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Il numero due

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Stefano Neri, brillante e tormentato grafico pubblicitario, dopo una brutta depressione decide di lasciare la provincia e trasferirsi in una grande città. Qui inizia un percorso di psicoterapia, trova un ottimo posto di lavoro e nuovi stimoli. Le cose sembrano andare a gonfie vele ma, come ama ripetere la sua analista, tutto ha un prezzo nella vita, tutto torna e nulla succede per caso.
Le sue antiche ossessioni infatti riaffiorano fino a travolgerlo, e solo al termine di un tortuoso e drammatico percorso Stefano si accorgerà di non aver mai affrontato il suo passato, di non aver fatto altro che ripetere gli stessi errori. A quel punto, però, il prezzo da pagare sarà molto alto.

 

CAPITOLO UNO
Ora vedo meglio.
Sono un uomo libero, adesso.
Un vero peccato.
Cominciò tutto qualche anno fa, nello studio della mia analista.
O meglio, iniziò tutto molto tempo prima, ma mi pare
più sensato partire da lì, dalla psicoterapia e dal giorno in cui
annunciai i miei progressi alla dottoressa. Da qualche mese,
sei per la precisione, mi ero trasferito in una nuova città,
Vidanuova, in via Cartesio 2, a oltre duecento chilometri da
casa. Un appartamento in affitto di due stanze più servizi al
secondo piano di una palazzina in periferia. Niente di speciale,
una roba economica ma semplice e confortevole. Per me
andava benissimo. Anche a Bugella abitavo al civico 2, ma di
via Roma. Sempre il numero due.Continua a leggere
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Mi trovavo senza lavoro da circa due anni e mezzo e senza una
compagna da ancor più tempo. Diciamo che un lavoro
come grafico pubblicitario ce l’avevo, ma di fatto non praticavo,
mentre per quanto riguarda la ragazza… be’, ci avevo fatto
il callo. Impiegai un bel po’ di tempo a decidermi di andare in
analisi perché avevo sempre guardato con diffidenza gli psicologi,
specie le donne. Al giorno d’oggi molti vanno in analisi
senza farne mistero. Alcuni personaggi dello spettacolo, per
esempio, fanno sembrare la psicoterapia qualcosa di chic, di
elitario. Altri la descrivono come una specie di lunga e piacevole
gita fuori porta, tipo una vacanza sulle rive del mar Nero
per oligarchi russi. Persino Federico Fellini si sottopose a
una lunga analisi di stampo junghiano e ammise che gli tornò
molto utile nella realizzazione delle sue opere cinematografiche.
Avendo molto tempo a disposizione, in quel periodo
leggevo parecchio. Ero affascinato dalla figura di Karl Gustav
Jung e dalle sue teorie sulla sincronicità: “Due o più eventi
che avvengono in coincidenza temporale, connessi tra loro
ma non in maniera causale, e aventi un analogo significato”.
Per farla breve: non vi sono mai capitate quelle coincidenze
significative, tipo pensare a una persona che non vedete mai e
il giorno successivo sentirla nominare da qualcun altro o addirittura
vederla? Il mio percorso è costellato di tali curiose
sincronicità.
Comunque, io provenivo da una piccola città di provincia
dove la psicoterapia era vista ancora come una extrema ratio di cui
vergognarsi, una cura rivolta a gente disadattata, un
po’ picchiatella, per cui era meglio non farne troppo parola in
giro. Però a Vidanuova era diverso, mi trovavo da solo in un
ambiente nuovo, vergine, dove nessuno mi conosceva. Sentivo ancora
qualche amico di Bugella per telefono ma eravamo
molto distanti, in tutti i sensi. Perciò, protetto dall’avvolgente
anonimato che ti garantisce una grande città, decisi di contattare
una psicologa, tale dottoressa Livia Perrella. Scelsi lei
perché mi piacque il suo sito Internet semplice e curato, condito
da accattivanti immagini di romantici tramonti e prati
in fiore. Mi diede l’impressione di una professionista seria e
rassicurante. Così la chiamai.
Sapevo che mi avrebbe fatto bene parlare con qualcuno, ma
i motivi per cui andai in analisi erano altri. Innanzitutto non
riuscivo a riattivarmi, il mio motore si era ingolfato e mi sentivo
del tutto sconnesso dal mondo esterno: io di qua, gli altri
sulla riva opposta del fiume. Proprio tutti, nessuno escluso.
Ero apatico e inconcludente, iniziavo i lavori di grafica e poi li
lasciavo a metà, o peggio ancora arrivavo a un passo dal finirli
e li richiudevo nel cassetto. Quando mi mancava tanto così mi
fermavo, come un atleta che, dopo un’estenuante maratona, a
un metro dal traguardo decide inspiegabilmente di ritirarsi.
Questo mi capitava già a Bugella. Avevo perso la voglia e
la forza di fare alcunché. Dormivo parecchie ore al giorno,
spesso male e nel pomeriggio. Di notte mi assalivano gli incubi:
sogni dalle atmosfere fosche, affollati da inquietanti e
minacciosi personaggi. Ero preoccupato, sregolato, spento.
Il mondo attorno a me sembrava essersi svuotato di significato,
spoglio come un albero d’inverno. Ero dimagrito di diversi chili
ma ugualmente mi sentivo pesante, zavorrato. Mi
sembrava di vivere in un quadro di Edward Hopper o di Edgar
Degas, dove tra le righe di un’apparente calma piatta traspare
un’indicibile e angosciante inquietudine, quasi che qualche
entità soprannaturale mi avesse imposto un castigo. Volontà
azzerata, un distillato di impotenza e solitudine. Non riuscivo
più a immaginare uno straccio di futuro. Davanti a me solo il
vuoto. Il regno dell’amorfo aveva preso il sopravvento. Cosa si
può fare, allora, se davanti c’è il nulla? Uno, di fronte a quella
desolante assenza di panorama, si ritrae spaventato.
Questa condizione psicofisica durò per circa due anni.
Un’eternità. Depressione? Esaurimento nervoso? Non saprei,
nessuno ha mai definito il mio malessere con un termine clinico,
anche perché non ebbi modo né voglia di condividere
