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Un concorso letterario, il primo indetto dal Circolo dei lettori di Torino. Più di novanta romanzi arrivati. Un Gruppo di lettura composto da più di trenta persone per valutarli uno a uno. Da ottobre a maggio per leggerli e commentarli insieme. Due editor professionisti ad accompagnare la giuria. Quattro appuntamenti al mese, uno la settimana, nel bel mezzo di tutte queste storie. Adesso, finalmente, sono stati scelti i due titoli migliori. Eccoli.

In questa campagna di crowdfunding ogni sostenitore potrà scaricare e leggere gli ebook di La scoperta dell’acqua calda e di Io ti ho visto senza dover aspettare il raggiungimento del goal, qualsiasi sia l’importo offerto. Le offerte, come al solito, saranno invece prelevate solo in caso di esito positivo della campagna.

Io ti ho visto di Giovanna Pittaluga

Un giallo metropolitano dove Torino la fa da padrona, ma una lettura coinvolgente anche per chi non conosce la città della Mole. Il testo dà prova di una doppia, ottima capacità: da un lato, si colloca perfettamente a suo agio nella categoria del genere (l’autrice deve averne letti e studiati tanti); dall’altro, è capace di ravvivare i cliché del poliziesco grazie a una penna arguta e mai banale. All’omicidio di due professori universitari, le cui macchine vengono minate e fatte esplodere, segue due mesi dopo l’assassinio di un terzo docente, ucciso nel suo studio, pugnalato alla schiena con una baionetta. Spetta ora al commissario capo della Questura, Marco Ferrero, aiutato nelle indagini dagli ispettori, dalla Scientifica e dal medico legale, risolvere il caso. L e atmosfere cittadine fanno da sfondo a un domino impeccabile ricco di colpi di scena, in cui la vicenda è imprevedibile senza mai risultare complicata. L’autrice mantiene il lettore inchiodato alla pagina, riuscendo a strappargli più di una risata. Ci sono la matematica, la psicologia, il crimine e gli animali: ottimi presupposti per una lettura vivace e intelligente.

IO TI HO VISTO

Che Dio stia tra te e il male in tutti

gli spazi vuoti del tuo cammino.

Da una tomba dell’antico Egitto

PROLOGO

L’angoscia stava diventando insopportabile. Come un

animale ferito cercava un rifugio in cui nascondersi, ma

non riusciva a controllare il tremito delle mani.

A stento raggiunse il suo ufficio.

“Bastardo…– sussurrò – figlio di puttana, traditore…

bestia ingrata, verme schifoso… come hai potuto… e

sorridevi… brutto bastardo…”

Per qualche minuto rimase in silenzio, immobile. Il

battito del cuore era accelerato, il respiro affannoso, le

mani fredde, la vista confusa.

Poi nel profondo della mente nacque come un’ombra,

il fantasma di un pensiero non ancora cosciente, che,

alimentato dal dolore, crebbe, assunse una forma, un

contorno e un carattere, si trasformò nell’abbozzo di

un’idea, si raffinò nell’odio e divenne un progetto.

Nel chiuso della sua tana, l’animale spaventato aveva

trovato la cura per le ferite e la strategia da seguire per

annientare chi aveva voluto ucciderlo. Adesso lo spirito

era calmo, il cuore regolare, il respiro tranquillo.

SEI MESI DOPO

Chiuso nello studio al Dipartimento di Matematica

dell’Università, l’emerito professore Luigi Silva stava

controllando la stesura definitiva di un lavoro di cui era

particolarmente compiaciuto. Ogni tanto scriveva

qualcosa e lo sfregare della matita sui fogli era l’unico

rumore che si poteva udire nella stanza.

Il silenzio venne improvvisamente rotto dalla sirena di

un’ambulanza.

Il professore alzò il capo e poi girò lo sguardo verso l’orologio.

“Cazzo! – esclamò, alzandosi come una molla – i grissini!”

Quella sera avrebbe dovuto affrontare un incontro con

la cognata Antonia e con il di lei marito Edoardo,

chirurgo spocchioso, pieno di boria, di alterigia e di denaro.

Elvira, moglie di Luigi, aveva ordinato i grissini in un

panificio del centro, ‘unico rimasto a lavorare come Dio comanda’.

“Andrò io a ritirarli – le aveva promesso il marito – tranquilla!”

