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Io una brava mamma? Incredibile, lo so!

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Consegna prevista Febbraio 2021
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Vi porto con me nel viaggio dentro al mondo di una mamma prima inadeguata, spaventata e rigida, che poi, per fortuna o per saggezza, ha potuto diventare la mamma di dopo, come mi chiama mia figlia. Nel mondo di una adulta con una bambina ferita dentro. Ho incontrato quella bambina, l’ho amata tanto da darle la forza e la fiducia di crescere, di aprire il cuore. Così, sono diventata una madre per lei e per i miei figli. Li ho incontrati per la prima volta, ho imparato a vederli, ad ascoltarli, a parlare con loro, ad amarli per ciò che sono, e a lasciarli liberi di esserlo. Loro mi hanno permesso di entrare. Sapete, quando una madre e un figlio si incontrano davvero, tutto il resto scompare, resta solo la gioia di camminare insieme, il desiderio di non perdersi mai più. Resta solo l’amore. Ora sono la loro mamma, e loro sono i miei figli, e lo scegliamo, e riscegliamo, ogni giorno.

Perché ho scritto questo libro?

Perché ho visto quella che ero e mi sono resa conto di tutto il tempo che avevo perso, dei miei figli e di me stessa, e sentivo il bisogno di raccontarvi il viaggio che mi ha trasformata in una madre, non perfetta, ma una madre.
Spero che la mia esperienza possa regalare ad altri genitori e figli quello che ho trovato io: la meravigliosa sensazione di essere mamma, di non avere paura, la certezza di accettare loro per ciò che sono e di camminargli accanto. La fiducia in loro e che loro hanno in me.

ANTEPRIMA NON EDITATA

INTRODUZIONE

Mi sono trovata a chiedermi quale fosse la cosa che ho fatto meglio nella vita e quella in cui sono stata maggiormente inadeguata.
La risposta è stata la stessa a entrambi gli interrogativi: essere genitore!
Per una buona parte della mia vita non mi sono vista nei panni di una madre, ero molto convinta di voler fare l’avvocato.
Lo ero già all’età di 12 anni, volevo giustizia per i più deboli, per gli inascoltati, per gli indifesi.
Questo credevo che sarebbe stato fare l’avvocato.
Avevo una grande sete di giustizia.
Così con la mia forza di volontà sono partita, liceo classico, università, 110/110 e via.
Pratica forense, poi la ventiquattrore i tailleur e le scarpe con il tacco.
Di certo a diventare madre non ci pensavo proprio.
Poi qualcosa è cambiato. Mia sorella ha avuto una figlia, e io mi sono innamorata di quella bambina. Non vedevo l’ora la sera di arrivare a casa per prenderla in braccio.
Mi sono chiesta perché e mi sono data questa risposta: lei mi aveva riportata in contatto con la mia bimba, quella che mi era rimasta nella pancia piccola piccola, quella che chiedeva giustizia, quella che si era convinta di dovere fare felici tutti tranne sé stessa, che viveva per vedere lo sguardo di approvazione del papà e della mamma, quella che era giusta solo se loro la guardavano, altrimenti scompariva, quella che attirava l’attenzione per nutrirsi di quella attenzione.