con chicchessia le mie sensazioni. Me ne guardai bene, tenni
tutto per me e attorno fu il deserto. Mi limitai saggiamente
al piccolo cabotaggio e alla sopravvivenza, in attesa di tempi
migliori. E poi mi domando: come si fa a incasellare la depressione?
Immagino che si manifesti a intensità diverse, che
differisca da persona a persona, che dipenda da carattere,
ambiente, cultura, patrimonio genetico. Che abbia molte sfumature,
insomma. In ogni caso, se i sintomi che ho descritto
riconducono in qualche modo a uno stato depressivo, allora
ero depresso.
Così cambiai aria. Aria nuova, vita nuova. A dire il vero non
fu una decisione presa con lucidità, perché in quel momento
non brillavo certo per raziocinio ed equilibrio. Direi piuttosto
che nella grande città mi ci scaraventai a forza, prendendomi
per il colletto della camicia e dandomi un bel calcione nel se-
dere. Più che altro fu una terapia d’urto. Una violenza inflitta
a me stesso che in certi manuali di sopravvivenza sfogliati
all’epoca era addirittura auspicata.
Una volta trasferitomi a Vidanuova aprii la partita IVA e
diventai un grafico pubblicitario freelance, anche se di fatto,
nonostante questo spintone iniziale, continuai a combinare
ben poco. Campavo soprattutto grazie a una piccola rendita,
frutto del lavoro svolto in passato, e delle briciole del
sussidio di disoccupazione percepito fino a qualche mese prima;
avevo inoltre ricevuto in eredità una piccola somma da una
zia novantasettenne deceduta in quel periodo. In ogni caso,
in un ambiente nuovo avrei dovuto farmi conoscere, trovare
una clientela, mandare curriculum, darmi da fare insomma.
Invece continuavo a languire sul divano, e non che mi spiacesse
tornare sotto la mia rassicurante coperta di pile viola e
arancio, con il telecomando a portata di mano. La metropoli
mi faceva sentire uno sputo insignificante. Meno di zero. Che
tu ci sia o meno, nessuno se ne accorge e il mondo va avanti lo
stesso. Ma a Bugella avevo terminato, ne ero ben conscio. Che
altro potevo fare?
Alla mia analista non ho mai parlato del fatto. Di quel fatto
che successe a Bugella e che cambiò la mia vita. Non perché
volessi mentirle, piuttosto era come se il fatto non mi appartenesse,
quasi fosse accaduto a qualcun altro. A dirla tutta,
non ne parlai più nemmeno tra me e me, perché in un certo
senso non era mai successo. Lo avevo seppellito, cancellato,
debellato dalla faccia della terra e gettato in un lurido pozzo
nero. Dopo qualche seduta con la dottoressa Perrella, superato
l’inevitabile disagio iniziale, le cose cominciarono ad andare
meglio e la terapia si rivelò anche un ottimo punto d’appoggio
per superare le difficoltà dell’inserimento nel nuovo
contesto. Così quel giorno, il giorno da cui per convenzione do
inizio al mio racconto, parlammo proprio dei miei sorprendenti progressi.
«È una bella notizia quella che mi sta dando!» mi disse la
psicologa con sincero entusiasmo. «Lo vede, un pezzo alla
volta tornerà a riprendersi la sua vita. Lei ha un sacco di qualità
e vedrà che prima o poi si riapproprierà del suo lavoro in
pianta stabile. Si ricordi, Stefano: nella vita tutto torna.»
Alla dottoressa Perrella, con la quale mi vedevo da circa
quattro mesi una volta ogni due settimane, avevo appena comunicato
la lieta novella di giornata, e cioè che ero riuscito
a trovare uno spazio dove esporre alcune delle mie opere.
Perché in quel periodo di stanca, ogni tanto dipingevo. Dipingere
era l’unica attività che riuscivo a portare a termine.
Ma più ancora, l’idea di mettermi a dipingere fu per diverso
tempo l’unica cosa che mi dava lo slancio per alzarmi dal letto
la mattina. Iniziai a Bugella subito dopo aver perso il lavoro.
Niente di eccezionale, intendiamoci, però ero in grado di realizzare discreti lavori.
Questa passione era nata per gioco. Tempo prima avevo
scaricato sul cellulare un’applicazione per modificare le fotografie,
con la quale cazzeggiavo spesso e volentieri nel tempo
libero. Poi qualcuno, non ricordo nemmeno chi, cominciò a
dire che le mie trasformazioni erano belle e fantasiose, e che
avrei potuto fare delle stampe e venderle in qualche mercatino.
Lì per lì me ne fregai. Lavoravo ancora a tempo pieno,
all’epoca, non avevo né il tempo né tantomeno la voglia di
svegliarmi alle sette della domenica mattina per andare a metter
su un banchetto di stampe in qualche mercatino, magari
d’inverno, con la nebbia o le temperature sottozero e i prati
ancora coperti di brina. No no, non faceva per me. Un paio
di stampe le realizzai, ma solo per appenderle su una parete di
casa mia. Pian piano però questo hobby prese piede ed
ebbe una sua evoluzione: scattavo delle fotografie di paesaggi
o di semplici oggetti di uso quotidiano, tipo orologi, mestoli,
scolapasta, posacenere, e con l’applicazione li distorcevo e
ne modificavo i colori, trasformandoli in opere surreali. Ho
sempre amato il Surrealismo. Una volta fatto ciò, riproducevo
il tutto su tela con i colori a tempera o gli acquerelli. Sin da
piccolo ho manifestato una certa inclinazione per il disegno,
anche se non avevo proprio quel che si dice una mano d’oro,
ma grazie anche al mio mestiere di grafico me la cavavo dignitosamente.
Le riproduzioni erano fedeli e dal buon impatto
visivo. Inoltre dipingere mi aiutava a stare meglio, a riempire
il vuoto pneumatico di quel periodo nero.
Un giorno, dunque, mosso da una sorprendente forza di volontà ormai a
me estranea da parecchio tempo, consegnai un piccolo portfolio a
un’associazione culturale del quartiere in cui mi
ero trasferito a Vidanuova, chiedendo se potessi esporre le mie
opere presso la loro sede. Quelli furono ben lieti di farlo,
colpiti a loro dire dalla qualità dei miei lavori, e in breve allestirono
un salone. Detto fatto. Per me quello fu un passo da gigante, un
