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Il fuoco dell'odio

Il fuoco dell'odio campagna
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Consegna prevista Ottobre 2020
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La rivolta popolare avvenuta in Corsica nel 1615 culmina nel massacro della “notte di San Lorenzo”. Le violenze che insanguinano il sud dell’isola non impediscono il sorgere di sentimenti di segno opposto: amori inaspettati, come quello tra un prete ribelle, vicario del vescovo di Ajaccio, e una popolana, dalla cui unione nasce una bambina. Il vicario viene incarcerato ed esiliato nel carcere romano di Tor di Nona, ma entra nelle grazie del mecenate Vincenzo Giustiniani che lo protegge fino al rimpatrio. A Roma egli incontra il pittore lucchese Pietro Paolini, autore di un enigmatico quadro oggi custodito nel Museo Fesch di Ajaccio.
Con un salto temporale di quattro secoli, alla vicenda antica si affianca una storia parallela ambientata ai giorni nostri: un bibliotecario e due studentesse rivivono affascinanti suggestioni che la terra còrsa custodisce e si ritrovano a percorrere tratti del mitico GR20, lo spettacolare sentiero, frequentato dagli amanti del trekking di tutta Europa.

Perché ho scritto questo libro?

Avendo, in passato, frequentato per studio l’Archivio genovese, e giunto a contatto con i documenti originali, mi sono imbattuto in tante storie “vere” che ho deciso di togliere dalla polvere dei secoli e portare alla luce. Tra queste, per il momento, ne ho scelto alcune pressoché sconosciute in Italia e, comunque, ambientate nella mia terra d’adozione: la Corsica, recentemente definita da un giornalista fiorentino “così vicina, così ignota”.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Prefazione

Con piacere ho accettato di introdurre questo libro ambientato in un periodo centrale per la storia della famiglia Giustiniani, le cui vicende, nello svolgersi dei secoli, hanno assunto il carattere di vera e propria “saga mediterranea”.

Un “filo rosso” collega, infatti, Genova, la Corsica e Roma con l’isola egea di Chios, filo che l’autore ha saputo seguire per narrare avvenimenti del primo Seicento e metterli in relazione con il nostro tempo.

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Pur con le piccole libertà che il romanzare consente, Gianni ci racconta storie vere, tratte da ricerche d’archivio, storie che hanno come scenario principale l’isola francese, un tempo genovese. Proprio a luglio 2019, in Corsica si sono tenute le manifestazioni per “A notte di a memoria”, nel corso delle quali è stato firmato il gemellaggio tra il borgo di Bassano Romano e la città di Bastia. In quell’occasione, ho incontrato lo scrittore che, tra i tanti argomenti, mi ha chiesto delucidazioni sulle peculiarità dello stemma di famiglia: tre torri fortificate su base esagonale, sormontate dall’aquila imperiale e, nella parte inferiore, le onde del mare, il mare greco di Chios, luogo natìo dei Giustiniani di cui parla questo racconto.

Roma, settembre 2019                                                N. H. Enrico Giustinian                                                                                                                                            della nobile casata di Genova e Chios

Prologo

Isola di Chios (Grecia), 14 aprile 1566

Salito sulla tolda della nave ammiraglia, Pialì Pascià, capo della flotta ottomàna giunta nella baia di Chios, percepì il profumo intenso degli aranceti in fiore, il cui olezzo a tratti si mischiava con la fragranza dei roseti, dei boschi di cedri e con l’aroma rilasciato dalla miriade di arbusti di lentisco sparsi sui pendii circostanti. Kapudan Pialì pensò all’estrazione delle gocce di prezioso mastice da quelle piante resinose. Il Sultano Solimano aveva richiesto il possesso di quell’isola egèa troppo redditizia, troppo vicina a Costantinopoli e da troppo tempo in mano ai Genovesi. Per l’assalto fu scelto il mattino di Pasqua: dagli informatori risultava, infatti, che i cristiani avrebbero riposato più del solito, appagati dai numerosi riti dei giorni precedenti e della solenne notte di veglia.

