocazione. Vengo da una famiglia di tradizione appena timidamente cattolica, eppure l’idea di una chiamata a cui non si può non rispondere, a cui non si hanno i mezzi per resistere, nel contempo mi affascinava e mi inquietava. Avevo il terrore di ricevere la vocazione, temevo che in qualsiasi momento di distrazione il Signore avrebbe potuto mandarmi la sua chiamata e allora avrei dovuto per forza obbedire.
Certi giorni il rischio della vocazione mi ossessionava più del solito, non riuscivo a pensare ad altro. E se per caso di punto in bianco mi veniva in mente Dio, mi chiedevo è questa la vocazione?, ma mi rifiutavo di crederci. Poi però, con ancor più timore, mi domandavo che ne sarebbe stato di me se, in caso di vocazione, io non l’avessi riconosciuta o se, addirittura, l’avessi coscientemente ignorata. L’ho sempre attesa con la speranza che non arrivasse mai.
Quando a diciannove anni iniziai l’accademia, al termine di una lezione di pittura il mio insegnante, che era un artista, mi disse: – Tu sei uno dei miei orgogli. Tu hai talento.
Mi brillarono gli occhi. In quel momento per me lui era Dio e io, quasi senza riconoscerla, accolsi la vocazione all’arte.
Quattro anni dopo, di fronte ad Alberto che con una liturgia ben architettata battezzava le nostre menti rinate e liberate dal contenimento originale, mi scoprii politeista e ricevetti la seconda vocazione. Ancor più della prima volta, ne ebbi una paura enorme.
Ci apprestavamo entusiasti a diventare pozzi di sapere, senza immaginare quanto poco ci sarebbe bastato per tramutarci in fosse del sapere.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

Commenti

  1. Jacopo Zerbo

    (proprietario verificato)

    Ho assistito a una presentazione de I sorvolati a Milano, e ritengo che questo testo meriti davvero di vedere la luce. Ascoltando le parole dell’autrice, gli estratti che ci ha letto, ho riconosciuto una voce davvero partecipe della nostra contemporaneità, uno stile attento al dettaglio che mi ha conquistato.
    Non vedo l’ora di leggerlo tutto!

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Federica Mutti
Nata a Bergamo nel 1992, Federica Mutti è artista visuale, curatrice e scrittrice. Ha studiato all’Accademia di belle arti G. Carrara di Bergamo e alla NABA Nuova Accademia di Belle Arti di Milano. La sua ricerca indaga il rapporto tra intuizione, formalizzazione oggettuale e traduzione verbale dell’opera. Ha partecipato a diverse mostre collettive tra cui "The Great Learning" (La Triennale di Milano, 2017). Tra le sue mostre personali si ricordano "Mostra Macrocefala" (Galleria Placentia Arte, Piacenza, 2016) e "Sull'opera temperata" (Ars Arte+Libri, Bergamo, 2016). Dal 2017 è co-curatrice del programma espositivo di luogo_e, associazione culturale per l’arte contemporanea che ha contribuito a fondare a Bergamo. Nel 2019 il suo racconto "Quattro ragli, se ho pronunciato bene" è apparso nella raccolta "Le facoltà dell’asino", a cura di luogo_e e Lubrina Bramani Editore.
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