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L'amore sublime

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Clelia, un’affascinante donna di trentadue anni, scompare da Argento, dove lavora come giornalista e dove vive con il marito Corrado Monno, sindaco del paese. A due anni dalla scomparsa, il suo corpo viene ritrovato privo di vita sugli scogli di Porto Luce, piccolo borgo del sud Italia. Dai primi accertamenti, la donna sembra essere morta per cause naturali, così il caso viene presto chiuso.
Matteo, collega e amico da sempre innamorato di Clelia, non crede a questa versione dei fatti e inizia a indagare a ritroso sulla vita della donna, aiutato da Carlo, questore di Porto Luce, e da Vanessa, migliore amica della donna. Verranno a galla inquietanti segreti, che faranno luce sulle menzogne di un sistema sotterraneo e corrotto, che tra ricatti, paure e tangenti ha portato a insabbiare la verità sulla vita e sulla morte della giovane donna.

 

IL RITORNO
Porto Luce, 12 aprile 2010
La trovarono con il volto rivolto al mare, gli occhi chiusi e le
labbra tese in un sorriso lieve. Sembrava uno scatto catturato
da una qualche divinità mentre socchiudeva le palpebre per
assaporare meglio i profumi e i rumori della notte.
Mi sono chiesto più volte cosa stesse guardando, quale sia
stata l’immagine che i suoi occhi hanno catturato prima di
smettere di vedere per sempre, non per scoprire chi l’avesse
uccisa, ma perché era immobile in quella posa perfetta,
come fosse dipinta sugli scogli, così tremendamente bella da
fare male.
Se non ne avessero certificato il decesso, non l’avrei creduta
morta. Perché, ora che ci penso, a distanza di anni, la prima
cosa che pensai quando la vidi fu che era un capolavoro, come
un quadro, una statua, la foto che immortala l’attimo perfetto,
l’indimenticabile scena di un film da Oscar.
Ed è così che l’ho amata ancora, sempre di più. Ma non
come donna, bensì come un’opera d’arte. Un’opera d’arte così
straordinariamente angosciante da stregare.
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HO SOGNATO DI RINCONTRARTI
Argento, 12 aprile 2010
Ho sognato di rincontrarti.
Io con te, su quella panchina, in quel pomeriggio d’aprile,
sotto gli alberi del parco. Ti ricordi? Ti ricordi di noi?
Indossavi quella camicetta color glicine, lo stesso colore dei
fiori di quell’albero che si arrampicava sul portone d’ingresso
della villa: correva veloce fino alla fine del muro di cinta, fino al
cielo. E tu eri di quegli stessi colori: glicine e cielo, terra e infinito.
Ho sognato di riabbracciarti.
Io appoggiato sul tuo petto, circondato dalle tue braccia,
immerso nel tuo profumo. Indossavi quella polo blu con il colletto
chiaro e io pregavo di non doverti perdere mai. Ti ho perso,
ma non è stato un sogno, e da allora continuo a sognare che
non sia mai successo. Ogni notte, da quando sono qui, sogno
pensando di stare vivendo; ogni mattina mi sveglio pensando
di sognare. Vorrei che i sogni fossero reali e la realtà fosse un
sogno. Vorrei averti qui con me.
Dimmi, Clelia, credi che riuscirò a vivere senza di te? Oppure
pensi che mi limiterò a sopravvivere? Credi che, se fossi
qui, avresti ancora il coraggio di dirmi quel che mi confessasti
l’ultima volta che ti parlai?
Non so se sono stato veramente quel che mi giurasti sarei
diventato per te, ma ripensandoci bene, se tu fossi ancora
qui, non credo lo vorrei. Se il mondo fosse un orologio e io
potessi far girare le lancette al contrario, Clelia, quel
giorno ti avrei chiesto di venire via con me, ovunque, persino su
quella panchina, in quel pomeriggio in cui avevi i colori del
cielo e della terra.