Ma, se non fosse passata l’ambulanza, sarebbe tornato

a casa a cena iniziata.

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“Speriamo che il panettiere non abbia venduto i

maledetti grissini…” pensò, raccogliendo velocemente i fogli.

Uscì a razzo, e vide che il dottor Righetti, trentenne e

valido ricercatore, stava chiudendo la porta del suo ufficio.

Chiacchierando, percorsero il corridoio fino

all’androne, dove incrociarono la guardia giurata. Usciti

dal palazzo, camminarono velocemente sul marciapiede

lungo la facciata dell’edificio. Quando arrivarono

all’angolo della via, Righetti si fermò di botto.

“Mi scusi professore, ho dimenticato sulla scrivania i

compiti che devo finir di correggere.” disse il giovane e,

con calma, ritornò indietro.

Entrò nel Dipartimento, si fece da parte per lasciare

uscire due studenti abbracciati e si diresse verso il suo

ufficio. Sulla destra una lunga parete di vetro lo separava

da due grandi aule le cui finestre si affacciavano su di un

vasto cortile interno adibito a parcheggio.

Tale destinazione d’uso di un’area comune aveva

richiesto mesi di liti infuocate, alla fine delle quali si era

giunti ad un accordo: accesso gratuito per le biciclette, a

pagamento per le auto. Una sbarra apribile con

telecomando avrebbe impedito l’entrata ai soliti furbi.

Il dottor Bruno Righetti, vide, attraverso le vetrate,

che l’Audi del professore stava aspettando di poter uscire,

mentre la sua nuovissima Cinquecento nera era

parcheggiata contro il muro di fondo.

A quel punto si scatenò l’inferno.

Due boati quasi contemporanei ruppero la quiete di

quella tranquilla sera d’aprile. Chi si trovava all’interno

del palazzo non fece neppure in tempo a domandarsi cosa

mai fosse successo, che una terrificante deflagrazione

frantumò tutti i vetri delle finestre del piano terra e la luce

di un violento incendio rischiarò l’intero cortile.

Bruno visse in diretta la distruzione totale della sua

piccola FIAT. Dapprima la parte anteriore della macchina

deflagrò, e, dopo alcuni secondi, il serbatoio pieno di

benzina prese fuoco. La vettura sembrò sollevarsi in aria,

e poi esplose come una bomba, trasformandosi in una

palla di fuoco.

Dopo un attimo di silenzio tombale, cominciarono a

sentirsi delle grida di terrore.

Righetti tornò in sé. Fatti due passi, vide l’Audi

semidistrutta avvolta da un fumo sinistro. Il professore

era vivo, aveva aperto la portiera e si era gettato fuori.

Con le gambe orrendamente maciullate, tentava di

allontanarsi dalla sua macchina, trascinandosi dietro

quell’atroce ammasso di carne e di sangue.

Bruno spalancò l’uscita di sicurezza, superò a rotta di

collo i cinque scalini sconnessi e, preso per le ascelle il

ferito, cercò di portarlo in salvo. Capì che non ne avrebbe

avuto il tempo e neanche le forze. Si gettò allora sul

professore, facendogli scudo col proprio corpo.

L’Audi scoppiò e prese fuoco. I vetri interni delle aule

ricevettero direttamente l’onda d’urto ed esplosero,

cospargendo il corridoio di milioni di schegge.

Un pezzo di lamiera colpì la spalla del coraggioso

ricercatore, e la incise profondamente.

Il giovane perse conoscenza.

I boati delle esplosioni delle due auto si erano sentiti a

parecchi isolati di distanza. Tutti i servizi di pronto

intervento, di protezione civile, di polizia, compresi vigili

urbani, carabinieri e caserme militari, furono invasi da

telefonate, con richieste di aiuto e di soccorso.

Il primo a giungere sul luogo della tragedia era stato

Cosimo Imbesi, la guardia giurata, che, dopo aver

salutato i due professori, aveva continuato il giro di ronda

al primo piano del palazzo. Da cui era sceso di corsa,

dopo qualche attimo di smarrimento. Arrivato nel

corridoio, lo aveva trovato cosparso di vetri e solo grazie

agli stivali di ordinanza era potuto arrivare a vedere

l’orrenda scena di un uomo con le gambe ridotte ad un

ammasso di carne maciullata coperto da un altro, svenuto

e con la giacca zuppa di sangue.

