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La mia tana

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Una giovane donna vittima di un’aggressione è sopraffatta dallo sgomento per quel gesto che lascia un segno indelebile sul suo corpo inesperto. Per sfuggire ai fantasmi di quel sopruso, decide di intraprendere un cammino interiore attraverso la scrittura, ripercorrendo tutte le fasi della sua vita. Un’esperienza ricca di piacere e delusione, di rabbia e frustrazione, di perdite e conquiste che attraversa varchi di luce e supera buio e ombre. Un lungo percorso spirituale oltre i confini della propria coscienza, alla ricerca di un rifugio e, forse, di una nuova vita.

 

In copertina: fotografia di Mara Scarone

ANTEPRIMA

 SABRINA VOLPE

LA MIA TANA

Sono grata al dolore e alle amarezze. Alla solitudine e ai silenzi, alle assenze e alle delusioni, al vuoto interiore e alle restrizioni; all’odio e all’indifferenza, all’oppressione e allo smarrimento. Solo così, ho saputo apprezzare la vera essenza della mia vita. Ho creduto nei sogni. Mi sono cullata tra i ricordi. Ho vissuto per i sentimenti. Ho scritto per non morire mai.

Sabrina Volpe

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 PROLOGO

Era in pericolo: ogni centimetro del suo corpo vibrava, come il vento tra gli alberi in una notte tormentosa. Lo sgomento scuoteva il suo cuore, un brivido sottile e sinistro si appropriava della sua pelle mentre i loro respiri si facevano strada raggelando il sangue nelle sue vene. Inghiottita da un angolo buio, in un lembo di asfalto consumato e sopraffatta da losche figure, sentiva l’oppressione di quelle parole strozzate in un sussurro roco e cantilenante mentre un alito di vento caldo lasciava il segno sul suo corpo inesperto e scevro di bramosia.

I fantasmi di quel passato funesto si rincorrevano piroettando come in un balletto di cui lei non era più la semplice spettatrice, perché stava diventando schiava di quella danza. Gli incubi affollavano la sua mente e rapivano i suoi sogni, obbligandola a rivivere all’infinito quell’attimo intriso di orrore; sperava che l’innocenza del mattino lenisse un po’ quelle ferite che le laceravano l’anima, ma il tormento del ricordo le impediva di dimenticare. Sfoderò la sua audacia e indossò la sua pazienza, ma un silenzio tetro attecchiva nella sua anima.

ORIGINE

Due anime, due cuori, due corpi e una straordinaria consapevolezza. L’intento di realizzare lo stesso progetto e la capacità di accoglierlo come un dono si unirono per generare quel miracolo che si chiama vita; una congiunzione di forze indotte a coesistere da un fattore predominante: l’amore. In una tiepida mattina di fine aprile, quando la leggerezza permeava l’aria e la natura si ridestava dalla desolazione dell’inverno, quell’atto d’amore si concretizzò. La sua culla era una stretta striscia di terra che cingeva il mare, ricoperta da pinete, boschi folti e sentieri tortuosi.

Questa accogliente insenatura si celava dal rigore dell’inverno e rinasceva dal letargo, ai primi tepori, desiderosa di essere esplorata da occhi sconosciuti e indiscreti mentre il mare e la collina si univano in un soffocante abbraccio. Ogni anno a Spotorno l’inverno, dispettoso e indeciso, ritardava la sua trionfale entrata; i ritmi rallentavano e una calma dissoluta animava le menti impotenti e rassegnate di certi incontrastabili, epici sognatori.

Il vento sfiorava veloce la terra e si insinuava sibilando tra le fessure, spirava in un lamento stridulo che danzava ad alta quota e avvolgeva tutto in una carezza refrigerante. Nelle notti calde, invece, lampi di delirio scuotevano dal torpore gli animi assopiti riportandoli a vecchie sofferenze mai placate mentre il risveglio, colmo di propositi e promesse, ridestava il cuore e le sue speranze. La punta del campanile sovrastava i tetti rossicci sparsi in un disordine composto. Le case, l’una a ridosso dell’altra, si confidavano tra loro come vecchie amiche, attraverso muri che avevano sentito e sopportato intere vite.

