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La fine del finale

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Consegna prevista Novembre 2020
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Il libro è una raccolta di storie che nasce da un processo durato circa tre anni, durante i quali ho scritto delle esperienze personali, o quasi. Ogni racconto ha una tematica diversa dall’altro. Possono parlare d’amore ma anche di politica, talvolta di fantascienza ma anche di morte. Tutte le storie sono scollegate una dall’altra, anche se mi sono divertito, alcune volte, a far dialogare a distanza le varie narrazioni, e sta al lettore capire se e dove c’è un riferimento o una piccola citazione. Talvolta sarà ovvio, altre volte neanche il pubblico più attento riuscirà a coglierne la presenza. Il titolo del libro è un po’ particolare e a prima vista incomprensibile, ma fa riferimento ai finali dei racconti, nei quali ho sempre voluto creare delle situazioni particolari o paradossali per disorientare il lettore, ma allo stesso tempo farlo riflettere. E’ estremamente bello, quando si scrive, modificare la storia, ma è ancora più bello , se delusi dalla realtà, cambiare la conclusione.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto questo libro per tanti motivi. In ordine cronologico, sin da bambino sentivo la necessità di scrivere e di raccontare storie, talvolta è un modo per fuggire dalla realtà, ma anche di modificarla. Un altro motivo per il quale ho scritto questo libro è che la scrittura rappresenta per me l’unico modo per lasciare traccia di sè in questo mondo, e quando ho avuto storie da raccontare e tempo da dedicarci, ho voluto mettere me stesso per tramandare i miei pensieri e i miei racconti.

ANTEPRIMA NON EDITATA

INTRODUZIONE
Parole, verbi, congiunzioni, punteggiatura, sono tutte piccole parti che possono dare vita ad un racconto, se amalgamate con un minimo di fantasia, metafore, ispirazione e tempo. Eppure non sono solo questi elementi a formare la storia e la trama dei racconti che leggerete, ma sono i piccoli dettagli, ben nascosti, che compongono un puzzle di mistero e un’aria di incomprensione che, scommetto, lasceranno molti di voi sconvolti o almeno stupiti. Ad alcuni dei racconti ho voluto associare un brano musicale e ad altri un disegno affinché l’arte, la scrittura e la musica, passino attraverso le vostre membra, e giungano nel profondo della vostra anima. Per capire a fondo bisogna leggere, rileggere, stare attenti anche al minimo particolare, anche perché alla fine succederà sempre e comunque qualcosa. Ai miei lettori, non ispirate mai veder la soluzione, i vengo per menarvi l’altra riva, della conoscenza, della coscienza e dell’intelletto. Vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole, ma non più dimandate… La fine del finale è espressione del dubbio umano, l’incertezza di non aver capito niente, ma pensare di poter capire tutto. La fine ed il fine coincidono nel lasciar senza parole chi qui si addentra, tra le storie più assurde ed i finali più inquietanti. La paura non è frutto del pensiero, ma della sua assenza ed essenza. Citando Arthur C. Clarke, “Vi prego di ricordarlo: il libro è soltanto frutto dell’immaginazione. La verità, come sempre, sarà di gran lunga più strana…” Non più oltre mi dilungherò in questa introduzione e lascio or ora la libertà di prender possesso della vostra immaginazione.

