Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Search in posts
Search in pages
Svuota
Quantità

Metabolizzato il dono della parola e aggiustate giorno dopo giorno le ovvie insicurezze di dizione, i bambini dopo i due anni usano la voce per dare sfogo ai loro pensieri. Il risultato? Ci spiazzano con frasi dalla logica disarmante, ci mettono in difficoltà con mille “perché” e ci fanno ridere con la loro inconsapevole ironia.
Ipse dixit è nato come un gioco fra genitori amorevolmente divertiti di fronte alle prime frasi dei loro bambini ed è diventato una raccolta di strafalcioni esilaranti, dilemmi esistenziali e pillole di saggezza organizzati in base all’età dei giovani coautori.

Due anni

Diventa tutto più complicato quando arrivano i figli. Il giorno più terrificante della tua vita è quando ti nasce il primo. La tua vita, così come la conosci, se ne va. Non c’è ritorno. Ma poi imparano a camminare, imparano a parlare e vuoi stare con loro. Alla fine diventano le creature più incantevoli mai conosciute in vita tua.

Bill Murray, Lost in translation

I bambini fino a due anni circa, fatte salve le dovute eccezioni di precoci oratori, si comportano come automi dotati di tre caratteristiche distinte, programmate per comunicare.

Un puntatore, cioè il loro dito indice cicciottello, un repertorio di espressioni facciali che consente loro di manifestare, alla bisogna, meraviglia, rabbia, dolore, stanchezza, fame e sonno e un unico suono gutturale, modultato a seconda della situazione: mmh. Io parlo per esperienza personale vissuta coi miei figli e, più recentemente, osservando mio nipote, ma credo che molti comportamenti siano riconducibili alla stragrande maggioranza dei bambini.

A noi genitori spetta infatti l’arduo compito di riuscire a combinare le tre variabili succitate (mimica del volto, mugugno, puntatore) per comprendere ciò che il nostro bambino-automa vuole dirci.

Indica con sofferenza il ciuccio sollevando faticosamente il braccio, ha un’espressione visibilmente stanca e trascina il suo mmh in un lamento più lungo? Ecco che ci sta dicendo che ha sonno e vuole a tutti i costi dormire perché non ne può proprio più di stare sveglio.

Punta la porta di casa indicandola con fermezza, sorride eccitato e il suono del mugugno è vagamente cantilenante? Vuole uscire! Mamma e papà, non vedete che bel sole che c’è fuori?

L’esperienza col cagnolino non vi ha insegnato proprio niente?

Per inciso, consiglio a tutti gli aspiranti genitori di prendersi un animale domestico e accudirlo prima di avere un bambino. È un’ottima palestra che aumenta la sensibilità necessaria a doversi prendere cura di un essere vivente bisognoso di cibo e affetto.

Antipulci a parte, per i primi due anni di vita, le necessità di un cane e di un bambino sono praticamente le stesse e a Fido non dovrete neanche cambiare i pannolini. Alcune situazioni sono senza dubbio di più facile intepretazione.

Il muto e cicciottello erede si indica il fondo schiena, sogghigna appagato dal recente bisogno fisiologico appena espletato e si produce nel suono gutturale mmh pescandolo dal suo sorprendentemente ampio repertorio.

Condisce il tutto con espressione furba e al tempo stesso innocente, a volerci comunicare che la puzza che si porta dietro è una cosa naturale e che di certo non è colpa sua, ma semmai di ciò che gli abbiamo dato da mangiare.

Altre richieste sono più pressanti e mirate su bersagli precisi: è indubbio che, appena entrati in casa dei nonni, lo smaliziato pargoletto cominci non a caso a saltellare in cucina, indicando a più riprese la credenza dove sono conservati i biscotti, dimostrando la stessa determinazione di Scrat nei confronti della ghianda all’epoca della grande glaciazione.

In questo caso il suono prodotto a labbra serrate è martellante: Mh! Mh! Mh! e serve per indicarci che no, non ha nessuna intenzione di smetterla finché non verrà sfamato.

Il giovanissimo e silenzioso pupo impara, col tempo, a farsi capire utilizzando sempre queste tre frecce al suo arco: espressione del visetto tondo, tono del mugugno modulato ad hoc e puntatore laser acceso dal dito paffuto.

