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La dama e il vento

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Nella Parigi di fine Ottocento Erik trascorre le sue giornate tra il lavoro e la sua soffitta. Suona il clarinetto nel cortile del palazzo per la gioia dei bambini e in teatro quando serve un aiuto in orchestra.
Tutto sembra immutabile finché non vede e sente qualcosa che cambierà la sua normalità: una dama sfuggente che canta una melodia tanto bella quanto impossibile da trascrivere. La dama sembra attraversare decine di anni portando con sé la melodia che rimane un mistero e che sarà un’ombra per i musicisti che vi si cimentano…

 

Pezzi di carta trasportati dal vento. A volte interi giornali,
a volte semplici cartine di caramelle, che
incaute persone lasciano cadere a terra o che il vento
raccoglie da un cestino. Su quei pezzi di carta è impresso
un istante di vita: il giornale che vola via dal
cestino di una bicicletta; la caramella scartata a teatro
o prima di salire su un autobus; una lettera d’amore
scritta da uno spasimante e poi mai imbucata o
magari… uno spartito…Continua a leggere
Continua a leggere

Linee sottili, quasi invisibili su cui sono tracciate
istericamente, oppure con svolazzante dolcezza, i
guizzi di genio del compositore. Tratti irregolari, i suoi,
delineati in fretta, nell’impeto della passione momentanea e
fuggevole dell’immagine che vuole dipingere
con i suoni. Semplici tratti che in sé non hanno vita: è
nelle mani, nel fiato, nel cuore di chi legge e interpreta
quei segni che risiede la personalità del pezzo.
Sospinto dal vento, quasi che volesse lui stesso
donargli la giusta interpretazione, lo spartito può finire
ovunque e, magari, sul leggio di un musicista.
E così, seduti in una sala, in religioso silenzio, noi
spettatori potremmo udire quella musica ignoran-
do la sua provenienza e quali correnti l’abbiano fatta
aleggiare per arrivare fino a noi.
L’esecutore la suonerebbe al meglio per darci almeno un
briciolo di quell’emozione che alberga in lui
leggendo quei tratti. E se il momento è propizio, magari
ci può far volare lontano dal posto in cui ci troviamo
per farci vivere un’esperienza unica e indimenticabile,
seppur ignorando quali pene, o forse gioie,
hanno spinto la penna del compositore.
Ci dicono “mentre lo scriveva si trovava lì…”, ma
nell’istante in cui la penna lasciava i suoi segni sui
fogli quali sentimenti risiedevano nel suo cuore?
Magari pensava a come sbaragliare la concorrenza, o
al carnevale che passava sotto casa…
Volando con la fantasia possiamo anche vederlo…
Seduto allo scrittoio della sua stanza, in un piccolo
e trasandato appartamento della Parigi di fine
Ottocento. Il sole che entra dall’abbaino, un modesto
letto in un angolo e, poco più in là, l’armadio di legno
scolorito dal sole. Al centro, la stufa a legna. Accanto,
un mucchietto esiguo di carbone e stecchi. Una cordicella
che attraversa la stanza funge da stendino e, al
tempo stesso, da divisoria tra il letto e la porta
d’entrata accanto alla quale c’è un vecchio e malconcio
scrittoio.
Non fa molto freddo all’interno, sebbene fuori nevichi
e la neve accumulata davanti all’abbaino oscuri
il sole.
Lui è lì… seduto allo scrittoio. Il suo strumento,
un clarinetto, poggiato sulle gambe. Davanti a lui, un
mucchietto di libri consunti funge da leggio. Appog-
giato ai libri, un foglio rigato sempre più costellato da
piccole macchie nere. Il pennino scorre senza sosta
fermandosi solo il tempo necessario a riempirsi di
inchiostro o per dare alla mente il tempo di trovare la
giusta via per proseguire.
Poggiando la penna, le mani corrono a scaldarsi
l’un l’altra avvicinandosi alle labbra sottili
ma ben disegnate alla ricerca di un alito caldo.
I lunghi capelli scuri leggermente mossi, alla luce
