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Il Divorasentieri

Scelto da Roberta Lucaccini
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Consegna prevista Giugno 2020

Due mondi legati da un delicato equilibrio che sta per essere spezzato. Nel Sopramondo esiste la vita che tutti conosciamo, mentre a Sandalia esistono creature prodigiose e vita e morte hanno lo stesso significato. Tiago dovrà guidare un disperato assalto per fermare l’ombra dilagante, con lui una compagnia di fedeli alleati e contro di lui il terribile esercito guidato dalla follia del Primo Uomo. Questa epica avventura attraverserà luoghi meravigliosi, sotto il cielo sconfinato di Sandalia fino all’ultima battaglia per salvare il Divorasentieri e per scoprire che il male non sempre si presenta con il suo vero volto.

Perché ho scritto questo libro?

Ho sempre annotato i pensieri e i ricordi di quando, da bambino, camminavo per gli uliveti della Sardegna con mio nonno o quando la notte mi insegnava i nomi delle stelle. Raccoglievo le sensazioni delle avventure che immaginavo di vivere, trasformando con la fantasia quel mondo fino a farlo diventare Sandalia. Non ho mai smesso di farlo fino ad ora e scrivere questo romanzo era la naturale celebrazione di tutti i luoghi e delle persone che amo.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Capitolo I

Roccapina

Le scintille riflesse dal sole, che lento si avvicinava all’orizzonte, infiammavano la superficie del mare. L’acqua era appena increspata dal vento lieve e le onde si allungavano quiete sulla sabbia dorata della riva. Lì, i pochi bagnanti si godevano il tepore degli ultimi istanti di luce. In fondo alla spiaggia una fitta boscaglia di pini e ginepri, sinuosa come la schiena di una donna addormentata, s’inerpicava tra due alti speroni di roccia a picco sul mare. In cima alla scogliera più a sud era incastonato Roccapina, un antico borgo edificato ai tempi in cui eserciti e predoni solcavano le meravigliose acque del Mediterraneo. Alte mura di cinta intonacate di bianco abbracciavano piccole case addossate una all’altra. Avevano le facciate bruciate dal sole e macchiate dalla schiuma delle onde portata dal vento di terribili tempeste. I vicoli tra le abitazioni, fitti ed intricati come un tramaglio, si diramavano dalla larga via centrale che portava il nome del vento di maestro. Quello che scolpiva la pietra e piegava i tronchi degli alberi, quello che gli abitanti di Roccapina da sempre chiamavano “il vento nostro”.

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Tre torri lungo le mura dominavano da ovest a nord il golfo. Ad est invece, dove la boscaglia risaliva dalla spiaggia, un imponente torrione merlato vegliava sull’unica strada che, attraverso il vasto altopiano, si snodava nell’entroterra dell’isola fino all’imponente Monte di Ferro.

Le torri ormai erano solo una testimonianza dei gloriosi giorni in cui Roccapina costituiva il primo baluardo a difesa dell’isola. Nessuno si sporgeva più oltre il loro parapetto per avvistare vele nemiche tra le onde o eserciti in marcia lungo la stretta via da terra. I vecchi del paese continuavano a narrare le storie tramandate dai loro nonni, ma oramai a pochi interessavano quei racconti, la fretta del mondo moderno iniziava a contaminare la vita degli abitanti del paese. In ogni caso il luogo migliore dove poter scovare qualcuno che ancora avesse memoria di quei fatti era l’antica Locanda del Maestrale. Era uno strano locale nascosto nella macchia poco distante dalla spiaggia, costruito sotto ad una enorme pianta di ginepro chiusa ai lati da basse pareti di canne legate con la lenza da pesca. Dai rami pendevano fili di lampadine a incandescenza che illuminavano una mezza dozzina di tavolacci in legno con due panche ciascuno sui lati. Ogni sera lì si ritrovavano i pescatori e gli anziani del paese. Le loro voci si mischiavano con il suono scoppiettante del generatore di corrente che alimentava le luci e due frigoriferi antidiluviani dove erano stipate birre e fiasche di vino bianco dolce che i locali chiamavano Ambra.

Fu nel riflesso del vetro di uno di quei frigoriferi che Tore notò una sagoma conosciuta.

Non era la prima volta che vedeva quei capelli ricci intricati come rovi, ma furono i larghi occhi scuri che lo fissavano a fargli rintracciare nella memoria il nome che apparteneva a quel volto. Sorrise senza voltarsi, afferrò il bicchiere e bevve l’ultimo sorso.

«Stai lì in piedi come un pesce a seccare o mi versi da bere, ragazzo?»

«Cosa bevi vecchio?» chiese Tiago mentre le altre persone sedute ai tavoli lo scrutavano parlottando tra loro.