Il Grand’Ammiraglio turco si rivolse sottovoce al luogotenente:

«Di’ alla vedetta sull’albero di prua di dare il segnale di arresto alla flotta, poi sali su una scialuppa e raggiungi sul molo il posto di guardia genovese per chiedere temporaneo asilo, dirai… che siamo di passaggio e che approfittiamo della sosta anche per ricordare loro i ritardi nel pagamento del Kharadsc[1] dovuto alla Sublime Porta[2]». Dopo una mezz’ora il luogotenente fu di ritorno:

«Kapudan, dicono che possiamo calare le àncore e sostare quanto vogliamo: oggi e domani non ci sarà movimento in porto».

«La flotta sia divisa in tre tronconi per i tre porti dell’isola: venti galee sosteranno subito in questo, attaccheremo fra ventiquattr’ore».

Al tramonto, l’Ammiraglio si fece condurre da spie greche su un’altura prossima al porto, nascondendosi tra i vigneti che si alternavano alle vaste piantagioni di gelso − la seta era un’altra importante fonte di reddito per l’isola.

«Sì – confidò al luogotenente – abbiamo visto giusto! Chios deve essere nostra!»

L’indomani, l’imbarcazione di Pialì accolse la visita dei governatori dell’isola venuti ad omaggiare gli inattesi ospiti ma, dopo i primi convenevoli, i malcapitati furono subito posti in catene.

«Bene, − ordinò perentorio Pialì ai suoi ufficiali – è ora! Muovete! Quando sarete a terra, prendete gente giovane, donne, adolescenti, uomini di buona costituzione e… tutti i sacchi di mastice che troverete nei magazzini».

Le galere si disposero ordinatamente davanti al porto greco che ben presto pullulò di turchi armati scesi a terra per l’assalto. Il fuoco avvolse le chiese, gli abitanti furono strappati alle loro case e radunati in cerchio nelle piazze per la scelta, tra costoro si ebbe un particolare riguardo per i giovinetti: essi, una volta convertiti all’Islam, sarebbero stati avviati alla carriera di giannizzeri. A sera, la flotta con il carico mercantile ed umano ripartì alla volta di Costantinopoli.

I membri adulti della famiglia Giustiniani, che amministrava l’isola per conto di Genova, furono poi deportati a Caffa in Crimea. I ragazzi vennero trattenuti nel Serraglio di Costantinopoli, circoncisi e spinti ad abiurare la religione cristiana per essere pronti a frequentare una scuola coranica. La loro resistenza durò mesi fin quando, vistane la determinazione, si decise di procedere con la tortura. Le suppliche di alcune madri, riuscite ad introdursi nel Serraglio per consolare i figli, vestite da ortolane, lavandaie e fantesche, non valsero ad evitare lo scempio ordinato dal governatore Scander, che era, a sua volta, un cristiano rinnegato. Acute cannucce infuocate infilate tra le unghie delle mani e dei piedi, la scarnificazione inflitta dagli aculei di ferro dello scardasso, le disarticolazioni prodotte al cavalletto, l’immersione in pozzi gelati, le brutali percosse e gli sberleffi non vinsero la volontà di diciotto giovanetti dei Giustiniani i quali, pur di non rinnegare la fede cristiana, si fecero uccidere: era il 6 settembre 1566[3].

Alcuni tra i deportati in Crimea, furono liberati quattro anni dopo per intercessione del re di Francia: tra costoro, il ventitreenne Giulio Giustiniani Moneglia[4], che nella strage aveva perso quattro fratelli minori, decise di abbandonare Chios, l’isola natìa ridotta ormai ad una spelonca di ladri, ed emigrare in Italia. Compiuti brillantemente gli studi a Perugia e Pisa, nel 1587 papa Sisto V lo creò vescovo di Ajaccio in Corsica.