del sole o del lume, sembrano filamenti d’ebano in
perfetta sintonia con lo strumento tra le sue mani. Gli
occhi, svegli e veloci, sono di un colore castano caldo,
contornati da sopracciglia e basette scure quanto
i capelli.
Quando la luce si dirada, per poter vedere meglio
si stringono a fessura e la mano esita sul foglio prima
di imprimere il simbolo.
La fitta concorrenza musicale non gli ha permesso di farsi notare.
Per pagare l’affitto e tirare avanti lavora come
cameriere in un bistrot poco lontano e, all’occorrenza,
suona nell’orchestra del grande teatro dell’Opera.
Non è un orchestrale fisso, lo chiamano solo quando
i suoi colleghi più fortunati, quelli che hanno
siglato un contratto, si ammalano. Coltiva segretamente la
speranza che, un giorno o l’altro, Gerard, il direttore
dell’Opera, accetti uno dei suoi spartiti. Ogni volta
che ci aveva provato erano sempre stati rigettati.
Allora lui suonava le sue composizioni giù, nel
cortile interno del palazzo, quando il sole riscaldava a
sufficienza da far uscire i vicini e i loro bambini.
Si metteva in un angolo e si esibiva per loro ricevendo
come ricompensa sorrisi e, se andava bene, una
patata o una cipolla di tanto in tanto.
L’ultima volta che aveva suonato, fuori dal cancello si
era radunata una piccola folla ad ascoltare. Uno dei
bambini allora aveva buttato il berretto a ridosso della gente.
Lui aveva sorriso al piccolo, stando sempre attento
alla sottile lamella di legno che vibrava nella sua bocca
e concentrandosi su fori e chiavi da usare per poter incantare quelle persone.
Il bambino cullato dalla musica aveva iniziato a
ballare, e vedendo cadere le monete gettate dagli
spettatori in quell’improvvisato salvadanaio aveva
esclamato: «Ehi Erik, vai alla grande oggi!».
Lui, Erik Milshare, di origini ebree ma ormai ateo
in quel quartiere anonimo di Parigi, gli sorrise ancora
una volta.
Smise di suonare solo quando il fiato per la stanchezza
si rifiutò di uscire con la giusta intensità.
Quella sera aveva diviso con il piccolo Luc un bottino
dignitoso: due patate, una cipolla e poco più di
due franchi.
Poi era sceso l’inverno, con il freddo, i venti gelidi
e la neve. Sembrava che il cielo non finisse più di far
cadere quei piccoli fiocchi bianchi.
La signora Annette, la padrona di casa, bussò alla
sua porta annunciandosi.
Erik aprì la porta e disse: «Sì, signora?».
«È arrivata questa lettera per voi» rispose la donna
con gentilezza. A lei non dispiaceva quell’uomo:
non si tirava mai indietro quando c’era da fare
qualche lavoretto qua e là e non aveva mai infastidito nessuno.
«Grazie, signora.»
«Ah, poi è passato il signor Cassel, il locandiere,
dice se potete essere là un po’ prima quest’oggi perché
bisogna spalare la neve.»
«Va bene.»
Annette sorrise e si allontanò.
Erik chiuse la porta e osservò la lettera: veniva
dal teatro dell’Opera. Sospirò pensando già al
contenuto: un nuovo spartito rifiutato. La aprì
e lesse velocemente le solite frasi di circostanza per dirgli che il
lavoro non era stato accettato.
La appoggiò in un angolo dello scrittoio con tutte
le altre che aveva già ricevuto.
Guardò l’orologio: era ora di andare al lavoro.
Asciugò il clarinetto, spense il lume, prese la cappa e uscì.
Si coprì per bene con il grande mantello, acquistato per
pochi soldi a un’asta, e, giunto in cortile,
si voltò a salutare Luc, che come ogni giorno aspettava
di vederlo passare da dietro la sua finestra.
Una volta in strada, si accorse che la neve scendeva
copiosa, il vento impietoso faceva svolazzare il
mantello facendogli sentire ancora di più il freddo.
Camminò piano per non scivolare impiegando
venti minuti da casa sua al bistrot. Quando arrivò, il
signor Cassel stava giusto esponendo il menù, vedendolo
lo salutò: «Bene arrivato, Erik. Prendi la pala del
carbone e vedi se ti riesce di liberare l’ingresso».