Case, finestre, volti e pensieri, immensi e piccoli come luce e buio, come i tasselli di un universo distante e forse inaccessibile. Il cielo raccoglieva le storie, la terra le sosteneva. Cornici muschiate, floride e fluenti, si ripetevano ritmicamente delimitando il paese a settentrione e si inchinavano, a sud, dinanzi al mare.

Nelle profondità di quel mare, intrappolato negli abissi, un mondo sommerso e sconfinato racchiudeva un regno segreto che presto sarebbe riemerso, con tutto il fascino e il mistero di una fiaba.

RITORNO AL PASSATO

Il vento soffiava e piegava con forza i fragili arbusti ingialliti che tintinnavano ritmicamente attraverso il vetro, come un ritornello, invitandola a lasciare il suo caldo nido. Aprì gli occhi, ma il buio l’avvolse, come un’immensa coperta, nel silenzio di quella grande stanza. Rivolse lo sguardo verso la finestra, ma nulla sembrava presagire l’arrivo di quel grande giorno.

Si alzò dal letto ancora insonnolita e stanca – a causa dell’eccitazione non aveva riposato bene –, poi spiaccicò il naso contro il vetro freddo cercando, con gli occhi semichiusi, il cielo. Nel cielo scuro, un pallido spicchio di luna e qualche stella facevano ancora capolino. La sveglia era puntata alle sette: mancavano una manciata di minuti, quindi prese gli abiti dall’armadio, si sistemò sul letto e cominciò a vestirsi; poco dopo il trillo la fece trasalire. Seguirono anche due tocchi sul muro adiacente: la mamma si assicurava che si fosse svegliata.

Un attimo dopo era in piedi, vestita, e reclamava la colazione davanti alla porta della sua camera. Il grembiule nero, sopra la sedia, profumava di buono, sapeva di pulito; la mamma lo aveva stirato la sera prima. Giovanna, avvolta nella sua morbida vestaglia rosa, la aiutò a infilarlo. Lo abbottonarono insieme, poi un fiocco blu unì due lembi di un colletto bianco e si chiuse intorno al suo collo. Nel grande specchio di casa, ritrovò l’immagine sorridente del suo viso tondo e della sua pelle bianchissima, mentre fuori cominciava ad albeggiare.

Un edificio color cemento, maestoso come una caserma, appariva dinanzi ai suoi occhi, mentre un grande cancello grigio si spalancava per accogliere la folla di scolari; una lunga recinzione conteneva un ampio cortile in terra battuta e alcune cornici verdi ospitavano grandi alberi. Le mamme stringevano a sé i loro piccoli, rassicurandoli; salutò la sua con un bacio, poi si unì al mucchio ed entrò. Alcuni rimasero avvinghiati alla figura sicura del proprio genitore, poi le maestre vennero loro incontro e anche gli ultimi, arresi e rassegnati, dopo pianti e capricci entrarono e si presentarono gli uni agli altri.

Da quel primo giorno di scuola trascorsero veloci le settimane, poi i mesi, infine gli anni volarono senza lasciare segni vistosi nella sua vita. Cresceva, affezionandosi ai suoi compagni e condividendo gioie, speranze e piccole delusioni; fatti di scarsa rilevanza. Quando ripensava a quei momenti, una nebbia sommergeva i suoi ricordi, ma di tanto in tanto, insistendo un po’, affioravano in superficie sprazzi vaghi e offuscati di memoria.

La lunga infanzia aveva preservato la sua anima dall’odio e dal dolore, ma quel mondo intatto e puro era solo un riflesso del suo essere interiore. Un pensiero, però, si insinuò con prepotenza nella sua mente e condizionò le sue giornate per alcuni anni. I genitori, che non avevano alcun desiderio di ampliare la famiglia, non avevano preso sul serio quella sua richiesta e alle domande sempre più pressanti e inopportune avevano cominciato a raccontarle piccole e innocenti bugie.

