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La Leggenda di Jake di Fairlith - Il Flauto Magico

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Durante il battesimo di Jake, figlio di William e Biancaneve, nonché nipote di Artù, la fata Talia scaglia una maledizione verso il bambino: al compimento del diciottesimo anno di età sarà chiamato a fare una scelta che lo renderà il più grande eroe del regno o l’autore della sua fine. Per proteggere il bambino la magia verrà bandita e Jake vivrà una vita agiata, ma recluso nella sua stessa dimora. Diciassette anni dopo, il giorno del suo compleanno, Jake scopre per caso della maledizione e del futuro che lo aspetta. Solo Merlino può aiutarlo, ma di lui ormai si sono perse le tracce. Al ragazzo non resta quindi che intraprendere di nascosto un viaggio alla ricerca del mago, un viaggio che sarà importante per conoscere se stesso e il mondo in cui vive e andare incontro al suo destino.

1. Il risveglio dell’Ombra
La notte era più fredda in quella regione rispetto al resto del
continente, e lui lo sapeva molto bene. Aveva viaggiato a lungo
in tutte le terre conosciute per soddisfare i suoi sogni di gloria,
col pensiero che se fosse tornato vittorioso dalla caccia che aveva
intrapreso, sarebbe diventato re. Suo padre glielo doveva, dopotutto
era il primogenito. Invece le sue speranze di ricchezza,
fama e gloria erano svanite in una bolla d’aria: non aveva ottenuto
niente di tutto quello che aveva desiderato; aveva rischiato
la pelle in più di un’occasione. Tutto questo perché? Per rincorrere
stupidi sogni di bambino? Era stato un illuso.Continua a leggere
Continua a leggere

