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La condanna di John Doyle

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Quando il mite e insignificante John aveva trovato quello strano simbolo rosso sulla parete della sua nuova casa, l’unica cosa che aveva pensato di fare era stata coprirlo con un’abbondante passata di vernice bianca, nonostante le perplessità di sua moglie Cynthia. Ora Doyle è in un carcere di massima sicurezza, accusato di aver ucciso la moglie: è stato trovato chino sul suo corpo con l’arma del delitto in mano. Nel diario che scrive in cella tenta di raccontare la verità sull’omicidio e su quel simbolo rosso apparso dal nulla che cela un pericoloso mistero. Nessuno crederebbe mai a una storia tanto assurda, ma John non ha nessuna intenzione di morire in prigione…

ANTEPRIMA

8 agosto 1988

Mi chiamo John Doyle, ho quarantadue anni, e da nove mesi, dodici giorni e otto ore sono chiuso nel carcere di massima sicurezza di Angola, in Louisiana, per l’omicidio di mia moglie. Sono stato praticamente colto in flagrante, con l’arma del delitto vicino ai miei piedi e gli occhi puntati nei suoi. Sono stato catturato, processato e imprigionato. Tutto sembrerebbe equo e giustissimo, se non fosse che sono innocente.

Fra qualche mese il mio avvocato ricorrerà in appello, non vuole farmi testimoniare, ma mi ha consigliato di scrivere un diario in cui raccontare la mia storia, per farla conoscere a tutti ed eventualmente utilizzarla come indizio di fronte ai giurati. Mi ha detto che magari, scrivendo per filo e per segno i fatti come li ricordo, potrei aiutare la memoria a ricostruire gli ultimi attimi di vita di mia moglie, e se lo ritenesse opportuno, potremmo anche usare il diario in tribunale.

Le prove a mia discolpa non esistono, però esiste la verità e io ormai non ho più niente da perdere. Di tempo per scrivere ne ho tanto, e probabilmente con un po’ di impegno troverò anche il modo e il coraggio di raccontare la mia innocenza… perché avrei preferito morire io stesso piuttosto che uccidere mia moglie; perché se la giustizia ha una pecca, quella pecca sono io! 

Ma procediamo con ordine.

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  10 agosto 1988

Sono nato il 14 aprile del 1946 a New Orleans che, come tutti sanno, è la città più importante della Louisiana. La mia famiglia non se la passava male all’epoca; mio padre era ingegnere aerospaziale e mia madre possedeva un negozio di articoli sportivi. Era sempre stata fissata con lo sport e dopo anni di sacrifici era riuscita a farlo diventare la sua fonte di guadagno. Era una grande appassionata di ogni tipo di attività fisica, anche se non poteva fare sforzi a causa di un grave problema alla schiena che le impediva di fare ampi movimenti. In quel negozio era finalmente circondata dallo sport e a lei bastava. Doveva bastarle per forza. 

Mio padre era un genio che non ho mai capito, e come tutti i geni era un incompreso. Passava le giornate a fare conti, disegni e strani ideogrammi che, per quanto mi riguardava, potevano benissimo essere dei kanji giapponesi. La matematica l’ho sempre odiata, così come ho sempre odiato lo sport… Non ho idea da chi io abbia preso.

Prima di me sono nati i miei due fratelli: Mike, che adesso ha più di cinquant’anni – e mi vergogno ad ammettere che non ricordo la sua data di nascita e quindi non ricordo neanche la sua età precisa al momento –, e George, di due anni più grande di me, al quale sono sempre stato molto legato, quasi in simbiosi. Con lui ho condiviso gran parte della mia vita e ricordo un episodio in particolare di quando eravamo piccoli. Avevo cinque anni ed era il mio primo giorno di scuola, inutile dire che avevo paura; i miei non potevano lasciare il lavoro, così mi aveva accompagnato mio fratello. Lui era solo di due classi superiori alla mia, conosceva tutta la scuola e tutti i maestri. Mi prese per mano, e fiero come un soldato disse: «Non preoccuparti, Johnny, ti accompagno io a scuola, ti porto fin dentro alla classe!». Gli ero profondamente grato per quel gesto, era il mio salvatore, il mio eroe. 