Eppure ora lo so, so che avevi ragione a voler fermare il tempo
delle nostre vite in quell’attimo esatto. Era l’attimo con la
A maiuscola, quello in cui, se non si va né indietro né avanti,
si resta all’infinito. È lì che sono rimasto io, intrappolato in
quell’attimo eterno in cui esistiamo ancora noi. E ora che sei
morta, Clelia, ho la sensazione che non potrò uscirne mai più.
Mai più.
Era una mattina d’aprile.
Ho sempre pensato che aprile sia un mese strano: non fa più
freddo ma nemmeno caldo, da calendario è primavera ma da
temperatura non lo è. È un momento di transizione, in divenire:
è un bel mese quello di aprile.
Anche la nostra storia era in divenire: non quella mia e di
Clelia, ma quella in cui fummo scaraventati, guarda caso,
proprio in quella mattina di aprile.
Parcheggiai l’auto davanti al cancello arrugginito di un
grosso magazzino dismesso. Dal giorno in cui ho iniziato a
lavorare al giornale, non mi è mai capitato di imbattermi in
qualcuno che ne varcasse i portoni; i vetri, prima ingialliti,
con il tempo hanno assunto l’aria di doversi sbriciolare da un
momento all’altro, e il divieto di sosta, sporco e sbiadito, non è
mai stato preso seriamente da nessuno di noi che
vi parcheggiavamo proprio davanti come non esistesse.
Prima di scendere dalla macchina raccolsi le mie cose: una
consunta borsa di stoffa in cui conservo taccuini e fogli volanti
colmi di appunti che possono sempre tornare utili, un’agenda
che contiene preziosi contatti raccolti in quindici anni di
lavoro come giornalista, una macchina fotografica compatta,
graffiata ma ottimamente funzionante, un cellulare di vecchia data
e un altro invece di nuova generazione, il primo personale e il
secondo di lavoro. Fuori dall’abitacolo, chiudendo lo sportello,
notai riflesso sul vetro del finestrino il mio viso pallido
e i capelli arruffati; passai le dita sulle borse sotto gli
occhi nell’inutile tentativo di cancellarle magicamente e per la prima volta
nella mia vita mi ritrovai a pensare al tempo che scorreva
inesorabile, a ciò che avrei voluto e mai potuto fare e a come fosse
per certi versi colpa di quel mestiere che si era mangiato tutti i
miei giorni e le mie forze, dandomi così poco in cambio.
Da giovane sognavo di fare il giornalista. Lo sognavo come
si fa con le cose più belle. Non sognavo di firmare un contratto
a tempo indeterminato con un editore, ma di essere libero
e raccontare; non sognavo di farmi dire cosa raccontare, ma di
scovare storie che meritassero di essere narrate e descriverle
in modo che potessero sembrare ancora più belle di quanto
già non fossero. Il racconto, pensavo, ha la meravigliosa
capacità di far diventare sogno la realtà e io, che sognavo a occhi
aperti, non avevo idea che la realtà, al contrario, ha il terribile
potere di mutare i sogni in vecchie menzogne che nessuno ha
più voglia di leggere o ascoltare.
Così eccomi, quindici anni dopo quel sogno, redattore in un
vecchio giornale di provincia in cui avevo cominciato e in cui
ero rimasto, forse perché non ero stato capace di scovare belle
storie, perché non le avevo sapute raccontare o forse perché
nessuno le aveva volute ascoltare. O forse solo per colpa mia,
perché quella condizione mi faceva sentire in parte al sicuro,
come una tigre nata in cattività che fuori dal recinto di uno
zoo finirebbe per morire.
La pioggia dei giorni precedenti aveva reso più intenso il
grigio della ghiaia su cui si appoggiavano le frastagliate
ombre di tre maestosi alberi sempreverdi, l’aria fresca
alleggeriva l’aroma acre di gomme, polveri, grassi e olii lubrificanti
provenienti dalle fabbriche adiacenti, attutendo anche il
rumore delle auto che sfrecciavano sulla vicina provinciale.