passo alla Neil Armstrong: finalmente le mie opere sarebbero
entrate nel mondo reale passando per la porta principale.
L’attività terapeutica dunque iniziava a dare i suoi frutti: quelli erano
i primi timidi passi che muovevo fuori di casa dopo tanto tempo.
«Sono contento, dottoressa. È una piccola cosa, lo so, ma
comunque è un inizio. Se penso a tutti quei mesi che ho
trascorso barricato in casa, senza riuscire a portare a termine
uno straccio di lavoro… invece ha visto? È bastato alzarsi dal
divano, bussare a una porta e subito mi hanno aperto. Mi sembra incredibile.»
«Certo,» rispose annuendo la donna «la perdita del lavoro
le ha fatto crollare l’autostima, l’ha relegata ai margini, alla
periferia dell’esistenza. Lei si è svalutato oltremodo. Vede, è
un periodo molto duro questo. Molte persone dotate come lei
perdono il lavoro. I costi elevati, la necessità di produrre, il
dogma dell’efficienza. È un sistema impiccato, un modello paranoico.
Si chiama ipercapitalismo. Io credo che prima o poi
esploderà il bubbone, ma questo è un altro discorso.
L’importante era che lei uscisse di casa, e ora lo ha fatto. Ha finito di
boicottarsi, di volersi male.»
Sì, la terapia cominciava a prendermi bene. Superati i miei
pregiudizi nei suoi confronti, potevo già toccare con mano dei
risultati concreti, e iniziai a considerare la psicoterapeuta
come una figura amica e non più come una ficcanaso che si
divertiva a scandagliare gli angoli più bui della mia intimità.
La dottoressa Perrella era una donna sulla sessantina, ancora
piacente e ben curata, che mi guardava da sopra quegli occhiali
appoggiati sul naso, rispettando con quel suo modo di
fare il più classico stereotipo della psicanalista, esattamente
come me l’ero figurata prima di incontrarla. Era un tipo vivace
che amava il proprio mestiere, e lo si capiva dal modo
coinvolto e appassionato con cui comunicava. Nel solco della
tradizione freudiana mi faceva distendere su un lettino. Ciò
mi rilassava molto, e guardare il candido soffitto mentre le
parlavo mi aiutava a esprimermi meglio, almeno nei primi
tempi. Lei chiamava la nostra disposizione in studio “setting
analitico”, espressione che a me pareva boriosa ma che
evidentemente aveva un suo perché.
Nelle sedute precedenti le avevo raccontato le mie vicende
passate, e cioè che avevo perso il lavoro di grafico nell’agenzia
in cui lavoravo come dipendente full time e che ero stato sposato
per ventisei mesi con una ragazza di nome Anna. Quella
in cui lavoravo a Bugella era una ditta piuttosto piccola,
vittima purtroppo come molte altre della crisi economica, una
crisi che la mia città natale aveva patito in maniera particolare.
Ero decisamente bravo nel mio mestiere, ma sfortunatamente
anche l’ultimo arrivato, così a malincuore il titolare
mi aveva licenziato, convinto che la mia tutto sommato ancor
giovane età (ai tempi viaggiavo intorno ai trentacinque),
combinata alle capacità di cui ero dotato, mi avrebbe consentito
di trovare un nuovo impiego. Questo fu ciò che raccontai alla
dottoressa. In un certo senso fui sincero: in quel momento era
la mia verità. Le dissi quello che volevo vedere del mio passato,
quello che non avevo gettato nel pozzo. Aggiunsi che mi
ero trasferito in una città più grande perché credevo di
trovarvi maggiori possibilità di reimpiego. Invece la lunga
inattività e la solitudine mi avevano fiaccato, facendomi chiudere
oltremodo in me stesso e perdere fiducia nelle mie capacità.
Vidanuova mi aveva terrorizzato.
La dottoressa, con fare quasi materno, comprese questo
difficile passaggio e si propose di aiutarmi a superare lo scoglio,
ma quel giorno, mentre le raccontavo che avrei tenuto una
mostra, quasi per magia tutte le varie questioni parevano già
superate. Entrambi guardavamo avanti, perché la mostra rappresentava
uno spartiacque, un’autentica rinascita.
«Vede, Stefano, il lavoro è molto importante, non solo per il
guadagno ma perché ci permette di rimanere agganciati alla realtà.
E se uno riesce a realizzarsi attraverso il lavoro che ama,
ha fatto bingo. E poi il suo non è stato un passaggio banale.
Vidanuova è una realtà molto differente rispetto a quella di una
piccola città di provincia come Bugella. È normale che un salto
del genere incuta timore. Lei sta diventando grande, ora.»
«Lo penso anch’io.»
«Pensa di farle pagare, le sue opere?»
«Be’, diciamo che non è mia intenzione lucrare su questa
mostra. Però sa, se riuscissi a vendere qualche dipinto sarei
contento.»
«Credo sia giusto che lei si faccia pagare le sue opere. Ha
lavorato, ha impiegato del tempo, ci ha messo passione,
fantasia, talento e capacità. Dare un prezzo significherebbe
valorizzare tutto ciò; regalare invece vorrebbe dire sottostimare
il suo impegno, svalutarlo, e non credo sia il caso. Si ricordi,
Stefano, oggi più che mai: tutto ha un prezzo nella vita.»
La dottoressa mi convinse. Avrei messo una cifra alle mie
composizioni, seppur accessibile. In fondo non vendevo dei Van
Gogh, ma semplici riproduzioni di foto storpiate. Poi la donna,
con la dolcezza che la contraddistingueva, mi congedò dandomi
appuntamento come di consueto dopo due settimane. Mi
alzai e uscii soddisfatto dallo studio. Sembrava che la vita fosse
tornata a sorridermi. Mi diressi a casa a petto in fuori, riuscivo
di nuovo a guardare davanti a me. Dentro, però, in qualche recesso
del mio animo, una voce flebile e appena percettibile mi
diceva che non era così, che il momento di rialzare la testa non
era ancora giunto. Sapevo di non aver fatto bene tutti i conti ma
automaticamente, come ero abituato a fare, soffocai sul nascere
quella petulante vocina. La terapia funzionava e stavo tornando
al lavoro. Ed era l’unica cosa che contava in quel momento.

