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La nota sbagliata

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Max è un ragazzo di undici anni, con un carattere difficile e privo di stimoli. Si sente ignorato dalla famiglia e non accettato dai compagni di classe, come una nota sbagliata che stride sempre con l’accordo.
A dare una svolta alla sua vita è Antonio, il vicino di casa. L’anziano lo accoglie in casa sua per dargli lezioni di piano, che non tardano a diventare anche lezioni di vita. Grazie a esse Max riuscirà, crescendo, a costruire dei legami solidi con i suoi coetanei e a scoprire come mai quella sensazione di essere sempre fuori posto fatica ad abbandonarlo.

Prologo
Agosto 1994

Si guardò intorno spaesata, sopraffatta dagli eventi e sconcertata dalle prospettive future.
Ripensò a ciò che era accaduto negli ultimi tempi. Avrebbe voluto cancellare tutto e tornare al punto di partenza, quando ancora non era successo niente.
Troppe cose erano invece accadute, lei aveva commesso degli errori, e anche grossi, ma aveva in egual modo subito pesanti ingiustizie. E poi una serie di circostanze casuali l’aveva portata nella situazione in cui si trovava ora.
Si rendeva conto che davanti a sé aveva due strade, ma entrambe l’avrebbero condotta verso rischi e sofferenze.
Riguardò inorridita ciò che aveva di fronte a sé, e questo le fece prendere l’unica decisione che le parve possibile: scappare.
Si rendeva conto che a causa di quella scelta la sua vita e quella delle persone coinvolte nella vicenda sarebbero inevitabilmente cambiate, ma non ci ripensò. Iniziò a correre, corse con tutta l’energia e la rabbia che il suo corpo in quel momento possedeva, e prima che qualcuno potesse vederla s’inoltrò nella vicina boscaglia.
In pochi secondi sparì all’interno di quella selva impenetrabile e di lei si perse ogni traccia. Continua a leggere
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Capitolo uno
Novembre 2004