In un primo momento se ne addossò tutta la colpa, poi cominciò a comportarsi in maniera irreprensibile: avrebbe affrontato qualunque privazione, pur di veder esaudito quel desiderio. Ignara del suo destino e relegata nel suo cupo isolamento, cominciò a spargere ovunque pensieri scritti, sfoghi e preghiere a quel Dio così sordo al suo dolore. Fu rassicurata solo quando, tra lacrime copiose e incessanti, ipotizzò la propria colpevolezza; non si rassegnò mai alla rinuncia. Detestava quella solitudine che imprigionava il suo cuore tra fredde mura.

FRAGILITÀ

Il mercato rigurgitava fiotti di persone in un crescente e incessante andirivieni. Un frenetico schiamazzare raccoglieva nuovi curiosi e creava confusione; se avesse avuto un paio d’ali, si sarebbe librata in volo a osservare quel formicolare informe e se fosse stata una pittrice, invece, avrebbe fissato sulla tela bianca macchie di colore in continuo movimento. In quell’assolata mattina di metà giugno, passeggiava incuriosita tra i numerosi banchi in compagnia della nonna Sandra; le lezioni scolastiche erano terminate e le agognate vacanze prendevano finalmente il sopravvento nella sua quotidianità.

Sandra si occupava di lei solo quando era strettamente necessario perché, durante la pausa scolastica, sua nipote veniva affidata a un campo estivo: ma il corso non sarebbe cominciato prima di qualche giorno. Sandra era una donna molto pratica; chiusa nella sua risolutezza e indifferente agli affetti più cari; non sembrava capace di esternare amore, non mostrava empatia nelle sue rare manifestazioni di coinvolgimento e il suo rigore eccessivo, nel tempo, le aveva reso impossibile lo sviluppo di qualunque tipo di sentimento. Probabilmente, non aveva mai sperimentato affezione in tutta la sua vita.

Nonna e nipote perlustrarono tutto il mercato, che si estendeva su una vasta porzione di lungomare, e si soffermarono a fare acquisti. Il banco della frutta e della verdura era invitante e deliziava i passanti con le primizie di stagione, i profumi veleggiavano nell’aria mescolandosi alla spuma salina del mare che il vento trasportava con sé. Il bancone delle stoffe, invece, esponeva rasi lucidi, organze, pizzi e scampoli di seta: una brava sartina ne avrebbe confezionato un guardaroba invidiabile. In poco tempo furono sommerse da borse e pacchetti e decisero, quindi, di incamminarsi verso casa.

Pensando di abbreviare il percorso, la nonna le propose di attraversare la strada senza servirsi del sottopassaggio. Titubante e confusa, la bambina manifestò il suo disappunto e le sue perplessità – la mamma a quel riguardo si era sempre raccomandata –, ma venne tempestivamente rassicurata. Un insieme di persone provenienti dal mercato si unì a loro e si prepararono tutti a raggiungere la sponda opposta.

Una parte del gruppo si distaccò mentre alcune auto sopraggiungevano a forte velocità e non sembravano intenzionate a rallentare, forse per l’assenza di segnaletica pedonale o forse per semplice menefreghismo. Attraversarono tutti; poi, esortata dalla nonna, prese coraggio anche lei e con una incerta decisione si portò sul ciglio della strada.

Volse lo sguardo a sinistra e a destra: la strada era quasi libera. Fece un passo in avanti e gettò un’altra occhiata a destra e poi a sinistra, altri tre passi e si ritrovò sulla linea di mezzeria, ma, assalita dal dubbio, si voltò ancora per controllare; la sua attenzione fu catturata dalla sagoma di un tir che proveniva da sinistra: era distante, ma il panico si appropriò del suo corpo quando si accorse che, da destra, una piccola utilitaria avanzava noncurante verso di lei.

Fece un balzo in avanti, ma questo non bastò a evitare lo scontro; l’urto fu violento e le fece perdere i sensi. Il giovane corpo sbalzò in aria come un oggetto inanimato, colpì il parabrezza, oltrepassò l’auto e si schiantò al suolo. Giaceva immobile sul caldo asfalto granelloso e intanto la folla, spaventata e incuriosita, si stringeva attorno a lei.