«Ambra, cosa devo bere? La bevo da quando avevo otto anni» rispose bruscamente il vecchio, mentre si girava a squadrare il giovane sbattendo il pugno sul tavolo.

«Per farti coraggio quando andavi per mare da bambino» gli fece eco Tiago tentando di non ridere.
«Quando le onde erano alte davvero e le barche piccole davvero, non come quei mostri di latta che si usano adesso» gracchiò Tore. «Mi hai fatto venire sete maledetto insolente di un ragazzino di città» gli disse agitando in aria il bicchiere vuoto.

Tiago si mosse verso il frigo e nel passargli accanto poggiò una mano sulla sua spalla.

«Fa piacere anche a me rivederti, vecchio.» Le rughe sotto agli occhi chiari di Tore erano umide mentre sorrideva in silenzio con il capo chino. Agitò di nuovo il bicchiere e il ragazzo prese dal frigorifero una fiasca di Ambra ed un bicchiere per sé dalla mensola accanto.

«Da oggi potrò vantarmi di aver fatto piangere il grande capitano Tore, il più coraggioso tra tutti noi, terrore dei mari e delle locande» ridacchiò amichevolmente Tiago, sedendosi di fronte a Tore. Il vecchio si asciugò gli occhi e cercò di raddrizzare la schiena curvata dagli anni e dalle fatiche in mare, mentre il ragazzo stappava la bottiglia. «Un dito vero?» gli domandò.

«Un dito in piedi!» si affrettò a specificare il vecchio, piantando l’indice sul tavolo, dritto accanto al bicchiere. Scoppiarono a ridere insieme e col vetro riempito fino all’orlo brindarono.

«Voi gente di città avete troppa voglia di fare gli spiritosi,» lo ammonì con tono scherzoso Tore mostrando il sorriso sdentato «e si fa fatica a riconoscervi. Guarda che faccia grigia che hai, siete tutti uguali, come le sardine.»

«Deve essere per questo che nessuno mi ha riconosciuto» convenne Tiago guardandosi attorno mentre beveva un altro sorso di vino. Gli occhi degli avventori erano ancora puntati su di loro, soprattutto su di lui. «Avete intenzione di stare lì a fissarci ancora per molto o qualcuno si degna di venire qui a salutare?» li apostrofò il vecchio pescatore. «È Tiago! Il nipote di nonna Irenea.»

Calò per un breve istante un silenzio stupito, poi gli schiamazzi e i brindisi esplosero fragorosi. Alcuni si avvicinarono per stringergli la mano e complimentarsi senza un motivo preciso. Altri per la semplice curiosità di studiare meglio il volto magro di quell’uomo da cui tuttavia si riconoscevano ancora i lineamenti del bambino che avevano visto crescere prima che lasciasse il paese.

Quando l’euforia si placò e gli ultimi brindisi tintinnarono contro il bicchiere del ragazzo, il vecchio che aveva osservato in disparte la scena sorrise esibendo le gengive sdentate.

«Visto? Gente semplice, basta provocarli e il silenzio diventa una festa.» Così dicendo Tore spinse il bicchiere vuoto verso il ragazzo che versò un altro “dito” di Ambra. «Molti non sanno davvero chi tu sia, eppure ti hanno salutato come se ti conoscessero da sempre.»
«Avranno tempo di conoscermi» rispose Tiago.

«Che vuoi dire?»
«Sono qui per restare.»
«Qui per restare? Mi prendi in giro?»
«Nulla mi trattiene in continente.»

Tore sospirò e finì d’un fiato l’Ambra che il ragazzo gli aveva appena versato, ne chiese ancora. Tiago ingollò il suo bicchiere e poi li riempì entrambi di nuovo. «Cos’hai? Cosa c’è adesso?» chiese al vecchio.

«Qui non ti è rimasto nessuno, a parte questo povero uomo consumato dal sole e dal vento. Cosa farai? Il pescatore anche tu?»

«Anche quello, se necessario. E tu basti e avanzi per quanto il mio fegato possa sopportare.» Tiago scoppiò in una risata sonora mostrando la bottiglia quasi vuota, ma rise solo. Tore lo fissava preoccupato.

«Hai la stessa testa matta di tua madre» borbottò il vecchio stringendo il bicchiere tanto che la pelle delle mani, dura come il cuoio, sbiancò. «Era come una figlia per me e sapere che tu avevi avuto una possibilità lontano da questa miseria, mi faceva felice.»
«Quale opportunità?»

«Quella di non vedere morire questo posto dimenticato, abbandonato dai giovani, logorato dai turisti a caccia di storielle e di abbronzatura.»

