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Il Divorasentieri

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Tiago è un giovane disilluso che non crede più in nulla. Ma quando la sua vita giunge al termine, davanti ai suoi occhi si apre Sandalia, un luogo misterioso perennemente illuminato dalla luce lunare e popolato da creature fantastiche. Qui è dove si dirigono, dopo la morte, le anime degli esseri umani, per poter essere ripulite della loro memoria e rispedite sulla terra dal Divorasentieri, un’entità che dona nuova vita e permette di ricominciare. Un ciclo energetico tanto stupefacente quanto delicato, che rischia di essere interrotto per sempre dalla sete di vendetta di Adamo, un’ombra crudele e spietata, condannata a conservare per l’eternità tutti i ricordi più dolorosi delle sue innumerevoli vite passate. Tiago, nuovo Custode di Sandalia, deve impedire che il Divorasentieri venga distrutto. E preservare l’incontaminata e fragile bellezza di un mondo che chiede il suo aiuto.

Roccapina

Le scintille riflesse dal sole, che lento si avvicinava all’orizzonte, infiammavano la superficie del mare. L’acqua era appena increspata dal vento lieve e le onde si allungavano sulla sabbia dorata della riva. Lì i pochi bagnanti si godevano il tepore degli ultimi istanti di luce. In fondo alla spiaggia una fitta boscaglia di pini e ginepri, sinuosa come la schiena di una donna addormentata, s’inerpicava tra due alti speroni di roccia a picco sul mare.

In cima alla scogliera più a sud era incastonato Roccapina, un antico paese costruito ai tempi in cui eserciti e predoni solcavano le meravigliose acque del Mediterraneo. Alte mura di cinta intonacate di bianco abbracciavano piccole case addossate l’una sull’altra. Avevano le facciate bruciate dal sole e macchiate dalla schiuma delle onde, portata dal vento di molte tempeste. I vicoli tra le abitazioni, fitti e intricati come un tramaglio, si diramavano dalla larga via centrale che portava il nome del vento di maestro. Quello che scolpiva la pietra e piegava i tronchi degli alberi, quello che gli abitanti di Roccapina da sempre chiamavano Vento Nostro.

Tre torri lungo le mura dominavano il golfo da sud a nord. A ovest invece, dove la boscaglia risaliva dalla spiaggia, un imponente torrione merlato vegliava sull’unica strada che, attraverso il vasto altopiano, si snodava nell’entroterra dell’isola fino all’imponente Monte di Ferro.

Le torri ormai erano solo una testimonianza dei gloriosi giorni in cui Roccapina costituiva il primo baluardo a difesa dell’isola. Nessuno si sporgeva più oltre il loro parapetto per avvistare vele nemiche tra le onde o eserciti in marcia lungo la stretta via da terra. I vecchi del paese continuavano a narrare le storie tramandate dai loro nonni, ma ormai a pochi interessavano quei racconti, la fretta del mondo moderno iniziava a contaminare la vita degli abitanti del borgo.

In ogni caso, il luogo migliore dove poter scovare qualcuno che ancora avesse memoria di quei fatti era l’antica Locanda del Maestrale. Sorgeva nel mezzo della macchia poco distante dalla spiaggia, costruita sotto una enorme pianta di ginepro e chiusa ai lati da basse pareti di canne legate con la lenza da pesca. Dai rami pendevano fili di lampadine a incandescenza, che illuminavano una mezza dozzina di tavolacci in legno con due panche ciascuno sui lati. Ogni sera lì si ritrovavano i pescatori e gli anziani del paese. Le loro voci si mischiavano con il suono scoppiettante del generatore di corrente, che alimentava le luci e due frigoriferi antidiluviani, dove erano stipate birre e fiasche di vino bianco dolce, che i locali chiamavano Ambra.

Fu nel riflesso del vetro di uno di quei frigoriferi che Tore notò una silhouette conosciuta.

Non era la prima volta che vedeva quei capelli ricci intricati come rovi, ma furono i larghi occhi scuri che lo fissavano a fargli rintracciare nella memoria il nome che apparteneva a quel volto. Sorrise senza voltarsi, afferrò il bicchiere e bevve l’ultimo sorso.