C’era un insolito silenzio, cullato dal ritmo lascivo delle rotative.
Salii i tre scalini di cemento fino al piccolo portico, spinsi il
portone vetrato ed entrai nell’atrio, dove in reception
era seduta la segretaria di redazione.
«Buongiorno, Matteo.»
«Buongiorno a te, Denise.»
Denise era una ragazza alta e corpulenta, aveva occhi di
ghiaccio e un piccolo viso sorretto da un poderoso collo
incastrato in due spalle forzute. Fece passare attraverso la fessura
del vetro oltre al quale era seduta un post-it giallo scritto a
penna blu con una grafia estremamente regolare.
«Ha chiamato il sindaco» disse. «Ha chiesto di essere richiamato con urgenza.»
Ringraziai e dissi che l’avrei fatto al più presto.
Oltrepassai l’atrio e varcai la porta più a sinistra, entrando
nell’ala riservata agli addetti alla redazione. Su un
lungo tavolo grigio erano stese, fresche di stampa, le
locandine che stavano per essere distribuite;
c’era odore di carta e inchiostro e
le voci affaccendate degli addetti alla distribuzione
si sovrapponevano al rumore persistente delle stampanti in azione.
Salutai con un cenno Stefano, il nostro tuttofare, che si stava
caricando sulle spalle due pesanti pile di giornali
avvolte nella pellicola, pronte per essere distribuite nelle edicole di tutta
la provincia milanese, ed entrai in ufficio.
La mia scrivania si trovava alla sinistra di quella di Andrea,
il caporedattore, che, nonostante il giorno libero e nonostante
il suo ruolo fosse meramente ufficioso e di rappresentanza,
ogni lunedì arrivava in redazione prima di chiunque altro.
Quel giorno stava battendo energicamente le dita sulla
tastiera del computer e non rispose quando, appoggiando la borsa
su cumuli di scartoffie accatastate sul mio tavolo, lo salutai.
Non gli diedi eccessiva importanza, schiacciai il tasto
di accensione del mio computer e, lasciandogli il tempo
per caricare i dati, uscii dall’ufficio per dirigermi verso quella che
avevamo ribattezzato “sala relax”. Si trattava di uno spazio di
pochi metri quadrati che annoverava una macchina del caffè
da ufficio capace di erogare il peggior caffè in polvere
immaginabile, un tavolino da campeggio con quattro logore sedie di
plastica e una televisione appoggiata su una mensola
collocata sopra una finestra cieca.
Mentre aspettavo il caffè macchiato alle macchinette,
cominciai a fare mentalmente il conto dei giorni che
mi separavano dalle vacanze estive: mi sentivo davvero stanco, avevo
bisogno di una pausa, non solo dal lavoro, ma da tutto, anche
e soprattutto da Serena, la mia compagna. Era un periodo
della mia vita che non sarei capace di definire, uno di quelli in
cui, nonostante sembri andare tutto bene, hai la sensazione
di aver scordato qualcosa.
Andrea sopraggiunse alle mie spalle. Mi voltai sorpreso e
sorrisi sperando di riuscire a evitare l’ormai consueto
“tormentone del lunedì”, quella specie di paranoica abitudine che
aveva di passare il primo giorno della settimana a leggere e
rileggere la copia del giornale, sottolineando con un
evidenziatore viola tutto ciò che avrebbe dovuto essere fatto meglio,
con uno fucsia i refusi, e tirando una linea rossa obliqua su
ogni articolo che riteneva inutile, ovvero non capace di
incrementare le vendite. Andrea non ricambiò il sorriso,
il suo volto rimase cupo e accigliato.
«Vista la partita ieri sera?» chiesi nel tentativo di spostare
la sua attenzione, ben conoscendo la sua passione per lo sport
nonché l’abitudine di giocare schedine e puntare su
scommesse che a suo dire vinceva anche spesso. Fece schioccare la
lingua e tirò fuori da sotto l’ascella una copia del giornale già
malconcio e logoro.