Più lontano è il suo obiettivo, quindi più difficile da indicare perché meno a portata di mano o di vista del genitore che gli sta accanto, più l’espressione si farà intensa, il tono del mugugno sofferto e il piccolo dimostrerà la sua insofferenza con movimenti rabbiosi che sembrano veri e propri spasmi muscolari.

Se l’obiettivo è vicino, la richiesta è reiterata nel corso di una giornata o il suo bisogno è indirizzato verso qualcosa che sa di poter ottenere, magari tutti i santi giorni, ovviamente il tono di voce e l’espressione saranno rilassati, mentre il braccio si solleverà pigramente per dare modo al ditino di indicare ciò che desidera in maniera indolente.

Il guaio in questo tipo di rapporto basato sulla comunicazione non verbale completamente affidata al linguaggio del corpo sta nel fatto che il genitore di turno, almeno a me è successo così, è in costante apprensione perché il piccolo è bisognoso della presenza di papà e mamma ventiquattro ore su ventiquattro, non è autonomo in nulla e rischia costantemente di farsi male o di ingurgitare qualsiasi cosa gli capiti sotto mano. Quindi è naturale cercare di capirlo e assecondarlo perché non soffra e sia sempre sazio, dissetato, pulito e riposato.

D’altro canto, più passano i mesi, più è possibile che il bimbo approfitti di questa situazione per evitare di imparare a parlare, di sforzarsi di comunicare.

Almeno nel mio caso è stato esattamente così. Mio figlio mi guardava e sembrava volermi dire: “Tanto mi capisci. Chi me lo fa fare di parlare? L’altro giorno ho detto NONNA! completamente a caso e m’hanno fatto un monumento, segnando la data sul calendario perché dall’anno prossimo sarà festa nazionale. Direi che questa storia di parlare può ancora aspettare per un po’”.

Gli esperti, ovviamente mi riferisco a quelli veri, quindi ai pediatri o agli educatori dell’asilo nido, e non a quei genitori che avendo già avuto un figlio pensano di sapere tutto e soprattutto pensano che tutti i bambini siano uguali, ci dicono di fare finta di non capirli, così che loro debbano sforzarsi di evolvere il loro modo di comunicare e imparino finalmente a parlare.

Non è semplice, almeno per me non lo è stato. Ho sempre avuto il timore che se non avessi capito e accontentato i miei figli mi avrebbero odiato per tutta la vita.

È facile dire che avere un figlio è l’esperienza più appagante e meravigliosa del mondo. Un momento, cerchiamo di fare chiarezza: chi sostiene che una coppia sia in qualche modo obbligata ad avere figli ha, per quanto mi riguarda, una visione un po’ bigotta dell’esistenza.

Partiamo dal concetto che ognuno di noi dovrebbe essere contento di ciò che ha, di ciò che la vita gli offre, oltre ovviamente ai risultati, siano essi professionali, accademici, sportivi e chi più ne ha più ne metta, che riusciamo a raggiungere grazie alle nostre qualità, alla fatica di ogni giorno, alla costanza nel lavoro o nello studio.

Vero è che avere figli è prima di tutto una scelta. L’orologio biologico di una donna, a una certa età, fa scattare quella irrefrenabile voglia di materintà, quasi mai condivisa dalla controparte maschile, solitamente più pigra ed egoista. Ma anche questa considerazione è vera in parte e lascia il tempo che trova: certe donne, di avere figli, non ci pensano neanche lontanamente. Vuoi per la carriera, vuoi per la linea, vuoi per la consapevolezza di sentirsi inadatte a crescere un esserino bisognoso di cibo, d’affetto e di una buona educazione.

Certi uomini invece hanno un innato desiderio di paternità, sentono magari il bisogno di rimediare ai propri errori allevando un loro erede che possa evitare di commettere gli sbagli che loro stessi hanno commesso. Magari invece hanno un impero economico da lasciare in eredità e come gli antichi sovrani del passato hanno il bisogno di affidarsi alla propria stirpe.

Più doloroso è il percorso di chi, per incompatibilità col proprio partner, non può avere figli.

Un’opinione superficiale, un luogo comune anche piuttosto meschino, è quella di considerare le sfortunate coppie che non riescono a procreare le più meritevoli a farlo, mentre chi sforna pargoli in serie viene accusato di non essersi mai informato abbastanza riguardo ai contraccettivi in commercio. La verità, come spesso accade, sta nel mezzo.