Max camminava distrattamente mentre tornava a casa da scuola, prendendo a calci tutti i sassi che trovava lungo il tragitto.
Era di pessimo umore, come sempre gli capitava in quei momenti della giornata. La mattinata era trascorsa con una lentezza che gli era sembrata esagerata, aveva rimediato alcuni voti insufficienti e in più… la solita nota; dopo aver ricevuto la verifica di aritmetica l’aveva appallottolata accuratamente e con un tiro ben assestato l’aveva fatta volare colpendola con il flauto, e il compito era finito dritto dritto sulla cattedra del professore. Era partito qualche applauso, subito smorzato dallo sguardo severo dell’insegnante.
Prima ancora che il professor Linazzi aprisse bocca, Max si era alzato e aveva portato il suo libretto al docente per farsi scrivere la nota.
Non si preoccupava di quello che gli avrebbero detto i genitori al suo rientro: con ogni probabilità anche quel giorno nessuno gli avrebbe chiesto come fosse andata a scuola.
La prima media era iniziata da circa due mesi e il suo rendimento era già oggetto di discussione quotidiana per l’intero staff della scuola, collaboratori compresi.
Perché facesse così nessuno lo sapeva. Si conosceva ancora poco di lui e ancora meno della sua famiglia; nei cinque anni di elementari neppure uno dei genitori si era visto ai colloqui e le pagelle erano sempre state ritirate in segreteria.
I primi anni se l’era cavata perché le capacità non gli mancavano, ma poi aveva dato l’impressione di voler mollare, di non volersi impegnare più, quasi gli sembrasse che tutto ciò che faceva a scuola fosse inutile.
Era cresciuta anche la sua avversione per le maestre, con un progressivo peggioramento della sua condotta. Il padre e la madre erano stati convocati più volte, ma non si erano mai presentati.
Max però in cuor suo sapeva perché si comportava così: aveva l’impressione che qualunque cosa facesse, nel bene o nel male, ai suoi genitori non importasse. A volte gli sembrava addirittura di essere invisibile per loro, così tanto presi dai rispettivi impegni giornalieri.
Non aveva fratelli. Il padre, Aristide, quarantacinque anni, era il titolare di una ditta d’import-export e gran parte della giornata la trascorreva fuori per lavoro, ma anche quando rincasava si chiudeva nel suo studio per occuparsi ancora di lavoro e di affari, o almeno così diceva. Le sere in cui invece si dichiarava stanchissimo si sedeva davanti alla TV, dopo aver cenato, e non voleva essere disturbato per nessuna ragione. Spesso Massimiliano gli faceva firmare le note la mattina prima di andare a scuola, quando il genitore aveva poco tempo per snocciolare la sua sequela di offese, che erano essenzialmente rivolte agli insegnanti.
La madre, Genziana, aveva poco più di trent’anni, ma il suo modo di vestirsi e truccarsi sembrava quello di una quindicenne che non ha ancora capito bene come agghindarsi. Non lavorava, ma trovava comunque il modo di essere indaffarata e di non avere perciò tempo da dedicare a suo figlio. Con la scusa che a scuola non era mai stata brava, si rifiutava di aiutarlo nello studio e nell’esecuzione dei compiti. Dopo pranzo, una volta sbrigate le faccende in cucina, spariva per un’ora in camera da letto a riposare, spesso assieme al marito. Poi ricompariva, ma si dileguava immediatamente per tutto il pomeriggio, andando a trovare le amiche, recandosi in palestra o a fare spese e altre amenità. La sera, due volte la settimana, usciva per il corso di salsa e merengue.
Era sicuramente una donna molto attraente, ma aveva ben poca classe.
Max una volta aveva cercato di farle notare l’eccessiva quantità di rossetto e di matita per gli occhi che si era messa, prima che lei uscisse per andare al suo corso di ballo. Per tutta risposta aveva ricevuto uno sganassone e un poco educato e certamente poco materno: “Vaffanculo, pensa ai cazzi tuoi!”.
Il sabato era quasi d’obbligo andare fuori a cena, ma non tutta la famiglia era invitata: Max se ne stava in casa da solo a guardare la televisione, mentre i suoi andavano al ristorante. La scusa era che il ragazzo aveva gusti difficili, ordinava pietanze costose e poi lasciava sul piatto tre quarti della roba; per suo padre non si potevano buttare i soldi in quel modo e aveva perciò preso questa decisione.
Lui si era rassegnato, e in fin dei conti la cosa non gli dispiaceva affatto. Le rare volte che era uscito a cena fuori con i suoi aveva assistito alle solite discussioni, che sfociavano poi in veri e propri litigi. I motivi erano solitamente la gelosia o la gestione del figlio.
Parlavano di lui come se non ci fosse. Ognuno dei due quando parlava di Max diceva “tuo figlio”: quando si dovevano dire cose negative (ed era quasi sempre così) il figlio era sempre dell’altro coniuge.
I genitori erano originari di un paesino del Sud, ma ormai da molti anni si erano trasferiti in una cittadina del Nordest Italia, dove Max aveva sempre vissuto.
Il ragazzino si sentiva sempre molto solo e questo non poteva che accrescere il suo malumore e la sua rabbia. Non aveva amici perché il suo carattere chiuso e scontroso aveva sempre allontanato i suoi coetanei.
Così, sentendosi rifiutato, verso la fine delle elementari aveva cominciato a menare botte a destra e a sinistra, anche su consiglio di suo padre che gli diceva: “Fagliela pagare a quei quattro idioti”.
Questo comportamento aveva definitivamente escluso ogni possibilità di farsi degli amici.
Nel ciclo scolastico appena cominciato aveva molti nuovi compagni, ma la sua fama l’aveva preceduto, e così nessuno smaniava per stare in sua compagnia. Era un po’ come il cane che cerca di mordersi la coda: più veniva isolato e più si incattiviva, e di conseguenza cresceva il vuoto intorno a lui.
Come se non bastasse, non aveva nemmeno dei nonni con cui stare: quelli materni erano morti e quelli paterni erano emigrati in America e non li aveva mai conosciuti.