Affaticato e senza meta, si era trovato per caso in un regno
governato da una donna senza scrupoli che lo aveva assoldato
come cacciatore personale e lui, per trovare un senso alla sua
vita, aveva accettato. Era sempre stato libero, servito e riverito
in quanto principe ereditario, e odiava sottostare agli ordini imposti
dagli altri, ma aveva imparato a obbedire senza fiatare. Per
quanto non fosse totalmente soddisfatto del ruolo di assassino
ed esecutore, le doveva assolutamente tutto. Lei lo aveva reso
forte, gli aveva insegnato la magia e lui in cambio aveva svolto
per lei numerosi compiti, finché qualcosa era andato storto.
Tutta Albh’ya non parlava di altro: la regina cattiva era
stata sconfitta, la strega più temibile di tutte era stata messa
fuori gioco da quel maledetto vecchio. Il mago Merlino l’aveva
relegata in un mondo senza magia, e lui era stato costretto a
rifugiarsi lontano da occhi indiscreti che potessero riconoscerlo
e trovare qualche legame con lei. Era stato un fuggitivo nei
boschi e in terre poco frequentate. Adesso, però, le cose stavano
per cambiare. Lui aveva il Potere, quella forza che pochi
conoscevano, proprio grazie a lei, la sua padrona, la sua signora.
Adesso lui l’avrebbe aiutata a tornare. Lui stesso l’avrebbe
riportata indietro. Aveva passato un intero anno a esercitarsi
per il rituale che avrebbe compiuto. Quella notte, tutti quei
miserabili si sarebbero pentiti di quanto avevano fatto.
Si guardò intorno, assicurandosi che non ci fosse nessuno.
Si trovava in un castello isolato sulla cima di un monte.
Un tempo era appartenuto al re di una terra antica, la Cittadella dell’Eden,
di cui ormai si erano perse le tracce. Entrò nel giardino circondato
da enormi archi e si pose proprio
nel mezzo. A voce alta e senza alcuna esitazione, cominciò a
salmodiare nell’antica lingua che gli era stata insegnata ad
Avalon: «Sek te nema, Sek te nema, Sek te nema». Si girò verso la
luna e attinse alla sua grande energia. Fu investito da
una luce brillante che sembrava bruciare di una fiamma senza calore.
«Sek te nema… vieni, mia signora… te nema, karan
mia khen lekaran. Che la luna ti dia la forza, mia signora. Sek
te nema, Sek te nema!»
Un lampo squarciò il cielo fino a quel momento limpido e
pieno di stelle. I corpi celesti sembrarono spegnersi uno alla
volta, risucchiati da un grande buio, la terra tremò e il vento
cominciò a ululare. Qualcuno nel buio avanzò. Era una delle
guardie-spettro che custodivano quel luogo antico. Doveva
sbarazzarsene assolutamente.
«Chi va là?» urlò il fantasma. «Fatti riconoscere se non
vuoi che dia l’allarme.»
Il cacciatore lo guardò con uno sguardo folle, gli occhi
iniettati di sangue. La guardia ebbe paura – persino i morti
lo temevano – ma prima che dalla sua bocca potesse uscire
un singolo sospiro, un lampo rosso lo colpì dritto al cuore,
polverizzandolo. La sua energia magica vibrò e mulinò come
fosse un piccolo tornado in miniatura, rossa come l’incantesimo
che aveva condannato quell’uomo alla non morte eterna. Il pulviscolo
colorato entrò nel raggio magico proveniente dalla luna e ne assorbì la forza.
«Mia signora,» gridò in modo quasi disperato «ti faccio
questa offerta! Che il tuo Potere trovi la via del ritorno, seguendo
la scia del mio tributo. Il Potere troverà il Potere.
Come è scritto negli antichi testi, così sarà.»
Fu a quel punto che la luna scomparve e il cielo divenne un’unica
massa scura, tremante e scossa da terribili boati che rimbombavano
anche sulla terra sottostante. Fulmini
rossi cominciarono a cadere intorno alla figura incappucciata e
tutto intorno divenne immobile. Dopo poco il vento
cessò, i fulmini terminarono la loro temibile danza e i boati
si ridussero a nient’altro che suoni lontani. Il silenzio immobile
e piatto che seguì fu riempito da una risata malvagia che
sembrava provenire dagli abissi più profondi degli inferi. Poi
una voce cristallina parlò.
«Mio fedele cacciatore, sapevo che non mi avresti delusa.»
«Non avrei mai potuto, mia signora» ribatté l’uomo, tremante per
l’emozione. «Finalmente sei qui e ora ci riprenderemo il regno
che gli indegni ci hanno sottratto.»
«Non così in fretta, c’è molto da pianificare prima di agire.
Dobbiamo far pressione sulle loro paure più recondite, e solo
dopo attaccheremo: quando nessuno di loro se lo aspetterà.»
«Cosa vuoi che faccia, mia regina? Noùn aspetto altro che
un tuo ordine.»
«Per il momento ci trasferiremo qui, in questo meraviglioso
palazzo. Penso sia un salto di qualità per te, a giudicare
dagli abiti che indossi. Ti sei forse divertito a rotolare
nel fango? Non temere, le tue fatiche saranno pienamente
ricompensate. Quando tu sarai re, saranno quei miserabili a
strisciare ai nostri piedi…» Lo fissò con sguardo indagatore.
«Non avverrà subito, Ryan, ci vorranno quasi vent’anni perché
il mio piano veda il suo compimento, ma io non ho fretta.
Sarà il tempo la nostra arma migliore.» Morgana si guardò
intorno come rapita da quel castello in rovina. «Questo posto
porta incise nelle sue pietre tante memorie passate…» toccò
una colonna, quasi accarezzandola con rimpianto. «Ricordo
come fosse ieri quando ero solo una bambina e giocavo tra
