Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Search in posts
Search in pages

Il tocco immortale

26%
148 copie
all´obiettivo
43
Giorni rimasti
Svuota
Quantità
Consegna prevista Giugno 2020

Quando Yelena salva dalla morte Nikolaj, evaso di prigione, non sa ancora che assieme a lui cambierà la storia di un intero Paese.
Entrambi segnati profondamente da un passato doloroso, che riemerge attraverso ricordi nitidi e potenti, saranno protagonisti di una folle fuga verso la libertà, in cui rischieranno più volte la vita e che li condurrà fino alla città di Babylon Gorod, teatro di un’esplosione nucleare avvenuta dieci anni prima ma ancora avvolta nel mistero e piena di lati oscuri.
Portare alla luce la verità costerà carissimo.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto questo libro perché credo che ognuno di noi possa lasciare un’impronta indelebile in questa vita, nel bene o nel male.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Io non sono come voi

Un gabbiano panciuto con un grosso pesce nel becco planò posandosi accanto a lui, con irriverente spavalderia. Sospinto dal vento glaciale, aveva superato incolume il filo spinato che correva regolare sopra i muri del carcere.
Nikolaj si distrasse un attimo per fissare quel maestoso uccello che aveva turbato la sua concentrazione, poi tornò a ciò che stava facendo.
Mosse il Re e poi la Torre, e fece scacco matto. Poco male, la partita era contro se stesso e in quel caso vincere o perdere non contava niente.
Giocava a scacchi per distogliere il pensiero dal dolore fisico e dal ricordo ancora fresco di quello che era successo. I trentasei punti di sutura, che gli avevano ricucito la pelle squarciata, tiravano maledettamente.
Aveva commesso un errore gravissimo e imperdonabile nei bagni, mentre si faceva la doccia assieme agli altri detenuti. Nella sua ingenuità si era abbassato a raccogliere la saponetta che gli era scivolata dalle mani e gli uomini di Grabuskin lo avevano punito per quella leggerezza, sodomizzandolo ripetutamente con un sadismo irragionevole e brutale.
Cinque contro uno, cinque bestioni di quasi due metri contro un ragazzino gracile e indifeso.
Nikolaj aveva solo ventun’anni e tutto da perdere. Era esile, con i capelli lunghi e biondi, e un modo di fare vistosamente effeminato.
Una lieve zoppia alla gamba destra, ricordo di una violenza gratuita subita nel periodo adolescenziale, lo aveva reso agli occhi dei suoi carnefici ancora più vulnerabile di quanto non fosse in realtà.
Era senza alcuna esperienza di quel tipo di vita e lì dentro, per uno come lui, arrivare alla sera incolume era già un’impresa titanica.
Si era giocato la libertà rubando una macchina nel quartiere dove viveva e lavorava come muratore.
Intere giornate passate a costruire case e alberghi, a mettere assieme mattoni su mattoni per il futuro di tanta gente, mentre il suo di futuro si sbriciolava come vecchia calce. I suoi punti di riferimento – suo nonno, sua madre e sua zia – erano morti, e suo padre si era rifatto una vita lontano da lui.
Continua a leggere
Continua a leggere

Se ne stava sempre da solo, anche durante l’ora d’aria. L’unico che gli rivolgeva la parola e che sembrava averlo preso a cuore era Alexandar, che doveva scontare trent’anni per omicidio e vilipendio di cadavere.
Aveva fatto a pezzi la moglie con la motosega e nascosto i resti in due valigie, gettate poi nelle gelide acque del fiume Anuk.
Si era ricoperto di benzina e dato fuoco, perché voleva raggiungerla e chiedere il suo perdono per non averla resa felice, ma lo avevano miracolosamente salvato e infine arrestato.
Portava addosso i segni indelebili delle ustioni che gli avevano sfigurato il corpo. Dall’occhio destro non vedeva più niente, una parte della bocca era contratta e plastificata, le braccia e le gambe sembravano avvolte da una patina lucente e artificiale.