«Subito, signore!»
A grandi passi raggiunse la cucina dove, in
un angolo, c’era un mucchio di carbone con due pale. Ne
prese una e uscì.
Faticò a spostare la neve cercando di rimanere
asciutto.
Mentre affondava la pala nella superficie bianca
canticchiava la dolce melodia che stava componendo.
Aveva quasi finito, quando si accorse di una distinta
coppia, che si era avvicinata a leggere il menù.
Quando smise di spalare la neve, e quindi di canticchiare,
l’uomo gli chiese: «Siete già aperti?».
«Certo, giusto il tempo di farvi accomodare e di
scaldarvi.»
L’altro sorrise e, con la moglie a braccetto, entrò
nel locale.
Erik, invece, entrò dalla porta di servizio e, una
volta in cucina, salutò Susette, la cuoca. Una donna
giovane e bella, con lunghi capelli castani raccolti
sotto una cuffietta. Il viso grazioso portava già i segni
del freddo e delle febbri passate che le mani da
lavoratrice andavano a toccare come a volerli nascondere.
Nel veder entrare l’uomo gli disse: «Quand’è che
ti deciderai a comprarti un cappello! Se vai avanti
così ti prenderai un accidente!».
Lui le sorrise appese la cappa a un attaccapanni
di fortuna e si preparò per lavorare mentre lei continuava
a girare un profumatissimo sugo.
«Lo comprerò quando avrò abbastanza soldi!»
Era così che iniziava sempre la serata,
con quell’amichevole rimprovero.
Erik, ormai pronto, entrò in sala e si avvicinò al
tavolo della coppia di poco prima: «Buonasera, cosa
posso servirvi?».
I due apparivano un po’ perplessi poi lui, in un
francese stentato, disse: «Il menù del giorno per due».
«Bene.»
Erik si allontanò per dire a Susette quali piatti
preparare e incrociò Cassel davanti alla cucina.
«Chi sono quei due?» domandò il locandiere.
«Non lo so, ma non credo siano francesi.»
«Spero solo che non mi diano grane.»
Cassel si allontanò ed Erik entrò in cucina dicendo:
«Susette, menù del giorno per due».
«Subito.»
«Il capo è preoccupato per i nuovi ospiti.»
«Il capo è sempre preoccupato quando non vede
le solite facce.»
«Questa sera non verrà nessuno: nevica troppo…»
Susette sospirò e disse: «Spero che smetta,
altrimenti io come ci arrivo a casa?!».
Lui la guardò e si chiese come mai, pur essendo
così giovane e bella, non si fosse mai sposata. Le sue
mani passavano da un oggetto all’altro con grazia e
leggerezza infinita e se la immaginò mentre cullava
un piccolo pargolo allo stesso modo.
Dalla sala si udì la voce di Cassel chiamare:
«Erik!».
Lui si riebbe, uscì e disse: «Sì, signore».
«Penso io a servire quei signori. Va’ al pianoforte
e suona qualcosa: magari rendiamo questo posto un
po’ più allegro.»
Erik si avvicinò al vecchio pianoforte nell’angolo
opposto della sala asciugandosi per bene le mani sul
grembiule: non era il suo strumento preferito, ma se
la cavava abbastanza bene.
Attaccò con una canzone dolce, scritta da lui molto
tempo prima. Le sue dita carezzavano appena il
piano e i suoni che ne uscivano erano quasi ovattati:
forse a Cassel non sarebbe piaciuto quel repertorio,
ma finché non gli avesse chiesto di cambiare avrebbe
continuato suonando quello che voleva.
Poco dopo sentì qualcuno alle sue spalle e si volse:
il cliente sconosciuto era lì, a pochi passi. Il vestito
ben tagliato, la camicia immacolata, la pelle del viso
rosea e curata e gli occhi accesi di una luce che non
aveva mai visto. Quegli occhi osservarono prima il
leggio vuoto, poi le sue mani: erano come estasiati ed
Erik non seppe se continuare o fermarsi.
Lo sconosciuto appoggiò una mano sul piano,
Erik notò subito quanto fosse curata, le unghie tagliate e ben pulite.
Costui deve essere un possidente che non ha bisogno di
lavorare, pensò volando poi all’immagine di Susette,
con la sua giovane età e già segnata dal lavoro
e a Luc, il vivace bambino orfano di padre che viveva
nel suo palazzo…
«Chi ha scritto questa musica?» chiese lo straniero.
