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La canzone di Fedo

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Com’è possibile che un autore musicale di successo, prolifico e poliedrico, non riesca a scrivere la propria canzone? Com’è possibile che non riesca a farla uscire, anche se punge nella testa come spilli impazziti?
Fedo non sa darsi una risposta concreta, può solo contemplare questo blocco che lo frustra mentre vive nel suo mondo dorato, circondato da
grandi artisti che se lo contendono, da amici eclettici e multicolore che lo stimolano e amano e infine dall’odore e dai sorrisi di Alice, storia mai veramente sbocciata, così come la sua canzone.
Ma la sua domanda troverà risposta in una relazione inconsueta e permeata di musica, che lo costringerà a fare un viaggio a ritroso, fino a una scelta dolorosa fatta per trovare se stesso.

CAPITOLO UNO

«Ehi Fedo, se continui con questo avanti e indietro mi fai un buco nel pavimento! Allora, sei pronto?»
«In realtà no.» Il mio sorriso scanzonato tenta di attenuare la profonda verità espressa ad alta voce, ma con poca efficacia.
«Sì che lo sei.» Quello di Alfre invece spalanca un cielo dietro una finestra. «Lo so che non sono in molti a credere a quello che stai facendo, ma io sì. E mi fai un grande onore a lanciare il seme della tua nuova vita artistica proprio da qui. Dal mio tugurio.»
«Grazie Alfre.»
«Guarda là fuori: il locale non è mai stato così pieno. E giurerei di avere visto Lui in fondo. Si nasconde dietro occhialoni e cappello. È venuto per te.»
«Sì, l’ho visto.»
«Forza Fedo! Allora, è tutto pronto secondo le tue disposizioni. La band inizia a suonare e tu entri senza presentazione. I fonici sono pronti e hanno le tue indicazioni. La luce è quella che hai chiesto. Insomma, ci sei.»
«S-sì, ormai ci sono» balbetto, ma la mano energicamente picchiata sulla mia spalla da Alfre mi stana dal posto in cui cerco di andare a nascondermi.
«Do il via. Ok? A proposito, Fedo, bellissima la tua Telecaster!»
«Sì, grazie. Un regalo di mille anni fa.»
La batteria inizia la sua corsa e il basso abbozza la linea melodica. È tutto nella mia testa, come fosse stato lì da sempre. Eppure, non è proprio così.
Scosto la tenda della quinta che dà sul palco e guardo senza essere visto. Noto gambe muoversi a tempo e sorrisi appesi a visi sereni.
Sono venuti per me.
Come i miei amici di musica e vita, seduti al nostro tavolo in prima fila. Ci sono stati per tutto il tempo, durante tutta la mia… come potrei chiamarla? Rinascita? Hanno assistito a tutta la parabola incredibile che ho attraversato. Una storia i cui confini con l’insano sono a dir poco sottili.
Loro c’erano quando la mia vita è esplosa. Quando gli spilli nella testa spingevano e facevano male.

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Inverno gelido di sciarpe e cappelli coprenti. Dopo una corsa in bicicletta rientri in casa e corri verso il calorifero. Le mani sono blocchi di marmo, le dita non rispondono. Non sono più tue.
Le metti sul fuoco per scaldarle, scioglierle, ma non si distendono subito. Non prima di cominciare a pungere da dentro, come se ci fossero piccoli folletti che ti conficcano spilli nella carne. Si avvia un risveglio lento, ovattato: non puoi fare nulla, solo osservarlo in silenzio.
Così le parole nella mia testa: spingono, pungono, spingono.
Non fanno male, ma la dilatazione che creano è come aria dentro un palloncino che si gonfia e si distende: sai che prima o poi scoppierà.
Non sono chiare, limpide, comprensibili. Giocano subdole con i significati. Si declinano mille volte, fino a creare un’ombra di intuizione che poi sparisce, si azzera, diventando suono neutro: uno stornello infantile ripetuto mille volte che perde senso; un gargarismo.
Passano e si affollano come in una piazza a una sagra d’estate. Sento il vocio, ma non distinguo le frasi. Le parole nella mia testa giocano con me a nascondersi. Mi affanno nel tentativo di afferrarle, di metterle in fila, ma si dileguano, si sciolgono. Sono un gelato al sole nelle mani di un bambino distratto.
Ricordo quando nelle scampagnate in montagna mi avventavo assetato verso il ruscello. Le mani a coppa per pescare più acqua possibile, ma portate alle labbra non restavano che poche gocce. E la frustrazione di dover rimmergere le mani, ancora e ancora.
Poi gli spilli se ne vanno, così come sono venuti. Comincio a stare meglio.
Meglio… come quando dopo aver divorato un pasto sai che la fame comunque tornerà. Torna sempre…

