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I sorvolati

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In una scuola da tempo abbandonata si tengono ora misteriose lezioni, rivolte ai nati tra gli ultimi anni Ottanta e il Duemila. Sono sorvolati, spiegano loro i tutor: sorvegliati dall’alto, messi da parte.
Alle lezioni non ci si iscrive, si è reclutati senza possibilità di rifiuto. Così accade a N., artista visuale che, di nuovo tra i banchi, prende coscienza della condizione ornamentale della sua generazione, della sete insaziabile di saperi non spendibili che la caratterizza, delle insidie di un immaginario collettivo e pervasivo. Ma il sospetto è che ogni presa di coscienza nasconda in realtà una sottile forma di irretimento, mutuata dall’immediata affinità tra N. e il tutor Alberto.

N. rivelerà i segreti del campus che ha minato ogni sua certezza, ormai in bilico tra il coinvolgimento intellettuale provato fin da subito e il rifiuto dell’obiettivo controverso a cui tale coinvolgimento si scopre votato.

UNO

Siamo sorvolati, da tempo immemorabile.

Se non già da quando abbiamo preso a esistere, almeno da quando ha smesso di esserci posto per tutti.

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DUE

Con la matita scrissi “20 giugno 2017” in cima al frontespizio e saltai l’introduzione. Anche l’ultima lezione ormai era andata, pensai guardando distrattamente fuori dal finestrino. L’ultima lezione della specialistica e dunque, con tutta probabilità, l’ultima della mia vita.

Gli indifferenti. Cominciai a leggere, a immaginare Carla che in prima pagina istigava con il suo ditino la testa mobile di una porcellana cinese, un asino molto carico, il cui capo, se sollecitato, andava su e giù.1

1 Proprio quella sera cominciai la lettura di Alberto Moravia, Gli indifferenti, Bompiani, Milano, 2014.

Il treno rallentò all’improvviso a pochi metri dalla partenza, si fermò per alcuni minuti e poi riprese a muoversi. I disguidi ferroviari sono all’ordine del giorno, nessuno dei passeggeri si preoccupò. Qualcuno telefonò a casa perché i cari non si impensierissero, o perché iniziassero a mettere a tavola i bambini. Senza farci caso, io continuai a leggere e rileggere quelle righe in cui l’asino annuiva suo malgrado, come nella speranza che potesse imparare a dissentire.

Eravamo ormai vicini alla prima fermata, io dovevo scendere alla terza.

Il capotreno entrò nella carrozza.

«Signori, vi prego di non allarmarvi. Ripeto, non agitatevi. C’è un elicottero sui binari, un elicottero senza insegne. È atterrato qualche minuto fa. Si trova poco oltre la prossima stazione, a circa cento metri» disse.

L’espressione corrucciata sul suo volto tradiva una certa preoccupazione. Le pupille gli rimbalzavano da un punto all’altro tra i sedili, in cerca di un appiglio.

«Come ordinato dall’amministrazione, raggiungeremo la stazione, ma vista la vicinanza dell’elicottero, e dunque a tutela della vostra sicurezza, per il momento sono state bloccate le uscite e le porte che mettono in comunicazione tra loro le carrozze» aggiunse. Gli tremava la voce.

Specificò che sarebbe rimasto con noi, in collegamento telefonico con la cabina di guida: in quell’ultimo vagone gli altoparlanti non funzionavano. Nelle altre carrozze invece le comunicazioni sarebbero state trasmesse, come di norma, per via radiofonica.

Ci fermammo.

Non eravamo in molti a viaggiare su quel vagone. Sceglievo sempre l’ultimo proprio perché era il più vuoto, soprattutto la sera. A molti pendolari la sua vuotezza pareva poco sicura ma, per quanto mi riguardava, era il posto perfetto per una lettura quasi indisturbata.

Quella sera nella carrozza in fondo c’eravamo io, il capotreno, due uomini in eleganti abiti da ufficio probabilmente di ritorno da Milano, così come i due giovani seduti dietro di loro, che avevano tutta l’aria di essere studenti universitari all’incirca miei coetanei. C’erano una coppia di turisti di mezza età, coniugi tedeschi che si dirigevano verso i nostri laghi, un vecchio bergamasco di provincia di ritorno da chissà quale commissione e infine, raccolti in gruppo a metà della carrozza, sei signori, forse senegalesi, che non avendo capito l’annuncio iniziarono a vociare rumorosi. Fui io a tradurre la notizia in inglese, per loro e per i due tedeschi.