1

Polvere sulla bilancia

Gli zoccoli del somaro cadenzavano il lento incedere sulla polverosa mulattiera che sale in montagna percorrendo la valle del fiume Taravo; questo corso d’acqua, che scende dal cuore della Corsica fra tortuosi canyons, rimbalzando tra enormi rocce di granito,  termina il suo fluire ad ovest, nella piana adiacente la baia di Porto Pollo.

Giovanni scese dal basto tenendo la mano sulla catana, la piccola arma da fuoco presa in città per parare soprattutto certe evenienze serali. Presso uno spiazzo che introduceva ad alcune case sparse, adagiate sul crinale del monte, si tolse il cappello nero a larga tesa e liberò la fluente capigliatura.

Al silenzio del bosco, succedeva ora il frusciare della brezza del primo mattino.

«C’è nessuno?» chiese guardandosi intorno e lisciandosi con la mano i baffi ed il pizzetto in attesa di movimenti.

Uno scuro di legno, nell’aprirsi, sbatté lievemente contro la parete di pietra di una piccola casa. Dalla finestra si sporse una giovane donna in atto di sistemarsi i lunghi capelli neri dietro le spalle. Rispose con una domanda:

«Chi siete?».

«Sono… il vicario del vescovo di Ajaccio, mi è stata affidata la zona delle tre Pievi e sono in viaggio per conoscere chi abita nella valle… e voi… come vi chiamate?».

«Il mio nome è Catalina, abito qui con mio marito Masino, nell’altra casa stanno i miei parenti e quella grande è una delle case dei feudatari».

«Feudatari? Anche qua? E che ci fanno?».

«Controllano le provviste di tronchi» annuì la donna.

«I tronchi?».

«Sì, legna per le navi dei genovesi. La fanno tagliare nella foresta, la portano al mare e di lì parte per Genova».

L’uomo si avvicinò alla casa per legare l’animale all’anello del muro.

Catalina scese le scalette e aprì l’uscio che dava sull’aia. Con le mani strinse una fascetta di stoffa sulla vita per dare più compostezza alla leggera veste.

«Venite al pozzo, avrete sete, fra poco farà un po’ più caldo. La nostra acqua proviene dalla montagna». Il pozzo, infatti, si alimentava da una sorgente nascosta tra le rocce e Giovanni accolse di buon grado l’acqua fresca.

«Ascoltate… laggiù, il rumore del fiume… sentite…» fu il serio esordio di quello che alla donna pareva uno stranissimo prete.

«Cosa? Salvo l’acqua che scorre c’è il silenzio più assoluto!».

«No, ponete attenzione… è come se un coro accompagnasse il fluire dell’acqua tra le forre».

Catalina, stupita, si ammutolì, e si voltò verso lo strapiombo da cui proveniva l’incessante gorgoglìo.

«Si dice vi si annidino le voci dei nostri avi» riprese l’uomo con espressione assorta. Poi aggiunse:

«Essi ci ispirano dal passato, suggeriscono alla nostra coscienza. Credo che… ci spronino ad alzare la testa e non sottometterci più ai soprusi, altrimenti noi còrsi rimarremo sempre e soltanto polvere sulla bilancia».

Sollevando il boccale, Giovanni si allentò il corpetto nero, lasciando comparire una grossa cintura.

«Avete un’arma!» ammonì la donna.

«Di questi tempi… meglio stare in guardia. Ma ditemi… come passate le giornate?».

«Bado agli animali, le mucche, le pecore e le capre, curo gli orti e la casa».

«Sapete dove si trova il quartiere generale dei feudatari?».

«Al di là di queste montagne, presso i loro possedimenti».