Con un calcio ben assestato centrò in pieno un bellissimo ciottolo rotondo, che schizzò in una direzione diversa da quella voluta e colpì violentemente la fiancata di un’auto in sosta.
Max si guardò attorno con circospezione e, appurato che per fortuna nessuno aveva notato l’accaduto, si avviò velocemente verso casa.

Il colloquio

Poco prima di Natale, per la quarta volta dall’inizio dell’anno scolastico, la coordinatrice di classe, la professoressa Rivelli, aveva convocato almeno uno dei genitori di Massimiliano; le altre tre volte non si era presentato nessuno.
Stavolta, però, l’episodio era più grave dei precedenti, le conseguenze del suo comportamento erano rilevanti, anche se lui si dichiarava innocente. La sua versione dei fatti era che un compagno ne aveva spinto un altro contro di lui, facendoglielo piombare addosso dal terzo gradino della scala, lui casualmente aveva alzato il braccio destro per grattarsi la spalla sinistra e il suo gomito era stato colpito da un dente dello sfortunato ragazzo, che ci aveva rimesso mezzo incisivo.
La versione alternativa, però, confermata da molti testimoni, era che l’altro stava scendendo le scale e che Max gli aveva rifilato una gomitata in bocca.
Il padre stavolta si era presentato, soprattutto perché la professoressa di italiano gli aveva annunciato che il genitore del ragazzo ferito aveva intenzione di denunciare l’accaduto, se i genitori di Max non avessero pagato di tasca propria i danni causati dal figlio.
Dopo i primi due minuti (tempo durante il quale la docente aveva tentato di esporre i fatti) Aristide era esploso scaricando tutte le colpe sull’insegnante che stava accompagnando la classe nell’aula di informatica.
Dopo venti minuti di concitata discussione, con la ricostruzione dell’accaduto da parte della coordinatrice, che riportò anche le innumerevoli testimonianze a sfavore del ragazzo, il padre si convinse. Si dichiarò, a malincuore, disponibile a pagare le cure del dentista per la ricostruzione dell’incisivo, ma subito spostò l’argomento del colloquio sul cattivo lavoro che gli insegnanti stavano facendo con suo figlio.
«Non fa che prendere insufficienze e note, è evidente che tutti i professori ce l’hanno con lui! Non lo capiscono e non riescono a valorizzarlo!»
«Vede, noi sappiamo che Massimiliano ha grandi capacità e stiamo provando in tutti modi a sviluppare le sue doti migliori, ma ci troviamo praticamente davanti a un muro. Dobbiamo collaborare tutti insieme, noi insegnanti e voi della famiglia, per fargli acquisire fiducia in se stesso, per farlo aprire a noi e ai suoi compagni, per farlo stare più sereno.»
«Sta dicendo che mio figlio a scuola non è sereno?»
«È così! E…»
L’insegnante stava per aggiungere: “E probabilmente nemmeno a casa”, ma il signor Aristide la interruppe.
«Allora questa è la prova che voi non siete capaci di fare il vostro lavoro!»
La professoressa Rivelli aveva alzato gli occhi al cielo. Si rendeva conto che anche con il padre era come parlare a un muro, e a ogni secondo che passava gli appariva sempre più chiaro il motivo del comportamento del figlio.
«A scuola proviamo di tutto per invogliarlo, ma sembra che ogni cosa per lui sia priva di valore. Pensavo che se anche voi cercaste di dare importanza a quello che facciamo in classe, forse Max ci metterebbe un pizzico di impegno in più. Magari qualche volta potrebbe fare i compiti con lui, studiare insieme, interrogarlo; oppure potrebbe farlo sua moglie.»
«Cioè tutte cose che dovreste fare voi!» s’inalberò il padre di Max. «Ma si rende conto di quello che mi sta chiedendo? Voi siete pagati tutta la giornata e il pomeriggio ve ne state a casa a non fare un ca… cavolo e io che fatico come un mulo, che ho altri pensieri e occupazioni, dovrei fare il lavoro che degli insegnanti incompetenti non riescono a fare?!»