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CADENDO PIU’ IN SU
Spinse con energia la porta antipanico che si aprì con una quieta lentezza, cigolando. Uscì all’esterno sulla terrazza panoramica del centonovantesimo piano di quel palazzo immenso, il più grande e alto della città. Si mise ad osservare la metropoli al tramonto, sulle strade sottostanti circolavano frenetici i taxi, gli autobus e le auto contenenti gli inquieti cittadini. Tutti tornavano a casa, o quasi. C’era chi camminava veloce e chi lento, forse anche qualche turista in cerca di un ristorante dove far mangiare la propria famiglia. Oppure, solitamente c’erano quegli impiegati che lavorano fino alle otto per poi staccare ed andare al bar a bere. Mentre tutti stavano giù, laggiù su quell’ asfalto così lontano, là come formiche, come insetti della società o vermi della terra, lui come un’aquila che scruta dal cielo, stava lassù in alto, su quella terrazza solitaria. Il vento fresco della sera faceva sbattere le code della giacca e agitava la cravatta gialla che indossava e quella brezza gli seccava a metà guancia le lacrime che scendevano copiose e rigavano il volto. I suoi capelli biondo chiaro erano illuminati da quell’ultimo pallido sole, che stava scomparendo all’orizzonte. La sua pelle candida risplendeva ora di un arancione color cielo che tendeva al violetto. Si guardava attorno, era sicuramente solo, poteva lasciar correre le sue fantasie, poteva pensare in libertà senza che nessuno lo deridesse. Era diverso, era uno solo, eccezionale e allo stesso tempo incompreso.
Quanti e quali problemi lo affliggevano ormai, quanti pensieri si accavallavano nella sua povera mente. Rifletteva sulla vita, e sapeva che il suo gesto sarebbe stato ripagato, in fondo in fondo, qualcosa sarebbe successo, qualcosa sarebbe cambiato. Guardò il suo orologio, erano le otto e cinque minuti. Cinque. Pensava a quel numero, assurdo a pensarci, cinque minuti, cinque ore, cinque anni, cinque secondi… Erano proprio quelli che lo spaventavano. Ormai convinto, si tolse la giacca nera, allacciò le scarpe, era molto elegante, lo aveva fatto apposta. Si sistemò la cravatta e si avvicinò al cornicione.
Guardò la strada, cinque secondi di caduta libera lo avrebbero separato da quell’asfalto nero come la pece, nero come la notte, nero come la morte. Scavalcò il parapetto in vetro. Da qualche anno quella terrazza era chiusa al pubblico dopo che un pazzo, “quel suicida…” come avevano detto i giornali, si era lanciato nel vuoto. Il vetro era sporco, e gli macchiò il pantalone in velluto. Respirò a fondo, e i suoi polmoni si riempirono di quell’aria fresca, che ormai stava diventando fredda, sentì come un abbraccio attorno alle spalle, la cravatta stava sventolando come una bandiera orgogliosa dietro al suo collo. Sentì un brivido freddo, sentì una vitalità mai provata. Perché era lì? Cosa ci faceva sul cornicione di un palazzo, piangendo,
senza giacca, in quel tramonto bellissimo, sospeso su di un mare di gente e vetture, a centinaia di metri da terra… Il sogno di volare fa innamorare gli uomini, il corpo per gravità non riesce, ma la mente quando può è sempre libera di spiccare il volo. La sua mente però era ormai cementata e incatenata al terreno dal quale non poteva muoversi e non si sarebbe più mossa. Prima che gli avvoltoi si avventassero sulla carcassa della sua mente, voleva volare. Continuava a guardare quelle macchinine, gialle e bianche e rosse, e quelle testoline minuscole di persone che vagavano per la città, la sua città. Nessuno poteva sentirlo, nessuno poteva vederlo, nessuno era li con lui. Quando il sole ormai era una semicirconferenza che stava scomparendo alla vista, si lasciò cadere nel vuoto. Cadere per quei cinque secondi. Uno… due… tre…
Fu in quel momento che ebbe un flash, qualcosa di indescrivibile. Stava vedendo un bambino che correva in un verde prato erboso. Correva, inseguito dagli amici, e rideva. Rideva di gusto come se i pensieri non esistessero e i problemi non fossero mai esistiti. Il flash scomparve dopo poco e subito vide un ragazzino a scuola che guardava una ragazza. Poi le immagini si mossero velocemente e vide lo stesso ragazzino baciare quella ragazza, dalla nera chioma che terminava lieve sulle spalle, con quel viso tenero e pulito di una bellezza singolare. Vide poi moltissime scene che si susseguivano troppo velocemente per essere capite, ma fu quando vide un uomo adulto litigare con una donna, che realizzo che stava rivedendo la sua vita. Non sappiamo se sia vero, che quando si muore si riveda il film della propria vita, ma sappiamo che proprio questo personaggio, che ancora sta cadendo, sta rivivendo la sua intera esistenza. Le lacrime ora cadevano in senso opposto al moto discendente del corpo, le lacrime volavano quasi a toccare il cielo per piovere tristezza. Tre… Quattro… Chiuse gli occhi, e ancora vide un uomo che prendeva un’arma da fuoco e che sparava alla donna che amava, quella stessa ragazza che ora era cresciuta ed era madre e moglie. Quattro e tre quarti… CINQUE!
Si svegliò di soprassalto urlando nel suo letto a casa, nella sua stanza, con la moglie al suo fianco, visibilmente spaventato. Se qualcuno lo avesse immortalato in quello stesso istante avrebbe notato il pallore che rendeva cadaverico il suo viso. Un incubo tale spaventa e non poco. Si alzò dal letto, accese le luci del bagno e andò a sciacquarsi il volto.
Ebbene voi vi starete chiedendo se il racconto termina qui e in questa maniera, ma io che sono il narratore vi dirò la mera verità. Quell’uomo di cui avete letto o sentito la storia è morto cadendo dalla Torre UP e il suo cadavere è ora nell’obitorio dell’ospedale accanto a quello di una donna che è stata violentata e uccisa dal marito con un’arma da fuoco. E se vi state chiedendo perché io sappia tutto questo… Quello che posso dire è che io sono la Morte e so sempre tutto.
Mantova, Italia, 11/7/2018

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Ulisse Saverio Bassi
Sono nato il 27 settembre 1998 in una piccola località vicino a Mantova. Sin da bambino ho avuto le idee molto chiare su cosa avrei voluto fare da grande. Il mio grande sogno è sempre stata la politica, cercare di cambiare il mondo in meglio, seguendo anche l'idea di Baden-Powell di cercare di lasciare il mondo un po' migliore di come l'ho trovato. Un'altra grande passione è quella per la scrittura, ovvero mettere nero su bianco pensieri o sentimenti, così da poter lasciare anche una parte di me come testimonianza della mia esistenza nella Storia. Studio diritto internazionale ed europeo in lingua inglese all'Università degli studi di Trento, suono il pianoforte e adoro comporre e scrivere anche brani musicali da dedicare alle persone che sono importanti nella mia vita. Ho la passione dei viaggi, della scoperta e dell'avventura, non a caso, sono Ulisse.
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