«Fedo…»
«Spilli nella mia testa…»
«Fedo… ci sei?»
«Spilli…»
«Fedo, riemergi!»
«Cosa?»
«Bellissimo, Fedo» dice Jeppo con un sorriso beffardo sulle labbra.
«Tranquille ragazze, Fedo è noto per i suoi viaggi interiori. Ma poi torna, eh» aggiunge ridendo rumorosamente. «Vedete, dove vada Fedo quando si estranea in questo modo, non lo ha ancora capito nessuno. E cosa gli faccia scattare quella molla, men che meno. Forse una scritta, una parola per noi di nessun senso o significato, ma che per lui è un interruttore che lo fa accedere a un mondo parallelo. Studiosi di fama mondiale seguono il suo caso di catatonìa creativa. Ma nessuno ci capisce niente! Pensate che una volta è rimasto fermo al semaforo per quattro ore, impassibile, bianco, assente. È stato dopo quell’episodio che ha fatto sei mesi di internamento all’istituto psichiatrico.»
Finalmente anche gli occhi si riavviano e li vedo.
«Jeppo, vaffanculo! Ma quante minchiate inventi?» Le nostre risate si amalgamano come l’uovo e la farina quando prepari una torta.
Eccoci, come quasi ogni sera, tutti seduti intorno a un tavolo di legno spesso, graffiato e pieno di scritte intagliate nel tempo da frequentatori più o meno fedeli. Il nostro tavolo.
Qui tutto è familiare per me, come lo è la casa dove sono cresciuto. Non proprio casa mia, a dire la verità, di cui ho ricordi grigi e sfocati. Piuttosto quella di mia nonna, dove andavo a rintanarmi quando, durante l’adolescenza, i miei genitori erano le persone più brutte e cattive del mondo.
Il locale è piccolo e angusto, mal progettato e peggio arredato. Tre colonne in meno di quarantacinque metri quadri a sostenere un soffitto umido e scarnificato dal tempo. Quando chiedi ad Alfre perché cavolo ci sono tre colonne dentro il suo locale, lui risponde: “Perché dobbiamo tenere in piedi i sogni di tutti i malfamati geni che la società perbenista vuole cagare fuori dal mondo. Finché io sono qui, loro hanno una casa”.
Alfre è un omone di quasi due metri, con occhi vispi e marroni che dilata come cataratte gonfie di pioggia ogni volta che enuncia una delle sue teorie sull’impossibilità, per un creativo, di vivere in questo mondo imbalsamato e gretto. Dice di aver immaginato questo posto fin da quando aveva dodici anni. Si è visto mille volte in sogno al bancone a spillare birre dai nomi spigolosi e a far esibire artisti di ogni rango e talento. Sì, perché “mica era come adesso che ti iscrivi a un cazzo di talent televisivo e sei a posto!”. E lui vuole dare il suo contributo, perché il mondo senza l’arte non sarebbe degno di esistere. Di qui gli strampalati personaggi che si pregia di scovare in strada e portare sul suo palco due metri per due, ricavato nell’angolo più angusto del locale.
È una delle persone più accoglienti che conosca. Non giudica mai nessuno: più sei strambo, più sei vero e quindi ingaggiabile nella lotta contro la distruzione del sistema che ci vuole tutti omologati e supini. Ci ricorda sempre che “qui è pieno di gente ammorbata dalla vita che viene a vedere sul palco quello che poteva essere, e che forse, prima o poi, si deciderà a riprendere quella batteria accatastata in solaio. E quando lo farà, qui ci sarà un’occasione per lui!”. Un idealista vero. Del resto non ha altri talenti: non suona, non canta, alle sue battute ride solo lui e scrive da cani. Non ha nemmeno un gran gusto nell’arredare il tugurio che gestisce.
I tavoli sono tutti diversi, come in un inventario di magazzino a fine anno, forse raccattati nel tempo fra sgomberi di soffitte e mercatini di paese. Le diverse forme, a volte rettangoli stondati, altre volte quadrati appuntiti – uno addirittura più largo da una parte rispetto all’altra, sembra una gonna –, condizionano l’attraversamento del locale. Devi schivare continuamente qualcosa.