«È una mia ballata.»
«È molto bella.»
«Grazie. Anche voi suonate?»
«Sì, a teatro, a Londra. Sono inglese, in viaggio di
piacere con la mia sposa.»
La dama e il vento
23
«Capisco. E cosa suonate?»
«Il piano.»
Erik sorrise e disse: «No, intendevo, che musica
suonate?».
L’altro sorrise a sua volta e rispose: «Sono un concertista,
e prediligo i compositori continentali, scusate il fraintendimento».
Cassel si avvicinò con le pietanze ed Erik, prima
che lo sconosciuto tornasse al tavolo, aggiunse: «Avete preferenze sulla musica?».
«No, continuate, vi prego, con ciò che volete.»
«Grazie.»
Cassel guardò stupito il cliente allontanarsi dal
piano e tornare al tavolo. Mentre appoggiava i piatti
sentì la coppia scambiarsi qualche parola in una
lingua a lui sconosciuta. Si allontanò e andò da Erik:
«Che ti ha detto quell’uomo?».
«Che viene da Londra e suona in un teatro.»
«Basta che paghi» si limitò a dire Cassel prima di
allontanarsi.
Erik continuò a suonare e poco più tardi l’inglese
tornò da lui.
«Permette?»
Erik lo guardò e capì che voleva suonare con lui.
Gli fece posto sullo sgabello e lasciò che lo sconosciuto si sedesse.
Com’erano diverse quelle quattro mani sui tasti!
Quelle dello sconosciuto erano perfette, dita lunghe,
unghie tagliate e levigate mentre le sue… scure e
poco curate, con cicatrici di piccole ustioni sul dorso
che si era fatto rovesciando un piatto o la lampada in
casa. E poi l’inverno iniziava a seccare la pelle e il gelo
tagliava la superficie in piccole crepe.
Eppure i suoni che ne uscivano avevano la stessa
tensione emotiva.
Trascinava la loro mente e quella di chi ascoltava
lontano dal freddo e dall’aria, che odorava di spezie di
quella cucina dalle volte basse e possenti. Un pezzo
nato per caso, dall’improvvisazione dei due che riempiva l’aria.
Quando smisero, in sala non erano entrate altre persone ma,
in compenso, fuori, a ridosso dei muri, molta
gente si era fermata per udire quella piccola meraviglia.
Nessuna di quelle persone poteva permettersi di entrare
per mangiare e così restavano lì, come in ombra, pendendo
dalle dita e dalla fantasia di quelle due persone
per dimenticare i loro guai o sognare di essere ricchi.
Sognare magari di stare al caldo e non sotto la neve.
Era ormai notte fonda quando lo sconosciuto, lasciata
una lauta mancia per il tempo passato nella locanda,
uscì accompagnato da sua moglie.
Cassel si avvicinò a Erik e disse: «Mi ha dato più
soldi lui che tanti altri ricchi clienti».
Erik lo guardò e rispose: «Forse è ancora più ricco
di loro».
Poi si ritirò in cucina e si preparò assieme a
Susette per tornare a casa. La serata era finita per tutti.
La donna uscì per prima, quasi avesse fretta di
gettarsi nella tormenta, mentre Erik rimase un altro
po’ a riscaldarsi.
Il signor Cassel lo raggiunse in cucina: «Prendi,
questa è la tua parte di extra per stasera».
«Grazie.»
«Va’, è tardi. Ci vediamo domani.»
Erik si chiuse nella cappa e aprì la porta quando
Cassel aggiunse: «E comprati un cappello!».
Gli sorrise e uscì.
La neve scendeva ancora copiosa accompagnata
dal vento gelido. In terra enormi lastre di ghiaccio
rendevano difficile camminare. Ci impiegò parecchio
per arrivare e per tutto il tempo non fece che pensare
a quello straniero, alle melodie che avevano improvvisato
quella sera… alle sue mani…
Si disse che tra quelle dita, anche gli errori più
abominevoli si sarebbero tramutati in suoni dolci e
celestiali.
Si fermò appresso a una lanterna e osservò le proprie mani:
chi voleva prendere in giro! I calli, le cicatrici, le
unghie sporche non lasciavano nemmeno spazio alla fantasia.
Scosse il capo e si rimise in marcia.
Quando entrò nel cortile del palazzo vide che la
luce della stanza di Luc e di sua madre era accesa e
pensò che quella povera donna fosse ancora a lavorare
