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Inseguendo farfalle

Inseguendo farfalle
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Consegna prevista Aprile 2022
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Roberto, trentacinque anni, è un party planner per l’infanzia trasferito da tempo in città. Non sopporta i bambini, detesta i genitori e ancor più il lavoro, il cui unico pregio è fargli incontrare donne, possibilmente impegnate. Edgardo invece è anziano, vive solo in campagna e lotta ogni giorno per non finire in ospizio. Sua figlia Manuela è preoccupata mentre suo genero Ubaldo e la subdola Marilisa, direttrice della casa di riposo, tramano affinché ciò avvenga presto. Ad aggravare la situazione c’è poi il fantomatico tesoro che sostiene di custodire senza dare spiegazioni coerenti.
Si direbbero vite lontane e destinate a non incrociarsi, ma quando Roberto si troverà a ingaggiare una facoltosa quanto irresistibile cliente, la linea degli eventi inizierà a deviare avvicinando i due verso un imprevedibile, rocambolesco e anomalo confronto.

Perché ho scritto questo libro?

Perché amo le sfide, perché mi diverte e per insoddisfazione. Volevo di più, la vita mi stava addosso come un abito di taglia sbagliata.
Così ho scoperto che scrivere è un’arma e ferisce anche chi la usa. L’autore influenza il romanzo o accade il contrario? I personaggi prendono vita o ci si scopre tramite loro? Ci sono voluti anni, incontri imprevisti, disciplina e una pandemia perché vedessi la fine e il fine: aiutare chi cerca quello che online non si trova.

ANTEPRIMA NON EDITATA

16 giugno

I parcheggiatori coordinavano e le auto si infilavano l’una di fianco all’altra, lucide come stivali in vetrina. Le ruote scricchiolavano sulla ghiaia, seguite dall’apertura di portiere da cui scendevano invitati in abito elegante. C’era però un elemento di disturbo nel pacato e silenzioso corteo, una Bmw che grattava impaziente alzando volute di polvere e schizzando qua e là i sassolini che non resistevano agli scatti nervosi delle sue gomme.

“E muovi il culo!” Il conducente rifilò un gestaccio a quello che lo precedeva, colpevole di starsene fermo in salita. “Dai, genio, cammina!”

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Dagli altoparlanti dell’impianto stereo i Proclaimers si sgolavano nel loro più celebre successo

I’m on my way, from misery to happiness today

I’m on my way, from what I want from that world..*

mentre Roberto, spento il motore, si esaminava nello specchietto interno al parasole. Ciuffo impeccabile, barba ineccepibile; peccato la camicia, tatuata sulla schiena. Scese a scollarla e infilò la giacca impiccata dietro al posto guida. 

“Afa del cazzo..” Maledisse il posto e il clima.

Una staccionata separava il piazzale da un declivio in cui il giallo e vermiglio dei tulipani si fondevano con le calde tinte del tramonto. Sul versante opposto un torrione fronteggiava il sole a singolar tenzone.

“Però..” Dedicò allo scorcio un’occhiata sfuggente, come se un apprezzamento più esplicito ridimensionasse l’inadeguatezza di quell’evento.

“Azienda giovane, far bene le cose..” Scimmiottò in falsetto sbattendo lo sportello; se non altro si sarebbe guardato un po’ in giro.

Sigillò l’auto con il telecomando e si avviò per il vialetto. Il tizio che l’aveva infastidito lo precedeva sottobraccio a una ragazza appesantita in difficoltà su scarpe da cerimonia che gli abbozzò un sorriso, ovviamente non ricambiato.

Procedette adagio e scandagliò l’ambiente come uno della scientifica, senza irrompere prima di sapere che cosa fare. Scannerizzò tavoli e divanetti in cerca di spunti interessanti, ma soprattutto allo scopo di risparmiarsi conversazioni di circostanza e argomenti preconfezionati. Infine, non trovando ostacoli, tirò dritto per l’angolo bar, dove un paio di facce brufolose elargivano spensieratezza agli invitati.

“Uno Spritz, per favore.” Uno sbarbatello si mise all’opera e vino, Aperol e Seltz rotolarono giù per l’esofago di Roberto, che ne tracannò una mezza bicchierata.

“Possiamo unirci a lei? Non credo ci conosciamo.”

Cazzo..

Un’attempata voce maschile lo costrinse a voltarsi.

“Adalberto Capograssi di Vignale, padre dello sposo; lei è mia moglie Ermanna.”

“Molto piacere.”

“E lei è..?”

“Roberto, un amico.” Vaglielo a spiegare che nemmeno lo conosceva.

Strinse entrambe le mani. Quella di Adalberto emanava la giovialità di chi non ha più missioni da compiere nella vita, mentre quella di Ermanna, ammesso che di stretta si potesse parlare, trasudava l’incontentabile vena snob della signora altolocata che osserva dall’alto, la scucchia all’insù e la testa reclinata a distanziarsi dal soggetto osservato.