Il commissario Ferrero arrivò dopo le ambulanze.

L’ispettore Dario Nicolasi gli andò subito incontro.

“Dottore, qui è successo una catastrofe!”

“Ci sono vittime?”

“Due feriti, uno gravissimo.”

Il professor Silva, le cui condizioni erano parse subito

disperate, era già stato portato al pronto soccorso.

Un medico stava medicando il Righetti che tremava in

modo parossistico ed era pallido come un morto. Venne

caricato sulla seconda ambulanza e portato in ospedale.

“Chi ha dato l’allarme?” chiese il commissario.

“La guardia giurata, un certo Cosimo Imbesi.”

“Dov’è? Gli hai già parlato?”

“Dottore, quando sono arrivato, qui sembrava di

essere in guerra. Sono riuscito a individuare qualche

professore che al momento dell’esplosione era nel

palazzo. La stanno aspettando negli uffici della direzione,

insieme alla guardia e a un paio di studenti.”

“La Scientifica? ”

“È nel cortile, ma per andarci le conviene fare il giro

esterno dell’edificio perché questo corridoio è una

trappola mortale.”

Ferrero entrò nel parcheggio notando che la sbarra che

ne bloccava l’accesso era inclinata a 45 gradi, e subito

pensò che, se l’auto che stava uscendo fosse esplosa dopo

essersi immessa nella via, la tragedia si sarebbe

trasformata in una carneficina.

I tecnici delle Scientifica stavano lavorando. Le due

carcasse annerite, il fumo, l’odore di bruciato, una larga

pozza di sangue, le vetrate distrutte, non erano altro che

lo scenario di un attentato.

“Savino che ne pensi?” disse il commissario,

rivolgendosi a uno degli uomini in tuta bianca.

“Cosa posso dirti, Marco, questa è opera di un pazzo

criminale, le macchine non hanno preso fuoco da sole,

quando le avremo esaminate saremo in grado di darti

delle informazioni più precise.”

Ferrero rimase qualche minuto a guardare il grosso

cortile, su cui si affacciavano le finestre del palazzo.

“Qualcuno avrà ben visto qualcosa – si domandò –

mica staranno sempre a far conti.”

Rientrò poi nell’edificio per andare a parlare con i

testimoni. Il primo ad essere interrogato fu Cosimo Imbesi, la

guardia giurata. L’uomo, di corporatura minuta, poco più

che quarantenne, aveva lo sguardo perso, tra l’attonito e

lo spaventato. Stringeva i braccioli della sedia per

mascherare il tremito che lo scuoteva.

“Signor Imbesi – esordì il commissario – quali sono i

suoi compiti e qual è il suo orario di lavoro? ”

“Io arrivo qui tutte le mattine verso mezzogiorno e ci

rimango fino alle sette e mezza di sera. Giro

continuamente per i corridoi, controllo le aule e i

laboratori, nel pomeriggio verifico che gli uffici abbiano

le porte chiuse e che dentro non ci siano intrusi. Ogni

tanto faccio anche un giro nel cortile, dove sono

parcheggiate le macchine.”

“E oggi?”

“Oggi è stato un giorno come gli altri, ero al mio

ultimo giro, ho visto uscire i poveri Silva e Righetti. Mi

hanno salutato e sono usciti. Io ho preso lo scalone per

salire al primo piano, non ero neanche arrivato in cima

che si è scatenato il finimondo. Ricordo di essere rimasto

paralizzato dalla paura, non ho neanche avuto il tempo di

chiedermi cosa fosse successo che un boato mi ha fatto

perdere l’equilibrio, ho sentito dei vetri che si rompevano.

Sono sceso di corsa per la scala, appena arrivato in fondo

un altro boato, peggiore ancora del primo, e ho visto le

vetrate delle aule esplodere in milioni di schegge. Sono

vivo per miracolo, se fossi già entrato nel corridoio sarei

stato fatto a pezzettini…mi son subito venuti in mente i

professori che avevo appena incontrato e camminando sui

vetri sono andato verso la porta di sicurezza e ho visto

una scena orribile: il povero professor Silva con le gambe

maciullate, e addosso a lui il Righetti, immobile, con uno

squarcio sulla spalla. E sangue poi, ce n’era dappertutto, e

la macchina che ancora bruciava e la puzza, terribile . . .”

