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Il ladro di accendini

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Consegna prevista Luglio 2020

Luca è uno chef trentenne che da Bari si trasferisce a Milano dove apre un ristorante con enormi sacrifici. La sua fortuna non dura però a lungo. Sommerso dai debiti e deluso dalla donna che pensava di amare, decide di tornare nella sua città natale, tra i suoi affetti più cari. Qui ritrova Aldo e Anna i suoi migliori amici dai tempi dell’università e conosce Mariolina, una strana ragazza che gestisce l’azienda vinicola di famiglia e con la quale sembra sfiorare una relazione.
Alla ricerca disperata di un finanziamento per aprire un suo nuovo locale, Luca cerca l’aiuto di Anna ma le cose non vanno esattamente come sperava.
Un susseguirsi di incontri fortuiti porteranno Luca a riconsiderare tutta la propria vita e a capire cosa è veramente importante, ma il ritorno sui suoi passi lo porterà a fare un’inaspettata scoperta.

Perché ho scritto questo libro?

Quando ho scritto Il ladro di accendini – era il 2014 – Luca è venuto, per così dire, a trovarmi. Una parte del suo personaggio era dentro di me da tempo. Mano a mano che andavo avanti con la stesura della prima bozza, ho inserito altri personaggi che si staccavano da me per posarsi sulle pagine bianche. Potrei dire di non aver scritto Il ladro di accendini. Ho solo riportato quello che i personaggi, per loro inclinazione naturale, erano portati a fare o a dire.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Malcapitati insetti di ogni sorta continuavano a suicidarsi sul parabrezza dell’Audi nera. Nell’abitacolo, Aldo malediceva tutti quegli esserini che avevano deciso di andare a morire sul cristallo della sua auto in un tamburellio fastidioso di schiocchi e piccoli ticchettii. All’improvviso, sentì un tonfo e una macchia giallastra gli apparve davanti agli occhi. Forse un calabrone o chissà quale diavolo di oggetto volante si era spalmato sul vetro in tutta la sua materiale consistenza. Aldo s’immaginò il grido che quell’animale aveva lanciato pochi istanti prima di diventare semplice liquame. Un ridicolo nooo in falsetto oppure un più disperato ma sempre acuto ahhh. O forse non aveva avuto tempo per emettere alcunché. Forse quel trascurabile essere vivente non si era neanche accorto dell’inevitabilità della sua fine. Di fronte a quel pensiero, Aldo abbozzò uno strano sorriso che gli si spense non appena si accorse delle condizioni del suo parabrezza lavato di fresco. Il tergicristalli aveva trasformato quella macchia giallastra in un arco di sporco distribuito lungo buona parte del vetro. Che schifo. Ma avrebbe dovuto sopportarlo ancora per poco. Meno di ventiquattr’ore, e quell’incubo sarebbe finito.Continua a leggere
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Incubo, però, non era forse la parola più adatta. Nella sua mente, Aldo cercava un vocabolo che meglio spiegasse quel che erano state le sue ultime due settimane trascorse nel bel mezzo della natura. Per tutto il tempo, non aveva saputo rinunciare alle sue cravatte e alle sue giacche di alta sartoria nonostante le temperature elevate, nonostante l’ambiente necessitasse di ben altro tipo di abbigliamento. Ma lui era un avvocato ed era lì per lavoro. Mai avrebbe allentato il nodo della cravatta o sbottonato anche solo il primo bottone della camicia o, peggio ancora, arrotolato le maniche dopo essersi sfilato la giacca. Era un avvocato, e si doveva vedere.
Anche adesso, nel chiuso dell’abitacolo della sua auto, si ostinava a indossare camicia e giacca, noncurante delle gocce di sudore che gli andavano scendendo sulla schiena e di cui si accorgeva a malapena. La sua mente era concentrata su Mariolina. Per Aldo questa era l’ultima occasione per convincerla che non poteva fare a meno di lui, e non era impossibile. Con la sua dialettica l’aveva già convinta che era l’uomo giusto per sistemare la condizione dei lavoratori a cottimo che di lì a poche settimane sarebbero arrivati a sciami alla tenuta. Da allora non aveva fatto altro che corteggiare quella strana ragazza, dapprima sperando di farla diventare cliente dello studio e poi di portarsela a letto.
Aveva un forte desiderio di conquista, negli affari come nella vita privata. Mariolina era solo la sua ultima sfida, il desiderio di quell’estate e non se la sarebbe tolta dalla testa fin quando non fosse riuscito a far suo quell’esile corpicino, i morbidi foulard che le avvolgevano la testa e le sue infradito colorate. Lo sfiorò per un attimo l’idea che tutto questo avrebbe potuto mandare a monte gli affari. Scosse la testa. No, sapeva farci con le donne e non avrebbe mai permesso a uno sfizio personale di intralciare i suoi piani. Prima il lavoro e poi il resto, pensò mentre sterzava a destra per imboccare il viale di betulle di tenuta Adelmi. A cena le avrebbe detto che diventare cliente del prestigioso studio legale Ruggieri sarebbe stato un affare per lei e un toccasana per la sua azienda. Dopo, solo dopo, le avrebbe accarezzato il volto e sussurrato qualcosa all’orecchio, ubriacandola di parole e, se necessario, di vino. E così l’avrebbe conquistata. Si sentiva quasi invincibile. Chi sapeva del suo complesso di inferiorità nei confronti della figura paterna, avrebbe giurato che quel suo piglio sicuro era dovuto al fatto di essere lontano da casa e dallo sguardo severo e giudicante dell’avvocato Ruggieri, il vero avvocato Ruggieri, colui che aveva portato lo studio allo splendore.