“Il mio Olly che si sposa, non mi sembra vero.. E dire che sta con Jo dai tempi della scuola! Lei è come una seconda figlia per noi..”

Roberto scambiò uno sguardo sconsolato con lo Spritz, come per un momento di intimità rovinato da un’intrusione.

“Un calice di prosecco, grazie.” Adalberto badava al sodo. “Ne gradisci, tesoro?”

“Ma Adalberto, lo sai che non bevo a stomaco vuoto!” Lo rimbrottò la donna mentre prelevava una tartina in punta di dita, neanche fosse un’arma batteriologica.

“Cosa mi dice del castello?” Si ricompose. “Sa, l’ho consigliato io ai ragazzi! Pensi che volevano prenotare in un ristorante! Forse perché Jo è vissuta in fattoria, e dato che per Olly conta solo farla felice..” La tartina rimase a mezz’aria. “..ma è essenziale anche la forma, non trova?! Specie in occasioni del genere! Jo è così semplice, non ha mai avuto tanto, a parte Olly, si intende! Per fortuna ci sono io, che li riporto al giusto livello! E qui è perfetto: raffinato, romantico, spazioso! L’ideale, vista la situazione. Non si può mica inchiodare dei colombiani ad un tavolo, no? È gente festaiola e qui ci sono.. ehm.. gli spazi opportuni, se capisce che intendo.”

“Sì, beh, chiaro.” A giudicare dal discorso, l’etnia della nuora le era rimasta sul gozzo. 

Magari un goccetto di vino..

La ascoltò ancora per poco, poi fece posto al pilota automatico. 

Dio santo, che accidenti aveva la gente contro il silenzio? Quale esigenza recondita la spingeva ad aprir bocca e parlare? E per dirsi cosa, poi?!

L’istinto di conversazione, qualcosa che a lui, esemplare degenere di una razza di attaccabottoni, difettava davvero. È che non vedeva proprio il motivo per cui due sconosciuti campati alla grande in reciproca assenza dovessero sfondare il muro di estraneità che li divideva e imbastire un dialogo basato sul nulla.

Doveva essere reato, doveva essere penale, cazzo. Oltraggio alla pace interiore, lesioni testicolari aggravate. Qualcosa del genere.

Con un sorriso beffardo vuotò quel che restava del bicchiere e ruotando l’indice in faccia al ragazzino comandò che gliene fosse servito un secondo. 

“Carico, mi raccomando.” Lo minacciò con lo sguardo. Dove diavolo erano, in Amazzonia?

“..quindi speriamo non tornino in tre! Jo è molto materna e sa, a trentacinque anni.. Confesso di non esser pronta a farmi chiamare nonna!”

Trentacinque, la sua età. Quella in cui la gente convolava a nozze e sfornava pupazzi.

“Se è per questo ne passerebbero due, prima che qualcuno ce la chiami sul serio.” Precisò.

“Oh, beh, anche questo è vero. Mi dica di lei, piuttosto: è sposato, ha figli?”

“Figli?” ci pensò un attimo, con la gola che si richiuse d’istinto. “Mah.. non che io sappia..”

“Non che io sappia, divertente!” Ermanna grugnì inaspettatamente perdendo l’espressione altezzosa.

“Amore sono cose private, magari il nostro amico..”

“Magari cosa, ho chiesto solo se fosse sposato!”

“Sì, certo..”

“Ecco, appunto! Di cosa si occupa glielo posso chiedere?” Riprese poi con tono polemico.

“Party planner per l’infanzia. Lavoro per una ditta che organizza eventi.”

“Ah, un animatore per bambini!”

Roberto trattenne un insulto convogliandolo in un sospiro abbattuto. Ogni volta che parlava della sua professione le parole di suo nonno gli echeggiavano in testa come un antico ammonimento.

Se ti tocca spiegare in che consiste, allora non è un lavoro serio..

“Sono alla logistica, non mi occupo mai di loro.” Rispose infine.

“Ah, e come mai?”

“Gente più qualificata.” Glissò, dando per scontato che perché preferirei tagliarmi le palle e farci un frullato fosse più scomoda da gestire.

“E quindi di cosa si occupa?”

“Prendo i contatti, ordino i costumi, gli addobbi..” Dio, era insopportabile anche solo descriverlo.

“E non preferirebbe stare in mezzo a loro?”

E tu non preferiresti una Jacuzzi con dentro i piranha?!

“Mi va bene così.”

Già, anche perché di lavoro se ne accollava davvero poco. Stefania era molto.. permissiva con lui. Ne faceva una questione di stima e ripartizione di ruoli, ma sia lui che le colleghe conoscevano la verità. 

“E come ci è arrivato? Voglio dire, non credo che uno si alzi e..”

“No, no, certo. Storia lunga, in effetti.” Di fatto non avrebbe voluto raccontarla; avrebbe allargato la conversazione, invece lui voleva uscirne. Al più presto.