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«Stai lì in piedi come un pesce a seccare o mi versi da bere, ragazzo?»

«Cosa bevi, vecchio?» chiese Tiago, mentre le altre persone sedute ai tavoli lo scrutavano parlottando tra loro.

«Ambra, cos’altro dovrei bere? La bevo da quando avevo otto anni» rispose bruscamente il vecchio, mentre si girava a squadrare il giovane sbattendo il pugno sul tavolo.

«Per farti coraggio, quando andavi per mare da bambino» gli fece eco Tiago, tentando di non ridere.

«Quando le onde erano alte davvero e le barche piccole davvero, non come quei mostri di latta che si usano adesso» gracchiò Tore. «Mi hai fatto venire sete, maledetto insolente di un ragazzino di città» gli disse agitando in aria il bicchiere vuoto.

Tiago si mosse verso il frigo e nel passargli accanto poggiò una mano sulla sua spalla.

«Fa piacere anche a me rivederti, vecchio.»

Le rughe sotto agli occhi chiari di Tore erano umide, mentre sorrideva in silenzio con il capo chino. Agitò di nuovo il bicchiere e il ragazzo prese dal frigorifero una fiasca di Ambra e un bicchiere per sé dalla mensola accanto.

«Non ti sarai mica commosso? Non sono qui nemmeno da un giorno e già mi tocca vedere il grande capitano in questo stato» ridacchiò amichevolmente Tiago, sedendosi di fronte a Tore. Il vecchio si asciugò gli occhi e cercò di raddrizzare la schiena curvata dagli anni e dalle fatiche in mare, mentre il ragazzo stappava la bottiglia. «Un dito, vero?» gli domandò.

«Un dito in piedi!» si affrettò a specificare il vecchio, piantando l’indice sul tavolo, dritto accanto al bicchiere. Scoppiarono a ridere insieme e col vetro riempito fino all’orlo brindarono.

«Voi gente di città avete troppa voglia di fare gli spiritosi» lo ammonì con tono scherzoso Tore, mostrando il sorriso sdentato. «Si fa fatica a riconoscervi. Guarda che faccia grigia che hai, siete tutti uguali, come le sardine.»

«Pare che tu sia l’unico ad avermi riconosciuto» convenne Tiago, guardandosi attorno mentre beveva un altro sorso di vino. Gli occhi degli avventori erano ancora puntati su di loro, soprattutto su di lui.

«Ronzate attorno come mosche e nessuno che si alzi a presentarsi!» li apostrofò il vecchio pescatore. «È Tiago! Il nipote della vecchia Irenea!»

Calò per un breve istante un silenzio stupito, poi gli schiamazzi e i brindisi esplosero fragorosi. Alcuni si avvicinarono per stringergli la mano e complimentarsi, senza sapere bene di cosa. Altri per la semplice curiosità di studiare meglio quel volto magro e duro, da cui tuttavia trapelavano ancora i lineamenti del bambino che avevano visto crescere prima che lasciasse il paese.

Quando l’euforia si placò e gli ultimi brindisi tintinnarono contro il bicchiere del ragazzo, il vecchio, che aveva osservato in disparte la scena, sorrise esibendo le gengive sdentate.

«Visto, gente semplice, basta provocarli e il silenzio diventa una festa.» Così dicendo Tore spinse il bicchiere vuoto verso il ragazzo, che versò un altro dito di Ambra. «Molti non sanno nemmeno chi tu sia, eppure ti hanno salutato come se ti conoscessero da sempre.»

«Avranno tempo di conoscermi» rispose Tiago.

«Che vuoi dire?»

«Sono qui per restare.»

«Qui per restare? Mi prendi in giro?»

«Nulla mi trattiene nel continente.»

Tore sospirò e finì d’un fiato l’Ambra che il ragazzo gli aveva appena versato, ne chiese ancora. Tiago ingollò il suo bicchiere e poi li riempì entrambi di nuovo.

«Cos’hai? Cosa c’è adesso?» chiese al vecchio.

«Qui non ti è rimasto nessuno, a parte questo povero uomo consumato dal sole e dal vento. Cosa farai? Il pescatore anche tu?»