«Ho appena inviato una email a tutti: domani mattina
vi voglio in ufficio alle nove per una riunione urgente. Visto che
sei qui, ne parlo prima con te: questo numero fa pena,
l’impegno dei giornalisti è pari a quello di mia figlia di undici anni e
il tuo è pari a quello di mio nipote di tre.»
Le sue parole non mi ferirono, stavo semplicemente vivendo un
déjà-vu: ogni lunedì, dopo aver trascorso le prime ore
del mattino a tracciare righe e cerchi colorati sulle pagine
fresche di stampa, Andrea sceglieva un bersaglio a caso tra
noi giornalisti su cui riversare la responsabilità del
fallimento delle vendite settimanali. Quel lunedì aveva scelto
me. A onor del vero, sceglieva quasi sempre me: dal momen-
to che, dopo di lui, ero quello che lavorava al giornale da più
tempo (ben quindici anni contro i suoi diciassette) mi utilizzava
come una specie di braccio destro pieno di doveri e
privo di poteri.
Ingoiai la bevanda al gusto di caffè e disgustato dal suo
orribile retrogusto risposi con tranquillità: «Prima di emettere
sentenze, ogni oracolo che si rispetti dovrebbe leggere
le carte. E le carte, questa settimana, dicono che le vendite
andranno benissimo: c’è la notizia dello sgombero dei Rom
dalla cascina abbandonata, quella dell’incidente sul lavoro
che nessuno oltre a noi ha pubblicato e quella del pirata della
strada che ha investito Erica. Sarà un successo».
Non ascoltò nemmeno una parola.
«Le tue pagine sono loffie» rispose usando uno dei suoi
aggettivi preferiti. «Matteo, non so più come spronarti a dare il
meglio. Sei un ottimo giornalista, hai una Ferrari ma usi una
Cinquecento. Perché? La notizia del pirata della strada è stata
sviscerata in tutte le salse da quotidiani, settimanali,
telegiornali e chi più ne ha più ne metta; serviva qualcosa in più
per vendere.»
Quelle parole, invece, mi ferirono perché erano dolorosamente
vere, del resto un tempo sognavo di fare davvero il
giornalista, ed era molto prima di aver compiuto trentanove
anni e di andare per i quaranta. Era molto prima di Serena
e prima di Andrea, era prima di aver perso Clelia, prima del
giorno in cui mi disse che la nostra storia si sarebbe fermata
lì, nell’attimo esatto in cui stava per cominciare. In seguito,
tutto si era trasformato in rassegnata routine, una discesa
lenta e inarrestabile negli abissi della mediocrità.
«Qualcosa… tipo?» chiesi risentito perché sebbene sapessi
di essere diventato uno tra tanti mediocri giornalisti e
uomini, non avrei mai dato a lui la soddisfazione di ammetterlo.
«Non so, Matteo, qualcosa…»
«Certo! È facile elencare i problemi e non dare soluzioni.»
Andrea si rimise il giornale sotto l’ascella e restò a
guardarmi nello stesso modo in cui avrebbe fatto trovandosi di fronte
un barbone, con quel misto di pena e dispiacere che serve a
nascondere anche una punta di fastidio mista a ribrezzo.
«Savalli mi sta con il fiato sul collo» disse. «Ho bisogno del
tuo aiuto.»
Si voltò e con passo ciondolante ritornò in ufficio. Restai
fermo a guardarlo, a studiare quello strano look che da un po’
di tempo andava sfoggiando, un po’ country un po’ rodeo; i capelli,
folti davanti e inesistenti dietro, disegnavano sulla nuca
un’aureola quasi perfetta e c’era, nel portamento fiero, qualcosa di innaturale.