Uno dei senegalesi, l’unico a parlare un inglese e un italiano stentati, riportò il messaggio agli altri che non capivano nessuna delle due lingue, poi si rivolse agitato al capotreno.

«Ehi capo, quanto ancora qui?» chiese.

«Fino a che non saranno conclusi gli accertamenti e l’elicottero non sarà stato rimosso dai binari» rispose lui, intenzionato a sottrarsi a tutte le domande lecite delle quali non conosceva la risposta.

Tradussi anche questo e rimanemmo in silenzio, un silenzio breve, interrotto da un brusio che si irrobustì subito in un chiasso infernale. Nella loro lingua madre i senegalesi si lanciarono in un mare di considerazioni rimaste per noi incomprensibili, che si affastellarono l’una sull’altra in una forma di coro sgraziato più che di conversazione.

I due studenti erano fidanzati, si abbracciavano e baciavano in continuazione. Lui le sussurrava di stare tranquilla, lei rispondeva che l’importante era rimanere insieme.

Il capotreno, nervoso, telefonava e ritelefonava, senza mai ottenere risposta. Non si capiva se stesse cercando di mettersi in contatto con la cabina di comando o con qualche suo affetto, magari con la moglie o con i figli, compromettendo così l’unico mezzo di informazione dell’intera carrozza.

Gli uomini in completi da ufficio, uno ancora piuttosto giovane e di bell’aspetto, l’altro già anziano, a loro volta si confrontavano, alternando attimi di razionale lucidità a momenti in cui si lasciavano andare a ipotesi pessimistiche. Anche i loro tentativi di telefonare a casa furono vani. Da quando ci eravamo fermati in prossimità della stazione non c’era più campo, i telefoni erano fuori uso e connettersi a Internet era impossibile. Avevamo perso ogni contatto con la cabina del conducente e con il mondo fuori dal treno.

I due turisti parlottavano tra loro in un tedesco durissimo di cui di tanto in tanto riuscivo a carpire un numero o un colore, uniche reminiscenze di un corso di lingue ai tempi delle scuole medie. Sembravano molto spaventati.

L’anziano bergamasco invece, dopo aver bofonchiato qualche imprecazione, intraprese uno sproloquio in dialetto, con un’invettiva finale declamata in un italiano lento.

«Devono ricacciarli a casa, quegli schifosi!» gridò, e rivolse uno sguardo di sfida al gruppo di senegalesi.

Il vociare si fece ancora più intenso. Due dei signori africani si alzarono infuriati e si diressero verso il vecchio, che seguitava a brontolare e a gesticolare.

Il suo bastone, fintanto che egli rimaneva seduto, aveva perso la funzione di sostegno per assumere di volta in volta la postura di un’arma di difesa o di offesa, a seconda che egli stesse infierendo o ascoltando quelle risposte rimaste in lingua originale.

Intervenne uno dei due impiegati d’ufficio, il più giovane, il quale con un inglese impeccabile si rivolse all’uomo che comprendeva, se pure a stento, l’inglese e l’italiano e con fare pacificatore gli suggerì di lasciar stare, dopotutto quello era “un povero vecchio che non aveva mai visto il mondo e che non sapeva di cosa stesse parlando”.

L’africano allora si guardò attorno. Io e gli altri ragazzi lo osservavamo con fare di assenso, mentre il vecchio, che non aveva capito una sola parola, per qualche ragione si era calmato, forse persuaso che il bell’uomo in giacca e cravatta gli avesse dato manforte e che gli avversari l’avessero ascoltato per via del suo aspetto potente.

Il senegalese traduttore disse qualcosa ai suoi compagni di viaggio e tutti si rimisero a sedere. Io ero poco distante. Uno di loro mi sorrise, capii che tutto si era sistemato.