“Durante quel suo ultimo giro, ha incrociato qualcun

altro?”

“No, nessuno, a parte una coppia di ragazzi che si

baciavano…”

“Oggi o nei giorni passati, non ha notato niente di

strano o di insolito?”

“Guardi, ci ho già pensato, ma non ho visto niente che

non fosse più che normale.”

“Un’ultima cosa. Immagino che non tutte le persone

che lavorano qui, professori e no, si fermino sempre fino

alle sette di sera.”

“Certo, le lezioni finiscono alle sei. A fermarsi fino a

tardi sono pressoché sempre gli stessi, compreso un

collega delle due povere vittime… un giovane professore

che ha l’ufficio proprio davanti alla porta di sicurezza e

che per sua fortuna non c’era.”

Marco gli chiese allora di fare l’elenco di chi si

fermava abitualmente fino a dopo l’orario di chiusura del

Palazzo. Poi chiamò Nicolasi.

“Senti – gli disse – prendi le generalità dei testimoni

oculari, convocali in Questura per domani mattina,

possibilmente scaglionati di almeno mezz’ora e fammi

parlare subito con chi non è in questo elenco.”

Per prima entrò una giovane ricercatrice, Saveria Candeli,

una donna graziosa, con un bel caschetto di capelli scuri

alla ‘maschietta’, ma vestita in modo trasandato e così

magra da sembrare anoressica.

Marco la fece accomodare e le sorrise.

“Dottoressa, potrebbe raccontarmi la sua versione dei fatti?”

“La mia versione sarà del tutto simile a quella degli

altri – esordì con tono tranquillo – purtroppo non ho visto

nulla che possa essere utile per le indagini.”

Il commissario aspettò che proseguisse.

“Oggi sono stata tutto il giorno chiusa nel mio ufficio

che è al primo piano dell’edificio. Quando ho sentito le

prime due esplosioni pressoché contemporanee, ho

pensato che fosse successo qualcosa all’impianto di

riscaldamento, che è stato appena rifatto. Non mi ero

neanche alzata dalla scrivania quando c’è stato il secondo

botto…sono uscita di corsa, pronta a scappare, attraverso

le finestre del corridoio ho visto la luce delle fiamme e il

professor Silva steso in terra fuori dalla macchina

semidistrutta. Mi sono allora messa a correre giù dalle

scale, ero solo alla fine della prima rampa, quando è

successo il finimondo. Ricordo di essermi rannicchiata su

uno scalino aspettando che tutto mi crollasse addosso. Poi

ho sentito delle grida e ho visto gente arrivare.”

“È sua abitudine fermarsi in Istituto fino ad oltre le

sette di sera?” domandò il commissario.

Saveria distolse lo sguardo.

“No – gli disse – solitamente esco alle quattro per

andare a prendere la mia bambina all’asilo nido. Oggi

però ci hanno pensato i nonni, e così ne ho approfittato per

fermarmi a lavorare.”

Ferrero rimase in silenzio. La giovane si tormentava

con le dita di una mano i polpastrelli dell’altra, in una

sorta di tic che denotava uno stato di nervosismo.

“Vede commissario – riprese dopo aver fatto un

profondo respiro – io convivo da cinque anni con una

compagna, una farmacista che questa sera è di turno fino

a mezzanotte. La bambina è nostra figlia, anche se l’ho

concepita in provetta. I miei genitori son bravissime

persone, ma religiose e bigotte da far paura. Che la loro

unica figlia sia gay è una cosa che proprio non riescono a

digerire. Questa sera sarei dovuta andare a cena da loro e

so già che non avrei retto più di tanto alle severe critiche

di mio padre e alle lacrime di mia madre. Ecco perché

procrastinavo al massimo il momento di abbandonare la

tranquillità della mia stanza.”

Il commissario, dopo averla congedata, prese alcuni

appunti. Secondo lui aveva detto la verità.

“Commissario, ci sarebbe ancora un professore, un

certo Mario Aliberti.”

“Fallo entrare, Nicolasi, poi andiamo tutti a casa.”

“Professore buonasera. So che è tardi ma le assicuro

che faremo più in fretta possibile.”

“Non si preoccupi, io mi considero un animale

notturno, vivo solo e non ho nessuna fretta.”