«Anche quello, se necessario. E tu basti e avanzi, almeno finché il mio fegato regge.» Tiago scoppiò in una risata sonora, mostrando la bottiglia quasi vuota, ma rise da solo. Tore lo fissava preoccupato.

«Hai la stessa testa matta di tua madre» borbottò il vecchio, stringendo il bicchiere tanto che la pelle delle mani, dura come il cuoio, sbiancò. «Era come una figlia per me e sapere che tu avevi avuto una possibilità lontano da questa miseria mi rendeva felice.»

«Quale opportunità

«Quella di non vedere morire questo posto dimenticato, abbandonato dai giovani, logorato dai turisti a caccia di storielle e di abbronzatura.»

«Tore, il mio non è un capriccio, ma una scelta pensata e voluta fortemente.»

«Che scelta hai qui, oltre alla fatica e alla rete vuota a ogni calata? Nessuno lavora più la terra e pochi lavorano il mare. Aprono negozi di fesserie per vacanzieri e botteghe di vino che puzza di petrolio, non nasce un bambino da più di un anno.»

«Be’, uno è tornato, no?»

«Tu non sei un bambino, Tiago. Torna in città e tieni un buon ricordo di questo posto, di me.» Il vecchio gli strinse la mano affettuosamente e lo guardò sorridendo. «Torna e fai di tutto per cambiare la tua vita come tu la vuoi, ma lontano da qui.»

«Sai, ho pensato tanto alla fortuna della vita che ho condotto fino a ieri, mi son sentito in colpa a lungo, sin da quando ho iniziato a considerare l’ipotesi di ritornare qui, rinunciando a tutto ciò che molti desiderano: un lavoro comodo e sicuro, una casa calda in inverno e fresca in estate.»

Tore lo scrutava con attenzione, l’espressione dura del suo volto sembrava scolpita su una lastra di pietra. Ritirò la mano e sospirò. Tiago sperava che avrebbe capito. Bevve ancora un sorso di Ambra.

«Alla fine però, se vuoi vivere devi fare di tutto per smettere di sopravvivere. Se ti limiti a pensare che un giorno tutto cambierà, il tempo passa e le cose restano uguali… fai solo più fatica. A quel punto ti accorgi che non ti dispiace perdere quello che ti resta. Magari questo cambiamento sarà la mia rovina, probabilmente mi diranno che sono stato uno stupido, ma sarà comunque una mia libera scelta e tanto basta.»

«Sei come tua madre, avete la stessa testa» gli ripeté il vecchio sbuffando.

«È una cosa brutta?»

«No, era la cosa che più amavo di lei, quell’imprevedibile testa matta.» Tore sollevò il bicchiere e con il fondo del vetro toccò quello di Tiago.

Il vino era leggero, ma tutti quei brindisi cominciavano a farsi sentire, la testa si alleggeriva e i ricordi lentamente affioravano. Tiago cercava attorno a sé facce conosciute, ma anche lui faticava a dare un nome agli sguardi che tra una chiacchiera e l’altra incrociavano il suo.

Lo fissava con insistenza un ragazzo che aveva circa la sua età, con una folta barba scura, la pelle abbronzata e le mani segnate dalle maglie di nylon delle reti da pesca. Le mani di Tore dovevano essere state così, benché ora apparissero callose come il tronco di una quercia da sughero e i tagli cicatrizzati si confondessero con i segni del tempo. Il giovane pescatore aveva un’espressione familiare, a Tiago non erano nuovi soprattutto i piccoli occhi neri stretti sotto le folte sopracciglia che lo fissavano, quasi provasse disprezzo e fastidio.

«Chi è quello?» chiese al vecchio, indicandolo con un cenno del mento.

Tore si voltò per capire a chi si riferisse. «È il figlio del figlio di compare Alfredo, tuo cugino.»

«Fedro?»

Il vecchio annuì e subito Tiago invitò al tavolo con loro il cugino, che riluttante si alzò dalla panca soltanto dopo varie insistenze.

«Non sembra felice di vedermi» sussurrò al vecchio mentre Fedro si avvicinava minaccioso, ciondolando come un orso.