Solo la professionalità della coordinatrice e il suo grande autocontrollo le consentirono di frenare il suo istinto, che l’avrebbe portata a sbattergli il registro sulla testa e a mandarlo a quel paese.
Invece deglutì, e con calma e rassegnazione ci provò nuovamente. Ormai aveva capito che ogni parola in più avrebbe potuto avere l’effetto di scatenare altre offese. Per cui cercò di misurare con attenzione le parole.
«Non chiediamo a voi di sostituirci, è chiaro, ma sarebbe importante che Massimiliano sentisse veramente che tenete a lui e al fatto che vada bene a scuola.»
«Perché… secondo lei… io non tengo a mio figlio?! Come si permette?! Ha il coraggio di dirmi che io non so fare il padre? Pensi a fare il suo lavoro che al resto ci penso io!»
Nonostante le attenzioni, era scivolata su una questione molto delicata; d’altra parte era impossibile non arrivare a quel punto: i problemi erano tanti ed erano gravi. Ormai aveva capito che aggressioni e offese le sarebbero piombate addosso in qualunque caso; allora tirò fuori ciò che veramente pensava.
«Non sto affatto dicendo che lei non è un buon padre, non ho argomentazioni per poterlo affermare,» ma per pensarlo sì «dico solo che, probabilmente, siccome lei è molto occupato con il suo lavoro, Max non riesce a cogliere il fatto che lei gli vuole molto bene.» Si stava veramente arrampicando sugli specchi. «In un tema mi ha scritto che da lei non ha mai ricevuto né un bacio né una carezza.»
«Ma lei crede a tutte le balle che scrive mio figlio nei temi? È proprio ingenua!» Fece una pausa e poi continuò, smentendosi immediatamente e confermando il contenuto dell’elaborato. «Tutte queste sono smancerie che non servono per un’educazione costruttiva e per un rapporto padre-figlio come si deve, non vorrà mica che lo faccia diventare gay?! Per formare un vero uomo non servono baci e abbracci, sono più efficaci le cinghiate.»
«Come ha detto, scusi?» chiese l’insegnante con il volto serio.
«Be’… intendevo dire in senso figurato… ci mancherebbe, ci vorrebbero… delle sgridate, ecco!» si giustificò imbarazzato.
«Io non credo che un abbraccio possa far male, anzi…»
«Senta, il mio dovere di padre lo faccio fin troppo bene, lavoro dalla mattina alla sera per fargli avere tutte le comodità e un futuro migliore.»
«Ma i soldi non bastano. Nella vita ci vuole anche altro: le relazioni, l’istruzione…»
«Ah! Per quanto riguarda l’istruzione avrei molto da ridire. Io mi sono fermato alla terza media, eppure guardi dove sono arrivato: guadagno in un trimestre più di quanto lei non faccia in un anno. Eppure lei ha studiato molto, si è laureata, suppongo.»
«Certo che sono laureata, altrimenti non potrei essere qui. Ma chi studia non lo fa solo per i soldi.»
«Non vedo per quale altro motivo si dovrebbe fare tanta fatica. A ogni modo, io adesso devo andare, ho perso già abbastanza tempo. Se non ha altro da dirmi…»
«Che cosa vuole che le dica? Se deve andare… non posso trattenerla. Arrivederci.»
«La saluto, signora.» Si alzò dalla sedia e fece per allontanarsi, poi si voltò per aggiungere: «Ah, comunque una cosa a suo favore devo dirla, almeno nella sua materia Max se la cava, segno che qualcosa di buono anche lei lo sa fare».
«Sono onorata nel sentirglielo dire. Sono quasi commossa.»
Il signor Aristide non colse il sarcasmo e se ne andò.
La professoressa Rivelli era psicologicamente provata, abbandonò la testa sul registro pensando che in tanti anni d’insegnamento, pur avendone viste di tutti i colori, non le era mai capitato un caso del genere. Si rese conto che non avrebbe avuto alcun aiuto dalla famiglia, al contrario, proprio da lì sarebbe arrivato il vento che avrebbe soffiato sul fuoco del disagio che bruciava dentro al ragazzo.