Lo guardai per un po’ perché sapevo, anche se ancora non me
ne rendevo pienamente conto, che Andrea e io, in fondo, non eravamo
tanto diversi: due omuncoli incapaci di prendere in mano
le redini della loro vita. Se la nostra esistenza fosse stata un cavallo,
sarebbe senz’altro stato uno di quelli da rodeo, una povera
bestia che ha tutte le carte in regola per correre libera e selvaggia
e che non fa altro che girare imbizzarrita in un recinto. E vi dirò
che era anche peggio di così, perché se il povero cavallo da rodeo
è tenuto in quel recinto contro la sua volontà, nel nostro caso
eravamo stati noi stessi a costruirci una gabbia attorno.
Buttai il bicchierino del caffè, arrabbiato e triste allo stesso
tempo, ragionando su come avrei potuto gestire Savalli, editore
e finanziatore del giornale, con cui la conversazione sarebbe
stata sicuramente più difficile. Troppe volte in passato
aveva minacciato di licenziarmi e troppe volte era poi tornato
sui suoi passi, ma accorciando sempre di più la corda con
cui controllava il mio lavoro. Per la prima volta mi trovai a
pensare che forse avrei dovuto lasciarlo fare: se fossi rimasto
senza lavoro, sarei stato costretto a cercarne un altro e, chi lo
sa, forse l’incertezza e il bisogno di mettermi nuovamente in
gioco mi avrebbero reso un uomo migliore.
M’incamminai verso l’ufficio, più pensieroso che mai,
quando la porta dell’atrio si spalancò. Un uomo con un completo
color tortora entrò seguito da Denise che cercava di
stargli dietro barcollando sui tacchi a spillo: era il sindaco di
Argento, Corrado Monno.
«Scusa, Matteo, ma non mi ascolta, non c’è stato verso di
fermarlo» spiegò la ragazza preoccupata. La tranquillizzai
con un sorriso e subito passai a occuparmi dell’uragano che
procedeva spedito verso di me.
«Buongiorno, sindaco. Stavo per richiamarla.» Mentii in
quel modo che avevo imparato di passare dal cattivo al buon
umore come per magia, indossando una maschera necessaria
a rivestire il ruolo di giornalista di cronaca politica e nera.
L’uomo si bloccò accanto a me e senza guardarmi afferrò
il telecomando della televisione. Notai gocce di sudore sulle
tempie e una vena sul collo che pulsava velocemente.
«Si sente bene, Monno?» chiesi, ma lui non rispose. A fatica,
reggendo il telecomando tra le mani tremolanti, il sindaco
riuscì ad accendere la televisione e premere i tasti fino
a quando sullo schermo comparvero le immagini di un telegiornale.
Guardai Denise e le feci segno di recuperare un bicchiere d’acqua.
Trascinai una sedia dietro all’uomo e con una
mano gli spinsi una spalla per invitarlo a sedersi. Lui si lasciò
cadere sulla seduta così pesantemente da sfondarla quasi.
Seguii la direzione dei suoi occhi ipnotizzati dalle immagini
che scorrevano sullo schermo: una collega era in piedi su un
molo; alle sue spalle s’intravedeva una zona transennata,
uomini in tute bianche chini su qualcosa e altri in divisa
che impedivano ai curiosi di spingersi oltre l’area a cui era impedito
l’accesso. La giornalista teneva in mano un microfono a gelato
che diffondeva in diretta nazionale il racconto di ciò che stava
accedendo in quell’esatto momento in una località della Puglia.
“La donna è stata ritrovata questa mattina all’alba. Un pescatore,
di rientro dalla notte di lavoro, ha notato qualcuno
sugli scogli. L’uomo non è voluto comparire in video, ma a noi
giornalisti ha raccontato che la donna sembrava dormire: solo
quando si è avvicinato, ha capito fosse morta.”
Sulla parte bassa dello schermo scorrevano scritte bianche
inserite in una striscia rossa, in alto lampeggiava la dicitura
Porto Luce – Ultim’ora. “Ripetiamo, per chi si fosse appena
collegato. Il corpo della donna non è ancora stato ufficial-
mente identificato, ma dai primi rilevamenti pare, e sottolineo pare,
che potrebbe trattarsi di Clelia De Marten, la donna
scomparsa due anni fa da Argento, un comune della provincia
milanese dove viveva con il sindaco della città, Corrado Monno,
e il figlio di quest’ultimo nato dal precedente matrimonio.”