queste mura in compagnia degli elfi, mistiche e superbe creature.
Purtroppo i tempi cambiano e la magia evolve sempre
più in fretta. Vieni con me.»
Superarono il maestoso giardino e giunsero all’ingresso
principale. Morgana spalancò le braccia e rivolse i palmi verso
le pesanti porte di marmo azzurro. Come mossi da mani
giganti, i pesanti blocchi si aprirono. Si ritrovarono in una
grande sala buia, ricoperta di ragnatele e strati di polvere.
Sembrava che nessuno avesse messo piede in quel castello
per secoli, eppure lei aveva detto di averci giocato da bambina.
C’era qualcosa che gli sfuggiva, ma non riusciva a capire
cosa e non gli piaceva per niente.
I loro passi, sebbene attutiti dalla polvere, rimbombavano
in quello spazio così ampio. Enormi arcate si alzavano
maestose ai loro lati, decorate con disegni di una strana fattura,
che riconobbe come il primordiale alfabeto elfico. Su
quelle mura c’era la storia di una civiltà antica e molto po-
tente, i cui poteri si erano persi nei meandri del tempo e della
storia. Solo la sua regina conosceva ogni singolo segreto di
quel glorioso passato e presto anche lui avrebbe imparato, ne
era sicuro. Al loro passaggio, sinistre figure sembravano materializzarsi
dal nulla. Si sentiva osservato e aveva paura ma
non osava proferir parola, né tantomeno chiedere spiegazioni a lei.
Non voleva che pensasse che era un codardo, indegno
delle sue attenzioni e della sua conoscenza.
Morgana d’un tratto si fermò e si guardò intorno. Ryan si
domandò cosa le frullasse per la testa, ma dopotutto era stata
un anno prigioniera in un mondo oscuro, doveva essere ancora
piuttosto confusa. Come se gli avesse letto nel pensiero, la regina
si voltò e lo fissò a lungo con sguardo vacuo e inespressivo.
«Era un luogo orribile, ragazzo mio, un buio perenne e costante, un
freddo glaciale che avvolgeva ogni singola fibra del
mio corpo, mozzandomi il respiro in petto. Mi sentivo morire, volevo morire,
ma non potevo farlo. Quel vecchio mago
sapeva dove spedirmi… tra i tormenti eterni, l’unico luogo in
cui la mia magia non avrebbe avuto effetto. Stavo per perdere le
speranze, l’agonia che si percepisce in quell’oscurità
cambia chiunque, spezza anche il cuore più impavido, ma io
ho attinto forza dalla mia sete di vendetta, dalla mia rabbia
cieca, e ho resistito. Sono stata lontana un anno, non è vero?»
Ryan annuì e Morgana, come perdendosi nei suoi pensieri, continuò:
«Avvertivo il fluire del tempo intorno a me, sapevo che scorreva
inesorabile e che non avrei potuto far nulla per impedirlo. Sarei
scomparsa nel vuoto, dimenticata o
ricordata come la regina sconfitta dal potente mago Merlino
e dalla coraggiosa principessa Biancaneve, l’unica che avesse
mai osato sfidarla. Ma me la pagheranno, me la pagheranno
entrambi, non temere. E tu… tu sei il mio orgoglio, bambino
mio. Avevo sentito tra i tormenti che ti eri nascosto, che sta-
vi fuggendo, braccato come un cane. Temevo che anche tu
volessi scappare da me, dal ricordo di me, e invece non mi
hai deluso. La tua energia ha smosso la mia coscienza prima,
come un puntino di luce in una vastità di nero profondo
e imperscrutabile, ma mi è bastato. L’ho chiamata a me finché
non è diventata una corda fissa in grado di riconnettermi
col mondo, e così sono giunta a te. Non ero certa che avessi
le capacità magiche necessarie a riportarmi indietro, ma immagino
che in questo lungo anno in fuga tu ti sia esercitato.
Molto bene. È da qui che ricominceremo. Nel punto esatto in
cui la magia cominciò a esistere per quello che è: Potere. Non
la sciocca energia naturale che quegli idioti sempliciotti insegnano
alle nuove leve, bensì la forza di dominare, controllare e distruggere.
Questo è il posto giusto. Ma… bada bene:
nessuno dovrà venire a conoscenza del mio ritorno. Farò in
modo che nessuno si dimentichi del mio nome, della paura
che li corrodeva quando sentivano pronunciare il mio nome,
di cosa potevo fare e di cosa potrò fare ancora. Giocherò con
le loro piccole menti fino a spingerli dove voglio io, e poi ti
assicuro che tutto sarà semplice. Se penso alla faccia della
piccola Biancaneve al solo pensiero che sono di nuovo nella
sua vita, mi sento rinascere».
Accennò un sorriso diabolico e invitò Ryan ad avvicinarsi.
Lui era visibilmente turbato, non voleva che lei leggesse
la paura nei suoi occhi. Quel luogo sembrava spettrale e
disabitato ma sentiva che gli Antichi erano ancora lì, nascosti
a occhi indiscreti.
«Cosa vuoi che faccia per te, mia regina?»
«Ho bisogno del tuo aiuto per un incantesimo. Vai fuori
e raccogli nel giardino quel fiore i cui petali sono neri come
la notte. Poi recati alla fontana e ordinale di tornare a zampillare.
Quando avrai finito, torna da me immediatamente!»
«Maestà…»
«Non mi pare che ti abbia dato la possibilità di scegliere.»
«Mia signora, questo luogo mi mette i brividi…»
«Non ti starai mica rifiutando di obbedire? Codardo!»
«Mia regina, ci sono delle presenze qui, e io non posso affrontarle da solo.»
Gli occhi di Morgana si ridussero a due fessure e con uno
sguardo che avrebbe potuto uccidere gli intimò quasi sibilando:
«Giuro che se non obbedisci te la vedrai con me, così
imparerai a contestare un mio chiaro ordine. Corri! Lo sai
che non amo perdere tempo quando ci sono delle questioni
in gioco. Devo occuparmi del castello e dei suoi abitanti, ora,
non posso pensare a cogliere fiori».
«Abitanti?»
«Se sentirò la tua voce piagnucolosa solo un’altra volta,
farò in modo che la tua codardia sia il tuo eterno castigo. So
come spedirti tra i tormenti.»
Il cacciatore fu scosso da fremiti che non riusciva a controllare.
Lei lo avrebbe ucciso, ne era certo. «Obbedisco, mia
regina.» Si inchinò ripetutamente e corse a perdifiato lungo il
corridoio che avevano appena percorso. Non si voltò a
guardare le figure dagli occhi rossi che sembravano avvicinarsi
minacciose. La notte era immobile, neanche un alito di
vento. Era come se il mondo fosse in attesa di qualcosa, lo
avvertiva nelle ossa. Ma lui aveva un compito a cui badare e
se non avesse fatto in fretta, se avesse deluso la sua signora,
ne avrebbe davvero pagato le conseguenze.
Si ritrovò nell’immenso giardino e si mise a perlustrarne ogni
angolo. C’erano diversi gazebo trasparenti, decorati
con motivi floreali o di animali. Erano fatti di cristallo delle
montagne di Luce, il materiale più raro e più duro dell’intero
continente di Albh’ya, e insieme il più modellabile e il più
bello di tutti. Solo i fabbri più esperti erano in grado di
lavorarlo senza l’aiuto della magia. All’interno le strutture erano
arredate con una mobilia in legno di quercia e ciliegio che
comprendeva sedie, tavoli e altalene, tutti decorati con ghirigori
realizzati da abili mani elfiche. Lo meravigliò il modo in
cui quegli oggetti si erano conservati nel tempo, senza nemmeno un
segno di vecchiaia. Sembravano appena usciti dalla bottega di un
artigiano e quasi brillavano. Ma la cosa più
stupefacente erano le diverse tipologie di piante e fiori che
adornavano il giardino in ogni angolo, in particolare le rose
dai colori più diversi e quegli arbusti incantati che pensava
esistessero solo in luoghi come Faerie o Gwladrhyf, la terra
meravigliosa. Doveva proprio ammetterlo, gli elfi avevano
davvero buon gusto e ai tempi di maggior splendore
dell’Impero sapevano come farsi notare.
All’improvviso qualcosa catturò la sua attenzione. Tra i
fiori che crescevano intorno a uno dei gazebo notò delle
macchie molto scure e vi si avvicinò: erano i fiori dai petali neri.
Rimase impietrito. Conosceva bene quella pianta, l’aveva
incontrata nel corso dei suoi viaggi e ne aveva approfondito
lo studio. Era l’orchidea nera, meglio conosciuta come “fiore
della morte”. Era una pianta che emanava una dolce fragranza
ingannevole: chiunque l’annusasse per più di una volta
moriva asfissiato e il suo stelo era ricoperto di spine intrise
d’un veleno micidiale, il cui tocco era in grado di uccidere
istantaneamente. Dai suoi petali e dal suo nettare si potevano
estrarre i veleni più letali conosciuti nel continente; inoltre
potevano essere usati per le più terribili magie praticate
dagli stregoni oscuri, a causa delle loro proprietà magiche. Si
diceva che i semi dell’orchidea nera dovevano essere piantati
in una notte senza luna, innaffiati col sangue di una vittima
sacrificata con la magia e che bisognasse cantare alla pianta
perché crescesse in cattività. Allo stato naturale questi fiori
si trovavano solo in alcune grotte di Faerie, nei pressi della
temuta montagna Nera e alle pendici del castello Oscuro, e
nelle zone più dimenticate di Cysgoddarth, dove il sole mai
sorgeva e la notte senza luna e senza stelle era perenne. La
cosiddetta zona d’ombra era proprio alle spalle delle Atal
Drotir, le terre sospese nel cielo, patria delle streghe e degli
esuli, l’unico luogo di Albh’ya in cui i venti sussurravano
melodie dai poteri straordinari.
Doveva fare estrema attenzione nel cogliere l’orchidea
o le cose non sarebbero andate per niente bene, poiché una
singola spina poteva significare morte. Eppure affrontare la
sua regina lo spaventava molto di più, per cui fece fondo a
tutto il coraggio rimastogli: doveva recidere la pianta con la
magia. Si preparò come gli era stato insegnato e, concentrandosi
intensamente, immaginò che uno dei fiori si staccasse
dalla pianta. Obbedendo alla sua volontà, un’orchidea si sollevò e
iniziò a levitare nella sua direzione. Ryan estrasse dalla sua
borsa da viaggio un contenitore di vetro, che portava
sempre con sé per conservare i campioni rari, e ve la rinchiuse.
Poi, secondo le indicazioni ricevute, si recò alla fontana
più vicina, che era anche la più maestosa, al centro esatto di
quell’intrico floreale e spettrale. Era in marmo bianco levigato
di ottima fattura, così come tutto quello che gli elfi avevano
toccato in quel posto. Al suo centro si innalzava un maestoso
cavallo alato con un unico corno che gli fuoriusciva
dalla fronte: era il dio Albh, l’unicorno bianco, quello che
secondo la leggenda aveva portato la magia ad Albh’ya e da cui
il continente prendeva il nome, che aveva dato vita a tutte le
creature magiche che vi abitavano. Si diceva che comparisse,
nelle giornate in cui il cielo era sereno, ai bambini che un
giorno avrebbero compiuto grandi cose.