di cucito per guadagnare qualche soldo in più, anche
a notte fonda.
Salì nella sua stanza e appese la cappa al filo così
che si asciugasse e si buttò sul letto. Era stanco e
cercò il sonno: non faticò ad abbandonarsi al riposo.
Quando riaprì gli occhi il giorno era già alto, ma
lui non se ne rese conto giacché l’abbaino, come al
solito, era ingombro di neve. La stanza si era raffreddata
e si alzò sfregandosi le membra per scaldarsi. Prese
lo sgabello accanto al letto e aprì l’abbaino e spinse la
neve sui lati: finalmente aveva smesso.
Frugò nelle tasche dei pantaloni e vi trovò un po’ di
pane e formaggio che gli era avanzato dal giorno prima.
Andò allo scrittoio e, preso uno spartito vuoto, vi
trascrisse la melodia della sera prima. Lavorò a fondo,
senza tregua, finché non ebbe finito, senza far caso al
via vai insolito fuori dalla porta.
Segno dopo segno quella visione stava prendendo
forma. Altre mani magari l’avrebbero interpretata ma
in lui sarebbero rimaste le immagini, i suoni, i
profumi dalla sera ormai trascorsa.
Mise i fogli ordinatamente in un cassetto poi prese
la brocca dell’acqua per andarla a riempire. Scese
le scale e si diresse alla fonte, nell’angolo opposto del
cortile interno. Mentre attendeva che il recipiente si
riempisse, vide la madre di Luc discutere con Annette.
Dal viso preoccupato delle due donne, capì che
era successo qualcosa di grave.
Nel frattempo, l’acqua ormai traboccava senza
che lui se ne accorgesse.
Ci fece caso solo quando, l’aria gelida che tornò a
varcare la soglia del cortile lo colpì sulla mano
bagnata che reggeva la brocca.
In fretta, cercò di asciugarsela alla meglio sui
calzoni facendo tintinnare le monete che
Cassel gli aveva dato il giorno precedente.
Si diresse verso le scale proprio mentre la madre
di Luc rincasava e la padrona di casa risaliva i gradini.
La raggiunse e le chiese: «Signora, perdonate, ma
cosa è successo?».
«Luc è malato, ma la madre non è ancora stata
pagata e non può chiamare il medico.»
«Oh, è terribile.»
«Già…» rispose la signora Annette continuando a
salire.
Giunto vicino alla sua stanza, Erik si fermò di
colpo ripensando alle monete che poco prima avevano
tintinnato nella sua tasca.
Poggiò la brocca a terra e contò i soldi: non erano
molti, ma potevano comunque fare comodo.
Riscese le scale e arrivato al piano di Luc si
affacciò dal finestrone del palazzo: la donna china sul
corpicino del figlio, un esiguo fuoco ardeva nella stufa
mentre pezzi di stoffa e gomitoli giacevano ammucchiati in grandi ceste.
Al diavolo, il cappello me lo comprerò un’altra
volta! si disse e infilò sotto la porta le poche monete per
poi allontanarsi velocemente sulle scale.
Rimase in attesa sul ballatoio, dove non poteva
esser visto, per sincerarsi che la donna si fosse accorta
del denaro.
Qualche minuto dopo, la madre di Luc uscì
stringendosi al petto il prezioso tesoro appena rinvenuto,
guardandosi attorno alla ricerca del benefattore.
Erik sorrise ed entrò in camera sua.
Lo spartito lasciato a metà gli ricordò a cosa stava
lavorando, e sorrise.
Si sedette e rilesse ciò che aveva composto fino a
quel momento immaginando ogni cosa fin nei minimi
particolari, cullandosi in quel sogno fino all’orario di
lavoro.
Quando uscì, vide il medico allontanarsi dalla camera di Luc e lo raggiunse.
«Dottore, come sta il bambino?»
«Lei è il padre?» gli chiese con fare gentile l’uomo
sulla quarantina, con già barba e capelli tinti di grigio.
«Oh, no. Sono un amico.»
«Be’… ha la febbre… deve restare al caldo e mangiare cibo nutriente.»
Erik abbassò lo sguardo e lo fece anche il medico:
entrambi sapevano che Edda non poteva permetterselo.
Quando il dottore si fu congedato, Erik proseguì
per il bistrot ripensando a quanto aveva appena sentito.
Arrivò alla locanda e salutò Cassel. Avrebbe potuto
