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Il tocco immortale

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Quando Nikolaj Kirilenko evade dalla prigione in cui è rinchiuso, su un isolotto in mezzo al mare Artico, ha già una storia di violenza e dolore alle spalle: ha perso tutti gli affetti più cari, è stato deriso e abusato, ha ucciso. A un passo dalla morte viene salvato da Yelena, insieme alla quale intraprende una folle fuga verso la libertà, verso l’unico luogo in cui nessuno oserà dar loro la caccia: Babylon Gorod, teatro di un’esplosione nucleare avvenuta dieci anni prima, ma ancora avvolta nel mistero. Lungo il cammino impareranno a conoscere le rispettive ferite e rischieranno più volte la vita, fino a scontrarsi con una realtà ben più aspra delle aspettative. Portare alla luce la verità costerà carissimo.

Io non sono come voi

Un gabbiano panciuto con un grosso pesce nel becco planò, posandosi accanto a lui con irriverente spavalderia. Sospinto dal vento glaciale aveva superato incolume il filo spinato che correva sopra i muri del carcere. Nikolaj si distrasse un attimo per fissare il maestoso uccello che aveva turbato la sua concentrazione, poi tornò a ciò che stava facendo. Mosse il Re e poi la Torre, e fece scacco matto. Poco male, la partita era contro se stesso e in quel caso vincere o perdere non aveva alcuna importanza. Giocava a scacchi per distogliere il pensiero dal dolore fisico e dal ricordo ancora fresco di quello che era successo. I trentasei punti di sutura tiravano maledettamente. Aveva commesso un errore gravissimo nei bagni, mentre si faceva la doccia assieme agli altri detenuti. Si era abbassato a raccogliere la saponetta che gli era scivolata dalle mani e gli uomini di Grabuskin lo avevano punito per quella leggerezza, sodomizzandolo con un sadismo irragionevole e brutale. Cinque contro uno, cinque bestioni di quasi due metri contro un ragazzino.

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Nikolaj aveva ventuno anni e tutto da perdere. Era esile, con i capelli lunghi e biondi e un modo di fare appena effeminato. Una leggera zoppia alla gamba destra, ricordo di una violenza gratuita subita nel periodo adolescenziale, lo aveva reso agli occhi dei suoi carnefici ancora più vulnerabile di quanto non fosse in realtà. Non aveva alcuna esperienza di quel tipo di vita e lì dentro, per uno come lui, arrivare alla sera incolume era già un’impresa titanica. Si era giocato la libertà rubando una macchina nel quartiere dove viveva e lavorava come muratore. Intere giornate passate a costruire case e alberghi, a mettere assieme mattoni su mattoni per il futuro di tanta gente mentre il suo, di futuro, si sbriciolava come vecchia calce. I suoi punti di riferimento – suo nonno, sua madre e sua zia – erano morti, e suo padre si era rifatto una vita lontano da lui.

Se ne stava sempre da solo, anche durante l’ora d’aria. L’unico che gli rivolgeva la parola e che sembrava averlo preso a cuore era Alexandar, che doveva scontare trent’anni per omicidio e vilipendio di cadavere. Aveva fatto a pezzi la moglie con la motosega e nascosto i resti in due valigie gettate poi nelle acque del fiume Anuk. Si era ricoperto di benzina e dato fuoco, perché voleva raggiungerla e chiederle perdono per non averla resa felice, ma lo avevano miracolosamente salvato e infine arrestato. Portava addosso i segni delle ustioni che gli avevano sfigurato il corpo. La parte destra del viso sembrava composta da plastica liquefatta e ripiegata su se stessa, le braccia e le gambe apparivano come avvolte da una patina lucente e artificiale.

«Come ti senti?»

«Potrei stare meglio.»

«Ti hanno preso di mira da quando sei arrivato. Sei carino e ingenuo, quelli non aspettavano altro. Sei come un agnellino in mezzo ai lupi.»

«Me la caverò, non preoccuparti.»

