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Io una brava mamma? Incredibile, lo so!

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Le relazioni con gli altri sono sempre difficili da gestire: due mondi diversi che si scontrano. Ma cosa accade quando la relazione di cui dobbiamo occuparci è quella con i nostri figli? A dividerci non sono solo ruoli diversi, ma anche vissuti generazionali differenti, che non sempre aiutano a comprendersi. Cosa può fare quindi un genitore?

Mettersi in discussione non è mai semplice, fa paura, paralizza: “Possibile che sia io a scatenare le loro reazioni?”. Eppure, attraverso un viaggio interiore, percorrendo tappe di autoconsapevolezza e munendosi di strumenti di comprensione, ogni genitore potrà capire cosa lo fa agire, quale comportamento o tratto caratteriale dei figli lo fa arrabbiare, cosa glieli fa addirittura percepire come nemici.

La risposta è da ricercare dentro di noi, nel passato che ci ha reso ciò che siamo. Non si può pretendere di migliorare la relazione che abbiamo con loro se non andiamo al principio di tutto: noi stessi.

INTRODUZIONE

“Qual è la cosa che ho fatto meglio e quale peggio nella mia vita?” A questa domanda ho trovato un’unica risposta: il genitore. Nonostante questo, per buona parte della mia vita ho creduto di voler fare solo l’avvocato; ne ero convinta già all’età di dodici anni, mossa da una grande sete di giustizia per i più deboli, per gli inascoltati e per gli indifesi. Tutte le tappe successive, il liceo classico, l’università, le ho conquistate perseguendo il mio obiettivo.Conseguita la laurea con il massimo dei voti, ho indossato un tailleur, le scarpe col tacco e ho afferrato la mia ventiquattrore; a diventare madre non ci pensavo proprio.

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Poi qualcosa è cambiato: mia sorella ha avuto una figlia, e io mi sono innamorata di quella bambina. La sera non vedevo l’ora di arrivare a casa per prenderla in braccio.E allora mi sono chiesta il perché del mio cambiamento e mi sono data questa risposta: mia nipote mi aveva rimesso in contatto con la mia bambina interiore, quella che chiedeva giustizia, quella che si era convinta di dover fare felici tutti tranne se stessa, quella che viveva per vedere lo sguardo di approvazione del papà e della mamma, quella che era giusta solo se loro la guardavano, altrimenti scompariva, quella che attirava l’attenzione per nutrirsene. E così ho deciso: volevo essere madre! Sono rimasta incinta velocemente, la gravidanza è andata bene e il parto è stato da manuale, ma il dopo… AIUTOOO! La sicurezza che provavo in tailleur con in mano la mia ventiquattrore si era dileguata: mi sentivo fragile, piena di ansie e di timori che mi figuravo come giganti a due teste. E in più c’era quel piccolo essere che aveva bisogno di me per tutto. Ero sfinita. Ho smesso di essere una madre nel momento esatto in cui mio figlio è uscito dalla mia pancia e sono diventata una bambina smarrita, preoccupata, stanca. Avevo paura di lui: se si svegliava avevo paura, se dormiva troppo avevo paura, se mangiava avevo paura, se non mangiava avevo paura. Sono addirittura arrivata a pensare che sarebbe morto, e una parte di me forse lo desiderava per non sentire più quel peso; l’altra era terrorizzata che questo potesse accadere, e che accadesse per colpa mia.Insomma, tutte le mie illusioni su me che lo cullavo sul divano, davanti al camino acceso, sono andate in cenere.Lo amavo, ma al tempo stesso avevo troppa paura della situazione per amarlo davvero. Così sono diventata iperprotettiva, ipervigile, iperattenta. Lo ipernutrivo, lo iperlavavo, lo iperassediavo, sino a ipermanipolarlo, perché se si muoveva in un modo per me rassicurante la paura era gestibile.La verità era che lui cresceva, ma io non lo sentivo davvero. Avevo come la percezione di essere sulle montagne russe: se tutto filava liscio, provavo un amore spassionato per mio figlio, ma appena sorgeva qualche difficoltà, il mio amore si trasformava in rabbia, fastidio, frustrazione; e la colpa era solo sua, non poteva essere mia… non doveva.Solo dopo ho scoperto che stavo attraversando un periodo di depressione post-partum.Tre anni dopo è arrivata Serena. Di lei avevo un po’ meno paura, ma ho fatto un’infinità di errori anche con mia figlia. Era una femmina e doveva sentirsi come mi ero sentita io: responsabile del benessere di tutti. Doveva sorridere, essere brava, doveva essere perfetta; non c’era altra possibilità: doveva essere una piccola adulta.Poi, per fortuna o per saggezza (la verità è che non conosco il motivo), ho iniziato un viaggio interiore durante il quale ho incontrato quella bambina che ha vissuto dentro di me, con me, per anni. Lei è stata la prima figlia per cui sono stata una buona madre. Ho capito che se non mi fossi presa cura di lei per prima, non avrei mai potuto essere una buona madre.Pertanto dico a tutti i genitori che leggono di non disperare: se ci sono riuscita io, che ero civettuola, vanitosa, concentrata sull’esteriorità, che davo valore solo al potere, al controllo, all’essere ammirata; io che ero priva della capacità di ascoltarmi, e di ascoltare, arroccata nelle mie certezze assolutamente incrollabili, presuntuosa,