«È sempre ingrugnato quello, non dargli corda» rispose Tore versandosi in fretta da bere.

Fedro si accomodò di fronte a Tiago, che gli porse la mano sorridente, lui la strinse con forza senza dire nulla. Tiago si allungò all’indietro sulla sedia nel tentativo di afferrare un altro bicchiere vuoto, senza alzarsi.

«Lascia stare, non voglio da bere» irruppe la voce profonda di Fedro, che teneva le braccia incrociate sul petto.

«Come vuoi. Come stai, cugino?» rispose Tiago rimettendosi comodo sulla sedia, sempre più stupito da quella ostilità che non riusciva a motivare.

«Cosa ci fai qui?»

«Fedro!» lo ammonì Tore sbattendo il bicchiere sul tavolo, avendo però la cura di non versare nemmeno una goccia di vino.

«Che c’è? Dovrei far finta come tutti di essere contento di rivedere il nostro caro principino

«Principino?» ripeté Tiago infastidito.

«Sì, il caro principino di città, come mai torni qui dopo tutto questo tempo? Per sbatterci in faccia la tua bella vita?»

«Non capisco se scherzi o se sei serio… cugino.»

«Vuoi scoprirlo?»

«Sei ubriaco» tagliò corto Tiago, distogliendo lo sguardo scocciato.

«È qui per restare, quindi vedi di startene tranquillo e di non fare il maleducato. Se non ti va bene stattene nel tuo brodo, e così farà lui» lo mise al corrente Tore.

«Per restare? Qui lui non c’entra nulla, nessuno lo vuole. Tutti sanno chi sei» incalzò Fedro con tono provocatorio.

«E quindi? Spiegati meglio. Non capisco dove sia il problema. A ogni modo, qualunque esso sia, ammesso che esista, sono pronto ad affrontarlo» replicò gelido Tiago.

«Tutti sanno quello che hai fatto: hai aspettato che tua madre morisse per scappare, per fregartene di tutto. Non sei un uomo.»

Paonazzo in volto per la rabbia, Tiago sarebbe saltato al collo di Fedro se il vecchio non l’avesse bloccato con un movimento fulmineo, che stupì tutti gli astanti incuriositi dallo scontro.

«Non ti permettere, brutto vigliacco.» Tore rovesciò sulla barba di Fedro il vino del suo bicchiere. Pentito di aver sprecato tutto quel nettare divino, maledisse lo stupido bestione e controllò la scorta che ancora rimaneva nella fiasca sul tavolo.

Fedro si alzò indietreggiando furiosamente. Scrollandosi il vino dalla barba, fissò prima il vecchio e poi la bottiglia sul tavolo, pronto ad afferrarla per colpire Tore. Nel frattempo Tiago si era avvicinato minaccioso e con lui anche gli altri avventori della locanda, ma poi una voce che proveniva dal tavolo accanto anticipò le loro intenzioni.

«Se pensi di colpire zio Tore, ricordati che per pescare ti servono le mani» disse l’uomo con cui era intento a chiacchierare Fedro prima di raggiungere il cugino.

A quelle parole, il ragazzo si guardò attorno ingoiando la rabbia, infilò la mano in tasca e prese una sigaretta dal pacchetto. La mise in bocca nervosamente, senza accenderla, lanciò un’ultima occhiataccia a Tiago e se ne andò senza salutare nessuno e senza dire nulla.

«Che Dio mi perdoni, ma per tutto il tempo ho avuto più pena per il vino sprecato che per me» disse Tore occhieggiando sconsolato il bicchiere vuoto. L’intero il bar esplose in una risata assordante, che accompagnò i passi rapidi di Fedro mentre si allontanava dalla locanda.

Le voci tornarono presto amichevoli e Tiago prese dal frigo un’altra fiasca di Ambra per Tore.

«Di questo ritmo tornerò a casa strisciando! Fedro di sicuro mi sta aspettando in qualche angoletto buio vicino a casa e non avrà nemmeno bisogno di suonarmele: vedrà arrivare il suo nemico già steso» sentenziò il giovane versando un altro bicchiere anche per sé.