chiedere a lui un po’ di cibo ma di sicuro avrebbe
detratto i soldi dalla paga…
Entrato in cucina accennò appena un sorriso a
Susette. La cuoca, vedendolo pensieroso, chiese: «Che
ti succede?».
«Un bambino nel mio palazzo è malato e la madre
non ha abbastanza soldi per nutrirlo come si deve… E
nemmeno io.»
La ragazza sorrise poi disse piano: «Lo sai mantenere un segreto?».
«Sì.»
«Nella dispensa ci sono mele, pere e verdure. Io le
uso per cucinare o da servire. Ma devo scartare quelle
con difetti vistosi o mezze marce: queste non hanno
nulla che non vada se si taglia via la parte brutta. Io
dovrei buttarle, ma spesso me le porto a casa.»
«E Cassel?»
«Pensa che getti via ciò che non deve essere servito.
Stasera vedo se riesco a metterti da parte qualcosa.»
«Sta attenta però!»
«Non preoccuparti.»
«Grazie, sei un tesoro.»
Quella sera c’erano così tanti clienti da servire
che Erik non si rese conto del tempo che passava: gli
avventori abituali, passata la bufera, erano tornati nel
locale.
Erik sperava di rivedere l’uomo della sera prima,
ma non arrivò.
Ripensò a come si era sentito a suo agio suonando con
lui e desiderò riprovare quella piacevole sensazione.
Era una cosa strana, non gli era mai capitata
quando suonava all’Opera con gli altri orchestrali.
Quel giorno il pianoforte restò muto fino a tarda
sera, quando uno dei clienti, seppur ubriaco, si trascinò
sullo sgabello e prese a suonare; Erik dovette
ammettere che, nonostante la sbronza, se la cavava.
Giunta l’ora di chiusura, Cassel, come al solito,
contò i soldi in cassa mentre Erik e Susette si preparavano per tornare a casa.
Susette gli strizzò l’occhio mentre stavano uscendo.
Fecero un pezzo di strada assieme camminando
in silenzio. L’aria era gelida ma non nevicava.
I lampioni accesi davano rade luci sulla strada e più ci si
avvicinava alla Senna e più l’umidità si faceva sentire.
La si poteva anche vedere: piccoli banchi risalivano
il letto del fiume e andavano a incontrare quelle luci
offuscandole e, al tempo stesso, creando aloni e suggestivi panorami.
Susette, arrivata alla traversa che l’avrebbe condotta
a casa, disse: «Questi sono per te, ciò che resta
di un paio di mele e un limone. È tutto ciò che ho potuto».
«Ti ringrazio molto.»
«Di nulla. A domani.»
Si salutarono così, e ognuno proseguì per la sua
strada.
Erik si strinse nella cappa e si ripromise di comprarsi
un cappello con la prossima paga: faceva davvero troppo freddo!
Poco dopo varcò il portone del palazzo e un
pensiero assurdo lo attraversò. A chi era appartenuto
quell’edificio in precedenza? Era sicuramente di una
persona ricca che, dopo la Rivoluzione francese, aveva perso tutto, oltre alla testa…
O forse di un benestante napoleonico… magari un
generale…
Scosse il capo e si avvicinò alle scale. La stanza
di Luc era nuovamente illuminata: la madre china
sul suo lavoro di cucito mentre il bambino era nel suo
letto. Per quanta volontà ci mettesse la povera donna
resisteva a malapena al sonno: era là, con la testa che
le cadeva all’indietro, oltre lo schienale della sedia e il
respiro che si faceva sempre più profondo.
Erik appoggiò il fagotto preparato da Susette
davanti alla porta e fece scivolare un biglietto
sotto l’uscio dopo avervi scritto frettolosamente:
“Non è molto, lo so. Ma è tutto quello che posso”.
Poi salì le scale e andò a riposare.
La mattina seguente si svegliò con la stufa spenta
e l’alloggio freddo.
«Accidenti!» disse affrettandosi a riaccenderla.
Sentì bussare alla porta e corse ad aprire.
La signora Annette gli sorrise e disse: «Ieri, sul
tardi, è arrivata questa lettera».
«Grazie.»
«Questa notte, e non solo, un misterioso benefattore
ha lasciato delle cose per Luc.»
«Davvero?» si finse sorpreso.
«Ne deduco che non ne sappiate nulla» rispose
ammiccante la padrona di casa.
«Assolutamente.»
La donna fece per andarsene, ma aggiunse: «Non