«Non sarà così facile, credimi. Altri come te hanno fatto una brutta fine. Io li ho visti con i miei occhi. Quelli hanno contatti e conoscenze che neppure ti immagini. È gente che non scherza. Mi raccomando, guardati sempre le spalle e fa’ attenzione.»

Suonò la campana che segnava la fine di quei sessanta minuti trascorsi alla velocità della luce nel giardino antistante la prigione. Tutti dovevano rientrare, sorvegliati da un gruppo sparuto di agenti della polizia penitenziaria.

Yuri, bielorusso finito dentro per traffico internazionale di droga, era già steso sul letto.

«Ti hanno dato una bella ripassata, eh?»

«Già…»

«Io sono qui da tre anni, ormai, ma non mi hanno mai toccato neanche con un dito. Sono brutto e grasso, e possono trovare certamente di meglio. Uno come te, per esempio, è oro colato per quei bastardi.»

Nikolaj si muoveva goffamente per il forte dolore che aveva dietro, in mezzo alle gambe. Si sdraiò anche lui e cominciò a fissare il soffitto che sembrava volesse schiacciarlo come una mosca. Si sentiva abbandonato, lì dentro, così come nella vita che faceva fuori. Sminuito da tutti, anche dai pezzenti. Ridicolizzato per la sua bontà e pazienza, escluso a priori per la sua poca volontà di emergere e arrivare in alto a qualunque costo. Gli ultimi anni erano stati un calvario, nella solitudine più estrema. Non amava i compromessi né le prevaricazioni. Nessuno sapeva come era stata la sua vita, nessuno conosceva le battaglie che aveva dovuto affrontare e a nessuno interessava. Con il passare del tempo si era disilluso: nel mondo non c’era posto per gente anonima e fragile come lui.

Così aveva cominciato a commettere piccoli furti per fare colpo su chi non lo aveva mai notato, su chi neanche sapeva della sua esistenza. Quando aveva visto quella Mustang rossa del ’67 parcheggiata davanti al pub dove passava sempre, nella sua mente era scattato qualcosa. Era l’auto di un piccolo boss di quartiere. E a lui serviva un gesto eclatante che facesse parlare per molto tempo, qualcosa di unico e plateale. Entrò disinvolto e tutti gli occhi si posarono su di lui, stupiti e inquisitori. Era un pesce fuor d’acqua, in quel locale pieno di motociclisti e ubriachi. Si sedette al bancone e ordinò una birra. Sullo sgabello a fianco, il boss contava del denaro e segnava numeri su un blocchetto.

«Di chi è quella Mustang là fuori?» chiese all’improvviso Nikolaj, pur conoscendo la risposta.

Gli uomini che stavano giocando a carte si fermarono di colpo, quelli che stavano tirando freccette rimasero a bocca aperta pregustando uno spettacolo inaspettato.

«È mia, perché?» rispose il boss con aria disinteressata.

«Fa veramente schifo.»

Il gelo cadde nel pub, il barista smise di pulire bicchieri. La tensione sferzava i volti dei presenti come una frusta.

«Che cazzo hai detto?»

«Ho solo detto che fa schifo.»

L’uomo si alzò di scatto e infilò la mano nella tasca posteriore dei pantaloni. Non fece in tempo a estrarre la piccola pistola che portava sempre con sé, che Nikolaj gli versò addosso la birra e gli sferrò una testata rompendogli il setto nasale. Poi gli sfilò le chiavi della macchina, che erano attaccate a un passante della cinta.

«Be’, ora la tua macchina è mia.»

Nikolaj uscì trionfante sotto gli sguardi attoniti degli uomini, i quali non credevano ancora che una cosa del genere fosse successa, che un ragazzetto qualunque avesse avuto il fegato di colpire un criminale da cui tutti preferivano stare alla larga. L’occasione che aspettava da una vita: essere additato, menzionato, riconosciuto.