«Non pensare a lui, non è cattivo. Parla sempre male degli altri perché ha paura di non essere all’altezza di nulla, offendere e vedere gli altri in difficoltà lo fa sentire meglio, forse. Dà la colpa a chiunque di tutti i suoi fallimenti, per questo non potrà mai essere felice. L’infelicità altrui non fa felice nessuno, è come il vino caldo, ubriaca ma non disseta» provò a confortarlo Tore.

«Non voglio avere guai e non voglio insegnare nulla a nessuno. Ognuno fa le proprie scelte. Cerco di prendere le distanze anche da situazioni simili.»

«Sei saggio» ridacchiò il vecchio. «Questo lo hai preso da me.»

«Ma non siamo nemmeno parenti!» gli ricordò Tiago divertito.

«Io attacco la saggezza, ce l’ho magnetica» fu pronto a rispondere il vecchio.

«Non capisco cosa posso avergli fatto, tu pensa che avevo un bel ricordo di lui» disse il ragazzo scuotendo la testa.

«Lui crede di meritare più di te tutto ciò che possiedi. Il problema è che non gli piace la sua vita e deve affibbiare la colpa a qualcuno.»

«Non gli è andata ancora giù… nonostante tutto questo tempo…»

«Non dire fesserie, te l’ho detto: quello ce l’ha con chiunque, se non eri tu era un altro. Tu eri il bersaglio più facile» minimizzò Tore.

«Non male come rientro.»

«Poteva andare peggio.»

«Sì? E come?»

«Poteva essere finito il vino.»

Scoppiarono a ridere. Parlarono ancora a lungo, mentre la locanda si svuotava con l’avanzare della sera.

Prima di andarsene, gli avventori depositavano le offerte per ciò che avevano bevuto nella cassettina dell’oste. Nessuno aveva mai versato meno di quanto avesse consumato e ognuno contribuiva perché quello spazio restasse pulito e rifornito. Ogni mese un nuovo oste, a turno tra gli abitanti del paese, si occupava del locale, utilizzando le offerte. Era una tradizione vecchia ormai più di un secolo. La Locanda del Maestrale era l’ultimo baluardo del cuore antico di Roccapina.

Tiago pagò per sé e per Tore, nonostante la resistenza del vecchio, che uscendo promise di pagare per le successive dieci volte. Scesero lungo il sentiero che portava alla spiaggia, attraverso il bosco, fino alla risalita che conduceva in paese. Lì si separarono e ognuno si incamminò verso casa propria. Il giorno seguente ci sarebbe stato tempo per altre chiacchiere e altro vino.

Il vento profumava sempre più di mare e di notte, mentre gli ultimi gabbiani tornavano ai nidi planando nella brezza.

A Tiago girava un po’ la testa, ma era una bella sensazione, che lo accompagnò lungo la salita, su per la scala verso casa, verso la sua nuova vita. Alle stelle vivide che a poco a poco si accendevano nel cielo limpido di Roccapina, Tiago affidò i suoi sogni e la speranza di un sonno finalmente sereno.

Le stesse stelle vegliavano anche su qualcun altro, che da tempo aveva smesso di sognare e di sperare. I passi pesanti e affrettati di Fedro risalirono un sentiero attraverso il bosco fino a un ampio spiazzo in cima alla collina. Lì un piccolo casolare dalla pianta rettangolare dominava dall’alto la costa, con mura di pietra annerite e smussate dagli anni. La brace della sigaretta di Fedro guizzò nel buio davanti alla soglia di casa. Infilò nervosamente la chiave nella serratura del vecchio portone ed entrò sbattendoselo alle spalle.

«Sbruffone!» gridò stizzito, scalciando uno sgabello. «Che vigliacco a farsi proteggere da un vecchio. Tipico di lui» borbottava camminando avanti e indietro per la stanzetta spoglia, che faceva da salotto e cucina. Lanciò il mozzicone consumato nel camino, prese dalla tasca un’altra sigaretta e dalla mensola sopra il lavandino afferrò una bottiglia. Mandò giù un sorso e sentì il fuoco scivolare lungo la gola fino allo stomaco, strizzò gli occhi e storse il naso tossendo, ne ingollò un altro sorso e una vampata di calore risalì dal petto a stritolargli il cervello.