Da notare che gli esseri umani di qualsiasi sesso, estrazione sociale, fede, luogo di nascita e tenore di vita, cambiano idea col passare del tempo e a seconda delle esperienze vissute. Difficilmente un ventenne ha le stesse idee a trent’anni.

Insomma il mondo è bello perché è vario e ogni individuo è, per fortuna, diverso dagli altri. È dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli, dice la nostra costituzione. Dunque, sostenere che avere figli è una grossa responsabilità è abbastanza banale.

Quello che la costituzione non dice è che la pazienza è la virtù dei genitori. O almeno dovrebbe essere la qualità principale che un padre e una madre dovrebbero avere. Avere figli vuol dire principalmente pensare prima a loro, poi a noi stessi.

Vuol dire svegliarsi sempre presto la mattina, spesso indipendentemente dall’ora in cui il piccolo o i piccoli si sono coricati, al netto di tutte le emergenze notturne, perché non bisogna dimenticarsi che nella camera da letto dei figli si crea un microclima desertico che impone di bere spesso per evitare la disidratazione, senza contare l’infinita battaglia notturna contro i mostri che vivono sotto il letto, affamati di piedi paffuti sbadatamente lasciati fuori dalle coperte.

Avere figli vuol dire programmare un’intera giornata assieme a loro, magari via di casa per una gita fuori porta, per poi vedere progressivamente crollare come un castello di carte i piani stabiliti a tavolino.

Continua a leggere
Continua a leggere

Vuoi per una febbre improvvisa, per un attacco di nausea o, più semplicemente, perché i bambini cambiano umore repentinamente, come un consumatore cronico di LSD: un momento prima sprizzano entusiamo da tutti i pori, un attimo dopo sono apatici e senza energia. Vuol dire moderare i termini, evitare accuratamente le parolacce.

Significa passare mesi a cercare di insegnare loro a dire “papà” o “mamma” e ritrovarsi davanti ai nonni o alle maestre della scuola materna a sentirli pronunciare, con le loro voci bianche e la loro dizione incerta, volgarità come “culo!” ripetuto all’infinito come un mantra e finire per sentirsi immediatamente additati e, peggio, accusati di essere dei pessimi genitori.

Dunque, bisogna armarsi di santa pazienza perché bisogna mettersi nell’ottica che è possibile rovinare la giornata dei propri figli semplicemente dando loro il bicchiere del colore sbagliato quando ci si siede a tavola per mangiare.

È consigliabile evitare di accendere l’autoradio in macchina o lo stereo in casa, perché se si ha voglia di ascoltare un po’ di sano rock and roll, ci si ritoverà inevitabilmente a doverli accontentare e a doversi sorbire i grandi successi dello Zecchino d’oro dagli anni Sessanta ai giorni nostri, calandosi nei ruoli del mago Zurlì e di Mariele Ventre.

Inutile è anche accendere la televisione per guardarsi una partita o un telegiornale: la tivù, se i bambini sono svegli, trasmette solo cartoni animati. Gli altri programmi sono esclusi dal palinsesto.

Nella più fortunata delle ipotesi sarà concesso godersi insieme un documentario sugli animali, ma non troppo legato agli aspetti violenti della sopravvivenza, meglio invece se con qualche cucciolo coraggioso nel ruolo del protagonista.

Stessa cosa per il cinema. Dimenticate le vostre tessere annuali per le rassegne d’autore o le abbuffate tecnologiche zeppe di effetti speciali in tre dimensioni.

Disney, Pixar, Dreamworks: possibile non siate devoti alla santissima trinità?

Piano di studi

«Anna, oggi è il tuo primo giorno d’asilo, guardati allo specchio, come stai bene col grembiule!»

«Sembro un dottore!»

(Anna, 2 anni)

La mia banda suona il rock

«Diego, tu suoni la chitarra, io lo schilofono!»

(Ida, 2 anni)

Sweet Child O’ Mine

«Anna, vieni a fare un giretto col tuo babbo?»

«No, neanche per sogno.»

(Anna, 2 anni)

Nuoce gravemente alla salute

«Giorgia, guarda la casetta di Hello Kitty… ha il balcone!»

