Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Search in posts
Search in pages

La canzone di Fedo

61%
78 copie
all´obiettivo
77
Giorni rimasti
Svuota
Quantità
Consegna prevista Luglio 2020

Com’è possibile che un autore musicale di successo, prolifico e poliedrico, non riesca a scrivere la propria canzone? Com’è possibile che non riesca a farla uscire, anche se punge nella testa come spilli impazziti?
Fedo non sa darsi una risposta concreta, può solo contemplare questo blocco che lo frustra.
Vive nel suo mondo dorato, circondato da grandi artisti che se lo contendono, da amici eclettici e multicolore che lo stimolano e amano. Dall’odore e i sorrisi di Alice, storia mai veramente sbocciata, così come la sua canzone.
Ma la sua domanda trova risposta in una relazione inconsueta e permeata di musica, che lo costringe a fare un viaggio a ritroso. Indietro fino a una scelta dolorosa fatta per poter trovare se stesso, ma che nello stesso tempo lo ha inchiodato nel preciso momento in cui ha urlato: “Io sono un musicista!”.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto questo libro perché, così come Fedo, anche io sento tanti spilli che spingono nella testa. Sono le storie che ho vissuto, intrecciatesi con altre a cui ho assistito, che si animano e pongono domande a cui non so dare risposta sul piano razionale.
Nell’esercizio di scrivere quelle domande sono diventate più agibili, e le risposte, le mie, più afferrabili.
Il libro tratta di relazioni che si incastrano nel tempo e nello spazio, e della musica che abbiamo tutti nella testa.

“Ciao Fedo, sei in forma”. Betty mi accoglie da sempre con un bacio a schiocco sulla guancia ed un abbraccio a polipo.
“Congratulazioni per il tuo nuovo successo, sei l’autore del momento. Ti cercano tutti”. Il sorriso che mi regala schiaccia gli occhi a fessura e apre tutto il viso in una specie di primo sole a primavera.
Mi ricorda un cuscino che avevo da bambino e che tenevo sul letto. Era una sorta di arancia tonda con occhi, nasco e bocca. Sorrideva a mille denti e mi guardava con quei piccoli tagli sopra il naso che lo facevano assomigliare a quel monaco buddhista pacione che si vede in alcune fotografie.
Fu un regalo di mia madre che sosteneva io sorridessi troppo poco da bambino, e la sua teoria era che se lo avessi avuto davanti a me ogni giorno avrei imparato come si faceva. Una sfida troppo grande per il povero cuscino, che ha comunque continuato a sorridere da quel letto. Almeno finché da quella casa sono uscito lasciandomi alle spalle una porta chiusa e tante incomprensioni.Continua a leggere
Continua a leggere