I primi soccorsi furono rapidi: le prestarono tutte le attenzioni del caso e tentarono la rianimazione; riaprì debolmente gli occhi, ma alla vista di tutta quella gente intorno si spaventò e riperse i sensi. Si risvegliò sulla lettiga di un’autoambulanza, frastornata dal suono della sirena che strillava nelle sue orecchie; sollevò faticosamente il capo e indirizzò uno sguardo allarmato e indagatore alla sua gamba destra. Un macigno invisibile comprimeva le sue articolazioni, i muscoli e i tendini. Un bozzo violaceo era l’unica traccia visibile di una collisione; nonostante i suoi pochi anni non si fece cogliere dallo spavento, vide accanto a sé la nonna e le domandò cosa fosse accaduto. Quella percezione straziante accertava il suo coinvolgimento in un incidente.

Ricoverata in ospedale, il medico le praticò una terapia contro eventuali traumi cerebrali e furono anche eseguiti gli opportuni accertamenti radiologici. Riportò la frattura di tibia e perone destro e un trauma cranico, senza gravi conseguenze, dovuto a una lieve contusione. Una lesione ossea al ginocchio destro, invece, compromise, per diverso tempo, la funzionalità della gamba. Dopo i controlli di circostanza, le ingessarono tutta la gamba fino all’inguine e fu dimessa, ma per un paio di mesi fu costretta a letto.

Furono mesi molto difficili, costretta a casa mentre i suoi compagni si crogiolavano spensierati sotto il sole e godevano del tempo libero in spazi aperti. La riabilitazione fu lunga e impegnativa, ma lavorò con perseveranza: avrebbe raggiunto il suo scopo e sarebbe ritornata a sorreggersi sulle sue gracili gambe.

La mamma lasciò il suo lavoro part-time stagionale e si prese cura di lei a tempo pieno. Ogni mattina la accompagnava in spiaggia e la faceva passeggiare a piedi nudi sulla battigia. La bambina camminava sul piccolo promontorio di sassi irregolari che il movimento ritmico delle onde e delle maree creava e mutava continuamente; era una ginnastica molto dolorosa a causa delle sue articolazioni atrofizzate. La mamma le stava accanto e la spronava a lottare quando perdeva fiducia in se stessa e nelle proprie capacità, quando i miglioramenti tardavano a realizzarsi o, peggio ancora, non c’erano affatto.

Riversava sulla mamma incertezze e angosce perché sapeva risolvere e comprendere i suoi dubbi e le sue paure. Era la luce nei suoi momenti cupi e il faro nei suoi percorsi incerti. Era devozione ed emozione, la trasparenza e l’intuizione, l’attenzione e la certezza, il giudizio e la risposta. Giovanna era una donna apparentemente forte e determinata, parlava con convinzione e fermezza senza tuttavia nascondere le proprie fragilità; si prodigava al sacrificio per proteggere e difendere la sua famiglia. Il suo amore infinito e il suo istinto protettivo andavano ben oltre la ragione, perché un resistente cordone ombelicale la univa ancora saldamente alla figlia.

Dopo lunghe ed estenuanti sedute di fisioterapia, la bambina ripristinò completamente le sue funzioni motorie. Frequentò anche un corso di nuoto per potenziare la muscolatura delle gambe, ma in quella grande piscina rimaneva intrappolata nella stessa sensazione di instabilità e smarrimento già conosciuta nelle profondità delle sue solitudini, e non si sentì mai a suo agio.

Tentò di dominare l’ansia e placare la paura servendosi della tavoletta: era una soluzione che la rassicurava; la teneva a galla e distante da quel vuoto che sembrava risucchiarla appena provava a liberarsene, ma tutti gli sforzi non la aiutarono a fare progressi. Dopo mille indugi, manifestò apertamente la volontà di abbandonare quell’appuntamento che la costringeva a dubitare del suo coraggio e limitava il suo continuo bisogno di migliorare. Chiese di poter frequentare il corso di danza classica: sapeva che la richiesta era onerosa, ma i genitori compresero ben presto il suo possibile talento ed esaudirono quella supplica.

In quella stanza di grandi specchi volteggiava leggera come una farfalla; lo sguardo era assorto, il volto appena inclinato seguiva un punto fisso e distante mentre il corpo si sollevava e seguiva la musica in perfetto accordo e armonia. Si protendeva verso l’alto, le dita tracciavano semicerchi invisibili, il busto inarcato disegnava una linea sinuosa e i piedi sfioravano appena il pavimento in parquet; la sua figura, esile e delicata, si addiceva a quella disciplina.