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E così ho deciso che volevo essere madre!
Il mio corpo era pronto ad esserlo, tutto in regola. Sono rimasta incinta velocemente e la gravidanza è andata bene.
Il parto da manuale, ma il dopo. AIUTOOOOOOO.
Tutte le mie paure sono diventate giganti a due teste. Tutte le mie fragilità senza ventiquattrore e tailleur sembravano risucchiarmi, e in più, quel piccolo essere che aveva bisogno di me in tutto mi toglieva un sacco di energie.
Ho smesso di essere una madre il momento esatto in cui mio figlio è uscito dalla mia pancia, e sono diventata una bambina smarrita, preoccupata, stanca, avevo paura di lui.
Se si svegliava avevo paura, se dormiva troppo avevo paura, se mangiava avevo paura, se non mangiava avevo paura. Sono addirittura arrivata a pensare che sarebbe morto, e una parte di me forse lo desiderava per non sentire più quel peso.
L’altra era terrorizzata che questo potesse accadere, e che accadesse per colpa mia.
Insomma, tutte le mie illusioni su me che lo cullavo sul divano, davanti al camino acceso, sono andate in cenere.
Lo amavo, ma al tempo stesso avevo troppa paura della situazione per amarlo davvero.
Così sono diventata iperprotettiva, ipervigile, iperattenta, lo iper nutrivo. Lo iper lavavo, lo iper assediavo, sino a iper manipolarlo, perché se si muoveva in un modo per me rassicurante la paura era gestibile.
La verità era che lui cresceva, ma io non lo sentivo davvero. Il nostro rapporto era una montagna russa. Se tutto era tranquillo era amore spassionato, ma appena qualcosa spuntava all’orizzonte increspando la superficie, già il mio amore si trasformava in rabbia, fastidio, tensione, frustrazione. Naturalmente era lui che non faceva le cose come doveva, cioè, se lui non avesse fatto qualcosa di sbagliato, io non avrei alzato degli tsunami. Era colpa sua.
Non poteva essere mia… non poteva.
Ho scoperto dopo che stavo attraversando un periodo di depressione post-parto.
Tre anni dopo è arrivata Serena. Di lei avevo un po’ meno paura, ma ho fatto una marea infinita di errori anche con lei. Era una femmina e doveva essere come mi ero sentita io: responsabile del benessere di tutti, doveva sorridere, essere brava, doveva essere perfetta, non c’era altra possibilità, doveva essere una piccola adulta.
Poi per fortuna o per saggezza, la verità è che non lo so il motivo, è iniziato il viaggio nel quale ho incontrato davvero quella bambina che mi viveva dentro da tanti anni.
L’ho presa con me. Lei è stata la prima figlia per cui sono stata una buona madre, per poi provare a diventarlo anche per i miei figli.
Per cui dico a tutti i genitori che leggono, se ci sono riuscita io che ero l’anti materno, civettuola, vanitosa, concentrata sull’esteriorità, davo valore a tutto quello che era apparire, avere potere, avere controllo, essere ammirata. Io che ero priva della capacità di ascoltarmi, e di ascoltare, arroccata nelle mie certezze assolutamente infallibili, presuntuosa, giudicante, vanitosa, pignola, maniaca dell’ordine. Insomma, potrei andare avanti pagine intere, ma vi annoierei.
Dicevo, se ci sono riuscita io, credo che sia possibile per tutti, ma soprattutto credo che non sia mai troppo tardi.
Ho pianto le mie belle lacrime quando ho aperto gli occhi.
Ho visto quella che ero e mi sono resa conto di tutto il tempo che avevo perso di loro, di me. Di tutte le sensazioni che non avevo assaporato, ma completamente annegato nelle mie paure, nei miei meccanismi difensivi. Mi sono sentita terribilmente in colpa, poi però mi sono assunta la responsabilità di fare qualcosa.
OK, avevo perso tanto, sciupato tanto, ma potevo fare cessare questo spreco di amore, e così ho fatto.
O almeno ho iniziato, il viaggio è ancora in corso.
Mi piacerebbe tanto raccontarvi tutti i particolari di questo viaggio, ma l’obbiettivo con il quale ho scritto questo libro non è raccontarvi la mia vita, ma è soffermarmi sui passaggi che mi hanno trasformata in una madre, non perfetta, non infallibile, ma almeno una madre.
Spero davvero che la mia esperienza possa essere utile ad altri genitori e figli, e possa regalare loro quello che ho trovato io: la meravigliosa sensazione di essere madre, di non avere paura di loro, o paura di me, la rassicurante certezza di accettarli per ciò che sono e l’appagante sensazione di camminare accanto. La fiducia in loro e che loro ripongono in me. La meravigliosa consapevolezza di essere al posto giusto quando sono con loro e che loro riconoscano quanto io sia giusta in quel ruolo.
Tutto questo non significa non commettere errori, ma significa invece stare cuore a cuore con i miei figli, senza che tra me e loro ci siano le mie paure, tutto il mio passato, tutto il loro futuro, ma soltanto io e loro adesso, con il nostro bisogno di incontrarci.
Insomma, come direbbero i miei figli: tanta roba!
Dunque, e scusate se a volte mi faccio prendere dall’entusiasmo e mi perdo, è necessario che organizzi questo viaggio in tappe, in passaggi chiari e magari che provi anche a raccontarvi gli strumenti pratici che ho messo in atto io per modificare la mia modalità di relazione.
Concludo questa introduzione raccontandovi quello che mi hanno detto i miei figli il giorno 20 gennaio del 2020 quando ho chiesto loro, in due momenti diversi, quando eravamo soli, quale fosse secondo loro il mio talento.
La risposta di Samu è stata: “Tu sai ascoltare. Io so di poterti dire tutto, proprio tutto”.
Serena: “Tu mi sai ascoltare, non sei lì pronta a dire la tua, a dare consigli, a dire un sacco di cose tue, tu ascolti davvero, ascolti. Punto”.
Li ho ringraziati, e mi sono trovata avvolta da una calda coperta di emozioni che sapevano di buono…. “IO UNA BUONA MADRE? ….. INCREDIBILE, LO SO!”