“Raffella ti riceve fra pochissimo Fedo. Ti preparo un caffè intanto?”.
“No grazie Betty, sono le nove del mattino e ne ho già presi quattro”.
Betty lavora nell’agenzia di Raffella da sempre per quello che ne so. I suoi capelli biondi corti e le sue vistosissime collane sono la prima cosa che vedi quando entri.
Tratta gli artisti come fossero tutte delle grandi star. Per lei sembra non esserci differenza alcuna fra i cantanti e attori più gettonati della scuderia di Raffaella, il giovane comico che muove i primi passi, così come il veterano che è sempre più difficile piazzare e che comincia a mostrare negli occhi quella malinconia da fine viaggio.
Il suo sguardo dolce ed accogliente l’ho incrociato la prima volta quasi nove anni fa ormai, quando sono entrato in questa stessa sala d’aspetto con il mio primo pezzo fra le mani e nessuna aspettativa concreta.
L’agenzia è, oggi come allora, una specie di bistrot con tre divanetti a due posti e piccoli tavolinetti alti trenta centimetri posizionati davanti ad ognuno, su cui sono adagiate riviste di spettacolo di ogni tipo e dépliant di show buttati a casaccio. Le pareti di sfondo bianco fumo sembrano delle installazioni post-moderne tappezzate di quadri dei più disparati linguaggi artistici. Dalla tela bianca con un puntino triste e minuscolo al centro, al fittissimo collage di parole fatte con ritagli di giornale a comporre versi stralunati.
La parete a sinistra dell’entrata è dedicata agli eventi di punta degli artisti che Raffaella ha scovato e promosso negli anni. Una carrellata di visi lucenti messi in posa per la loro piccola consacrazione formale. Alcune di quelle espressioni sono oggi riconoscibili anche dal grande pubblico accalcato dietro a transenne in attesa di uno scarabocchio alla fine di spettacoli di tutto esaurito.
Altre dopo il climax artistico si sono rintanate in atmosfere minimali e riservate, dove il pubblico è invece così vicino al palco da interagire con la performance qualche volta.
Ma è il mondo dello spettacolo, e in fondo non così diverso dalla vita in sé. Chiunque di noi ha attraversato una stagione dell’esistenza in cui ha creduto fermamente che il mondo sarebbe cambiato al suo passaggio. L’entusiasmo condensato negli studi, in un progetto, in un’idea, e quella arroganza della esistenza che si crede un aratro destinato a lasciare solchi profondi su cui tutti inciamperanno. Capisci dopo molto tempo che sui tuoi solchi ne passeranno mille altri, confondendosi l’un l’altro in un intreccio che valorizzerà qualcuno e oscurerà qualcun altro. E no, non è solo questione di talento. Non basta. Nella mia non lunghissima carriera artistica ho incontrato mani capaci di tocchi unici e sensuali su strumenti che vibravano vita, esibirsi in palchi incapaci di ospitare l’ampiezza di quella magia. Ho letto parole brave a costruire castelli di senso così magnifici e al contempo tanto leggeri da entrarti nel cuore senza chiedere permesso, scritte su libercoli fuori edizione abbandonati in mercatini dell’usato di paese. Ho ascoltato voci tonanti andare all’unisono con movimenti del corpo e mimiche facciali che mi hanno trasportato in ogni epoca storica in cui uomini e donne hanno amato, sorriso, ucciso, tradito, comandato, messe in scena in sagre di paese di prime file col bastone già addormentate al primo atto.
Non voglio dire che sia vero il contrario e che artisti di nessun talento siano diventati famosi ed acclamati per nulla. Se alle persone è arrivato qualcosa che glieli ha fatti amare vuol dire che del talento c’è. Ma di sicuro non basta quel fuoco interiore che comincia a scaldarti quando sei ancora un ragazzo e rinunci alla tiepida sicurezza di essere come tutti gli altri per inseguire le strambe inclinazioni di cui qualche volta proverai perfino vergogna. Servono lavoro, dedizione, sacrifici. Ed anche così il contratto con la vita non sarà perfezionato, lei non ti dovrà comunque nulla. Semplicemente praticherà la più neutra delle estrazioni e tu vivrai nella speranza di avere nella mano quel numero quando la ruota avrà finito di girare.
Ma no, non è così tragico questo scenario infine. L’arte è qualcosa di più che la volontà magniloquente di cambiare il mondo diventando un personaggio pubblico ricco e fuori portata. Arte, come dice sempre Alfre, è quando quello strambo punto di vista che hai sulla vita e che cachi fuori nelle diverse forme possibili, riesce ad influenzare anche una sola persona per farle capire che per lei qui non c’è mica solo traffico e bollette da pagare. Che poi intendiamoci, l’artista è anche quello che combatte ogni giorno con quelle stesse bollette da pagare con cachet da fame sputati nelle mani. Però è anche colui che è sicuro di stare nel posto in cui ha deciso di stare, ed essere quella nota, parola, macchia su una tela che ha deciso di essere.
“Fedo, eccomi caro. Scusami se ti ho fatto aspettare ma ho dovuto sorbirmi l’estratto di uno spettacolo comico che l’artista ha voluto a tutti i costi recitarmi al telefono” dice Raffella uscendo dal suo ufficio ridacchiando, mentre attraversa sicura la saletta.
La sua grazia spontanea e matura ha su di me un fascino immutato fin da quando ci siamo visti la prima volta. Raffaella ha i 57 anni meglio portati che conosca. Una donna che non ha mai dovuto pensare alla bellezza per sentirsi bella veramente. Almeno questo mi pare di aver capito in questi anni.
Il suo è un viso raggiante in ogni occasione. Alla prima di una sua nuova e promettente scoperta, così come in coda in amministrazioni polverose a cercare di ottenere permessi carta bollati per eventi e rassegne.
Ha un viso felino, liscio e sinuoso, solcato da un naso non piccolo ma morbido, che congiunge le sopracciglia alle due pieghe delle guance che si aprono a semicerchio quando sorride. I suoi occhi sono di un intenso nero, profondo, in cui splende una piccola luce che lì, e solo lì, qualche volta tradisce un velo di tristezza la cui origine penso resti sconosciuta ai più. Hanno un leggero taglio a mandorla appena accennato che rendono l’espressione, se è possibile, ancora più pacifica e accogliente.