Quella mattina, Mariolina si era svegliata di buon ora e aveva camminato tanto. Aveva trascinato i piedi senza quasi sollevarli dal suolo per tutta la durata della passeggiata sporcandoli di terra. Si era diretta al vigneto per controllare che l’uva stesse crescendo. I fusti ritorti e rugosi, le foglie ampie, i grappoli dorati del suo minutolo erano ciò che di più prezioso aveva, erano l’eredità dei suoi genitori. Se suo padre avesse potuto vederla, una giovane donna dalla pelle diafana e i piedi rossi e polverosi ben piantati in quella terra che le aveva dato i natali e l’aveva vista crescere, avrebbe sorriso. Se lui fosse stato ancora lì, lei gli si sarebbe seduta sulle ginocchia pregandolo di raccontarle per l’ennesima volta la storia della sua nascita, quando l’uomo, invece di correre in ospedale, aveva iniziato a piantare le prime barbatelle, quelle che poi sarebbero diventate viti e che, qualche anno più tardi, avrebbero prodotto il vino che portava il suo nome. A volte a Mariolina sembrava di vederlo tra le piante, con le cesoie nelle mani grandi e forti, tagliare i rami secchi, ma era solo un’illusione.
Mentre tornava alla masseria si chiese che fine avesse fatto Aldo. Aveva capito le intenzioni del ragazzo e ne era lusingata. Troppo spesso negli ultimi anni le era capitato di sentirsi poco attraente e solo da poco aveva fatto pace con la propria immagine riflessa nello specchio. Non sapeva però se si sentiva pronta a mostrarsi ad un uomo. Aldo non era certo interessato ad una storia seria e lei era troppo concentrata sull’azienda per potersi dedicare costantemente ad una relazione. Ma se durante le settimane passate insieme alla tenuta non era successo nulla, Mariolina dubitava che qualcosa sarebbe accaduto proprio l’ultimo giorno. Forse Aldo ci aveva ripensato? Strani dubbi iniziarono ad assalirla. Senza accorgersene era arrivata alla masseria. Alle sue spalle, sentì il motore di un’auto che si avvicinava. Si poggiò con il peso del suo corpo allo stipite della porta principale, com’era solita fare quando arrivavano ospiti, e con le braccia conserte rimase a guardare l’Audi di Aldo che percorreva lentamente il viale alberato sollevando una polvere bianca e densa.
Arrivato sul piazzale antistante la masseria, Aldo spense il motore e temporeggiò qualche minuto. Sul sedile del passeggero e su quelli posteriori c’erano dei sacchetti di plastica. Sentiva la calura provenire dall’esterno, amplificata dalla vernice scura della carrozzeria che attirava a sé i raggi del sole di mezzogiorno. Quando vide Mariolina andargli incontro, uscì dalla macchina.
«Ti sei svegliato presto stamattina»
«Sì, sono andato in paese a comprare qualcosa da mangiare»
«Cos’è, non ti piace ciò che ho in casa?»
L’ironia di Mariolina era priva di malizia e Aldo la guardò con affetto lasciandosi accarezzare dalla sua voce dolce, dai modi delicati e dalle movenze morbide. Non poteva essere così serena come sembra. Non dopo tutto ciò che aveva passato. E in effetti,ad Aldo, Mariolina dava l’impressione di essere molto sola. Più volte durante l’ultima settimana le aveva chiesto se per caso non sentisse il desiderio di trasferirsi in città, a Brindisi. Dopo tutto era così giovane e avrebbe dovuto frequentare persone della sua età, vedere posti nuovi. Le aveva suggerito di delegare a qualcuno la gestione dei vigneti, tanto più che l’azienda era ormai ben avviata e sarebbe riuscita a mantenersi anche da sola. Mariolina non sembrava infastidita dalle proposte insistenti di Aldo,pareva che nulla al mondo potesse infastidirla, ma non vedeva alcun motivo per il quale avrebbe dovuto trasferirsi. Viaggiava parecchio, visitava spesso posti nuovi, ma la sua vita era in quella vallata, tra le sue vigne di minutolo che erano la cosa alla quale teneva di più.
«Certo che mi piace ciò che mi fai mangiare» rispose Aldo sorridendo mentre iniziava a scaricare ciò che aveva portato. «Ma sai», continuò«stavo pensando una cosa»
«Cosa?»