I TRATTO

MAMMA, SE MI ASCOLTI MI AIUTI A CRESCERE

Il primo tema che vorrei trattare è l’ascolto.
I miei figli troppo spesso non mi ascoltavano, ed allora mi sono chiesta perché?
Insomma, io ho insegnato loro ad allacciarsi le scarpe, ho insegnato loro ad usare la forchetta, a lavarsi i denti, a parlare, cavolo sarà ben difficile parlare, eppure non ho insegnato loro ad ascoltare.
Poi mi son chiesta come ho fatto ad insegnare loro tutte le altre cose.
La risposta è stata agendole, ripetendole, facendole. Loro mi vedevano fare le cose e mi emulavano, sentivano le parole e le ripetevano.
Ho dovuto concludere che se non mi ascoltavano quando parlavo, se non mi vedevano, se non tenevano conto delle mie necessità era perché io non glielo avevo insegnato.
Mi sono osservata dall’alto, anche andando indietro nel tempo, e quello che ho visto non mi è piaciuto.
Mentre cambiavo il pannolino a mio figlio io pensavo ad altro, lo toccavo, ma solo con le dita, non per conoscerlo, per percepire le sue reazioni, per capire dove gli piacesse di più essere toccato, come cambiava il suo pianto o la sua espressione mentre le mie mani scorrevano sulle sue gambine o sulla pancia.
Infilavo il cibo nella sua bocca, ma non lo nutrivo davvero.
Gli donavo giochi, ma poi non sapevo usare il momento del gioco per entrare nel suo mondo, per comprendere cosa provava lui quando giocava. Cosa vedeva nei suoi castelli di lego, nelle file di animali, o come si sentiva lei quando lavava la sua bambola o riusciva ad infilare un chiodino colorato in un buchino smarrito tra altri 1000 buchini.
E quando erano più grandi e parlavano e bombardavano di domande, io spesso li zittivo, oppure liquidavo la loro curiosità con risposte evasive, invece che alimentarla, oppure, ancor peggio, mentivo. Oppure davo loro troppo di tutto. Troppe attenzioni, troppo cibo, troppi giochi.
Passato qualche anno, quando loro arrivavano da scuola ed erano un fiume in piena, il mio corpo era nella stessa stanza mentre loro raccontavano e spargevano per la cucina tutte le loro emozioni, ma io non li guardavo, continuavo a lavare i piatti, a caricare la lavastoviglie, a scorrere i messaggi sul telefono, ad aprire la posta. A volte, siamo sinceri, il pensiero “ma ne avrà per molto”, ha fatto capolino nella mia mente.
Poi però mi sono rivista entrare nella loro stanza, mentre loro giocavano, ascoltavano la musica, mentre chattavano con gli amici, ed ero io ad avere qualcosa da comunicare loro.
Lì il mondo doveva fermarsi.
Non mi bastava che mi facessero un cenno di assenso per farmi capire che si erano accorti del mio passaggio. NO!
Mi sono sentita dire loro “quando ti parlo guardami negli occhi”, e mi ricordo i loro sguardi smarriti davanti alle mie parole, oppure arrabbiati…. e avevano ben ragione.
Quando loro volevano parlare con me, abbandonavo la mia importantissima occupazione e li guardavo negli occhi? Risposta: quasi mai. Io avevo la mia giustificazione bella pronta:” si ma io stavo facendo qualcosa di importante, tenere in ordine la casa, i piatti. Insomma, se non lo facevo io poi la casa era in disordine…bla bla bla”
Ma siamo davvero sicuri che la casa in ordine, i piatti, la lavatrice, la lavastoviglie, i messaggi delle amiche, siano davvero più importanti che ascoltare i nostri figli?
Che la lista della spesa sia più importante di entrare in contatto con mio figlio mentre tocco la pelle delle sue gambine paffute, di assaporare quella sensazione così a lungo da ricordarla quando sarà grande e sarà possibile, se ci va bene, soltanto battere un cinque?
Io che tutte queste cose le ho scoperte dopo. Io che quella sensazione di accarezzare loro il cuore, oltre che la pelle, non me la ricordo perché ero impegnata a pensare alla lista della spesa, vi dico che non c’è nulla di più importante. NULLA!