Cominciò a fantasticare senza limiti e immaginò la gente del posto che parlava del suo coraggio e del gesto folle che aveva compiuto. Montò sulla Mustang e sfrecciò via. Non aveva la patente, Nikolaj. Aveva fatto solo qualche prova di guida con un amico che gli aveva spiegato le cose essenziali. Andò a sbattere prima contro un cassonetto, poi contro un palo della luce, esagerando con l’acceleratore sulla strada bagnata dalla pioggia incessante. Una pattuglia della polizia lo aveva notato e inseguito, ma non c’era stato bisogno di fermarlo. Lo aveva fatto da solo, nel peggiore dei modi e rendendosi ridicolo.

Fu arrestato e rinchiuso in quella prigione che stava su un isolotto in mezzo al mare Artico. Anche la Russia aveva la sua Alcatraz. Era un edificio formato da una parte centrale e due ali che dividevano i detenuti uomini dalle donne. Splendeva di un biancore accecante ma al suo interno conteneva i peggiori esemplari del genere umano.

Fin dal suo arrivo Nikolaj fu sbeffeggiato e deriso. Anche lì dentro, un luogo in cui si espiavano i peccati e che avrebbe dovuto livellare le colpe e renderlo uguale agli altri, era considerato un moccioso che aveva azzardato una mossa impossibile, che aveva tentato di scalare una montagna troppo alta senza l’attrezzatura necessaria. Lo chiamavano nei modi più disparati e derisori, finocchio era il più amichevole. C’erano assassini, stupratori seriali, papponi senza scrupoli. Tutti si erano goduti almeno un giorno di gloria. Sui giornali, alla radio, in tribunale. Tutti avevano costruito una reputazione solida che li aveva in qualche modo resi famosi. Tutti tranne lui, un maldestro ladruncolo che non contava niente.

Durante gli orari dei pasti, nella grande sala mensa sorvegliata da un paio di poliziotti in sovrappeso, sedeva sempre da solo con gli occhi di tutti addosso, soprattutto quelli di Grabuskin e della sua banda, insultato, preso di mira da lanci di posate e di cibo. Grasse risate scuotevano il silenzio a intervalli regolari. Nessuno faceva o diceva alcunché per prendere le sue difese, era diventato lo zimbello di cui prendersi gioco.

Passava molto del suo tempo a leggere. Stava spesso nella biblioteca interna, che contribuiva a gestire con grande dedizione, a sfogliare libri e quotidiani, anche vecchi di decenni, alla ricerca di storie come la sua, di persone che alla fine si erano riscattate e ce l’avevano fatta. Erano poche, davvero poche. Aveva trovato un paio di articoli che lo riguardavano. Storie raccontate con superficialità e disinteresse, tanto per riempire pagine di un giornale locale di scarsa diffusione. Del suo nome e cognome comparivano solamente le iniziali, N.K., e questo lo mandava in bestia.

Era davanti a uno scaffale quando Alexandar entrò con il carrello per i libri da riempire e distribuire ai prigionieri.

«Ragazzino, oggi devi stare più attento del solito. Ho sentito che Grabuskin ha in mente qualcosa di grosso.»

«Non ti devi esporre per me, non devi dirmi più niente.»

«Lo faccio perché potresti essere mio figlio e non voglio che ti succeda nulla.»

«Quello che deve succedere succederà, con o senza le tue premure.»

«Prendi questo, almeno potrai difenderti.»

Gli fece scivolare nella mano destra un oggetto appuntito. Era un pezzo di legno agganciato a uno spazzolino da denti con un elastico e della colla. Nikolaj lo prese e lo nascose sotto la manica della maglia, facendogli un cenno di approvazione e ringraziamento. In effetti quella sera sarebbe successo qualcosa di definitivo. Lo aveva intuito dagli sguardi e dai segnali che gli lanciavano gli altri detenuti.

«Buon viaggio, dolcezza» gli aveva sussurrato qualcuno passandogli accanto.