Il caldo e il peso dei sacchetti lo opprimevano. Non ce la faceva a reggere una conversazione là fuori, con il sudore che gli si addensava sulla fronte. Fece cenno a Mariolina di attendere qualche istante e terminò di svuotare il portabagagli portando poi il frutto delle sue fatiche nella grande e fresca cucina dalle maioliche verdi.
«Stavo pensando» riprese allora sorseggiando un bicchiere d’acqua«che ormai sono due settimane che sono qui e tu mi hai trattato con tutti gli onori che si devono a un ospite. Oggi voglio sdebitarmi: stasera cucino io per te»
«Davvero? Sai cucinare?»
No che non ne era in grado. E questa verità si rese palese quando Aldo si passò una mano tra i capelli e si grattò la nuca, evidentemente in imbarazzo.
«In realtà, ho chiamato un mio amico che fa il cuoco a Milano. In questi giorni però è a Bari, sai, è venuto a trovare la famiglia. Gli ho chiesto di venire qui e di preparare una cena per noi. Spero non ti dispiaccia»
Mariolina esitò per qualche istante. Un cuoco a domicilio. Questo davvero non se lo aspettava. Sentiva che nell’arco di quella giornata Aldo avrebbe voluto che qualcosa capitasse ma arrivare a scomodare l’amico cuoco le sembrava eccessivo. Ma anche affascinante.
«No, certo che non mi dispiace. Però il tuo amico sarà mio ospite. Non vorrai farlo tornare a Bari a notte fonda. Faccio preparare una stanza per lui.»
Prima che Aldo potesse rispondere, Mariolina si eclissò nell’ombra del corridoio. L’eco dei suoi passi si dissolse quando calpestò gli ultimi gradini che portavano al primo piano.
Aldo si trattenne in cucina. Finalmente riusciva a respirare e aveva anche smesso di sudare. Gran parte del lavoro era stata fatta. Non rimaneva che aspettare l’ora di cena. Lentamente riprese a muoversi, distribuendo la spesa tra dispensa e frigorifero. Mentre volteggiava per tutta la cucina, provò a impostare una sorta di discorso, qualcosa da dire a Mariolina per convincerla a diventare cliente dello studio. Il problema era la sua diffidenza. Non era stupida, avrebbe fatto mille domande cercando di capire perché lo studio Ruggieri ci tenesse tanto a occuparsi delle questioni legali della sua azienda.
Non era lo studio a tenerci tanto, era Aldo a volerlo. Iniziò a chiedersene il motivo. Perché ci teneva così tanto? Gli affari della tenuta andavano bene, questo era innegabile, ma lo studio aveva clienti migliori, persone più facoltose, imprese con un fatturato incomparabili a quello di un’azienda vinicola. Possibile che fosse solo la sua voglia di conquista? O Mariolina forse gli piaceva sul serio? No. Non poteva essere questo. Il viso di Aldo si deformò in una smorfia di disappunto quando si scoprì a pensare che faceva tutto per dimostrare a suo padre la sua bravura negli affari, e che quelle due settimane lontano dallo studio non erano state una perdita di tempo come il vecchio era solito dire riferendosi a tutto ciò che appassionava il figlio.
Per sua fortuna, Caterina, la governante di Tenuta Adelmi, entrò in cucina salvandolo dagli scomodi pensieri in cui era inciampato. Lo informò che Mariolina lo aspettava sotto il gazebo antistante la casa. Il lavoro di Aldo era terminato e adesso bisognava parlare del compenso, ma a Mariolina non piaceva discutere di questi argomenti nell’asettico ufficio sul retro dell’abitazione. Amava molto la tavola ed era convinta che anche gli affari andassero trattati in un’atmosfera conviviale. Sul tavolo, sotto il gazebo, aveva fatto sistemare una bottiglia di vino bianco in un cestello ghiacciato, due calici e delle focaccine. Vide Aldo andarle incontro con un passo deciso. I suoi piedi stretti nelle costose scarpe di pelle s’impolveravano nel pietrisco lungo il quale era costretto a camminare. Non poté fare a meno di sorridere.

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Marilia Fico
Laureata in medicina e specializzata in oncologia, ho sempre avuto il pallino per la scrittura. Non mi considero una scrittrice e questo non solo perché non ho mai pubblicato nulla. La mia vita è divisa tra Roma, dove lavoro, e Bari dove ho lasciato i miei affetti.
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