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Il fuoco dell'odio

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È il 1615 e nel sud della Corsica infiammano le rivolte del popolo, ormai stremato dalle continue vessazioni dei feudatari. L’odio e l’insofferenza, che serpeggiano tra i villaggi, non impediscono il sorgere di un amore inaspettato tra un prete ribelle e una giovane popolana. Un’unione clandestina che costringe l’uomo a lasciare l’isola per rifugiarsi a Roma, sotto la protezione del marchese Vincenzo Giustiniani.

Quattro secoli dopo, un bibliotecario e due studentesse ripercorrono gli stessi luoghi, teatro dei tumultuosi eventi del passato, rivivendo affascinanti suggestioni e ritrovandosi di fronte a un enigmatico quadro del Seicento, che sembra celare un antico segreto.

PROLOGO 

Isola di Chios (Grecia), 14 aprile 1566 

Salito sulla tolda della nave ammiraglia, Piyale Pascià, capo della flotta ottomana giunta nella baia di Chios, percepì il profumo intenso degli aranceti in fiore, il cui olezzo si mischiava a tratti con la fragranza dei roseti, dei boschi di cedri e con l’aroma rilasciato dalla miriade di arbusti di lentisco sparsi sui pendii circostanti. Assaporando quell’odore, kapudan Piyale immaginò come da quelle piante si potessero estrarre gocce di prezioso mastice. Anche per questo il sultano Solimano aveva richiesto il possesso di quell’isola, troppo redditizia e troppo vicina a Costantinopoli per essere lasciata ancora in mano ai genovesi. Un desiderio che aveva manifestato durante un’ispezione nel Mar di Marmara, mentre si trovava all’interno della struttura ricoperta di veli rossi e giallo-oro, posta quasi al centro della lancia personale. Anche Piyale sedeva lì. Quando il Gran Signore aveva deciso di aprire bocca, il kapudan era stato incaricato di comandare ai venti rematori scelti di abbaiare a lungo: nessun altro avrebbe dovuto intendere le parole del Sultano coperte da quei latrati umani. 

Per l’assalto era stato scelto il mattino di Pasqua: secondo alcuni informatori, infatti, i cristiani, appagati dai numerosi riti dei giorni precedenti e dalla solenne notte di veglia, avrebbero riposato più del solito.  

Il kapudan turco, rivolgendosi al luogotenente, disse sottovoce: «Di’ alla vedetta, sull’albero di prua, di dare il segnale per arrestare la flotta. Poi sali su una scialuppa e raggiungi il posto di guardia genovese. Una volta sul molo, gli chiederai temporaneo asilo… e gli dirai che siamo di passaggio e che approfittiamo di questa sosta per ricordare loro che sono in ritardo con il pagamento del kharadsc dovuto alla Sublime porta». 

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Mezz’ora dopo, il luogotenente fu di ritorno. «Kapudan, dicono che possiamo calare le ancore e sostare quanto vogliamo. Oggi e domani non ci sarà movimento in porto.» 

«Come prevedevamo. Adesso bisogna dar l’ordine di dividere la flotta in tre tronconi che si apposteranno davanti ai tre porti dell’isola: venti galee sosteranno qui. Fra ventiquattr’ore attaccheremo.» 

Piyale, insieme ai suoi uomini, attese al porto fin quando, al tramonto, delle spie greche non li condussero su una vicina altura, per nascondersi tra vigneti e vaste piantagioni di gelso. 

Osservando il paesaggio che li circondava, il kapudan disse: «Ecco, la seta, un’altra importante fonte di ricchezza che quest’isola può offrirci. Non ci siamo sbagliati» confidò al suo luogotenente. «Chios deve essere nostra!» 

Dopo aver ispezionato il luogo, ritornarono sulla nave. L’indomani, di buon’ora, l’imbarcazione di Piyale accolse la visita dei governatori dell’isola, andati lì per omaggiare gli inattesi ospiti. Tuttavia, dopo i primi convenevoli, i malcapitati furono posti in catene. 

«Bene, è l’ora! Muovete!» ordinò perentorio Piyale ai suoi ufficiali. «Una volta a terra, catturerete solo gente giovane, donne e uomini di buona costituzione. Poi raggiungerete i magazzini per prendere tutti i sacchi di mastice che troverete.» 