CAPITOLO DUE
L’associazione culturale Technological Arts mi mise a disposizione
un bellissimo salone per due settimane. Un ambiente chiaro, solare e
spazioso. Si trattava di un’ex fabbrica
dismessa e convertita in un moderno spazio espositivo. I ragazzi furono
molto gentili; alcuni di loro non smettevano di
sottolineare l’originalità delle mie opere e di dirmi che erano
felici di ospitare giovani artisti emergenti come me. La parola
“artista” mi metteva un tantino in imbarazzo perché non mi
ero mai sentito tale. Sì, certo, ero un grafico pubblicitario, un
creativo, ma definirmi artista mi sembrava eccessivo. Non mi
si addiceva, temevo quasi di peccare di arroganza.
Esposi una ventina di dipinti e intitolai la mostra con un
nome che col senno di poi mi suona divinatorio: Il passato ritorna.
Il tempo infatti era il soggetto della rassegna e in alcune
delle mie opere cercai audacemente di ispirarmi niente meno
che agli orologi liquefatti di Salvador Dalí. Lo scorrere del
tempo mi ha sempre affascinato molto e a Bugella, una volta
perso il lavoro, avevo avuto modo di rendermi conto della sua
natura ambigua. Prima, quando lavoravo come dipendente, il
tempo non bastava mai. Mi sembrava di rincorrere qualcuno
senza acciuffarlo, di essere in costante ritardo rispetto a una
fantomatica tabella di marcia, alla ricerca di un traguardo che
non tagliavo mai. Un compito dopo l’altro, senza sosta, preso
dentro il dinamismo esasperato del sistema. Ci davamo
obiettivi, altri obiettivi e altri ancora, sempre più ambiziosi,
ma non finivamo mai, schiavi di un odioso meccanismo ripetitivo
alla Tempi Moderni. Una volta perso il lavoro, invece,
il tempo mi mostrò l’altra faccia della medaglia, altrettanto
terrificante: quella dell’immobilismo assoluto. Le giornate
divennero eterne, infinite. Dalla finestra del mio monolocale
di Bugella guardavo le piante: nemmeno un filo di vento a
smuoverle. Tutto uguale a se stesso, statico e immutabile. A
quel punto, il tempo libero abbondava e non sapevo più che
farmene. Da alpinista incallito qual ero stato, intento a
scalare il più in fretta possibile una vetta dietro l’altra, precipitai
in un vallone profondo attorniato da un’interminabile e monotona distesa desertica.
Tornando a noi, già dai primi giorni della mostra si presentarono molti
visitatori. Una delle abilità che facevano parte
del mio bagaglio da pubblicitario era quella di abbinare alle
immagini nomi accattivanti: suscitare curiosità nelle persone
era la base del mio lavoro e in questo ero estroso, lo ammetto.
Inoltre, essendo bravo a dire le bugie un po’ per naturale
inclinazione e un po’ perché il mestiere lo richiedeva, riuscivo con
nonchalance a spacciare cose per ciò che non erano, e
questo menzognero background mi permise di valorizzare le
mie opere con titoli di grande impatto.
Benché non amassi i luoghi affollati – specie dopo un periodo così
lungo di solitudine – mi piaceva scambiare opinioni con la gente.
Ciascuno di loro notava qualcosa di diverso
nei miei dipinti, particolari che ad altri sfuggivano. Rimanevo
sorpreso da certe acute osservazioni perché rimarcavano
aspetti a cui non avevo minimamente pensato, cose che io
non avevo visto. Più di recente mi sono reso conto a mie spese
che ognuno nella realtà vede ciò che vuole, la deforma, la
plasma, la trasla. Soprattutto, ognuno vede ciò che riesce a
vedere. Come se tutti ci trovassimo di fronte al medesimo oggetto,
osservandolo però da prospettive diverse e vedendone
fatalmente solo una parte.
Riuscii persino a vendere qualche pezzo. Le cifre erano
contenute e i guadagni di certo non mi avrebbero sfamato, ma
l’obiettivo non era quello. Il vero successo fu il prendere
coscienza che le persone apprezzavano la mia arte: ero orgoglioso
di essere uscito dalla passività e dall’anonimato.
Il penultimo giorno dell’esposizione, si avvicinò a me un
uomo distinto sulla settantina che già avevo intravisto qualche giorno prima.
«Complimenti!» esclamò allungando la mano per stringere
la mia. «Permette? Mi chiamo Federico Zanghi.»
«Molto piacere, Stefano Neri» risposi stringendogli convinto la mano.
«È davvero molto bravo lei, lo sa?»
«La ringrazio, ma credo che lei sia troppo gentile. Sono un
dilettante, diciamo un appassionato. Nulla di più.»
«No, guardi, mi creda. Io sono nel ramo da tanto tempo,
almeno quarant’anni, e so riconoscere al volo chi ha talento e
chi no. Ci sono un sacco di cioccolatai, mi passi questo termine,
che spacciano per opere d’arte degli scarabocchi immondi. La sua
al contrario è arte vera. E poi quei titoli così significativi e
divertenti… un vero spasso!»
I complimenti mi hanno sempre lusingato molto, devo ammetterlo.
E poi gli artisti o aspiranti tali, si sa, hanno un ego
molto sensibile e voluminoso.
«Be’, la ringrazio davvero. È troppo gentile.»
«Di cosa si occupa nella vita, signor Neri? Mi scusi se glielo
chiedo, forse sono invadente, ma credo che al giorno d’oggi
anche un artista bravo come lei non riesca certo a campare
solo delle sue opere. Lei abbina titoli geniali a dipinti altrettanto
fantasiosi. È forse un grafico pubblicitario?»
«Ha indovinato, ma diciamo che in questo preciso momento
della mia vita non pratico.»
«Uhm… sono indiscreto se le chiedo come mai?»
«Certo che no. Fino a poco meno di tre anni fa lavoravo a
Bugella, presso uno studio grafico. Mi piacevano l’ambiente e
il lavoro, poi purtroppo… sa, la crisi…»
«Capisco perfettamente. Tempi duri i nostri, giovanotto.
Così si è trasferito in una grande città in cerca di fortuna. Non
è così?»
«Esatto. Quante cose sa lei!» aggiunsi con un filo di imbarazzo.
«Mica vero. In ogni caso, vede i miei capelli? Quei pochi che
mi sono rimasti? Ebbene, diciamo che ho perso i capelli e guadagnato
in esperienza. Così è la vita, signor Neri. E dica, la
sua signora? Un uomo così creativo sarà certamente accompagnato da
una bella donna, non ho alcun dubbio.»
«E invece qui, ahimè, sbaglia. Sono single, e anche da un bel
po’ di tempo.»
«Ahi. Mi fermo qui, non voglio entrare nelle sue questioni
di cuore, sono già stato sin troppo sfacciato. La saluto, signor