«Purtroppo, talvolta anche certi vescovi hanno imposto nuove decime al nostro popolo, già costretto a pagare esose taglie ai feudatari. E se qualcuno si è rifiutato o non è riuscito a pagare gli sono stati rifiutati i Sacramenti! Tra coloro che si stanno ribellando vi è chi pensa che ormai… solo il fuoco potrà cancellare le colpe».

Il vicario sciolse il mulo e con un balzo vi salì a cavalcioni, salutando nervosamente: «Addio… Se, però, doveste capitare dalle parti della pieve per qualche funzione, ci rivedremo. Resterò nella zona per alcuni giorni».

La luce della luna piena, che a Catalina, quella notte parve stranamente diversa, accendeva le sue fantasie notturne; nel chiudere l’imposta rivide il volto ribelle di quel prete: i baffi importuni, il cappello da brigante ed il corpetto nero, alla cui estremità usciva l’arma, portata a sfida delle disposizioni vigenti. Prima di coricarsi, osservò quasi sorpresa che i raggi lunari, insinuatisi tra gli scuri non ancora chiusi, proiettavano sulla parete il profilo del suo giovane corpo libero dalle vesti, un fiore turgido pronto per essere còlto.

A tratti, sentiva il tronfio respiro del marito, spossato dal duro lavoro del giorno trascorso a tagliar legna nel bosco, ma la mente vagava, accompagnando il voltarsi nel letto con un pensiero ricorrente: che cosa aveva voluto dire prete Giovanni con le parole «solo il fuoco potrà cancellare le colpe?».

[1] Tributo annuo ammontante a 14.000 monete d’oro.

[2] Il Governo dell’Impero Ottomano.

[3] Oggi, di quell’eroico sacrificio rimane memoria, ad esempio, in un dipinto di Palazzo Ducale a Genova, inoltre a Pegli esiste una via intitolata ai “XVIII Fanciulli”.

[4] Una delle sei stirpi aggregatesi ai Giustiniani già dal 1362.

03 luglio 2020

Aggiornamento

Articolo su Il Secolo XIX - Edizione La Spezia: "La rivolta di San Lorenzo è l'ultima fatica di Donati", p. 23.

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Un romanzo storico multitemporale frutto di un attento lavoro di archivio, da cui nasce il racconto di una storia antica, e di un geniale accostamento a una vicenda moderna. Il trait d’union, seguendo la saga della nobile famiglia dei Giustiniani, è la Corsica col suo fascino e il suo mistero.

  2. Fedezo

    Sorprendente e fuori dagli schemi

  3. chiaraluna73

    (proprietario verificato)

    Ricco di aneddoti e intrecci merita di essere gustato lentamente per soffermarsi sui vari aspetti della storia..tutto da sottolineare.

  4. Silvia Moranduzzo

    (proprietario verificato)

    Storia, sangue e amore… Direi che la triade è completa! Adoro i romanzi storici, l’intreccio tra fatti realmente accaduti e la finzione. Credo sia anche un genere molto difficile da gestire quindi complimenti davvero. Mi piacerebbe che fossero approfonditi i passaggi storici, aiuterebbe a contestualizzare l’azione.

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Gianni Donati
Gianni Donati (Monteroni d'Arbia, Siena, 1955) è insegnante di scuola primaria. Si è laureato in Materie Letterarie (1984) e in Pedagogia (1997) presso l'Università degli Studi di Genova. Ha pubblicato numerosi saggi, articoli e recensioni di tipo storico, artistico, filosofico e pedagogico su volumi e riviste specializzate. A seguito di ricerche condotte presso l’Archivio di Stato del capoluogo ligure, nel 2011 ha esordito nella narrativa con il giallo storico Fatimaddalena, scritto con Piero Montali per i tipi di De Ferrari (Genova); la versione francese di questo libro è stata pubblicata con il titolo La captive de la Citadelle (trad. di Michel Orcel), Sammarcelli, Bastia 2015. Per alcuni periodi dell’anno vive in Corsica, isola che ha eletto quale suo buen retiro.
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