08 aprile 2018

Aggiornamento

Potete leggere qui la mia seconda intervista con il blog "Il Profumo dei Libri", spero vi piaccia.
04 aprile 2018

Jake

Prime concept art di Jake, il nostro protagonista, ad opera dell'artista e pittrice napoletana Bianca De Maio, che si è gentilmente offerta di dare un volto ai miei personaggi e non potrei esserle più grato. Un saluto a tutti, Francesco  
08 Marzo 2018
Per chi se la fosse persa, ecco un'intervista all'autore de La leggenda di Jake di Fairlith - Il Flauto Magico. Buona lettura! https://redvalentinedot.wordpress.com/2018/03/08/intervista-allautore-jake-di-fairlith/

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Fantasia, estro, saper scrivere sono doni e tu li hai tutti…e molti altri! Grande Francy, orgoglio della nostra famiglia:*

  2. Francesco Spada

    Grazie mille di cuore per gli apprezzamenti. Siete tutti molto gentili…

  3. (proprietario verificato)

    Il libro mi sembra molto gradevole nella lettura. Complimenti!

  4. (proprietario verificato)

    La Leggenda di Jake di Fairlith – Il Flauto Magico
    di Francesco Spada…..è un libro che ti prende per mano e ti conduce là dove ti porta il cuore….dove ogni tanto si torna per riposare….riflettere….ricominciare….

  5. La leggenda di Jake di Fairlith-Il flauto magico non è un libro come gli altri…non è la solita vecchia storia. È un libro capace di catapultarti in un altro mondo e di farti sognare, un libro che sa emozionare, incuriosire e lasciare con il fiato sospeso fino alla fine. Una storia profonda che merita di essere letta e riletta, scritta magistralmente dal giovane autore, Francesco Spada, che ha racchiuso in essa un pezzo della sua anima in modo tale da renderla unica e speciale. Lasciatevi conquistare da questo piccolo capolavoro: non ve ne pentirete!!!!

  6. Francesco Spada

    Grazie mille di cuore, spero che ti piacerà tutto quando lo avrai letto =) Grazie del sostegno e delle belle parole.

  7. L’intensita’ di questo romanzo deriva dal coraggio dell’autore, in primis da questo coraggio di voler cambiare la propria realtà e mettersi in gioco per realizzare un sogno. Il sogno di non mollare MAI quando credi davvero in qualcosa e la magia di queste pagine viene resa concreta dalle righe di straordinaria intensità in cui lo scrittore catapulta il lettore con il cuore attento e volto ad accogliere luci di fiducia e coraggio di credere nel futuro. Avvincente, che lascia con il fiato sospeso alla ricerca della realizzazione dell’anima attraverso un cammino di inesauribile sete di amore e fiducia nel futuro.

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Francesco Spada
Francesco Spada, nato a Napoli nel 1993, frequenta il sesto anno della facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università della Campania.
"La leggenda di Jake di Fairlith" è il suo primo romanzo.
Francesco Spada on FacebookFrancesco Spada on Twitter
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