Neri, e ancora complimenti per la bella mostra!»
«Grazie, è stato un piacere parlare con lei.»
L’uomo mi strinse nuovamente la mano e tornò a gironzolare tra i
dipinti. Pensai che fosse senza ombra di dubbio uno
di quei vecchi impiccioni che non hanno niente di meglio da
fare che immischiarsi negli affari altrui, ma di certo sapeva
il fatto suo. Era sveglio, lo si capiva da quegli occhietti vispi
che roteava di qua e di là per esplorare l’ambiente attorno a
sé. Mentre mi guardavo in giro facendo queste osservazioni,
il tizio tornò alla carica.
«Mi scusi se le rompo ancora le scatole, signor Neri. Potrebbe
lasciarmi cortesemente un suo biglietto da visita? Nel caso
volessi acquistare una delle sue opere. Sa, un regalo a mia moglie,
magari per l’anniversario di matrimonio. Credo le farebbe
piacere abbellire la casa con un Neri. Che dice, le suona bene?»
«Sì, suona bene» risposi, cercando di contenere al massimo
il mio compiaciuto ego. «Purtroppo però non ho un biglietto
da visita… questa mostra è un po’ improvvisata.»
«Deve organizzarsi, giovanotto, eh?» mi bacchettò l’uomo.
«In ogni caso mi lasci un numero di telefono, così che possa
contattarla in qualche modo.»
«D’accordo.» Di malavoglia gli scrissi su un pezzo di carta il
numero di cellulare. Ovviamente sarei stato contento di vendere
un’opera in più, ma non ne avrei fatto una malattia se invece di
chiamarmi fosse sparito per sempre. Stava cominciando a darmi
sui nervi con le sue domande impertinenti. Che andasse a guardare
gli scavi nei cantieri edili come tutti i vecchi normali!
Il giorno seguente ci fu la chiusura della mostra. I ragazzi
dell’associazione prepararono un delizioso rinfresco che attirò
ancora un po’ di visitatori; d’altro canto si sa che quando c’è da
mangiare gratis arriva sempre qualcuno in più. Mi
chiesero se potessi vendere loro un dipinto. Accidenti, pensai
tra me, devono essere davvero piaciuti. Dissi di sì, che gliene
avrei regalato uno a loro scelta per sdebitarmi della cortese
ospitalità ricevuta. Proprio vero, la grande città era diversa da
Bugella. Più opportunità, più movimento, più freschezza. Dalle mie
parti le associazioni erano ancora tutte vecchio stampo, tradizionaliste
al limite dell’ammuffito, e difficilmente
sarei riuscito a trovare spazio per una mostra perché venivano sempre
privilegiate quelle di vecchi parrucconi noiosi che
in zona godevano di una certa fama. Invece a Vidanuova, che
pure non è una metropoli di tre milioni di abitanti, era stato
sufficiente contattarne una per ritrovarmi a disposizione un
intero salone. Bravo, Stefano, mi dissi orgoglioso, questo è stato
proprio un bel colpo. In realtà quello fu solo l’inizio: la mostra
si rivelò una formidabile rampa di lancio. Eh già, Stefano
Neri stava per mettere le ali.
Alcuni giorni dopo, nel bel mezzo del mio sonnellino pomeridiano,
squillò il cellulare. Di solito lo tenevo spento quando
dormivo, ma quel giorno inavvertitamente lo avevo lasciato
acceso. Imprecai tra me e me e risposi.
«Pronto?»
«Buongiorno, signor Neri, mi scusi se la disturbo. Sono Federico
Zanghi, quel vecchio rompiscatole della mostra. Si ricorda di me?»
Eccome se mi ricordavo di lui. «Buongiorno, signor Zanghi,
certo che mi ricordo di lei. Dica pure.»
«Ah, guardi, in verità non le telefono per acquistare una sua
opera come le avevo detto. Mi spiace, ma poi ho pensato a un
altro regalo per la mia signora.»
«Non si preoccupi, io sono comunque onorato che lei abbia
considerato un mio dipinto come un possibile regalo di anniversario»
risposi con finta gentilezza.
«Chi lo sa. Magari ci sarà un’altra occasione per regalare
uno di quei suoi magnifici orologi molli alla mia dolce metà.
Ecco, vede… in realtà la chiamavo per questo: l’altro giorno
non abbiamo parlato di me, anche perché non era il momento
adatto per farlo, però io lavoro ancora come consulente per
una ditta del suo ramo. Sa, sono uno di quelli che non riesce a
godersi la pensione e a vivere senza lavoro, eh eh. Rubo ancora
un po’ di lavoro ai giovani, mi passi la battuta. In ogni caso
mi sono permesso di parlare di lei al capo dell’azienda con
cui collaboro. Ebbene, lui vorrebbe vedere un suo portfolio.
È possibile?»
Rimasi spiazzato. Non ero più abituato a quel genere di
cose. Insomma, giravo ancora per casa in pigiama per la gran
parte della giornata, non ero propriamente un tipo propositivo.
Per la mostra mi ero fatto avanti io, qui invece mi stavano
venendo a cercare. Roba da non credere!
«Ah… mmh, sì, un portfolio» balbettai.
«È una richiesta accettabile, signor Neri?» chiese l’uomo
cogliendo la mia titubanza. «Guardi che i treni bisogna prenderli al volo, sa?»
Cercai di rianimarmi in fretta, mettendomi seduto sul divano.
«No, certo, ha ragione. Solo che mi ha colto un po’ di sorpresa.
Sì, vedrò di prepararlo al più presto.»
«Mi sembra una saggia decisione, giovanotto. Quando avrà
sistemato il portfolio mi contatti a questo numero e organizzeremo
un incontro con il dottor Manuel Santucci, il capo
dell’azienda. D’accordo?»
«Bene.»
«E non lasci passare troppo tempo perché altrimenti il treno
passa e non lo prende più. Intesi?»
«Intesi.»
«Buona giornata, signor Neri. E a presto. Ci conto.»
«Arrivederci.» Mi alzai in piedi con indosso il pigiama stropicciato
e puzzolente. Stava succedendo davvero? Il vento era
cambiato, la dea bendata si era voltata dalla mia parte. Prima
la mostra e ora niente meno una ditta interessata al mio lavoro.
Il successo stava bussando alla mia porta, era giunta l’ora di
indossare un abito decente e uscire di casa. Provai un fremito
adolescenziale: da anni non sentivo una scossa di adrenalina
pari a quella. Mi misi immediatamente al lavoro per sistemare
il portfolio. Nel frattempo tornai dalla dottoressa Perrella,
tre settimane dopo l’ultimo incontro. La mostra mi aveva
impegnato molto, costringendomi a posticipare la seduta di
una settimana. Mi distesi comodo sul lettino e le raccontai gli
ultimi incredibili avvenimenti. Ero entusiasta.
«Lo vede? Nulla succede per caso, Stefano» mi disse cogliendo