«Meno male… così può uscire a fumare una sigaretta!»

(Giorgia, 2 anni)

Upside down

«Amelia, se questo sta sotto, quell’altro sta… ?»

«Sopro.»

(Amelia, 2 anni)

Critico d’arte

«Babbo, come si chiama questo quadro?»

«È la Cappella Sistina amore, è dipinta sul soffitto di una grande chiesa.»

«Guarda, babbo, lui vuole dare la mano a quello, ma non ci arriva e l’altro cade nel burrone.»

(Anna, 2 anni)

Biancaneve e i sette settenani

«Mamma, come si chiama questo settenano

(Ilaria, 2 anni)

Crisi d’identità

«E tu? Sei un bimbo o una bimba?»

«… Anna!»

(Anna, 2 anni)

Mamme e motori, gioie e dolori

«Tommi, adesso basta, è ora di fare la nanna. Punto.»

«… della Fiat?»

(Tommaso, 2 anni)

Virtù e vizi

«Brava Giorgia, come sei diventata grande, ora fai le scale da sola.»

«Mamma, sono grande? Allora posso bere il mirto!»

(Giorgia, 2 anni)

Your body is a wonderland

«Mamma, come sei bella, profumi di caramelle e cioccolatini.»

(Davide, 2 anni)

Noblesse oblige

«Guardate che bella la foto di questa città, c’è la Tour Eiffell, sapete di che città si tratta?»

«La città degli Aristogatti

(Anna, 2 anni)

We don’t need no education

«Anna, come sono i tuoi capelli?»

«Ricci.»

«Come? Biondi? Castani?»

«Ricci!»

«Ah, ricci, scusami, non avevo capito.»

«Maestra, tu non capisci proprio niente.»

(Anna, 2 anni)

Alla ricerca di N.

«Babbo? Guardiamo Alla ricerca di Memo

«Si chiama Nemo amore, con la enne.»

«Alla ricerca di Demo.»

«Nemo, Ne-mo.»

«Me-mo!»

(Anna, 2 anni)

Di mamma ce n’è una sola

«Vado a letto con la mamma.»

«Ma non vieni a nanna con il papà? Il papà ci rimane male.»

«E va bene… vado a letto con la mamma!

(Giorgia, 2 anni)

Maremma maiala

«Che bravo, hai disegnato un porcellino?»

«Sì, adesso faccio la mamma maiala.»

(Pietro, 2 anni)

Crisi d’identità al corso di nuoto

«Nuoti proprio bene, brava la mia pesciolina!»

«Mamma, io sono Maria.»

(Maria, 2 anni)

Vuotare il sacco

«Mamma, ho fatto uno stronzone!»

«Non si dice così, è da maleducati. Chi te l’ha insegnato?»

«Papà.»

(Giorgia, 2 anni)

Io robot

«Mamma, ho qualcosa che non va al pancino.»

«Ti fa male, amore?»

«Mi sa che ho le pile scariche, me le carichi?»

(Davide, 2 anni)

LGBT

«Che bel bambolotto, Amelia. Come si chiama? È un maschietto o una femminuccia?»

«Si chiama Giovanni, però ha la patata!»

(Amelia, 2 anni)

Fratelli coltelli

«Anna, oggi è domenica e io non vado all’asilo, sei contenta?»

«No.»

(Anna, 2 anni)

Masterchef

«Sei pronta? Cuciniamo insieme, dai. Tu sei la mente e io il braccio, ok?»

«No papà, tu sei la mente e io la pancia.»

(Ilaria, 2 anni)

Caccia e pesca

«Ecco qui i tuoi tre pesciolini rossi, Amelia. Ora li dobbiamo mettere tutti nella vaschetta.»

«No, uno lo tengo!»

«E cosa ne devi fare?»

«Lo mangio!»

(Amelia, 2 anni)

Cenerentola

«Che fai di bello, amore mio?»

«Sto puliziando mamma, è tutto sporco!»

(Ginevra, 2 anni)

Thug life

«Anna, la maestra mi ha detto che oggi in classe hai dato un pugno a una tua compagna, come mai? Cosa ti ha fatto?»

«Non mi ascoltava.»

(Anna, 2 anni)

Sono una ribelle, mamma

«Mamma, io esco.»