avevate detto che questo mese vi sareste comprato un
cappello con i soldi del bistrot?».
Si allontanò e lui chiuse la porta: non era mai stato bravo a mentire.
La lettera veniva dall’Opera, era richiesta la sua
presenza allo spettacolo pomeridiano di domenica.
Evviva! si disse, pensando che uno spettacolo
all’Opera gli avrebbe reso quasi come due sere al bistrot.
Tirò fuori dall’armadio il frac e guardò che non
fosse spiegazzato o sporco. Era venerdì e se fosse
stato necessario lavarlo doveva farlo subito,
ma per quella volta poteva risparmiarselo.
Quando fece per indossarlo, la domenica, si rese
conto che nella tasca della giacca c’erano ancora delle
monete rimaste lì dall’ultima esibizione. Le mise in
un vaso di vetro sulla scrivania che aveva appoggiato
tra il bordo e le penne. In teoria doveva servire per i
fiori, ma dato che non li aveva lo usava come salvadanaio per i giorni bui.
Indossò il mantello, se lo allacciò per bene e prese
la valigetta con lo strumento. Scese le scale in silenzio
e, prima di uscire, buttò un occhio a casa del piccolo
Luc: era seduto sul letto e sorseggiava un po’ di brodo.
Sorrise vedendolo stare meglio e quindi si avviò.
La strada per l’Opera era lunga e molte vie erano ancora
ingombre di ghiaccio. Arrivò comunque in
anticipo, decise allora di riscaldarsi con calma nella
stanza dedicata agli orchestrali. Quel giorno avrebbero
suonato La Traviata e lui, come clarinetto, avrebbe
avuto il suo bel da fare.
Montò il suo strumento con delicatezza: il legno
d’ebano, nero e lucente, supportava chiavi in argento
e il tutto rifletteva la luce con bagliori unici. Montò
l’ancia e iniziò a esercitarsi per prendere di nuovo
confidenza con ogni pezzo. Ogni volta che si accingeva a
suonare era come se fosse la prima volta e doveva
rifare gli esercizi da capo. Si portò davanti a una delle
grandi finestre e, guardando distrattamente il panorama,
improvvisò scale, arpeggi e passaggi di bravura.
La neve aveva ripreso a cadere e si immaginò la fatica
che avrebbe fatto per tornare a casa… chiuse gli occhi
e continuò. Si lasciò trasportare dalle emozioni, dai
ricordi… una bella donna danzava al ritmo della sua
musica… non le solite danze, ma qualcosa di esotico, sensuale.
Lunghi capelli rossi simili alle onde per il loro
fluido movimento coprivano le spalle dalla pelle bianca
come il latte. Gli occhi avevano il colore blu del mare e
lo osservavano intensamente quasi a chiedergli altra
musica, altre note perfette per farla danzare al chiaro di
luna. Muovendosi con grazia infinita lo sfiorava
con i veli che la ricoprivano.
Il mondo reale lo richiamò al presente: doveva entrare in sala.
Asciugò il clarinetto, prese quanto necessario e
andò al suo posto. Gli altri orchestrali lo guardavano
appena: era come un’élite nella quale lui non era ancora riuscito a entrare.
La sala si riempì pian piano e lo spettacolo ebbe
inizio. A tratti, però, quella figura che aveva
immaginato ritornava così impetuosa che la vista gli
si confondeva. Forse stava diventando pazzo…
Perché proprio quell’immagine… e, per di più, non
riusciva a ricordare nulla di quello che aveva suonato
durante quella visione.
Chiuso tra quei pensieri, suonò comunque con trasporto
e, quando calò il sipario, si ritenne soddisfatto.
Raccolse le sue cose e attese nell’atrio riservato al
personale, assieme ad altri due colleghi, di ricevere i
soldi dal direttore per l’esibizione.
Il direttore arrivò poco dopo, li pagò e poi disse:
«Milshare, aspetti qui per favore».
«Sì, signor Gerard.»
L’uomo scomparve in una stanza attigua per ricomparire
poco dopo: «Allora, Milshare, voi da un po’
di tempo mi sottoponete dei lavori».
«Sì, signore» rispose Erik con un tonfo al cuore.
Sperò, pregò perché l’avesse fatto attendere per dargli
una buona notizia riguardo ai suoi sforzi.