Un pomeriggio di alcuni mesi dopo Aristide era rimasto insolitamente a casa.
Il ragazzo aveva alcuni problemi di matematica da dover risolvere e approfittò di un momento in cui il padre era uscito dal suo studio per fargli una richiesta.
«Papà, almeno oggi che sei a casa, mi aiuti a fare i compiti? Ho cinque problemi da risolvere.»
«Mi spiace, oggi sono a casa per dei motivi che non posso stare qui a spiegarti, ma ho ugualmente un sacco di lavoro da fare, non posso perdere neanche un minuto.»
«Ma se prima ti ho sentito giocare con quel videogioco che mi hai sequestrato la settimana scorsa!»
«Che cosa dici?! Non è vero! Forse ho inserito per pochi secondi quel dischetto, ma era solo per valutare se la nuova scheda video del computer fosse sufficientemente avanzata, temevo che quel cretino del negozio d’informatica mi avesse fregato.»
«Dai, papà… solo dieci minuti.»
«No, proprio non posso, e poi non mi ricordo niente di queste cose, non le so fare.»
«Veramente non ti ho ancora detto di cosa si tratta! Sono dei problemi sul triangolo.»
«Ah, no, quello proprio non me lo ricordo. Mi dispiace, se era qualcos’altro forse potevo, ma questo… eh, no, proprio non lo so fare.»
«Proviamo a studiare insieme, così forse capisco come si fanno; forse ce la faccio, non mi sembra difficile.»
«E allora, se non ti sembra difficile, studiatelo da solo e non rompere le scatole a me!» esplose a un tratto il padre. «Ecco, sei contento?! Adesso mi hai fatto innervosire e non ho più neanche da fumare. Esco a comprare le sigarette.»
«Ma non avevi un sacco di lavoro da sbrigare e nessun minuto da perdere?»
«Senti, piccolo, non devi dirmi quello che devo o non devo fare. Studia i tuoi triangoli e non rompere le scatole. Avanti! Fila subito in camera tua!»
Massimiliano salì mestamente nella sua stanza, mentre suo padre partiva sgommando con la sua fuoriserie.
Arrivato in camera sua ebbe uno scatto di rabbia, prese il libro di geometria e lo scagliò verso la parete che stava sopra al letto, poco dopo lanciò anche il quaderno ad anelli della stessa materia; da quest’ultimo gesto scaturì una pioggia di svolazzanti fogli a quadretti, quasi tutti ancora immacolati, che andarono lentamente a depositarsi sul pavimento.
Stava pensando a quale altro oggetto far fare la stessa fine, quando fu bloccato da un rumore proveniente dall’esterno; sembrava il rumore di un camion. Udì l’accavallarsi di voci piuttosto concitate, e a quel punto, vinto dalla curiosità, non poté fare a meno di affacciarsi alla finestra.
Un enorme automezzo era parcheggiato nel giardino della villetta accanto alla sua, la grande scritta “Traslochi” non dava spazio a dubbi su cosa si apprestassero a fare quegli uomini.
Sapeva che ci sarebbero stati dei nuovi vicini, ma non pensava così presto: la coppia che abitava lì fino a poco tempo prima si era separata, dopo diversi mesi di contrasti e liti furibonde. Il padre di Max si lamentava in continuazione per il baccano, a lui, invece, dopo tutto, quei due non davano fastidio; anzi, spesso ascoltarli era un passatempo per i suoi vuoti pomeriggi di non-studio. Inoltre, grazie alle parole che volavano durante i loro alterchi, aveva imparato un sacco di parolacce che poteva poi utilizzare a scuola con i compagni.
Max però non sapeva chi sarebbe arrivato. Per settimane aveva sperato di avere un po’ di fortuna, di svegliarsi un giorno e accorgersi che nella nuova famiglia c’erano due o tre ragazzi, più o meno della sua età, con cui fare amicizia e poter giocare. Giurò a se stesso che se fossero arrivati, non li avrebbe mai picchiati… se proprio non fosse stato necessario.
Con la tenda scostata, continuò a guardare quegli uomini che, alcuni sul camion e altri a terra, si passavano scatoloni, sedie e tutto ciò che avrebbe costituito l’arredamento di quella casa.