«Come ti senti?»
«Potrei stare meglio.»
«Ti hanno preso di mira da quando sei arrivato. Sei carino e ingenuo, quelli non aspettavano altro. Sei come un agnellino in mezzo ai lupi.»
«Me la caverò, non preoccuparti.»
«Non sarà così facile, credimi. Altri come te hanno fatto una brutta fine. Io li ho visti con i miei occhi. Quelli hanno contatti e conoscenze che neppure ti immagini. È gente che non scherza. Mi raccomando, guardati sempre le spalle e fa’ attenzione.»
Suonò la campana che segnava la fine di quei sessanta minuti netti passati alla velocità della luce nel giardino antistante la prigione. Tutti dovevano rientrare, sorvegliati da un gruppo sparuto di agenti della polizia penitenziaria.
Il compagno di cella di Nikolaj era già steso sul letto. Si chiamava Yuri, era un bielorusso finito dentro per traffico internazionale di droga. Non era di molte parole e stringeva sempre tra le mani la foto della sua ragazza, una come tante, con qualche chilo di troppo e un seno esagerato.
«Ti hanno dato una bella ripassata eh!?»
«Già…» rispose Nikolaj.
«Io sono qui da tre anni ormai ma sono brutto e grasso, non mi hanno mai toccato neanche con un dito. Ma quelli come te… be’, sono come oro colato per quei bastardi.»
Si leccò le labbra con la lingua, poi si toccò le parti basse chiudendo gli occhi.
Nikolaj si muoveva goffamente per il forte dolore che aveva di dietro, in mezzo alle gambe. Si sdraiò anche lui e cominciò a fissare il soffitto che sembrava volesse schiacciarlo come una mosca.
Si sentiva abbandonato, dietro quelle sbarre, così come nella vita che faceva fuori. Sminuito da tutti, anche da pezzenti che non valevano niente.
Ridicolizzato per la sua bontà e per la sua pazienza, escluso a priori per la sua poca volontà di emergere e di arrivare in alto, a qualunque costo. Gli ultimi anni erano stati un vero calvario, nella solitudine più estrema.
Non amava i compromessi, né le prevaricazioni. Nessuno sapeva come era stata la sua vita, nessuno conosceva le battaglie che aveva dovuto affrontare, e a nessuno interessava realmente saperlo. Con il passare del tempo si era disilluso: in quel mondo non c’era posto per gente anonima e fragile come lui.
Così aveva cominciato a commettere piccoli furti per fare colpo su chi non lo aveva mai notato, su chi non sapeva neanche della sua esistenza.
E quando aveva visto quella Mustang rossa del ’67 parcheggiata davanti al pub dove passava sempre, nella sua mente era scattato qualcosa.
Era l’auto di un piccolo boss del quartiere che gestiva anche la prostituzione minorile della zona.
Serviva un gesto eclatante che facesse parlare la gente per molto tempo, qualcosa di veramente unico e plateale.
Entrò disinvolto e tutti gli occhi si posarono su di lui, stupiti e inquisitori. Era come un pesce fuor d’acqua in quel locale, pieno di motociclisti e ubriachi. Si sedette al bancone e ordinò una birra.
Sullo sgabello a fianco il boss contava del denaro e segnava numeri su un blocchetto.
«Di chi è quella Mustang là fuori?» disse all’improvviso Nikolaj, pur conoscendo già la risposta.
Gli uomini che stavano giocando a carte si fermarono di colpo, quelli che stavano tirando freccette rimasero a bocca aperta, pregustando uno spettacolo inaspettato.
«È mia, perché?» rispose il boss con aria quasi disinteressata.
«Fa veramente schifo» disse Nikolaj.
Il gelo cadde nel pub, il barista smise di pulire i bicchieri. La tensione sferzava i volti dei presenti come una frusta.
«Che cazzo hai detto?!»
«Ho detto solo che fa schifo.»
L’uomo si alzò di scatto e infilò la mano nella tasca posteriore dei pantaloni per prendere la piccola pistola che portava sempre con sé. Ma non fece in tempo a muoversi che Nikolaj gli versò addosso la birra e gli sferrò una testata, rompendogli il setto nasale.
Poi gli sfilò le chiavi della macchina che erano attaccate a un passante della cinta
«Be’, ora la tua macchina è mia.»
E si portò la mano sulla fronte per fare un saluto militare.
Nikolaj uscì dal pub trionfante sotto gli sguardi attoniti degli uomini che non credevano ancora che una cosa del genere fosse successa, che un ragazzetto qualunque avesse avuto il fegato di colpire quel criminale da cui tutti preferivano stare alla larga.
L’occasione che aspettava da una vita. Essere additato, menzionato, riconosciuto. Cominciò a fantasticare senza limiti e si immaginò la gente del posto che parlava del suo coraggio e del gesto folle che aveva compiuto. Montò sulla Mustang e sfrecciò via.
Non aveva la patente, Nikolaj. Aveva fatto solo qualche prova di guida con un suo amico che gli aveva spiegato le cose essenziali.
Andò a sbattere prima contro un cassonetto dei rifiuti poi contro un palo della luce, esagerando con l’acceleratore su quella strada bagnata dalla pioggia incessante.
Una pattuglia della polizia lo aveva notato e inseguito ma non c’era stato bisogno di fermarlo. Lo aveva fatto da solo, nel peggiore dei modi e rendendosi ancor più ridicolo.
Fu arrestato e rinchiuso in quella prigione che stava sospesa su un isolotto in mezzo al mare artico. Anche la Russia aveva la sua Alcatraz: era un edificio formato da una parte centrale e due ali che dividevano i detenuti uomini dalle donne.
Splendeva di un biancore accecante ma al suo interno conteneva i peggiori esempi del genere umano.