13 aprile 2019

Evento

Si è svolta sabato 13 aprile la premiazione del concorso internazionale di poesia "città di Vignola" al quale ho partecipato anche io con il testo Amare in segreto, che è stato selezionato per la pubblicazione finale del concorso!
 
10 aprile 2019

Aggiornamento

Qualche foto della presentazione di La dama e il vento il 6 aprile presso la Rocca di Vignola.
22 maggio 2018

Evento

Ciao a tutti! La presentazione alla fiera di Castelnuovo lo scorso 22 Maggio è andata bene nonostante il meteo ci abbia messo lo zampino!
22 maggio 2018

Evento

Ciao a tutti! Il 22 Maggio ore 21:30 presso Castelnuovo Rangone, piazza Turati (zona CUP/Anagrafe) si terrà la presentazione de "La dama e il vento", abbinata a "La Goccia". Non mancate! In caso di maltempo ci sposteremo alla Sala delle Mura, a pochi passi.
24 marzo 2018

Evento

Seconda presentazione de La dama e il vento presso l'agriturismo Aggazzotti. IMG_1559_2.jpg IMG_1580_2.jpg
06 Marzo 2018
Cari lettori! La presentazione di "La dama e il vento" di Rossella Fogliani è stata un successo! Ecco a voi alcune foto dell'evento:

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Rossella Fogliani
ROSSELLA FOGLIANI nasce nel 1978 a Modena, dove si diploma all’istituto tecnico-commerciale e successivamente lavora nell’ambito dell’informatica applicata al settore sanitario. Dopo La goccia (2007), La dama e il vento è il suo secondo romanzo.
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