«Stupidi pescatori ignoranti, vecchi idioti!» imprecava biascicando sempre più a ogni sorsata di grappa. «Presto vedranno tutti di che pasta è fatto, e me la pagheranno, non può andarsene e tornare come gli pare. Non può lasciare tutto e tutti e poi fare come se niente fosse.»

Raccolse ciondolando lo sgabello da terra e a fatica riuscì a sedervisi sopra appoggiandosi al tavolo. Bevve ancora e ancora, sempre più a disagio al pensiero che il cugino fosse tornato. Ogni sorso e ogni tiro di sigaretta accendevano la sua frustrazione, finché non crollò sfinito sul vecchio tavolo sverniciato. La mano stretta attorno alla bottiglia allentò la presa e questa cadde, andando in frantumi. La sigaretta gli fumava ancora tra le dita e quando la brace arrivò alla pelle istintivamente Fedro grugnì nel sonno, lanciandola a terra.

Tore, fuori dalla finestra, osservava la scena in silenzio; sembrava ancora più esile e magro e l’espressione triste dei suoi grandi occhi si rifletteva nel vetro sottile che lo separava da Fedro. Il liquido a terra si accese al contatto con il mozzicone e le fiamme presto strisciarono fino alla gamba del tavolo. Tore scosse il capo e si allontanò, mentre gli arredi scarni e tarlati della casa di Fedro prendevano rapidamente fuoco.

«Anche tu, stupido bestione, hai avuto la tua parte in questa storia» sussurrò il vecchio, mentre risaliva la collina verso l’altopiano, sparendo sotto l’ombra scura del bosco.

Fedro si lanciò fuori dalla porta coperto di fumo e con le mani ustionate. Tra colpi di tosse e conati rotolò quanto più lontano gli fu possibile dalla sua vecchia casa, ormai avvolta dalle fiamme. Ubriaco e terrorizzato piangeva, mentre il vento spingeva le fiamme verso il bosco. Tentò invano di aprire gli occhi irritati dal calore e dal fumo crescenti. Gridò parole incomprensibili, senza però riuscire a fare nulla per fermare il fuoco che arrossava il velo nero della notte.

Tore non si voltò, continuò a camminare lungo uno stretto sentiero, finché raggiunse un piccolo masso ricurvo coperto di muschio ed edera. Presentava due grossi fori nel centro, che sembravano scavati dalla pazienza del vento nei secoli.

Il vecchio vi poggiò una mano sopra sospirando: «Vecchia mia, ci siamo arrivati, ho fatto quello che dovevo». La voce era rotta dai singhiozzi che non riusciva a soffocare e il viso grinzoso segnato dalle lacrime. «Non pensavo che potesse fare così male, ho provato a tenerlo lontano, ma sapevo bene che il suo destino non poteva essere rimandato. Eppure mi avevi messo in guardia.»

Una luce turchese, debole dapprima e poi sempre più intensa, accese il contorno dei due grossi fori di pietra, facendoli assomigliare a due enormi occhi, quindi circondò anche i morbidi profili del masso.

«Ora lo lascio a te, io sopporterò questo ricordo fino a che ci rivedremo. Abbi cura del ragazzo, te ne prego.»

Dopo aver pronunciato quelle parole, Tore si allontanò, senza guardarsi più alle spalle. Piangendo e procedendo incerto verso la notte. La luce che emanava la pietra svanì e nel buio restò solo il crepitio del fuoco, che ormai aveva iniziato a divorare il bosco di Roccapina.

22 novembre 2019

Evento

Venerdì 22 Novembre verrà presentato il Divorasentieri presso il Bistrot Dedan a Milano.
19 ottobre 2019

Aggiornamento

Parla del Divorasentieri il blog di libriamo_  

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Dionisio Pascarella
classe 1981, è di origine sarda. Lavora in ambito finanziario e vive con la sua famiglia tra Milano e Sandalia. Il Divorasentieri è il suo romanzo di esordio.
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