Piccolo, rotondetto e semicalvo, il professor Aliberti

non era quel che si dice un bell’uomo, ma aveva uno

sguardo così vivace ed ironico e un modo di porsi

talmente amabile, da risultare immediatamente simpatico.

Il commissario lo giudicò subito per quel che in effetti

era: uno scapolone impenitente, che amava i piaceri della

vita e le grazie delle donne.

La sua testimonianza fu del tutto concorde a quella

della Candeli, i loro uffici erano adiacenti e non

avrebbero potuto vedere o sentire qualcosa di diverso.

“Al momento delle esplosioni – disse al commissario –

ero nel mio studio con una laureanda e ho pensato subito

a un atto di terrorismo. Mi aspettavo che da un momento

all’altro entrasse un pazzo a sequestrarci e sono uscito

soltanto quando ho cominciato a sentire le sirene

dell’ambulanza e dei pompieri.”

“Senta, professore, qual è la sua opinione su tutta

questa vicenda?”

“Anche se non ho la più pallida idea di chi possa

essere il colpevole, sono però convinto che sia da

ricercare tra chi lavora in questo Dipartimento. Credo che

l’esplosione delle macchine avesse lo scopo di uccidere i

due proprietari. Cosa che in effetti si sarebbe verificata se

Righetti non fosse tornato indietro e non avesse

dimostrato un coraggio da leone nel salvare la vita al

povero Luigi. Le vetture devono essere state ‘minate’ e fatte

esplodere con un comando a distanza. Infatti, siccome

nessuno di noi ha orari rigidi, il potenziale assassino ha

dovuto aspettare che le sue vittime uscissero insieme dal palazzo.”

“E se non fossero uscite contemporaneamente?”

“Bella domanda – rispose l’Aliberti sorridendo – ma

quel che le dirò dimostra la mia tesi. Perché vede, il

colpevole doveva per forza conoscere il carattere e le

abitudini di Silva e di Righetti. I due non potrebbero

essere più diversi. Luigi è un uomo sanguigno, amante

della compagnia, della buona tavola e, resti tra noi, delle

belle donne. Il Righetti è un giovane introverso, tutto casa

e matematica, vive ancora con la mamma e nessuno l’ha

mai visto con una ragazza. Noi lo prendiamo un po’ in

giro perché è una via di mezzo tra l’ombra e il lacchè di

Silva. Che naturalmente si diverte e sostiene che il

poveretto, sperando di fare carriera, stia tutte le sere in

attesa del momento in cui lui esce dall’ufficio per

schizzare fuori e fare insieme un pezzetto di strada.

Questa cosa qui dentro è risaputa, ma fuori dal nostro

ambiente nessuno può conoscerla. Non riesco però a

trovare qualcosa che accomuni il Righetti e il professore.

Luigi è un matematico di fama, può aver dato noia a

qualcuno, ma il giovane ricercatore cosa c’entra?”

“Secondo lei, potrebbe essere stato uno studente?”

“Come le ho già detto, avrebbe dovuto conoscere bene

le nostre abitudini. Inoltre il Righetti va a far lezione ai

chimici, mentre Luigi tiene i suoi corsi qui, ai matematici

della laurea specialistica. In parole povere, non hanno

interferenze. Potrebbe indubbiamente essere stato un

caso, ma più ci penso, più mi convinco che sia stato un

colpo architettato, e anche bene, a tavolino.”

“La ringrazio per le sue ottime argomentazioni,

l’aspetto domani mattina in Questura…”

“Non troppo presto, spero!”

Il commissario lo congedò sorridendo.

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Giovanna Pittaluga e Ezio Fattiboni
Ezio Fattiboni è nato nel 1958 a Torino, dove vive e lavora. Alcuni suoi racconti sono
stati pubblicati su antologie di premi letterari. Il romanzo inedito Pezzo di flesso si è
classificato terzo nel Premio Letterario Città di Torino 1994. Il romanzo Il pane e il
sangue
è stato pubblicato da Araba Fenice nel 2011.




Giovanna Pittaluga, nata a Susa il 13 maggio 1943, è sempre vissuta a Torino.
Professore associato in matematica all’Università e al Politecnico di Torino, in
molteplici corsi e sedi differenti, fino al novembre 2012, quando è stata costretta ad
andare in pensione. Ha pubblicato recentemente per l’editore Vertigo il romanzo Delitti
di Stato
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