giudicante, vanitosa, pignola, maniaca dell’ordine… Insomma, potrei andare avanti pagine intere, ma vi annoierei.Dicevo… se ci sono riuscita io, credo che sia possibile per tutti essere dei buoni genitori, ma soprattutto credo che non sia mai troppo tardi per provarci.Ho sofferto molto quando ho aperto gli occhi. Ho visto quella che ero e mi sono resa conto di tutto il tempo che avevo sprecato, di tutte le sensazioni che non avevo assaporato, annegandole nelle mie paure, nei miei meccanismi difensivi. Mi sono sentita terribilmente in colpa, poi però mi sono assunta la responsabilità di fare qualcosa.Ok, avevo perso tanto, sciupato tanto, ma potevo far cessare questo spreco di amore, e così ho fatto; o almeno ho iniziato a provarci: il viaggio è ancora in corso. Mi piacerebbe tanto raccontarvi tutti i particolari, ma l’obiettivo con il quale ho scritto questo libro non è parlarvi della mia vita, ma soffermarmi sui passaggi che mi hanno trasformata in una madre. Non perfetta, non infallibile, ma, almeno, una madre.Spero davvero che la mia esperienza possa essere utile ad altri genitori e ai figli, e che possa mostrare loro quello che ho scoperto io: la meravigliosa sensazione di essere madre; la ritrovata leggerezza nell’abbandonare la paura verso i miei figli; la paura di me stessa; la rassicurante certezza di accettarli per ciò che sono; l’appagante sensazione di camminare loro accanto, di camminare assieme; la scoperta della fiducia in loro e di quella che loro ripongono in me; la gratificante consapevolezza di essere al posto giusto quando sono con loro e che loro riconoscono quanto io sia giusta in quel ruolo. Tutto questo non significa non commettere più errori, ma significa, invece, stare cuore a cuore con i miei figli, senza che tra me e loro ci siano le mie paure, tutto il mio passato, tutto il loro futuro, ma soltanto io e loro, adesso, con il nostro bisogno di incontrarci.Insomma, come direbbero i miei figli: “Tanta roba!”.Dunque, siccome quando mi faccio prendere dall’entusiasmo rischio di perdermi, ho organizzato questo viaggio in tappe: dei passaggi chiari in cui ho provato a raccontarvi come ho cambiato il modo di relazionarmi con i miei figli.Concludo questa introduzione raccontandovi quello che mi hanno risposto i miei figli il giorno 20 gennaio del 2020 quando ho chiesto loro, in due momenti diversi, quando eravamo soli, quale fosse il mio talento. La risposta di Samu è stata: “Tu sai ascoltare. Io so di poterti dire tutto, proprio tutto.”; Serena: “Tu mi sai ascoltare, non sei lì pronta a dire la tua, a dare consigli, a dire un sacco di cose tue, tu ascolti davvero, ascolti. Punto.”.Dopo averli ringraziati, mi sono sentita avvolta da una calda coperta di emozioni che sapevano di buono.
Io una brava mamma? Incredibile, lo so! 
27 aprile 2020

Evento

Sul profilo facebook di Vanessa Chesi Ore 21,00: diretta per la presentazione del libro.

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Essere genitori è un’pó come percorrere un sentiero nuovo.Ci sono tanti scorci del percorso meravigliosi da vedere e altrettanti passaggi stretti e pericolosi in cui si rischia di inciampare e cadere. Un luogo emozionante,personale,introspettivo che Vanessa ha disegnato con i propri colori da madre ma che, come padre, posso vedere e percorrere cercando di tracciare il mio percorso incredibile, per essere un bravo papà.

  2. (proprietario verificato)

    Mi sono emozionata già nell’introduzione…poi proseguendo nella lettura mi sono ritrovata nelle paure, nelle fragilità, ma era come guardarmi dentro con pazienza e senza giudizio, ma con amore. Mi sono resa conto che mi incolpavo di un sacco di cose, questo mi allontanava da mia figlia. Il mio senso di colpa era al causa della nostra lontananza. Leggere queste pagine è liberatorio.

  3. (proprietario verificato)

    Ogni capitolo di questo cammino induce a molte riflessioni e sbagliare è umano, ma non perseverare…

  4. Roberta Dieci

    (proprietario verificato)

    Ecco un libro che tutte le mamme dovrebbero leggere, per riconoscersi, per scoprirsi di nuovo e per ricordare a noi stesse che c’è sempre un altro modo per affrontare le cose. Una scrittura coinvolgente e chiara, un testo scritto col cuore.

  5. (proprietario verificato)

    Scrittura originale, fresca. Coinvolgente il tono con cui l’autrice si rivolge al lettore. Il testo fornisce un importante spunto di riflessione, un invito a non temere le domande, anche quelle più scomode. L’ascolto, prima di tutto. Di noi stessi e dell’altro. Del mondo.

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Vanessa Chesi
nasce nel 1972 a Reggio Emilia, dove vive e lavora. È madre di due splendidi figli, un maschio e una femmina, avvocato, counselor, insegnante di bioenergetica e appassionata di alchimia trasformativa. È impegnata nel supporto alla relazione familiare e genitoriale, alla crescita personale attraverso percorsi singoli, di coppia o di gruppo, nonché amante del canto, delle passeggiate nella natura, della montagna e di tutto ciò che ha un buon profumo e che rende felice la sua bambina interiore.
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