la mia incontenibile gioia. Usava spesso quell’espressione,
doveva essere una sua intima convinzione. «Ha tirato
un sasso nello stagno e ora l’onda le sta mandando indietro
qualcosa. La mostra le ha permesso di far girare la sua arte, di
conoscere delle persone, forse quella giusta per la sua carriera. Da cosa nasce cosa.»
«Sì, e sono molto emozionato» risposi con sguardo sognante,
come se al posto del soffitto bianco e un po’ scrostato che
vedevo dal lettino ci fosse il cielo azzurro di una splendida
giornata in montagna.
Poi la donna tacque e così anch’io. All’improvviso nello
studio piombò un’imbarazzante ondata di gelido silenzio che
strideva con l’entusiasmo di qualche istante prima. La psicologa
lasciò trascorrere non meno di tre interminabili minuti
prima di interromperlo.
«Questo silenzio cosa significa, secondo lei?».
«Non lo so» risposi imbarazzato.
«Ogni tanto noto un repentino cambiamento nel suo umore,
Stefano. Questo fatto mi fa dubitare. Dico bene o sbaglio?»
Rimasi di sasso. Fino a quel momento si era dimostrata una
persona molto comprensiva nei miei confronti, una specie
di zia buona, e nei quattro mesi in cui ero stato in terapia da
lei non si era mai rivolta a me in quel modo indagatore. Il suo
tono di voce mi suonava sgradevole, quasi accusatorio.
«Non saprei,» risposi «io sono molto contento oggi. Perché
mi deve mettere a disagio in questo modo?»
«La metto a disagio?»
«Sì.»
«E perché? Ho solo sottolineato il suo improvviso silenzio.
Sono stata forse scortese? Farle notare queste cose è parte del
mio lavoro. Non posso dire che va tutto bene se mi accorgo
che non è così.»
«No, ma… non si può stare in silenzio un attimo? Devo forse
parlare sempre io? Non può parlare lei ogni tanto?» Mi innervosii.
Tirai su un muro di cemento armato.
«Uhm… a me quel silenzio non disturbava affatto, ma ho capito che a
lei invece sì: non riusciva più a star fermo su quel
povero lettino e sento della rabbia nelle sue parole. Parecchia
rabbia. Forse abbiamo toccato un tasto dolente, siamo nella
zona di qualche nervo scoperto. Buon segno.»
«No!» risposi secco. «È il suo atteggiamento che mi irrita!»
La dottoressa si irrigidì per un attimo. «Mi spiace, Stefano,
ma il fatto che il mio non far nulla l’abbia irritata mi sorprende.
Credo che ci manchi un pezzo e deve essere un pezzo molto
importante. Sarò sincera con lei: l’ho sempre intuito, ma non
ne ero sicura. Lei fino a oggi ha compiuto un ottimo percorso, ma il
suo atteggiamento mi colpisce molto. Credo che ci
sia ancora tanto da lavorare, che vi siano ancora diverse zone
d’ombra nel suo racconto di sé, e sarebbe il caso di illuminarle
prima o poi. Secondo me non sarebbe una cattiva idea incontrarci con
maggior frequenza, tipo una volta alla settimana. E
comunque per oggi direi che abbiamo finito.»
Mi alzai velocemente dal lettino e uscii dallo studio senza
nemmeno salutarla. E pensare che vi ero entrato così felice.
Cosa voleva da me quella donna? D’un tratto non mi piaceva
più. Quel suo modo di parlare smielato e cantilenante, quella
posa da professoressa con la penna rossa e il suo mettersi su
un altare mi avevano nauseato. Una volta a casa, vomitai. In
cuor mio la mandai a fare in culo e mi concentrai sul lavoro.
Avevo altro a cui pensare piuttosto che ai suoi giochetti mentali
per incastrarmi e mostrare la sua pseudo superiorità morale. Che se
ne andasse al diavolo! Altro che vederci una volta
a settimana, non ci avrei messo più piede lì dentro, in quel minuscolo
sgabuzzino scrostato che lei chiamava pomposamente “setting analitico”.
Setting analitico di ’sta minchia. Puah!
***
Il giorno seguente, come se nulla fosse, mi svegliai di buon
umore. La seduta sembrava lontana, in un altro continente. Il
mio compito era un altro: contattare Zanghi e fissare l’appuntamento.
Di buon mattino lo chiamai.
«Buongiorno, signor Zanghi, sono Stefano Neri.»
«Oh, ma buongiorno, signor Neri! Che bella voce squillante.
Che mi dice di bello? Portfolio pronto?»
«Pronto. Quando possiamo incontrarci?»
«Mi piace sentirla così determinato. Mi faccia pensare un
attimo. Uhm, vediamo un po’. Ecco, possiamo fare domani
sera al ristorante Chantal. Ha presente?»
«Veramente no. L’ho sentito nominare ma sa, non essendo
qui da molto…»
«È facile. Lei dove abita?»
«In via Cartesio 2.»
«Ah, laggiù in periferia. Perfetto. Allora prenda il bus numero 16
e scenda in piazza Porticoni. Il ristorante è a pochi
passi, l’aspetterò alla fermata. Diciamo per le venti.»
«Benissimo.»
«E senta ancora una cosa, le do due informazioni che potranno tornarle
utili nel corso della serata: il ristorante è
piuttosto lussuoso, per cui metta un abito consono, per cortesia. So
che lei è un tipo casual, ma sa, Parigi val bene una
messa, come si usa dire.»
«Non è un problema, dovrei avere qualcosa nell’armadio.»
«Ottimo. Seconda cosa, molto importante: non si faccia
impressionare dal dottor Santucci. Manuel è un uomo molto
esuberante, un uomo dai grandi appetiti, come potrà constatare
facilmente. A volte tende ad andare sopra le righe, ma la
prego, lo lasci fare, non c’è cattiveria nel suo modo di essere.
È una persona che a dispetto delle apparenze ha buon occhio
per gli affari e non ha paura di aprire il portafogli, non so se
mi spiego. Io l’ho avvisata. Vorrei che tutto andasse come deve
andare, è nell’interesse di tutti. Sono stato chiaro, Neri?»
«Ricevuto. Per me il lavoro è troppo importante in questo
momento, non ho intenzione né di dire né di fare stupidaggini.»
«Lei è un uomo ragionevole. Andremo lontano, ne sono certo.
Le auguro buona giornata, ci vediamo domani puntuale
alle venti. Di nuovo, saluti.»
«Arrivederci e grazie ancora, signor Zanghi.»
Zanghi aveva preso a cuore la questione. Era chiaro che
puntava su di me. Io ne ero molto felice, anche se le sue
raccomandazioni mi avevano lasciato un po’ perplesso su chi mi
sarei trovato di fronte la sera dopo. In ogni caso la questione
era piuttosto semplice: dovevo solo lasciar parlare il mio lavoro
e tenermi abbottonato su tutto il resto. In fondo ero un tipo
che sapeva stare al proprio posto. Quasi sempre.