«Ferma dove sei!»

«Esco da qui, vado a fumare!»

(Maria, 2 anni)

Les fleurs du mal

«Cos’è mamma?»

«Un fiore, senti che profumo.»

«Posso mangiarlo?»

(Claudia, 2 anni)

Love of my life

«Io adoro mamma Cristina.»

(Tommaso, 2 anni)

Vietato ai maggiori

«Papà, quando diventi piccolo allora puoi farlo.»

(Giorgia, 2 anni)

Acqua in bocca

«Mamma, ti abbiamo comprato un pigiama e lo nascondiamo nel mio armadio così tu non lo trovi!»

(Giorgia, 2 anni)

Peso forma

«Sei diventata cicciottella, eh Anna?»

«No, sono diventata grande.»

(Anna, 2 anni)

Come porti i capelli bella bionda?

«Anna, vuoi mettere una molletta fra i capelli così stanno in ordine e sei più bella?»

«Ma sono già più bella!»

(Anna, 2 anni)

La mamma è sempre la mamma

«Sono contento di uscire con mia figlia!»

«Chi è tua figlia, papà?»

«Sei tu, tesoro, sono contento di uscire con te!»

«Anche io sono contenta di uscire con la mamma!»

(Giorgia, 2 anni)

Mezze stagioni

«Bambini, è arrivata la mamma!»

«No, è arrivata la primavera.»

(Anna, 2 anni)

Unioni civili

«Babbo, ma due femmine si possono sposare?»

(Anna, 2 anni)

Scatti d’anzianità

«Mamma, ma io sono diventato un bimbo grande?»

«Sì, Tommi, sei un bimbo grande adesso.»

«Allora posso avere un’app a pagamento?»

(Tommaso, 2 anni)

Perdere il filo

«Anna, eri in giardino? Cos’hai attaccato al vestitino?»

«Un erbo di fila.»

(Anna, 2 anni)

3D shoes

«Tommi, ti piacciono le scarpette nuove?»

«No, non mi piacciono, sono finte, sono fatte di pongo.»

(Tommaso, 2 anni)

One pill makes you larger…

«Papà, non mangiare più se no diventi grande grande e poi picchi la testa sul soffitto.»

(Amelia, 2 anni)

Bruciare le tappe

«Mamma, quest’anno posso fare il compleanno tre volte?»

(Amelia, 2 anni)

Stella stellina

«Guarda, Tommi, la stella cometa!»

«Sembra una banana.»

(Tommaso, 2 anni)

Il lato oscuro

«Amore, qual è il tuo personaggio preferito della Fiera dell’Est… il topolino?»

«No, l’angelo della morte.»

(Tommaso, 2 anni)

We are family

«Io non voglio una mamma, voglio tante mamme.»

«Amore mio, di mamma ce n’è una sola.»

«Allora voglio tanti fratelli come Mario.»

(Anna, 2 anni)

Ritorno al futuro

«Tommi, guarda cosa fanno questi ragazzi, giocano a basket!»

«Anch’io quand’ero giovane giocavo a basket!»

(Tommaso, 2 anni)

Parentele

«Io sono la mamma sì, ma come mi chiamo? Qual è il mio nome? Mamma… e poi?»

«Zia Alessia.»

(Anna, 2 anni)

Cheek to cheek

«Oh che bell’abbraccio guancia a guancia col mio bimbo!»

«Mamma tu non ce l’hai, bisogna comprarla!»

«Cosa amore?»

«La tua barba!»

(Alessandro, 2 anni)

Parole, parole, parole… parole, parole, parolacce

«Allora, babbo, mi leggi questo libro, cazzo? E porca puttana!»

(Anna, 2 anni)

Gli incredibili, una famiglia di supereroi

«Attento, Ale, mi hai fatto male! Non si arriva così di corsa sul divano!»

«Scusa papi, sono troppo veloce!»

(Alessandro, 2 anni)

Abbagli

«Babbo guarda, nel mare c’è un indiano!»

«No, Anna, quello è il boccaglio di un signore che sta nuotando.»

«A me mi sembrava la piuma di un indiano.»

(Anna, 2 anni)

La fame nel mondo

«La pappa va mangiata tutta, lo sai che ci sono bambini poveri che non ce l’hanno?»