«Tore, ho già fatto la mia scelta, non è stato semplice, ma era l’unica cosa da fare.»
«L’unica cosa da fare? Scherzi vero? Che scelta hai qui oltre alla fatica e alla rete vuota ad ogni calata? Nessuno lavora più la terra e pochi lavorano il mare. Aprono negozi di fesserie per vacanzieri e botteghe di vino che puzza di petrolio, non nasce un bambino da più di un anno.»
«Be’, uno è tornato?»

«Tu non sei un bambino, Tiago. Torna in città e tieni un buon ricordo di questo mondo, di me,» il vecchio gli strinse la mano affettuosamente e lo guardò sorridendo «torna e fai di tutto per cambiare la tua vita come tu la vuoi, ma lontano da qui.»

«Sai, non posso dire che la mia vita fosse brutta o complicata: un lavoro comodo e sicuro, una casa calda in inverno e fresca in estate. Ma non faceva per me, mi sentivo schiacciato, angosciato… Non era vivere.»

Tore lo scrutava con attenzione, l’espressione dura del suo volto sembrava scolpita su un vetusto ceppo di legno. Ritirò la mano e sospirò. Tiago sperava che avrebbe capito. Bevve ancora un sorso di Ambra. «Io penso che se vuoi davvero vivere devi trovare il coraggio per smettere di sopravvivere. Se ti limiti a pensare che un giorno tutto cambierà, il tempo passa e le cose restano uguali e semplicemente fai sempre più fatica e infine ti accorgi che non ti dispiace perdere ciò che ti resta. Magari questo cambiamento sarà il mio più grande errore, e anche se mi diranno che sono stato stupido e sconsiderato sarà comunque una mia libera scelta, il resto non conta.»

«Sei come tua madre, avete la stessa testa» gli ripeté il vecchio sbuffando.
«È una cosa brutta?»

«No, era la cosa che più amavo di lei, quell’imprevedibile testa matta.» Tore sollevò il bicchiere e con il fondo del vetro toccò quello di Tiago.

Il vino non era forte, ma tutti quei brindisi cominciavano a farsi sentire, la testa si alleggeriva e i ricordi lentamente affioravano. Tiago cercava attorno a sé facce conosciute, ma anche lui faticava a dare un nome agli sguardi che tra una chiacchiera e l’altra incrociavano il suo.

Lo fissava con insistenza un ragazzo circa della sua età con una folta barba scura, la pelle abbronzata e le mani segnate dalle maglie di nylon delle reti da pesca. Le mani di Tore dovevano essere state così, benché ora apparissero callose come il tronco di una quercia da sughero e i tagli cicatrizzati si confondessero con i segni del tempo. Il giovane pescatore aveva un’espressione familiare, a Tiago non erano nuovi soprattutto i piccoli occhi neri che lo fissavano stretti sotto alle folte sopracciglia, quasi provasse disprezzo e fastidio.

«Chi è quello?» chiese al vecchio indicandolo con un cenno del mento.

Tore si voltò per capire a chi si riferisse: «È il figlio del figlio di compare Alfredo, tuo cugino». «Fedro?»

Il vecchio annuì e subito Tiago invitò al tavolo con loro il cugino, che riluttante si alzò dalla panca soltanto dopo varie insistenze.

«Non sembra felice di vedermi» sussurrò al vecchio mentre Fedro si avvicinava minaccioso ciondolando come un orso.

«È sempre ingrugnato quello, se ti provoca non dargli corda» rispose Tore versandosi in fretta da bere.

Fedro si accomodò di fronte a Tiago che gli porse la mano sorridente, lui la strinse con forza senza dire nulla. Tiago si allungò all’indietro sulla sedia nel tentativo di afferrare un altro bicchiere vuoto senza alzarsi.

«Lascia stare, non voglio da bere» irruppe la voce profonda di Fedro che teneva le braccia incrociate sul petto.

«Come vuoi. Come stai cugino?» rispose Tiago rimettendosi comodo sulla sedia, sempre più stupito da quella ostilità che non riusciva a motivare.
«Sto come mi pare, tu cosa ci fai qui?»

«Fedro!» lo ammonì Tore sbattendo il bicchiere sul tavolo, avendo la cura di non versare però nemmeno una goccia di vino.

«Che c’è? Dovrei far finta come tutti di essere contento di rivedere il principino?» «Principino?» ripeté Tiago infastidito.

19 ottobre 2019

Aggiornamento

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Dionisio Pascarella
Sono Dionisio, nato a Milano. Sono un lettore piuttosto onnivoro, appassionato di fantasy, un genere che ho continuato a leggere con costanza, quando non ero alle prese con giochi di ruolo testuali. Scrivere mi permette di avventurarmi in nuove realtà, di dare ai miei sogni, alle mie riflessioni, una dimensione più materiale e concreta da condividere anche con altri.
Sono sposato con Valentina e papà della piccola Emma.
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