Scrutò attentamente per vedere se c’erano ragazzi. Poi però pensò che qualcuno della sua età sarebbe stato tenuto ben lontano da un lavoro come quello. Si rendeva conto di quanti guai era in grado di combinare quando c’erano da spostare dei mobili.
A un tratto notò qualcuno che non era un operaio della ditta di traslochi. Era vestito in modo diverso, con dei pantaloni di velluto a coste e un maglioncino a losanghe. Dava indicazioni su dove portare le cose e aveva proprio l’aria di essere il nuovo proprietario.
Sul viso di Max comparve una smorfia di disappunto. Il signore in questione aveva i capelli tutti bianchi ed era un po’ stempiato: difficilmente poteva avere dei figli della sua età. Rimaneva possibile l’ipotesi che fosse il nonno e che ci fossero dei nipoti, ma facendo un po’ di conti immaginò che quelli avrebbero dovuto essere piuttosto piccoli.
Rimase qualche minuto a guardare e poi, annoiato, si allontanò dalla finestra e iniziò a raccogliere ciò che aveva sparpagliato per la stanza.
Pochi secondi dopo fu richiamato da alcune voci sovrapposte, molto concitate, che si consigliavano reciprocamente di fare attenzione.
Tornò subito alla finestra e vide che quegli uomini stavano scaricando un pianoforte a mezza coda marrone, in legno quasi grezzo. Aveva l’aria di essere piuttosto vecchio, ma anche molto pregiato. Il signore anziano sembrava in apprensione mentre gli operai lo tiravano giù dal camion e iniziò a rilassarsi solo quando il suo strumento stava ormai varcando la soglia di casa. Quell’uomo guardava quel pianoforte come se fosse stata la cosa più preziosa al mondo.
Massimiliano tornò al silenzio e alla solitudine della sua stanza, mentre i libri e i quaderni di matematica poltrivano in un angolo della libreria, godendo di un riposo che sembrava non avere mai fine.
Circa mezz’ora dopo suo padre rincasò. Max elaborò la più grossa delle balle mai pensate e gli andò incontro.
«Incredibile, papà! Ho studiato geometria e l’ho capita. Ho fatto i problemi e mi sono venuti tutti giusti, se domani il prof non mi dà almeno un “buono” vuol dire che è proprio un disgraziato!»
«Ben detto, figliolo. Hai visto che anche senza il mio aiuto ce l’hai fatta? Te l’avevo detto che non serviva. Quasi quasi stasera ti restituisco il gioco che ti avevo sequestrato la settimana scorsa.»
«Bene. Adesso che sto migliorando, cosa ne dici se mi iscrivo a qualche attività pomeridiana? Potrei fare basket, oppure calcio. Molti miei compagni già lo fanno.»
«Mi dispiace, ma sai che la palestra e il campo sportivo si trovano a circa cinque chilometri da casa nostra. Ti dovremmo accompagnare in macchina, e né io né tua madre abbiamo il tempo per farlo.»
«Ma dai! La mamma non fa un cacchio tutto il giorno!»
«Non permetterti di parlare così di tua madre! È vero che a volte è un po’ frivola, ma è quella che fa tutti i lavori di casa e fa in modo che tutto sia a posto e in ordine.»
«Non è proprio così! È da due settimane che vado a scuola con i pantaloni macchiati perché la mamma non me li lava, i miei compagni mi stanno prendendo in giro.»
«Colpa tua, non dovevi macchiarti.»
«Veramente… sei stato tu, a cena, mentre mi versavi il minestrone.»
«Basta! Vuoi far cadere la tua incapacità su di me?! Tu stai vaneggiando, figlio mio, stai proprio dando i numeri! Non sai fare niente, sei un asino e un idiota e ti permetti di accusare me con queste stupidaggini. Fino a stasera non farti più vedere, voglio passare il resto della giornata un po’ tranquillo, senza rotture di scatole!»
Il tentativo di Massimiliano di riuscire a fare qualcosa al di là del completo nulla era miseramente fallito. Non ce la faceva più, stava proprio per scoppiare. Tutti i pomeriggi sempre a casa, da solo. E anche le volte in cui c’era un genitore era come se non ci fosse perché non poteva in alcun modo contare su di lui.
Salì le scale infuriato e tornò in camera, come al solito a non fare niente.