«Ma io ce l’ho, mamma.»

(Davide, 2 anni)

Iperattività

«Amore, vado a prendere un panno.»

«ANCH’IO! ANCH’IO!! ANCH’IO!!»

«Sofia, non c’è bisogno di fare così, basta chiedere: posso venire anch’io?»

«Sì, mamma, puoi venire anche tu.»

(Sofia, 2 anni)

Chi ben comincia è a metà dell’opera

«Allora, amore, sei contenta che arrivi una sorellina?»

«Io voglio la sorellina del gatto, un altro gatto!»

(Giuditta, 2 anni)

Sous-chef

«Adesso attenzione che accendo il gas per cucinare così prepariamo insieme la pappa»

«Uauuu! Candela! Auguri mamma!»

(Martino, 2 anni)

Fondoschiena

«Vieni qui che laviamo i piedini e il culetto.»

«Mamma, si dice culo!»

(Claudia, 2 anni)

Pronti, partenza, via!

«Bambini, a tavola che è pronto!»

«Io devo fare la cacca!»

(Claudia, 2 anni)

Estetista

«Mamma, il papà ha i peli sulle gambe!»

«Sì, amore, gli uomini sono pelosi.»

«Anche tu però un po’ ce li hai, mamma!»

(Claudia, 2 anni)

Ich bin ein Berliner

«Mmh… che buona questa salsiccia!»

«È un guster

(Arianna, 2 anni)

In cattività

«Cosa avete fatto oggi di bello all’asilo?»

«Nulla.»

«Avete giocato?»

«No.»

«Avete colorato?»

«No.»

«Allora avete letto un bel libro?»

«No.»

«Ma allora all’asilo i bimbi cosa fanno?»

«Aspettano che ritorni la mamma!»

(Amelia 2 anni)

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    arrivato!!! finalmente sul comodino. fantastico per finire in leggerezza una giornata pesante o per cominciarne una nuova col gnignetto!

  2. Ora capisco i tanti momenti che al posto di lavorare scriveva concentratissimo in quel foglio bianco.Sono davvero curioso di leggere questo bellissimo libro, perché chi scrive ha “sentimento” e chi ha sentimento trasmette “emozioni’ e io voglio emozionarmi.

  3. (proprietario verificato)

    ok, l’attesa ne dovrebbe aumentare il valore..ma lo so già che sarà bello, lo voglio!!!

  4. (proprietario verificato)

    Ma quanto manca?! Abbiamo letto solo un pezzettino e vogliamo anche il resto! ???

  5. (proprietario verificato)

    Posso far partire il conto alla rovescia? 🙂
    Dai dai dai dai!

  6. Non vedo l’ora che esca per leggere la mia copia e avere un ottimo regalo per tutti i miei amici, genitori e non!

  7. io ne ho preso due copie una per me e una per una coppia di amici..Dall’anteprima ho apprezzato l’originalità del progetto e la scrittura! attendo le copie, son sicuro che le rinnoverò i complimenti a lettura terminata.

  8. (proprietario verificato)

    l’ho già promesso ad un’amica che lo vuole leggere al suo bambino, era contentissima!

  9. (proprietario verificato)

    che bello!!!! ma quanto manca?? l’anteprima non mi basta più lo VOGLIO sul mio comodino!!!! 😉

  10. (proprietario verificato)

    L’attesa logora, non vedo l’ora sia per me che per chi voglio regalarlo!!!

Aggiungere un Commento

Share on facebook
Condividi
Share on twitter
Tweet
Share on whatsapp
WhatsApp
Lorenzo Baccilieri
Lorenzo Baccilieri, nato a fine anni ’70 in Brianza, dopo la maturità scientifica si iscrive alla facoltà di Lettere Moderne presso l’Università Statale di Milano. Consulente informatico, viaggia per lavoro e scrive per passione, è sposato e padre di due figli. Ipse dixit è il suo libro d’esordio.
Lorenzo Baccilieri on FacebookLorenzo Baccilieri on Twitter
Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Search in posts
Search in pages

Questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti per aiutarci a migliorare la tua esperienza di navigazione quando lo visiti. Proseguendo nella navigazione nel nostro sito web, acconsenti all’utilizzo dei cookie. Se vuoi saperne di più, leggi la nostra informativa sui cookie