Il mio stato d’animo invece era tutt’altro che sistemato. Stavo per avere uno dei più colossali attacchi di panico di sempre. Lo sentii salire dai talloni ai polpacci, fino alle ginocchia. Pausa. Poi ripartì e mi solleticò l’intestino e la vescica, provai un impellente bisogno di andare in bagno e mi venne da vomitare. Era arrivato allo stomaco. Riuscii a trattenermi, perché con quella sensazione ho una certa consuetudine.

Dopo aver scombinato lo stomaco, il panico, ormai lo so a memoria, mi entra nelle braccia e si ferma per qualche istante in un punto preciso tra il gomito e il polso, dove mi si scatena un prurito e, se gratto, si attiva un altro centro nervoso connesso alla peristalsi esofagea, allora mi viene ancora da vomitare. Di solito smetto subito di grattare e sale su nell’avambraccio, il sinistro fa addirittura male. Il panico si tramuta in sospetto d’infarto. Ma ormai anche questa è un’abitudine, mi dico che è un niente come le altre volte. Allora sale. Il panico arriva alla gola e non posso respirare, deglutire, vomitare. Vorrei gridare o espirare, ma non ci riesco. Sono completamente in gola, tutto il mio essere si autodeglutisce, e non capisco più cosa stia accadendo. Così succede di solito e così avvenne anche quella sera.

Gli altri avanzarono ipotesi di ogni genere, ma una su tutte annebbiò la carrozza: attentato. Erano terrorizzati all’idea. Io sentivo le loro voci, ma non riuscivo più a discernere che cosa si stesse dicendo. La mia patologica claustrofobia riuscì a far apparire l’ipotesi di un attentato un’esagerata fantasia in confronto alla sciagura di non potermene andare, di non poter uscire fuori. Mi sembrava di impazzire, non potevo fare niente. Anche le finestre erano bloccate. L’estate era appena iniziata, l’aria condizionata era accesa al massimo della potenza. Sentivo molto freddo.

Andai a rinchiudermi nel bagno della carrozza, mi serviva un posto dove poter piangere e magari gridare.

Aria, avevo bisogno di aria, una vera e propria fame.

In bagno ci restai poco, chiudermi in un bugigattolo ancora più piccolo non era stata in fondo una buona idea. E la puzza era infernale. Rimasi in piedi, facendo attenzione a non toccare nulla. Guardai il mio viso riflettersi nel piccolo specchio scheggiato, mi lasciai andare a un gemito di pianto isterico appena sussurrato, che mi deformò per qualche attimo i lineamenti. Ecco come divento quando cedo all’irrazionalità, mi dissi.

Non appena mi parve di essere di nuovo “morfologicamente normale”, uscii e interrogai il capotreno, per sincerarmi che non ci fossero novità, allora mi accomodai su un sedile abbastanza distante da tutti i miei compagni di viaggio. Dopo aver controllato che nessuno mi stesse guardando, strappai dalla sua sede uno dei martelletti per fendere i finestrini in caso di emergenza, mi diressi verso la porta di uscita e ne sfondai il vetro con tre colpi decisi. Quando il capotreno e gli altri accorsero spaventati, il vetro era già in frantumi. Eravamo liberi.

«Non avevo scelta,» mi giustificai «stavo per impazzire.»

In fondo l’avevo fatto anche per il loro bene, aggiunsi.

Il capotreno era adirato, gridò che stavo mettendo tutti in pericolo e che, non essendo chiarite le circostanze dell’inconveniente, non era saggio uscire. Ma per me era l’unica cosa importante in quel momento. Saltai fuori dal finestrino rotto, mi ferii leggermente la mano sinistra che avevo usato come leva per scavalcare la porta.

Con scarsa o nessuna considerazione per l’eventuale pericolo da cui il treno aveva potuto proteggermi fino a quel momento, mi sentii subito meglio, la sensazione dell’aria-non-condizionata sulla pelle e la certezza di poter andare via mi calmarono. Anche la temperatura tornò sopportabile, fu come ritrovare la libertà dopo una lunga prigionia in una cella frigorifera.

Stava iniziando a tramontare.