Quel giorno lo guardavo e lo seguivo come se fosse l’unica cosa viva al mondo. Arrivato davanti alla mia classe, com’era naturale, non volli entrare. Ero piccolo, non conoscevo nessuno, e a parte i racconti dei miei fratelli non avevo idea di cosa si facesse in una scuola. Strinsi più forte la mano di mio fratello, non volevo lasciarla; lui abbassò lo sguardo e sorrise: «Coraggio, Johnny, ci sono solo altri bambini come te, è il primo giorno di scuola anche per loro e hanno tutti paura, la tua maestra è stata anche la mia, la conosco ed è buona. Ti divertirai». Io non riuscivo a parlare, stavo per scoppiare in lacrime e non volevo che Geo mi vedesse piangere. Non volevo sentirmi ancora più piccolo di quanto già apparissi. Così tacqui. Lui non perse la pazienza, come presumo avrei fatto io, e mi accarezzò la testa: «Facciamo così, entro in classe con te, ti presento i bambini che ti sembrano più simpatici e poi passo a trovarti all’intervallo». Non mi lasciò il tempo di rispondere, mi trascinò nell’aula e mi trovò un posto. 

Quel mattino rimase con me tutta la giornata, la maestra lo lasciò fare. Il giorno dopo entrai senza problemi, raggiungendo i nuovi compagni che avevo conosciuto grazie a Geo. Se non fosse stato per lui, quel giorno sarei scoppiato a piangere, o forse non sarei mai entrato. Il fatto è che lui è sempre stato molto protettivo nei miei confronti, anche quando eravamo più grandi: sempre pronto ad aiutarmi, a difendermi, a reggermi il gioco con i genitori quando combinavo qualche casino, a prestarmi la macchina quando dovevo uscire con una ragazza… Ora che ci penso, e che mi asciugo le lacrime al suo ricordo, mi è venuta in mente un’altra storia che lo riguarda…

 

«Andiamo, ragazzi, è solo una partita come le altre…»

«Non è come le altre, Carl, e lo sai benissimo, John è sotto di trecento dollari e vuoi giocare soltanto per rovinarlo definitivamente.» 

«Tranquillo, George, non è un problema, verremo a giocare…» 

George si voltò e mi guardò come se avessi appena detto la peggiore idiozia del mondo. «Stai scherzando, vero?». 

«Mi dispiace, George, ma tuo fratello ha accettato e che tu venga o meno con lui non ci interessa, ci vediamo stasera alle dieci al club, statemi bene!» 

Appena Carl tolse le tende, George si avventò contro di me: «Sei uno stupido idiota! Devi ancora saldargli il debito della scorsa domenica, se perdi come pensi di pagare?».

«Posso chiedere un anticipo al lavoro… E poi potrei anche vincere e saldare il debito senza perdite.»

«Stai sognando! Non devi pensare positivo ma negativo, e non credere che solo perché lavori per nostro zio tu possa chiedergli soldi ogniqualvolta ti salti in mente; lui potrebbe anche non averli, e sai benissimo che al club non hanno molta voglia di aspettare!»

«Vorrà dire che venderò la moto…» 

George scosse la testa con un gesto irritato e frustrato nello stesso tempo: «La colpa è mia, non avrei mai dovuto presentarti al club. Loro cercano i polli come te e io ti ho servito su un piatto d’argento!». Fece una pausa durante la quale si scrutò le scarpe e io restai zitto, in attesa.

«Verrò anche io con te stasera, non ti lascio in mano a quegli squali… E che dio ce la mandi buona.»

Gli diedi una pacca sulla spalla: «Vedrai, fratello, ci divertiremo!».

Non ci divertimmo affatto in realtà, non capisco cosa avessi da ragazzo. Ero convinto di poter fare qualsiasi cosa, di avere il mondo tra le mani, o forse riponevo troppa fiducia nei confronti di mio fratello. Credevo che qualunque cosa fosse successa, ci avrebbe pensato lui a risolvere tutto. Avevo diciannove anni e purtroppo per me prendevo ancora tutto come un gioco. All’epoca lavoravo per mio zio, facevo il meccanico e prendevo quattrocento dollari al mese, più le mance; mi bastavano, anzi, mi ritenevo piuttosto ricco. Avevo smesso di studiare dopo il diploma e non avevo idea di cosa volessi fare da grande, stavo bene così. Mio fratello invece frequentava un college a pochi chilometri da casa. Mi piaceva pensare che non aveva voluto trasferirsi per restarmi vicino, e lo penso ancora.

«Rilancio di venti.»

«Vedo.»

«Vedo.»

«Ma sì… vedo anche io!»

«Colore!»

«Doppia coppia.»

«Io praticamente niente!»

«Ti faccio compagnia…»

«Perfetto, allora prendo tutto io… visto, George? Piano piano recupero!»

«Sì…» 

Carl segnava sul suo taccuino, non aveva fatto altro durante tutta la sera, sembrava che passasse più tempo a segnare che a giocare; senza dimenticare una sigaretta ogni tanto e il bicchiere di birra sempre pieno accanto. Era maledettamente bravo a poker, io non ho mai saputo che lavoro facesse ma ogni tanto pensavo che fosse quello il suo lavoro, vincere a Poker. Per quanto mi riguarda poteva avere migliaia di dollari di crediti sparsi per la nazione.