28 Febbraio 2018
Cari lettori! Ecco a voi un bellissimo articolo su La Stampa dedicato a Morgan Zorio, autore di "Il numero due". Buona lettura! https://bit.ly/2FAqpyJ

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    A volte ti ritrovi a leggere un libro quasi per caso….. e senza accorgertene ti rendi conto che il libro lo stai “divorando” pagina dopo pagina. Forse la curiosità, forse perché mi ci sono ritrovata in alcune situazioni o forse perché è scritto bene e con semplicità.
    Una volta arrivata alla fine, devo ammettere che mi ha lasciata di stucco e con un po’ di ansia per quanto accaduto al personaggio, questo perché mi ha fatta riflettere…. d’altronde se i libri nn lasciassero emozioni allora nn avrebbe senso leggerli.
    Complimenti all’autore che in questo caso è stato il numero uno!

  2. (proprietario verificato)

    “Non m’importa di arrivare primo, ma detesto arrivare secondo”.
    Questa è una delle frasi che potrebbero tranquillamente rappresentarmi. La scrivo in questa recensione perché spiega uno dei motivi per cui ho apprezzato moltissimo il primo romanzo di Morgan Zorio Prachin, ” Il numero due”, ovvero l’essermi identificato con il protagonista del romanzo, Stefano Neri.
    Scritto benissimo (e non è cosa scontata di questi tempi), con linguaggio chiaro, mai banale pesante o retorico, personaggi ben delineati ma non scolastici, una storia scritta in prima persona dal protagonista in cui si mescolano racconto ed analisi introspettiva, un protagonista in cui mi sono identificato io ma in cui potrebbero benissimo identificarsi, se non tutti, molti di quelli che leggeranno il libro, traendone poi spunti di interessante riflessione.
    L ‘unica pecca, se così la vogliamo definire, che ho trovato nel romanzo, è stato il finale un po’ troppo allungato.
    Nulla di grave, penso che si potesse spiegare il tutto con 10 pagine in meno, ma probabilmente l’autore voleva essere sicuro che fossero chiari i motivi del perché…perché cosa? Bè quello leggetelo e scopritelo voi.
    Complimenti all’ autore, ottimo esordio!