Come possiamo lamentarci se quando saranno adolescenti non ci racconteranno la loro vita, se quando hanno provato a raccontarci il loro mondo noi non li abbiamo ascoltati?
Non abbiamo avuto la pazienza di comprendere il loro linguaggio, il pianto, poi il gioco, poi la curiosità, poi la sfida. Solo perché ora fa comodo a noi? Perché ora sono grandi, ora non li abbiamo sempre sotto controllo, ora possono commettere errori con conseguenze significative?
Ora vogliamo parlare, ora vorremmo che ci raccontassero.
Mi spiace, non funziona così…

Quindi, come diceva sempre la mia psicologa quando uscivo provata dall’ennesima seduta: “Forza e coraggio”. Rimbocchiamoci le maniche, prendiamo in mano la nostra modalità di ascoltare e diamole un bel giro di vite.

27 aprile 2020

Evento

Sul profilo facebook di Vanessa Chesi Ore 21,00: diretta per la presentazione del libro.

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Essere genitori è un’pó come percorrere un sentiero nuovo.Ci sono tanti scorci del percorso meravigliosi da vedere e altrettanti passaggi stretti e pericolosi in cui si rischia di inciampare e cadere. Un luogo emozionante,personale,introspettivo che Vanessa ha disegnato con i propri colori da madre ma che, come padre, posso vedere e percorrere cercando di tracciare il mio percorso incredibile, per essere un bravo papà.

  2. (proprietario verificato)

    Mi sono emozionata già nell’introduzione…poi proseguendo nella lettura mi sono ritrovata nelle paure, nelle fragilità, ma era come guardarmi dentro con pazienza e senza giudizio, ma con amore. Mi sono resa conto che mi incolpavo di un sacco di cose, questo mi allontanava da mia figlia. Il mio senso di colpa era al causa della nostra lontananza. Leggere queste pagine è liberatorio.

  3. (proprietario verificato)

    Ogni capitolo di questo cammino induce a molte riflessioni e sbagliare è umano, ma non perseverare…

  4. Roberta Dieci

    (proprietario verificato)

    Ecco un libro che tutte le mamme dovrebbero leggere, per riconoscersi, per scoprirsi di nuovo e per ricordare a noi stesse che c’è sempre un altro modo per affrontare le cose. Una scrittura coinvolgente e chiara, un testo scritto col cuore.

  5. (proprietario verificato)

    Scrittura originale, fresca. Coinvolgente il tono con cui l’autrice si rivolge al lettore. Il testo fornisce un importante spunto di riflessione, un invito a non temere le domande, anche quelle più scomode. L’ascolto, prima di tutto. Di noi stessi e dell’altro. Del mondo.

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Vanessa Chesi
Ho 48 anni. Ho sempre avuto sete di giustizia, sin da bambina, per cui sono diventata avvocato. La laurea, la professione, il matrimonio. Poi sono diventata madre, due volte. Tutto normale in apparenza, ma dentro c’era un grande senso di insoddisfazione. Ho affrontato un lungo periodo di ricerca interiore dopo la separazione, che mi ha portata a diventare un’altra.
Sono diventata Counselor e Insegnante di Bioenergetica. Ho scritto una tesina sul tema “Bioenergetica e meditazione” presso il Centro Sarvas. Ho offerto sostegno alla genitorialità presso il CPS a Reggio Emilia, una cooperativa di prevenzione sociale. Ora offro supporto alla relazione con se stessi, a quella genitoriale, nelle conflittualità in ambito familiare, con percorsi singoli, di coppia o in gruppo. Ora, finalmente, sono una madre, per i miei figli, e per la parte più fragile di me.
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