Erano successe un sacco di cose, dacché se n’era andato. Ripensandoci, erano trascorsi fin troppi anni. Se si fosse rivisto su quel treno avrebbe faticato perfino a riconoscersi, e non certo per l’aspetto o l’evoluzione del look. “Una serie di incontri, casualità..” Dichiarò prima che la donna riaprisse il fuoco delle domande e il passato tornasse a galla.

“È chiaro che richiede buon gusto.” La tartina giunse a destinazione, accompagnata da un mugugno di apprezzamento. “E mi dica, è solo? Un così bel ragazzo, mi sorprenderei che non fosse in compagnia.”

“Doveva raggiungermi la titolare, ma al momento è con dei clienti. La HappyBimbo non conosce riposo! Le lascio un biglietto, visto mai..”

Così pure la capa è contenta.

Ermanna gli inoltrò uno sguardo equivoco, corredato da un corrucciarsi di labbra. “Vi occupate solo di bambini?” Domandò sottovoce, quasi sussurrando. 

“In che senso?”

“Feste per adulti, ricevimenti..” Specificò girando le spalle al marito e dando l’impressione di alludere a qualcosa di segreto. Roberto se la figurò col frustino in mano e un costume da diavola mentre castigava gente a quattro zampe nell’androne di un palazzo.

Adalbertooo! Prontoooo?! La senti, la porcona?! Ma il signor mille cognomi non sembrava che curarsi di affondare il naso nel calice.

“No, no, solo bambini.”

“Tieni, tesoro, è analcolico.” Adalberto le allungò un bicchiere.

“E mi dica, la cerimonia le è piaciuta?” Trasalì la donna,  che oltre a salire d’ottava sgranò gli occhi come a chiedere di reggerle il gioco.

“Sì, sì.. emozionante.” Più che altro aveva sudato. Funzione all’aperto e un sole che si era messo in testa di incenerire l’umanità. Un toccasana.

“Allo scambio degli anelli mi sono commossa! Mi ha ricordato il nostro, vero, caro?” Adalberto infieriva sugli stuzzichini. “Ti ricordi, amore?” 

Gnarf, crunch, crunch.. 

“Adalberto, mi ascolti?!”

“Sissì gli anelli!”

“Mai una volta che si regoli, vede un buffet e perde la testa!” La donna alzò gli occhi come se la sua missione potesse esser compresa solo da qualcuno su in alto. “Si ingozza e addio buone maniere!”

Quanto a lungo l’avrebbero seviziato? s’interrogò Roberto. 

La crudele rottura del ghiaccio era in archivio, stavano per arrivare gli aneddoti, le esperienze di vita o peggio la confidenza di chi non sa tapparsi la bocca: non ce l’avrebbe mai fatta. Si era già applicato, quel giorno: le buone azioni potevano bastare. 

Mentre Ermanna blaterava convinta di avere un ascoltatore, infilò la mano nel taschino e ne estrasse l’IPhone, aggrottando le sopracciglia come se nel display figurasse qualcosa. Continuò ad annuirle, mostrandosi però distratto.

Impostazioni -> Suoni -> Suoneria

“..mia madre si raccomandava, ma da giovani non si usa certo il cervello!”

Classiche -> Vecchio telefono, e con il pollice posizionato fece finta di rinfilarlo. 

Adesso ti sistemo io..

Sfiorò il display e la suoneria partì.

Drrrrrriiiiin…!!! 

“Chiedo scusa..” Recitò come preso alla sprovvista. “Con permesso, è la titolare..” e senza attendere consensi, fece finta di rispondere. “Sì, pronto! Pronto? Sì, io ti sento, tu mi senti? Aspetta, mi sposto..” e con un cenno di tacite scuse afferrò il bicchiere e puntò l’esterno. 

Spiaciuta, Ermanna fu costretta a frenare la lingua, mentre Adalberto le si affiancò con in mano un piattino straboccante cibo.

“Bravo ragazzo, non trovi?”

“E come fai a dirlo, non hai ascoltato una parola!” Rispose isterica la donna, infastidita tanto dall’interruzione quanto dal concerto in bocca a suo marito. Roberto era sempre più lontano, teneva un dito sull’orecchio e si piegava in avanti nello sforzo di capire. 

Evidentemente non c’era segnale.

Sconsolata come un gatto a cui il topo sfugga di un soffio, la madre dello sposo addentò nuovamente la tartina masticandola a denti lunghi. 

Roberto si inoltrava nel prato continuando a conversare da solo, sorseggiando il drink e gongolandosi della propria eccellente trovata.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Roberto Moneta
Sono Roberto, ho 38 anni e vivo a Porto Recanati, cittadina sul litorale marchigiano. In tasca ho una laurea in farmacia e nel cassetto l’ambizione di scrivere. Ho mille interessi e poco tempo per coltivarli. Adoro il cinema, le serie tv, la musica, lo sport e ovviamente libri e scrittura. Parlo con gli animali, specie quelli più simpatici.
Mi piace vivere di sogni e trasformarli in tanti piccoli obiettivi che difficilmente non riesco a raggiungere. Per esempio adesso sto già pensando al mio prossimo romanzo..
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