I suoi capelli a caschetto, appena un po’ vaporosi, luccicano e profumano di balsamo frizionato con cura. Un lungo ciuffo parte dalla attaccatura a destra della testa e scende come un’onda su quello sinistro, dove il caschetto ricade sulle spalle. La massa di capelli copre una parte della fronte e quando scivola troppo davanti agli occhi Raffaella lo riavvia con un gesto della mano rispalmandolo all’indietro. È un gesto operativo si direbbe ma che esegue con una grazia ed un fascino che mi lascia tutte le volte in contemplazione.
“Hai già bevuto un caffè?” mi dice prendendo la sua giacca dall’appendiabiti vicino alla porta.
“Che ne dici se camminiamo? Avrò una giornata lunghissima di telefonate e beghe che mi terranno seduta nel mio ufficio più di quanto vorrei. Prendo l’ultima boccata d’aria con te prima di rintanarmi. Ti va?”. Mi sorride mentre allaccia gli ultimi bottoni sul collo.
In strada l’aria frizzantina del mattino ci avvolge mentre passeggiamo. Raffella mi prende a braccetto che rimanda ad una intimità particolare. Ed in effetti è così fra noi. Non che nella mia mente veda Raffella come un posticcio materno, visto le sporadiche ma energiche fantasie sessuali che ho avuto su di lei. Ma è vero che siamo andati oltre il velo del rapporto agente artista molto precocemente, e ci siamo raccontati un po’ di cose. O meglio, io le ho raccontato un po’ di cose. Su me ed Alice per esempio. Ma quel suo modo di stare ad ascoltare prima di spronarmi con domande ben assestate sui denti e contraddizioni, è espressione di una relazione in cui abbiamo dato dignità all’uomo ed alla donna che sono dietro ai nostri titoli professionali. Raffaella, insomma, è una buona amica. Non invade il privato. Lo lambisce come un mare caldo fa con i piedi, finché non sei tu a volerti immergere con tutto il corpo.
“Allora, a lui la canzone è piaciuta oltremisura. Mi chiede di incontrarti per una cena e credo voglia parlarti di una collaborazione più strutturale per il suo prossimo album. Che ne pensi? È una bellissima occasione per te. Potresti consacrare il tuo lavoro a livello internazionale. Sai che la sua portata è planetaria, e dove va lui vanno le tue canzoni”.
Io strizzo il lato destro della mia bocca in una smorfietta e dico “Non so se ho tempo sai, devo…devo…” Lei piega la testa su un lato, come quei cagnetti simpatici quando ci parli, e scoppiamo in una risata sonora. Si, poi ho imparato a sorridere anche se mia madre non ha potuto vedermi.
“Sciocco, lo so bene che la tua musica e le tue canzoni sono importanti per te”.
“La mia musica” ripeto come farebbe un eco in un burrone, che rubato un suono lo amplifica lasciandolo sospeso.
“Non è la tua musica?”
“Sì certo. Ma diciamo che la scrivo per loro. Insomma, diventa loro”. Ora è seria e appena irrigidita.
“Ti perseguiti un po’. Non fraintendermi, lo facciamo tutti. Ci sabotiamo continuamente. Non ci lasciamo mai in pace a godere del buono che facciamo. Ma tu ne hai meno ragione di molti altri. Ci sono migliaia di persone che canticchiano i tuoi brani, e al diavolo se li sta eseguendo qualcun altro. No?”
La seguo con attenzione anche se il mio sguardo è puntato dritto davanti a me.
“Ma non si tratta solo di notorietà, o di possesso, Raffaella”.
“Lo so bene. Non ti conosco da ieri”. La sua voce si è fatta più tagliente, come offesa.
“La tua canzone è lì. Me lo hai detto spesso. Ma non si tratta di incapacità. Sai scrivere come pochi ed il tuo successo te lo spiega meglio delle mie argomentazioni. Le tue parole danzano con la musica come due giovani amanti che si toccano per la prima volta”. Sorride di sé per questa improvvisata metafora poetica.
“La tua canzone non ancora nata non dipende dalle competenze o dal talento musicale. Sta sotto una coperta che hai messo a protezione di qualcosa. Ti ha tenuto al caldo e sicuro forse, ma sta anche filtrando il tuo sguardo. Rimuovi quella e vedrai che la canzona sarà sempre stata lì”. Ora mi guarda e sorride.
Le voglio bene, ma capisco da me quello che tenta di dirmi. La mia angoscia sta nel fatto che quella coperta proprio non riesco a rimuoverla. In ogni caso faccio tesoro del suo consiglio astratto ma pieno di affetto e le restituisco un sorriso: farò così.
“Tu lo sai Fedo che quando vorrai portarmi quella canzone o tutte le altre che sono certo scriverai e vorrai pubblicare, io lo farò ancora prima di ascoltarle? Sai che lo farò?”.
“Certo che lo so Raffella”.
Si aggiusta il ciuffone che intanto si è adagiato su mezza faccia complice il vento, e sorridendo maliziosa aggiunge: “E non lo faccio solo perché so che sarebbe il miglior business della mia vita. Anche se mi hai fatto guadagnare bei soldi da quando ti conosco Fedo”, e scoppia in una risata di gusto con tutta la faccia ed il corpo. La guardo e mi viene in mente il miele nel latte caldo in inverno e sento salire un calore che dalla pancia si irrora fin alle mie guance.
Per qualche secondo semplicemente ci guardiamo.
“Allora gli dico che andrai a cena da lui la settimana prossima. Ok?”
“Ok”.
Resto a guardarla tornare verso l’ufficio. Cammina risoluta ma senza fretta dentro il caldo abbraccio della sua giacca a scacchi a nuance blu. Mentre le sue parole sulla coperta ancora rimbombano nella mia testa sento suonare il telefono.
Lo prendo dalla tasca e la faccia di Jeppo pervade tutto lo schermo dello smartphone, con quella foto che ha preteso che mettessi sul suo profilo. Ha gli occhi truccati di nero, delle treccine che cadono sui lati del viso e dei baffetti disegnati. Me la mandò tempo fa via chat durante le prove di uno spettacolo che stava preparando, ed il testo diceva: “sono il tuo cazzo di Capitan Sparrow. Seguimi e, quando non saremo a testa in giù appesi ad un albero o inseguiti da rozzi che vogliono toglierci di mezzo, trafugheremo il miglior tesoro che questo fottuto mondo tiene nelle mutande!”.
“Jeppo, ciao. Che succede?”.