Le galee si disposero ordinatamente davanti ai porti greci che ben presto pullularono di turchi armati scesi a terra per l’assalto. Mentre il fuoco appiccato dagli uomini di Piyale avvolgeva le chiese, gli abitanti furono strappati alle loro case per essere radunati in cerchio nelle piazze. La scelta, come ordinato dal kapudan, ricadde in particolare sui giovinetti, che una volta convertiti all’Islam sarebbero stati avviati alla carriera di Giannizzeri. 

Arrivata la sera, la flotta ottomana ripartì con il proprio carico mercantile e umano alla volta di Costantinopoli.  

I membri adulti della famiglia Giustiniani, che amministrava l’isola per conto di Genova, furono poi deportati a Caffa, in Crimea. I ragazzi, invece, vennero trattenuti nel Serraglio di Costantinopoli, circoncisi e spinti ad abiurare la religione cristiana per essere così pronti a frequentare la scuola coranica. Ciò nonostante, la loro resistenza durò mesi, fin quando, vistane la determinazione, i turchi decisero di procedere con la tortura. Neanche le suppliche delle madri, che camuffate da ortolane, lavandaie e fantesche erano riuscite a introdursi nel Serraglio per consolare i figli, valsero a evitare lo scempio ordinato dal Governatore Scander, a sua volta un cristiano rinnegato. Le acute cannucce infuocate infilate tra le unghie delle loro mani e dei loro piedi, la scarnificazione inflitta loro dagli aculei di ferro dello scardasso, le disarticolazioni prodotte al cavalletto, e poi l’immersione in pozzi gelati, le brutali percosse e gli sberleffi non vinsero la volontà di quei diciotto giovanetti Giustiniani che, pur di non rinnegare la propria fede, si fecero uccidere. Era il 6 settembre 1566. 

Diversamente, alcuni tra i deportati in Crimea furono liberati quattro anni dopo per intercessione del re di Francia: tra costoro, il ventitreenne Giulio Giustiniani Moneglia, che nella strage aveva perso quattro fratelli minori. Questi decise di abbandonare Chios, l’isola natia ridotta ormai a una spelonca di ladri, ed emigrare in Italia. E fu così che, compiuti brillantemente gli studi a Perugia e a Pisa, papa Sisto V, nel 1587, lo creò Vescovo di Ajaccio, in Corsica. 

 

LA SITUAZIONE

Bastia, appartamento privato del nuovo Governatore generale di Corsica, Stefano Rivarola, fine aprile 1615 

 

«Dunque, capitano, essendo io arrivato da pochi giorni, vogliate presentarmi la situazione dell’isola. A Genova la si descrive alquanto particolare» esordì il Governatore, versando del vino nei bicchieri. 

«È così, Eccellenza! Abbiamo a che fare con una serie di distretti montagnosi isolati non soltanto gli uni dagli altri, ma anche dal resto del mondo! Per penetrare in questi territori è spesso necessario infilarsi in gole strette e profonde, seguire il letto dei fiumi, salire sentieri inverosimili, talvolta intagliati a scalini. Fino al secolo scorso, non esistevano strade e i ponti a schiena d’asino erano rari e danneggiati. Inoltre, nei mesi invernali il passaggio di certi colli è difficoltoso a causa delle masse nevose…» 

«Basta così… Adesso ditemi: da dove proviene questo vino?» 

«Dalla vicina regione di Patrimonio: è lo stesso vino che viene inviato in Vaticano.» 

«Be’… Se i còrsi sono come il loro vino…!» 

«In verità, Eccellenza, si ha notizia di frequenti e sospetti assembramenti specie nel sud dell’isola…» 

«A che scopo?» 

«Ecco… Signorotti e feudatari imperversano ai danni del popolo e il popolo si sta agitando.» 

«Che cosa vogliono i feudatari? Negli anni li abbiamo ricoperti di privilegi e benefici! Peggio per loro se ne hanno fatto un malvagio uso!» 

«E poi c’è il clero…» 

«Spiegatevi meglio!» 

«Molti preti si abbandonano a eccessi. Basti ricordare che alcuni hanno la funzione di veri e propri capipopolo… portano armi, officiano con la spada. In passato si sono verificate perfino sfrenatezze simili a quella emblematica accaduta a Nonza: uno stupro sull’altare il giorno di Natale!» 