Le pareti però sono il vero pezzo forte. I cartelloni degli artisti passati sul palco in quasi venti anni di attività formano una specie di galleria vivente. Immagini a base grigia di trombettisti con il fumo che li avvolge durante performance da occhi strizzati e guance a palla in cerca dell’aria per produrre il suono. Foto di poeti in posa da declamazione, vestiti nei modi più disparati, che hanno impresso e lasciato ai posteri bocche storpiate dalla passione e dal trasporto. E ancora, ritratti di sinuose e succinte cantanti mentre ammiccano nel gesto sensuale di tenere in mano il microfono a un centimetro dalle labbra, come un pene nell’istante prima di essere ingoiato; quantomeno questa è l’interpretazione che ne ha dato Jeppo la prima volta che l’ho portato qui.
Jeppo, appunto. Sta davanti a me ora e gesticola con le mani come un ragno intento a tessere una tela.
È bravo con le parole. Gioca con le assonanze, le rime, sa mescolare i suoni in modo che sembrino la migliore cosa mai detta. Ma è più un cuoco che un poeta. Scrive pièce teatrali e recita nel sottobosco artistico di una città che ha spazio per chi si muove, ma non riconosce sempre il talento quando lo vede. D’altra parte, non sembra mai aspirare a qualcosa di più di quello che sta facendo. Pacificato e innamorato del suo presente, vive senza rimpianti o ambizioni troppo dirompenti.
Piace alle donne, che ammalia di geometrie verbali: le avvolge in un bozzolo di parole e le rintrona amabilmente. Ma non è solo per quello che attira tutte queste api al miele. Jeppo è bello come vorrebbero essere belli tutti i maschi a trent’anni. Alto quanto basta, capelli lunghi castano chiaro, folti e lucenti come un drappo indiano. Ha un corpo muscoloso, scolpito da anni di nuoto agonistico, che sa usare bene e valorizzare attraverso quei gesti lenti con cui sposta delicatamente l’aria intorno a sé.
Veste uno stile scientificamente trasandato, con cui afferma la sua caratura di artista che bada poco alla esteriorità. Ma la verità è che cura ogni particolare, come il jeans sgranato e sfilacciato preso a un mercatino underground dell’usato a cui riserva cure quasi materne. Ora è qui davanti a me, con la sua aura da principe post moderno insieme alla sua piccola corte suburbana che si ritrova quasi tutte le sere da Alfre. Con la sua birra bionda a scettro nella mano e due ancelle sempre al suo fianco.
Non so dire dove sarei oggi senza di lui. Forse nemmeno avrei iniziato i miei studi musicali se non avesse preteso un chitarrista per le prime esibizioni della sua stralunata band, quando avevamo quattordici anni. So però che anche per uno come me, chiuso e spesso bloccato nelle stanze della propria mente, è facile sentire di amare Jeppo come un fratello.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    “La Canzone di Fedo” è un libro che crea subito un rapporto intimo e personale con il lettore. E’ dotato di una narrazione lineare e semplice (nel senso che rinuncia agli estenuanti artifici narcisistici tanto cari a molti autori contemporanei, molto meno ai lettori), ma che al tempo stesso si dipana in una molteplicità di trame verticali che coinvolge e avvolge a 360 gradi. Perché è un libro che parla e che “da del tu”. Perché ha l’incredibile forza visiva di una sceneggiatura. Perché ha il potere evocativo della musica e, da essa trae la forza di toccare tutte le corde emotive. Potente e delicato al tempo stesso, “La Canzone di Fedo” è “uno di quei libri che quando li hai finiti di leggere e tutto quello che segue vorresti che l’autore fosse un tuo amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira”. Un ‘affermazione che J.D. Salinger, nel 1951, metteva in bocca al suo Holden Caulfield. E che per “La Canzone di Fedo” calza a pennello.