Attraversai i binari uno e due, in pochi balzi agili e silenziosi raggiunsi l’edificio fatiscente della stazione. Lanciai un rapido sguardo davanti a me. Vidi in lontananza un corpo lucente sui binari. I riflessi delle luci segnaletiche della ferrovia mi impedirono di distinguerne con esattezza la sagoma e il colore, ma non ebbi alcun dubbio, era l’elicottero.

Attraversai l’edificio e sbucai sulla strada che correva parallela alla linea ferroviaria. Superai di qualche metro la stazione, camminai fino a che il mio cellulare ritornò in funzione.

Il mio istinto di tornare subito a casa iniziò a farsi sentire. Avrei potuto chiamare mio padre, che lavorava a pochi minuti in auto da lì, probabilmente era ancora in officina. O avrei potuto chiamare mia madre, che di certo era a casa a preparare la cena, sarebbe arrivata in un quarto d’ora al massimo. Ma quando mi coglie il pensiero di dover tornare subito a casa, non c’è nulla che mi faccia sentire più “di ritorno” che partire immediatamente, anche se a piedi ci vorrà senza dubbio più tempo. Stare ad aspettare mi getta in una pena inconsolabile.

Non chiamai nessuno. Pensai che di certo avrebbero telefonato loro di lì a poco, una volta constatato che non li avevo avvisati del mio arrivo in stazione al solito orario.

Procedendo sul marciapiede verso casa, provai a cercare l’elicottero con lo sguardo. Non riuscii a vederlo, pochi metri dopo la stazione la vista dei binari era interrotta da un’alta siepe.

Mi voltai. Realizzai che dietro di me c’erano altre persone, altri passeggeri che avevano avuto il mio stesso impulso a uscire. Mi sorprese che fossero tutti pressappoco miei coetanei.

«Fermatevi, non è sicuro uscire così!» mi raggiunsero le grida del capotreno.

Seguì una serie di imprecazioni e insulti. Sembrava più irritato per l’insubordinazione che preoccupato per il pericolo.

Mi tornò alla mente l’immagine che egli stesso era venuto a offuscare, quella figura d’asino di porcellana che la Carla di Moravia continuava imperterrita a far annuire con la forza. Mi ricordai della forza uguale e contraria con cui avevo cercato, leggendo e rileggendo, di far dissentire l’animale appellandomi a chissà quale potere telecinetico.

Le urla dell’uomo alle nostre spalle non cessavano, forse altri viaggiatori stavano seguendo le nostre orme. E lui s’arrabbiava e sbraitava. Eravamo un branco di asini che tutt’a un tratto si erano messi a dissentire all’unisono.

Soltanto parecchi metri più avanti smisi di sentire la sua voce, sovrascritta dal canto delle cicale e dai rumori del poco traffico che si può trovare nei piccoli centri di provincia all’ora di cena.

Continuai a camminare verso casa, con la certezza della telefonata che avrei ricevuto: “Pronto, sono io. Dove sei? Non mi avevi detto che avresti tardato stasera”.

Invece non chiamò nessuno.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

Commenti

  1. Jacopo Zerbo

    (proprietario verificato)

    Ho assistito a una presentazione de I sorvolati a Milano, e ritengo che questo testo meriti davvero di vedere la luce. Ascoltando le parole dell’autrice, gli estratti che ci ha letto, ho riconosciuto una voce davvero partecipe della nostra contemporaneità, uno stile attento al dettaglio che mi ha conquistato.
    Non vedo l’ora di leggerlo tutto!

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Federica Mutti
(Bergamo, 1992) è artista visuale, curatrice e scrittrice. Ha studiato all’Accademia di belle arti G. Carrara di Bergamo e alla NABA di Milano. La sua ricerca artistica indaga il rapporto tra intuizione, formalizzazione oggettuale e traduzione verbale dell’opera. Tra le sue mostre personali si ricorda Mostra Macrocefala (Galleria Placentia Arte, Piacenza, 2016), e tra le mostre collettive The Great Learning (La Triennale di Milano, 2017). Dal 2017 è co-curatrice del programma espositivo di luogo_e, associazione culturale per l’arte contemporanea che ha contribuito a fondare a Bergamo. Nel 2019 il suo racconto Quattro ragli, se ho pronunciato bene è apparso nella raccolta Le facoltà dell’asino, edito da Lubrina Bramani Editore.
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