Troverai qui tutte le novità su questo libro

Commenti

  1. A volte mi capita di svegliarmi nel cuore della notte e di avere difficoltà a prendere sonno: i pensieri si rincorrono in un turbinio danzante senza tregua.
    Come la scorsa notte: alle 3 mi sono svegliata e non riuscivo più a prendere sonno.
    Ho continuato a rigirarmi nel letto cercando di riaddormentarmi.
    Tutto inutile: non mi restava che alzarmi e leggere qualche pagina di un libro, per cercare di appisolarmi nuovamente.
    Ho scelto “La canzone di Fedo” che ho iniziato qualche giorno fa e poi interrotto per dare spazio ad altre letture.
    Mai scelta fu più inopportuna: mi sono ritrovata stesa sul divano a combattere con la palpebra calante per restare sveglia, smaniosa di proseguire nella lettura della storia.
    Ho provato le stesse emozioni dei personaggi, ho pianto, ho provato pace e un senso di vuoto quando è finito il libro.
    Non credo che ci sia da aggiungere altro: è davvero una sinfonia di parole con sottofondo musicale.

  2. (proprietario verificato)

    Declinare le emozioni dell’altro in note, percepire il tamburellare dei pensieri, ascoltare i suoni del mondo per respirare la vita che desidera fortemente vivere, queste sono alcune delle azioni che compie il protagonista de La canzone di Fedo. Alessandro Donadio si mette in ascolto e prova a uscire da se stesso, accompagnando il lettore nel gioco con il suo ego, nutrendolo di metafore, di esperienze, di amore e di tutto il desiderio che un autore ha per la sua prima opera.

  3. Barbara Beonio

    (proprietario verificato)

    Questa storia non è per tutti.
    E’ per chi vive la musica come colonna sonora della propria vita. E’ per coloro che sentono la musica nella testa quando camminano per la città. Per chi trova la musica in ogni tempo e in ogni luogo: per chi tamburella su un tavolo in attesa di un amico, per chi canticchia sotto la doccia, per chi canta a voce alta con le cuffie alle orecchie. Per chi vive le emozioni a ritmo di musica e chi vibra diversamente a seconda delle persone che incontra.
    Un libro dolce, avvolgente e sensibile. Un libro romantico, a tratti commuovente e magico.
    Un racconto che si legge a ritmo rock & blues!
    Un libro che ti fa chiedere con serietà: ma com’è la “mia” musica?

Aggiungere un Commento

Share on facebook
Condividi
Share on twitter
Tweet
Share on whatsapp
WhatsApp
Alessandro Donadio
Per professione sono un consulente, aiuto le organizzazioni e le Persone a fare bene il loro lavoro.
Per passione sono un sociologo e antropologo, esploro le storie dei gruppi umani, dalle tribù ai team di lavoro, passando per i social network, cercando risposta alla domanda: chi siamo?
Per necessità sono musicista. Senza musica non respiro.
Scrivere è la pratica che tiene insieme tutte le cose appena dette. Intesse le ore delle mie giornate e trasforma in parole tutte le cose che vedo, sento e di cui faccio esperienza.
Alessandro Donadio on FacebookAlessandro Donadio on TwitterAlessandro Donadio on Wordpress
Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Search in posts
Search in pages

Questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti per aiutarci a migliorare la tua esperienza di navigazione quando lo visiti. Proseguendo nella navigazione nel nostro sito web, acconsenti all’utilizzo dei cookie. Se vuoi saperne di più, leggi la nostra informativa sui cookie