  2. (proprietario verificato)

    Definirei la Canzone di Fedo una piacevole scoperta. Un racconto che ti coinvolge sempre di più pagina dopo pagina. Riesci a sentire la musica nelle parole, quasi come se ascoltassi quei brani mentre lo leggi. Ma è anche un libro che commuove, perchè racconta una storia che potrebbe essere la storia di ognuno di noi. Davvero una bella scoperta, soprattutto nel finale.

  3. Astrid Gumiero

    (proprietario verificato)

    Leggete questo libro… leggetelo perché pensare che tutti “suoniamo una nostra musica” è a dir poco illuminante! Lo consiglierei a tutti i ragazzi delle superiori! Anzi dovresti proprio portarlo nelle scuole! Credo tocchi dei nodi viscerali, tipici di quella fase in cui vorresti ma non puoi .., o ti fanno credere che non puoi. Bello da pelle d’oca. Erano anni che non leggevo un libro così VIVO. Grazie Alessandro

  4. (proprietario verificato)

    “La canzone di Fedo” è la storia di un grande viaggio alla ricerca di sé.
    Quello che succede in questo libro, capitolo dopo capitolo, è il racconto della preparazione al viaggio, durante il viaggio…
    Si parte poco attrezzati, ma poi lungo il cammino, si incontrano persone che ti dotano di tutto il necessario per affrontare la strada.
    Un susseguirsi di vicissitudini intense, in cui sarà fondamentale cogliere e saper interpretare i “segni” che compariranno lungo il percorso del protagonista. Molto gradevole l’inserimento di episodi più “leggeri” per stemperare l’intensità, ed anche il generale piglio ironico, che non manca nemmeno in situazioni molto particolari, anche gravi, che il protagonista si trova a dover gestire.
    Consiglio la lettura di questo libro perché è uno di quelli da cui non ci si stacca fino alla fine… e poi ti spiace che sia già finito!
    Grazie Alessandro.

  5. Il mio approccio al libro è stato da subito semplice, empatico. Sapevo che fedo mi sarebbe piaciuto e ne ho avuto pagina dopo pagina conferma. Ho apprezzato il modo di scrittura dell’autore ,ho sentito attraverso lui gli spilli di fedo ,la difficoltà a far emergere le sue emozioni più profonde e trasformarle in musica.e ancora l ‘avvicendarsi degli altri personaggi che mi rimandano l’immagine di un fedo molto amato. E poi l’incidente quasi a resettare la sua vita,e invece il dono di poter sentire attraverso la musica le emozioni degli altri.Ho capito che l’autore in questo libro ha portato molto di sé del suo viaggio tra sogni e realtà,del suo bisogno di tornare alle radici. Io mi sono emozionata davvero molto e ho capito che la musica è un viaggio…a ognuno il suo!

  6. casale.mari87

    Ho terminato La canzone di Fedo con la sensazione di aver salutato un amico.
    Anzi più di uno Jeppo, Fabrizio, Oscar, Alice e il piccolo Joan.
    Quando, in genere, provo queste sensazioni vuol dire che un libro mi è rimasto dentro ed è stato capace di farmi andare oltre. Aldilà dei sogni, della realtà e della fantasia. Ho ‘divorato le pagine’ con la curiosità di scoprire cosa accadesse in quelle successive. Mi sono immedesimata in Fedo, nonostante sia un personaggio maschile, e forse ancora oggi lo sento una parte di me. “Il mondo è un jukeboxe, cazzo.’ esclama Fedo. Per citare proprio una frase del libro. Beh è proprio vero ed è proprio quello che ho sempre pensato! Ognuno di noi ha una musica dentro che lo contraddistingue, questo libro ti porta così a riascoltare quel pezzo che sai che ti capirà sempre, nonostante la tua evoluzione e il tuo cambiamento interiore negli anni. Ma soprattutto mi ha fatto riflettere su come il tempo scorra velocemente e sulla sua importanza che spesso diamo per scontato; ma anche sul fatto che non puoi scappare dai tuoi demoni interiori irrisolti dovrai quindi fare pace con loro, prima o poi, per poter davvero evolvere la tua persona. Quindi voglio dirti ‘Grazie Fedo per avermi fatto riflettere sulla vita, sulle relazioni e sul mio IO!’