«Uhm… Veramente ottimo questo vino! E… i vescovi?» 

«Per lo più sono rispettosi della Repubblica. Eccetto uno…» 

«Chi?» 

«Il Vescovo di Ajaccio, Giulio Giustiniani.» 

«Ah, sì. Più volte Genova ha richiesto a Roma l’allontanamento, ce ne dovremo occupare! Bene, al lavoro! Del resto, prima di partire da Genova, il Serenissimo Doge mi ha quasi intimato il suo auspicio: “In caso di eventi estremi, dovremo essere pronti a intervenire con efficacia, abbiamo altro cui pensare! Nelle mani dei nostri mercanti e banchieri passa il commercio e l’oro di Spagna, i Savoia premono per avere uno sbocco al mare, ma Genova è e deve restare il porto di Milano spagnola! Pertanto, non voglio noie dalla Corsica, nostra colonia!”.» 

Al gesto di saluto del Governatore seguì lo schiocco dei tacchi degli stivali del capitano che, inchinandosi, si congedò. 

 

POLVERE SULLA BILANCIA

Media valle del Taravo (Corsica del Sud), primavera 1615

 

Gli zoccoli del somaro cadenzavano il lento incedere sulla polverosa mulattiera che sale fin in montagna percorrendo la valle del Taravo, il fiume che dal cuore della Corsica scende attraversando tortuosi canyons e, rimbalzando tra enormi rocce di granito, termina il suo fluire a ovest, nella piana adiacente la baia di Porto Pollo. 

Giunto in uno spiazzo che introduceva ad alcune case sparse, adagiate sul crinale del monte, Giovanni scese dal basto tenendo la mano sulla sua catana, una piccola arma da fuoco presa in città soprattutto per parare certe evenienze serali. Si tolse il cappello nero a larga tesa e liberò la fluente capigliatura. 

Il silenzio del bosco aveva appena lasciato il posto al fruscio della brezza del primo mattino. 

«C’è nessuno?» chiese Giovanni guardandosi intorno, mentre con una mano si lisciava i baffi e il pizzetto in attesa di movimenti.  

Nell’aprirsi, uno scuro di legno sbatté lievemente contro la parete in pietra di una piccola casa. Dalla finestra si sporse una giovane donna, la quale, prima di rispondere con un’altra domanda, si sistemò dietro le spalle i lunghi capelli neri. 

«Chi siete?» 

«Sono il vicario del Vescovo di Ajaccio. Mi è stata affidata la zona delle Tre Pievi e sono in viaggio per conoscere la gente che abita nella valle… voi… com’è che vi chiamate?» 

«Il mio nome è Catalina e abito in questa casa insieme a mio marito Masino. Nell’altra ci stanno i miei parenti. E in quella più grande abitano i feudatari.» 

«Feudatari? Anche qua? E che ci fanno?» 

«Controllano le provviste di tronchi» rispose la donna, annuendo. 

«I tronchi?» 

«Sì, per le navi dei genovesi. Fanno tagliare la legna nella foresta, poi la portano in mare e da lì parte per Genova.» 

Mentre Giovanni si avvicinava alla casa per legare il somaro all’anello del muro, Catalina scese le scalette e aprì l’uscio che dava sull’aia, stringendo intorno alla vita una fascetta di stoffa per dare più compostezza alla leggera veste. 

«Avrete sete e fra un po’ farà anche più caldo, perché non venite al pozzo… la nostra acqua proviene direttamente dalla montagna.» 

Giovanni accolse di buon grado quell’acqua fresca che scorreva da una sorgente nascosta tra le rocce. 

«Ascoltate… laggiù. Sentite… il rumore del fiume» fu il serio esordio di quello che alla donna appariva come uno stranissimo prete.  

«Cosa? Salvo l’acqua che scorre, c’è il silenzio più assoluto!» 

«No, ponete attenzione… è come se un coro accompagnasse il fluire dell’acqua tra le forre.» 

Catalina, stupita, si ammutolì, voltandosi verso lo strapiombo da cui proveniva l’incessante gorgoglio.  

«Si dice che lì si annidino le voci dei nostri avi» riprese l’uomo con un’espressione assorta. Poi aggiunse: «Essi ci ispirano dal passato, suggeriscono alla nostra coscienza. Credo che ci… spronino ad alzare la testa, a non sottometterci più ai soprusi, altrimenti noi còrsi rimarremo sempre e soltanto polvere sulla bilancia». 