Frequentava le lezioni da poco più di due mesi quando il catechismo per la preparazione alla Comunione cominciò. In quegli anni, i valori ecclesiastici erano molto marcati nelle coscienze della comunità e rasentavano spesso un insano moralismo; disobbedire alle sacre leggi del cristianesimo significava sottovalutare e ignorare l’importanza della parola del suo esponente. Costretta ad abbandonare le lezioni di danza, che si svolgevano negli stessi giorni e nelle stesse fasce orarie, prese la Santa Comunione e mandò in frantumi tutti i suoi progetti, mentre un piccolo squarcio si aprì nel suo giovane cuore.

L’anno seguente si avverò il suo sogno tanto atteso e sotterrò, per sempre, quella passione in fondo al cuore, perché non avrebbe mai voluto realizzarla a discapito della nuova vita in arrivo.

02 ottobre 2019

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04 settembre 2019

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29 agosto 2019

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Eleonora Porzio.
"Ho letto il tuo libro e l'ho trovato molto gentile, giovanile, rilassante, e in un racconto ho rivisto un pezzo della mia vita... Bravissima, sei sulla buona strada per fare carriera di scrittrice..."
11 luglio 2019

Aggiornamento

La mia tana su IVG.it. Qui il link 
20 gennaio 0006

Aggiornamento

Mariella T.
Grazie a te di cuore d'avermi fatta riflettere ed avermi insegnato e aperto gli occhi attraverso questo impegnativo e veritiero libro...grazie e ancora grazie... dico impegnativo, perchè bisogna leggerlo con assoluto impegno e riflessione... piuttosto se subito non si comprendono dei versetti, rileggeteli prima di andare avanti...vi prego cari lettori... non leggete con superficialità...credetemi, questo romanzo fa bene al cuore e all'anima...ti cambia dentro...spero di essermi spiegata..
15 maggio 2019

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Qui la recensione di La tana 
31 ottobre 2018

Aggiornamento

libridescrittidalcuore recensisce La mia tana su Instagram, a questo link.
02 novembre 2018

Aggiornamento

Su Savonanews un articolo sull'imminente presentazione di La mia tana, lunedì 19 novembre a Spotorno.  
19 ottobre 2018

savonanews.it

Ecco un articolo sull'autrice Sabrina Volpe e la sua opera, La mia tana. Potete leggerlo qui!

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Il libro di Sabrina mi ha fatto la stessa compagnia di una cara amica che si incontra dopo tanto tempo e che racconta gli avvenimenti accaduti nell’intervallo trascorso dall’ultimo incontro. Racconto intimo, confidenziale personale eppure condivisibile con tutti perchè sono fatti ma sopratutto emozioni universali. Mi ha un pochino rallentato la minuziosa descrizione di ogni avvenimento o pensiero, ma questo è un mio limite. Anche nei primi libri di Baricco mi bloccavo un pò (nel suo caso nelle descrizioni dei paesaggi o ambienti) anche se in una intervista in tv ne spiegò il motivo. Ma è anche la sua caratteristica e perciò la sua forza. E’stata proprio brava in questa sua opera prima e mi auguro che lo scrivere diventi per lei qualcosa di più che uno sfogo personale. Grazie. ❤

  2. (proprietario verificato)

    Emozione pura. Sentimento, dolore, allegria, leggerezza, tutto in un solo romanzo. Nulla da invidiare a scrittrici affermate, anzi… Un romanzo che ti obbliga a pensare anche a te stessa, almeno per me è stato così, in diverse situazioni mi ci sono ritrovata e mi sono accorta di aver pensato “cavolo é vero l’ho pensato e mi sono sentita così anch’io”, solo che non so scriverlo, ma lei si. Bello, bellissimo…. E io vivo per leggere, quindi fidatevi e buona lettura. Roberta

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Sabrina Volpe
SABRINA VOLPE nasce nella primavera del 1971 a Savona e cresce a Spotorno. Ha conseguito studi artistici, per poi scoprire una nuova passione: la
scrittura. La mia tana è il suo primo romanzo.
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