«Certo, John, certo, adesso sei sotto solo di 525 dollari… Se continui così fra un mese riuscirai a saldare!» 

Ma non continuai a vincere. Nel giro di un’ora mi ritrovai sotto di mille dollari; ogni tanto facevo una piccola vincita che mi dava nuova fiducia ma subito dopo perdevo il doppio. Mio fratello ogni tanto cercava di allontanarmi dal tavolo, ma io non potevo pensare di lasciarmi alle spalle un debito del genere, dovevo assolutamente diminuirlo, e potevo farlo solo giocando! Carl sorrideva lievemente, e com’era giusto che fosse non faceva nessuna pressione, né per tenermi al tavolo, né per farmi allontanare. Lui era indifferente a tutto, ma sotto sotto ci godeva a vedermi sudare come l’ultimo dei condannati. 

Mio fratello si mantenne in pari tutta la sera, non rischiava mai e il poco che perdeva riusciva a farlo rientrare con una piccola vincita la giocata dopo. Non so se fosse fortunato o solo prudente, ma non perse, né guadagnò mai un centesimo. Forse aveva solo più cervello di me.

Quando arrivai a mille e cinquecento George mi prese sotto le ascelle e mi sollevò di peso dal tavolo. A quel punto ero anche mezzo ubriaco, lui no, nessuno degli altri lo era, eppure avevano bevuto il doppio di me.

«Ti prego, ti prego, George, un’ultima mano, ti giuro che è l’ultima, e se perdo anche questa vendo la moto, non chiederò i soldi a zio o a papà, te lo prometto, prenderò l’autobus, ma fammi tentare un’ultima volta!» biascicai a fatica. Mi lasciò seduto con un grugnito e credo mi avesse rivolto un’imprecazione, ma non la udii bene. 

Facemmo l’ultima mano, e vidi mio fratello azzardare un po’, per la prima volta: «Rilancio di cinquanta!».

«Wow, complimenti, amico, sai che ti dico? Rilancio anche io di cinquanta!» Si udì un fischio da qualche parte alla mia destra.

«Vedo.»

«Vedo.»

«Vedo.»

«Perfetto, signori, allora vediamo… ho un full!»

«Io solo un tris smilzo… ero convinto stesse bluffando…»

«Full anche io, carissimi, una mano fortunata per tutti…»

«Io nulla…» dissi sconfitto.

«Poker d’assi!» Era George ad aver parlato per ultimo, lo guardai sorpreso, piacevolmente sorpreso, ero genuinamente contento per lui, ma lui non fece una piega; mi aspettavo un minimo di esultanza com’era normale per i miei canoni, ma lui niente. Nessuno parlò mentre George osservava il denaro nel piatto: 1600 dollari in fiches. «Tienili tu, Carl, pago il debito di mio fratello con gli interessi… E adesso ce ne andiamo!» 

Ero senza parole. Anche volendo non avrei potuto rispondere, ma nonostante la sbronza non dimenticherò mai quel momento. George che mi passò una mano attorno alla vita e mi portò alla macchina, George che mi accompagnò a casa, mi spogliò e mi aiutò a mettermi a letto. George che durante il tragitto non disse una parola. Io piansi quando provai a ringraziarlo mentre mi rimboccava le coperte, lui non disse niente, annuì e se ne andò. 

Avevo imparato la lezione; lui aveva rinunciato alla sua vincita per salvare la mia moto, per darmi una lezione di vita, e non aveva altro da aggiungere perché io avevo capito, anche se ero ubriaco, e lui lo sapeva. 

Spense la luce e se ne andò in camera sua.

Fu molto difficile per me accettare la sua morte.

02 gennaio 2019

Nuove proposte

Sul mensile "Nuove proposte" di gennaio, uno spazio è stato riservato alla campagna de La condanna di John Doyle. L'articolo è a cura di Claudia Pennacchio e la rivista è disponibile sia in formato cartaceo che digitale.

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Se la trama mi aveva incuriosito, l’anteprima mi ha fatto impazzire! Non vedo l’ora di averlo tra le mani! Complimenti Letizia, spacchiamo questo obiettivo!!
    Eli…

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Letizia Sebastiani
Vivo e sono nata a Roma, ho iniziato a leggere romanzi a quattordici anni e non mi sono più fermata. Più o meno alla stessa età ho cominciato a scrivere brevi racconti, di solito horror. Il mio scrittore preferito è Stephen King e da adolescente ammiravo follemente Dario Argento. Ho preso due lauree, sono una maestra e una mamma di una bimba di quasi tre anni; svolgo un tirocinio per diventare psicologa forense. Ma non ho smesso di ascoltare musica Metal, vestire di nero e divorare libri e film horror.
E non smetterò mai di scrivere...
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