Sollevando il boccale, Giovanni si allentò il corpetto nero, lasciando comparire una grossa cintura. 

«Avete un’arma!» ammonì la donna. 

«Di questi tempi è sempre meglio stare in guardia. Ma, piuttosto, ditemi di voi… come trascorrete le vostre giornate?» 

«Bado agli animali: mucche, pecore e capre. Curo gli orti e la casa.» 

«Sapreste dirmi dove si trova il quartier generale dei feudatari?» 

«Al di là di queste montagne, presso i loro possedimenti.» 

«Purtroppo il nostro popolo è costretto a pagare esose taglie ai feudatari e talvolta anche certi vescovi hanno imposto nuove decime; e se qualcuno si è rifiutato o non è riuscito a pagare, gli sono stati rifiutati i sacramenti! Tra coloro che si stanno ribellando vi è chi pensa che ormai… solo il fuoco potrà cancellare tali colpe.» Il vicario sciolse il mulo e con un balzo vi salì a cavalcioni, salutando nervosamente: «Addio… Se, però, doveste capitare dalle parti dell’antica cappelletta per qualche funzione, ci rivedremo. Resterò in zona per alcuni giorni». 

Quella notte la luce della luna piena a Catalina parve diversa; quasi come fosse quel bagliore ad accendere le sue fantasie notturne. Nel chiudere l’imposta, rivide il volto ribelle del prete: i suoi baffi importuni, il cappello da brigante e il corpetto nero da cui fuoriusciva l’arma, portata a sfida delle disposizioni vigenti. Prima di coricarsi, quasi sorpresa, osservò i raggi lunari, insinuatisi tra gli scuri non ancora chiusi, proiettare sulla parete il profilo del suo giovane corpo libero dalle vesti; un fiore turgido pronto per essere colto. 

Solo a tratti sentiva il tronfio respiro del marito, spossato dal duro lavoro del giorno trascorso a tagliar legna nel bosco, ma la sua mente vagava, accompagnando il voltarsi nel letto a un pensiero ricorrente: che cosa aveva voluto dire prete Giovanni con “solo il fuoco potrà cancellare tali colpe?”.

2020-09-11

Aggiornamento

Recensione di M. L. Eguez sul mensile "Lerici In" - Sezione "Invito alla lettura", anno 13, n° 10, (Ottobre 2020), pagg. 1, 4, 5.
2020-09-23

Aggiornamento

Articolo su La Nazione (La Spezia-Sarzana) : "Gianni Donati 'esplora' la famiglia Giustiniani", p. 28.
2020-09-26

Evento

Bassano Romano (VT) Locandina per anteprima del libro su invito del Comitato organizzatore di "Bassano RipARTE".
03 luglio 2020

Aggiornamento

Articolo su Il Secolo XIX - Edizione La Spezia: "La rivolta di San Lorenzo è l'ultima fatica di Donati", p. 23.

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Un romanzo storico multitemporale frutto di un attento lavoro di archivio, da cui nasce il racconto di una storia antica, e di un geniale accostamento a una vicenda moderna. Il trait d’union, seguendo la saga della nobile famiglia dei Giustiniani, è la Corsica col suo fascino e il suo mistero.

  2. Fedezo

    Sorprendente e fuori dagli schemi

  3. chiaraluna73

    (proprietario verificato)

    Ricco di aneddoti e intrecci merita di essere gustato lentamente per soffermarsi sui vari aspetti della storia..tutto da sottolineare.

  4. Silvia Moranduzzo

    (proprietario verificato)

    Storia, sangue e amore… Direi che la triade è completa! Adoro i romanzi storici, l’intreccio tra fatti realmente accaduti e la finzione. Credo sia anche un genere molto difficile da gestire quindi complimenti davvero. Mi piacerebbe che fossero approfonditi i passaggi storici, aiuterebbe a contestualizzare l’azione.

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Gianni Donati
(Monteroni d’Arbia, Siena, 1955) è insegnante di scuola primaria alle Cinque Terre. Vive a La Spezia e, per alcuni periodi dell’anno, in Corsica, isola che ha eletto quale suo buen retiro.
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