Nikolaj era pronto, quello poteva essere davvero l’ultimo giorno in cui avrebbe respirato, sognato, sperato. Baciò più volte la catenina che aveva al collo, quella con la foto di suo nonno, poi si avviò verso la propria cella. Vicino alla porta della lavanderia fu circondato da quelli che sarebbero diventati i suoi assassini. Gli tapparono la bocca, lo sollevarono di peso e lo portarono nella stanza dell’infermeria che in quel momento era deserta. Erano il doppio della volta precedente e sembravano ancora più cattivi. Non gli servì a niente scalciare e dimenarsi. Lo avevano già bloccato a terra. Nikolaj chiuse gli occhi per nove volte, per due lunghissime ore, mentre gli uomini riaprivano le sue ferite e inondavano i propri genitali e il pavimento di sangue.

Il capo si era lasciato per ultimo, voleva dare lui il colpo di grazia a quell’animaletto disarmato. Quando Grabuskin gli fu sopra, Nikolaj si sentì pungere il braccio. Nel suo cervello traumatizzato ma ancora vigile comparve l’immagine dell’arma artigianale che Alexandar gli aveva consegnato di nascosto. Estraniandosi dal dolore che lo stava uccidendo riuscì a farla arrivare al palmo della mano e, divincolatosi per un breve attimo, la piantò nella gola del suo aguzzino, recidendogli di netto la carotide nell’incredulità dei suoi fedeli aiutanti. Nessuno disse niente, nessuno mosse un dito. Uno dopo l’altro se ne andarono, lasciandolo solo con quel gigantesco cadavere accanto. Nikolaj riuscì ad alzarsi in piedi, si tirò su i pantaloni e uscì dall’infermeria barcollando e appoggiandosi ai muri. Due file di detenuti si erano formate parallele e lo stavano aspettando. Per istanti interminabili attese che qualcuno si facesse avanti, pronto a giustiziarlo per avere ucciso la personalità più importante e influente del carcere. Ma non andò così. Passò indenne in mezzo a quel Mar Rosso di occhi diabolici e mani omicide, senza mai alzare lo sguardo. Alexandar arrivò di corsa per sorreggerlo, poi altri si aggiunsero per dare una mano sincera. In decine gli prestarono soccorso. Nikolaj credeva di sognare. Si era guadagnato il rispetto di tutti, anche delle guardie, che gli concessero qualche ora di riposo prima di avvertire dell’accaduto i comandi superiori.

«Che mi venga un colpo…» disse Alexandar mentre gli puliva il viso dal sangue.

«Mi sono difeso, hai visto? Sono stato bravo!»

«Sei stato più che bravo. Ormai sei un eroe, qui dentro. E quando la notizia arriverà là fuori, alle orecchie di chi conta davvero, il tuo nome sarà sulla bocca di tutti e ci resterà per molto, molto tempo. Fidati di me.»

Nikolaj fu condannato a ventotto anni per omicidio volontario, ma era diventato ciò che aveva sempre desiderato. Il nome sulla bocca di tutti, come gli aveva predetto Alexandar. Riceveva lettere di ammiratrici, regali e favori. I telegiornali gli dedicarono servizi e speciali per un anno intero, raccontando la sua storia leggendaria che fece il giro del mondo. Quella sua faccia slavata e senza un filo di barba venne fissata e inchiodata nella mente e nei ricordi della gente. Il suo coraggio fu celebrato, a volte in maniera eccessiva e pomposa, e quell’omicidio, simbolo della sovversione del potere, fu decantato e portato come esempio per le nuove generazioni. Grandi e piccoli, tutti sapevano chi era Nikolaj Kirilenko, il ragazzino su cui nessuno avrebbe scommesso un rublo e che si era ribellato, sconfiggendo il Male.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Simone Pancotti
classe 1982, vive in un paesino sul Mare Adriatico vicino a Senigallia. Dopo Vite di carta (bookabook, 2019), Il tocco immortale è il suo secondo romanzo.
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