Al suo arrivo Nikolaj fu sbeffeggiato e deriso anche in quel complesso dove si espiavano i peccati e che avrebbe dovuto livellare le colpe e renderlo simile agli altri.
Invece no, anche lì dentro era considerato solo un moccioso che aveva azzardato una mossa impossibile, che aveva tentato di scalare una montagna troppo alta senza l’attrezzatura necessaria.
Lo chiamavano nei modi più disparati e derisori, finocchio era il più amichevole.
C’erano assassini, stupratori seriali, papponi senza scrupoli. Tutti si erano goduti almeno un giorno di gloria. Sui giornali, alla radio, in tribunale. Tutti avevano costruito una reputazione solida che li aveva in qualche modo resi famosi. Tutti tranne lui, un maldestro ladruncolo che non contava niente.
Anche durante gli orari dei pasti subiva le peggiori angherie. Nella grande sala mensa, sorvegliata da un paio di poliziotti in sovrappeso, sedeva sempre da solo con gli occhi di tutti addosso, soprattutto di Grabuskin e della sua banda.
Era insultato costantemente, preso di mira da lanci di posate e di cibo. Grasse risate scuotevano il silenzio a intervalli regolari. Nessuno faceva o diceva alcunché per prendere le sue difese, era diventato lo zimbello di cui prendersi gioco.
Passava molto del suo tempo a leggere. Stava spesso nella biblioteca interna, che contribuiva a gestire con grande dedizione, a sfogliare libri e quotidiani, anche vecchi di decenni, alla ricerca di storie come la sua, di persone che alla fine si erano riscattate e ce l’avevano fatta. Erano poche, davvero poche.
Aveva trovato un paio di articoli che lo riguardavano. Storie raccontate con superficialità e disinteresse, tanto per riempire pagine di un giornale che pochi leggevano.
E il suo nome, di cui comparivano solamente le iniziali, N.S., lo mandava in bestia.

Era davanti a uno scaffale quando Alexandar entrò con il carrello per i libri da riempire e distribuire ai prigionieri.
«Ragazzino, oggi devi stare più attento del solito. Ho sentito che Grabuskin ha in mente qualcosa di grosso per te.»
«Non ti devi esporre per me, non devi dirmi più niente.»
«Lo faccio perché potresti essere mio figlio e non voglio che ti succeda nulla.»
«Quello che deve succedere succederà, con o senza la tua premura.»
«Prendi questo, almeno potrai difenderti.»
Gli aveva fatto scivolare nella mano destra senza farsi vedere un oggetto appuntito. Era un pezzo di legno agganciato a uno spazzolino da denti con un elastico e della colla.
Nicolaj lo prese e lo nascose sotto la manica della maglia, e gli fece un cenno di approvazione e di ringraziamento.
Effettivamente quella sera doveva succedere qualcosa di definitivo. Lo aveva capito anche dagli sguardi e dai segnali inconfutabili che gli lanciavano gli altri.
«Buon viaggio, dolcezza» gli sussurrò appena gli fu a fianco un detenuto ancora più giovane di lui.
Nicolaj era pronto, quello poteva essere l’ultimo giorno in cui avrebbe respirato, pregato, sperato. Baciò più volte la catenina che aveva al collo, poi si avviò per tornare nella sua cella.
Quando fu vicino alla porta della lavanderia fu circondato da quelli che sarebbero diventati i suoi assassini.
Gli tapparono la bocca, lo sollevarono di peso e poi lo portarono nella stanza dell’infermeria che in quel momento era vuota. Erano il doppio della volta precedente e sembravano ancora più malvagi.
Non gli servì a niente scalciare l’aria e dimenarsi. Lo avevano già bloccato a terra, senza che lui potesse fare alcun movimento.
Nikolaj chiuse gli occhi, per nove volte, per due lunghissime ore, mentre gli uomini di Grabuskin riaprivano le sue ferite e inondavano i loro genitali e il pavimento di sangue.
Il capo si era lasciato per ultimo, voleva dare lui il colpo di grazia a quell’animaletto disarmato.
Quando Grabuskin gli fu sopra, Nikolaj sentì pungere il braccio. E nel suo cervello traumatizzato ma ancora vigile comparve l’immagine di quell’arma artigianale che Alexandar aveva fabbricato per lui.
In un momento di estrema lucidità, estraniandosi dal dolore che lo stava uccidendo, riuscì a farla arrivare al palmo della mano e, divincolatosi per un breve istante, la piantò nella gola del suo aguzzino, recidendogli di netto la carotide, nell’incredulità generale dei suoi fedeli aiutanti.
Nessuno disse niente, nessuno mosse un dito. Uno dopo l’altro se ne andarono, lasciandolo solo con quel gigantesco cadavere accanto.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

Commenti

Ancora non ci sono recensioni.

Recensisci per primo “Il tocco immortale”

Share on facebook
Condividi
Share on twitter
Tweet
Share on whatsapp
WhatsApp
Simone Pancotti
SIMONE PANCOTTI, classe 1982, vive in un paesino sul Mare Adriatico vicino a Senigallia. Vite di carta è il suo romanzo d’esordio, pubblicato con bookabook a marzo 2019.
Simone Pancotti on Facebook
Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Search in posts
Search in pages

Questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti per aiutarci a migliorare la tua esperienza di navigazione quando lo visiti. Proseguendo nella navigazione nel nostro sito web, acconsenti all’utilizzo dei cookie. Se vuoi saperne di più, leggi la nostra informativa sui cookie