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Commenti

  1. “La nota sbagliata” un gran bel libro, ho iniziato a leggerlo e…. non mi sono più fermata, una pagina tira l’altra; cambi di scena e situazioni che incuriosiscono e ti fanno venir voglia di scoprire cosa accadrà nella pagina successiva. Le descrizioni accurate dei personaggi e degli ambienti ti catapultano nella storia e ti rendono un tutt’uno con essa. Lo stile è chiaro e rende molto fluida la lettura. Il finale della storia ti fa proprio pensare che bisogna credere intensamente in qualcosa e quel qualcosa si avvererà! È un messaggio di speranza.

  2. (proprietario verificato)

    “La nota sbagliata” di Alberto Pizzinali
    Il libro si presenta interessante già dalle prime pagine. L’intrecciarsi ed il susseguirsi delle vicende dei personaggi trasportano il lettore in una dimensione senza tempo; le pagine del libro vengono letteralmente divorate spingendo chi legge a voltare ogni volta la pagina per vedere come continua la storia (o meglio le storie). Il linguaggio fluido e l’amore con cui lo scrittore descrive i suoi personaggi rendono la lettura così piacevole che vorresti leggere all’infinito. Il libro tratta argomenti importanti quali il bullismo, l’amicizia, l’amore. Parla dei sogni realizzati o da realizzare che ognuno di noi attraverso i personaggi del libro vorrebbe far propri. Si è un libro per tutti noi sognatori che nonostante le avversità della vita hanno lottato per migliorarsi e realizzarsi.

  3. (proprietario verificato)

    Ho letto “La nota sbagliata” di Alberto Pizzinali quasi tutto d’un fiato.
    Il mio ritmo di lettura è stato così rapido perché la storia di questi ragazzi, ma di Max in particolare, mi spingeva a non fermarmi, per sapere cosa sarebbe avvenuto dopo.
    La storia è semplice ma per niente scontata e contiene tematiche importanti e attuali come il bullismo e il rapporto genitori- figli. Da questa lettura però io ho percepito come preponderante il tema dell’amicizia: l’amicizia fra i ragazzi ma anche, e soprattutto, una amicizia vera e profonda tra Max e un adulto, un’amicizia così importante che aiuterà poi il ragazzo “a salvarsi”.
    Ho trovato passaggi che mi hanno emozionata e mi sono ritrovata con gli occhi umidi in più occasioni (e non era di certo la polvere, come sosteneva il nostro Max!). La parte finale del libro poi è un susseguirsi di eventi davvero imprevedibili che catturano il lettore e sfociano in un finale assolutamente originale.
    Lo stile di Alberto è chiaro e lineare ma anche così efficace nel trasmettere vere e proprie immagini che talvolta mi pareva di aver visto un film anziché aver letto qualche pagina del libro.
    Naturalmente non posso che consigliare la lettura di questo libro.

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Alberto Pizzinali
è nato a Padova. Laureato in scienze geologiche, attualmente vive in provincia di Treviso, dove insegna matematica e scienze nella scuola secondaria. Oltre alla scuola e alla famiglia si dedica alle sue molte passioni: ama suonare il pianoforte, cantare, scrivere canzoni e inventare storie. La nota sbagliata è il suo romanzo d’esordio.
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