  3. Quando i personaggi del libro che stai leggendo in quei giorni diventano i tuoi amici, colleghi, vicini di casa vuol dire che l’autore è riuscito nel suo intento! Scrittura piacevole e rapida ma che caratterizza bene i protagonisti. Bravo Morgan!

  4. Un uomo che per essere felice non vuole arrendersi a vivere quella vita così come era più giusto per lui e che per per cambiarla si prende i suoi rischi finendoci dentro con tutte le scarpe. Le scelte del Sig. Neri forse non le sappiamo nemmeno capire, ma noi non siamo lui e la soddisfazione altrui come la nostra non è una questione che possa essere giudicata dal di fuori. Questo libro corre liscio, semplice e piacevole ma assolutamente non banale con un finale che ci lascia a ripensarci su per un po’ . Bravo Zorio

  5. (proprietario verificato)

    E’ quel classico libro che si legge tutto d’un fiato fatto di sorprese, attese e voglia di vedere “come va a finire”. Non sono un critico letterario ma ho sempre pensato che , se la trama scorre e, finita una pagina si vuole leggere assolutamente la prossima, allora diventa ,per me, un bel libro .In più ad evidenziare tutto ciò un tema che al giorno d’oggi ci coinvolge un pò tutti , in un mondo competitivo, veloce che sembra non prendere mai fiato e in cui diventiamo troppo nostalgici del passato, troppo pensierosi sul futuro ma quasi mai presenti nel “qui e adesso”. Non so in che misura l’autore sia “presente” nel libro ma dagli argomenti trattati in qualche modo, sempre secondo me, ne è parte. La facilità di rendere nero su bianco il tutto e di renderlo fruibile senza cadere in banalità troppo scontate fanno dello scrittore un bravo scrittore. In tante introspezioni mi sono riconosciuto anch’io e sfido chiunque a non trovare un pò di se stessi all’interno.In una parola: bravo!

  6. Morgan Zorio Prachin

    Bella recensione Fede. Secondo me non solo Stefano Neri è uno di noi, ma addirittura ognuno ha uno Stefano Neri personale, che chissà perché cerca con insistenza il boicottaggio e di cancellare quanto di buono può e sa fare. Grazie!

  7. (proprietario verificato)

    Stefano è uno di noi. Fa parte della società, ha un ruolo e si confronta con la vita. Le sue vicissitudini lo trascinano giù, verso quel “desiderio di non desiderare più” tanto caro a Pessoa e che ha portato Melville a regalarci Bartleby. Contrariamente al celebre Scrivano, che sintetizza il suo rifiuto con il celebre “preferirei di no”, Stefano si aggrappa ad una seconda chance, quella che capita a tutti e con cui tutti avremmo una possibilità di salvezza…
    L’autore ci porta dentro i personaggi e le relazioni di Stefano con la freschezza tipica di un primo romanzo. Attraverso una sintassi semplice, sapientemente associata ad una punteggiatura incalzante, l’intreccio si sviluppa in maniera veloce e lineare per un epilogo tanto sorprendente quanto incerto.
    Buona lettura!!

  8. Stile di scrittura agile, frasi spesso brevi che ritmano la lettura. Trama che sa diventare avvincente e offre spunti di riflessione inaspettati! Lettura molto piacevole e da consigliare. Bravo Morgan!!

  9. (proprietario verificato)

    Ho letto il libro tutto d’un fiato… Lettura scorrevole e molto piacevole!!! L’autore descrive la sua visione della vita e la concede al lettore con delle metafore e una trama ben costruita! Libro consigliato. complimenti all’autore!!!

  10. (proprietario verificato)

    Lettura piacevole e scorrevole con un tocco di “suspense” che invoglia a non fermarsi fino all’epilogo! L’autore, con linguaggio semplice ma mai banale, riesce attraverso questo romanzo breve a descrivere efficacemente un percorso introspettivo in cui molti potranno riconoscersi…

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Morgan Zorio Prachin
MORGAN ZORIO PRACHIN è nato a Biella nel 1975. Dopo la laurea in Scienze Politiche a Torino ha lavorato per diversi anni in ambito amministrativo, per poi intraprendere l’attività di grafico e web designer. Il numero due è il suo romanzo d’esordio.
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