  7. (proprietario verificato)

    Il primo romanzo di Alessandro Donadio – “La Canzone di Fedo” – ci racconta con mille sfaccettature lo Yin e lo Yang che può essere la Vita.
    Fedo è uno di noi, fatto di passioni, rimpianti, amicizie, ma soprattutto di sogni.
    Fedo “sente tanti spilli che spingono nella testa” ma non riesce a scrivere la Sua canzone, nonostante sia un apprezzatissimo autore di brani, non riesce a trasformare in musica la sua personale armonia. Forse perché – come molti di noi – al di là di un’apparente vita perfetta, fatta di relazioni e gratificazioni professionali, Fedo è ben lontano dall’essere in equilibrio.
    Poi l’incidente, la diagnosi e il dono.
    Alessandro Donadio, grazie a una spiccata sensibilità nel saper prima decriptare l’essere di chi gli sta intorno per poi raccontarlo, con una straordinaria abilità nel parlare chiaro al lettore e arrivare dritto all’obbiettivo di farlo sentire parte del racconto, ti accompagna lungo tutta la narrazione.
    Se ami la musica, credi negli esseri umani e nelle seconde possibilità, “La Canzone di Fedo” è il prossimo libro che devi leggere.

  8. A volte mi capita di svegliarmi nel cuore della notte e di avere difficoltà a prendere sonno: i pensieri si rincorrono in un turbinio danzante senza tregua.
    Come la scorsa notte: alle 3 mi sono svegliata e non riuscivo più a prendere sonno.
    Ho continuato a rigirarmi nel letto cercando di riaddormentarmi.
    Tutto inutile: non mi restava che alzarmi e leggere qualche pagina di un libro, per cercare di appisolarmi nuovamente.
    Ho scelto “La canzone di Fedo” che ho iniziato qualche giorno fa e poi interrotto per dare spazio ad altre letture.
    Mai scelta fu più inopportuna: mi sono ritrovata stesa sul divano a combattere con la palpebra calante per restare sveglia, smaniosa di proseguire nella lettura della storia.
    Ho provato le stesse emozioni dei personaggi, ho pianto, ho provato pace e un senso di vuoto quando è finito il libro.
    Non credo che ci sia da aggiungere altro: è davvero una sinfonia di parole con sottofondo musicale.

  9. (proprietario verificato)

    Declinare le emozioni dell’altro in note, percepire il tamburellare dei pensieri, ascoltare i suoni del mondo per respirare la vita che desidera fortemente vivere, queste sono alcune delle azioni che compie il protagonista de La canzone di Fedo. Alessandro Donadio si mette in ascolto e prova a uscire da se stesso, accompagnando il lettore nel gioco con il suo ego, nutrendolo di metafore, di esperienze, di amore e di tutto il desiderio che un autore ha per la sua prima opera.

  10. Barbara Beonio

    (proprietario verificato)

    Questa storia non è per tutti.
    E’ per chi vive la musica come colonna sonora della propria vita. E’ per coloro che sentono la musica nella testa quando camminano per la città. Per chi trova la musica in ogni tempo e in ogni luogo: per chi tamburella su un tavolo in attesa di un amico, per chi canticchia sotto la doccia, per chi canta a voce alta con le cuffie alle orecchie. Per chi vive le emozioni a ritmo di musica e chi vibra diversamente a seconda delle persone che incontra.
    Un libro dolce, avvolgente e sensibile. Un libro romantico, a tratti commuovente e magico.
    Un racconto che si legge a ritmo rock & blues!
    Un libro che ti fa chiedere con serietà: ma com’è la “mia” musica?

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Alessandro Donadio
classe 1972, è consulente di organizzazione e risorse umane, divulgatore, speaker e docente nelle principali business school italiane. È autore di punta della collana di management di Franco Angeli, con cui ha pubblicato diversi libri, e columnist per riviste di settore.
Musicista e chitarrista da tutta la vita, dopo studi classici ha sperimentato
vari generi e forme sonore. Cura il blog di poesie Parole che non ho.
Alessandro Donadio on FacebookAlessandro Donadio on TwitterAlessandro Donadio on Wordpress
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