Dietro di me cadde qualcosa, una pila di giornali forse; sentii
qualcuno sussurrare un sorpreso: «Oh mio dio!» ma non mi
voltai. Le mie spalle caddero insieme alle mie braccia, sentii
un formicolio agli arti, un calore pervase il centro del mio
petto e salì, passando per la gola, fino a giungere alle tempie per
diffondersi rapido a tutto il cuoio capelluto.
Il sindaco lanciò il telecomando sul tavolo, lontano da lui, e si
portò una mano alla bocca; i suoi occhi si piegarono all’ingiù, la
sua fronte assunse un’espressione contratta, come di un bambino
in procinto di scoppiare in un pianto a dirotto, ma non lo
fece, si fermò così, in quella strana posa che pareva disegnata.
Quando finalmente trovai il coraggio di voltarmi, dietro di
noi si erano radunati i colleghi del giornale; guardavano la
televisione, alcuni si coprivano le labbra e c’era chi con un
fazzoletto si asciugava lacrime silenziose. Nessuno parlava,
erano tutti fermi ad ascoltare. Passai in rassegna i volti di chi
l’aveva conosciuta, cercando d’immaginare cosa stesse provando
ognuno di loro: sorpresa, scoperta, dolore, tristezza,
rabbia, delusione, rammarico? Malinconia.
Ci sono giorni in cui ripenso a quel momento. A come non
fui in grado di piangere la sua morte e a cosa devono aver
pensato le persone che conoscevano bene ciò che mi aveva
legato a Clelia. Il fatto è che, dopo quel primo momento in cui mi
sembrò di dover esplodere da un momento all’altro, successe
qualcosa. Quel rumore, alle mie spalle, non era stato di
qualcosa che cadeva, bensì di qualcosa che si rompeva dentro di
me: la mia anima andò in pezzi come una credenza di cristallo
rovesciando tutto ciò che conteneva, distruggendo quello che
era stato, che avrebbe potuto essere, che avrei potuto far
accadere se solo non avessi aspettato ripetendo a me stesso che
un giorno l’avrei rivista.
Appoggiai una mano sulla spalla del sindaco e lo invitai ad
alzarsi, mi feci largo tra la folla e invitai tutti a tornare
al lavoro. Dietro Denise, trovai Andrea appoggiato a una colonna,
con le braccia conserte e gli occhi rivolti al pavimento. Si
raddrizzò e mi guardò: «Accompagnalo in piccionaia. Chiamo
Savalli e vi raggiungo». Annuii e proseguii lungo il corridoio,
verso le scale che portavano all’ultimo piano dell’edificio.
Nonostante il mio invito, nessuno si mosse. In televisione,
intanto, la giornalista urlava a gran voce qualcosa: “È appena
giunta la conferma. È ufficiale: il cadavere della donna è
proprio quello di Clelia De Marten”.
Accompagnai Monno in piccionaia, la soffitta in cui ci
riunivamo quando non volevamo essere disturbati: non che fosse
una stanza segreta, ma in pochi avevamo le chiavi per entrarvi.
C’era odore di polvere e muffa, l’umidità era così forte che si
avvertiva un afrore fangoso come di terra e foglie morte.
Spalancai le finestre nel tentativo di arieggiare la stanza e indicai a
Monno una sedia vicino al tavolo ovale che ne occupava quasi
tutta la piccola metratura. Inspiegabile come quella stanza mi
sia sempre piaciuta proprio per quell’odore e per
quell’afa soffocante: spesso quando avevo bisogno di concentrarmi su un
pezzo, fingevo di uscire e poi salivo lassù, senza dirlo a nessuno,
e restavo lì seduto ore, solo con il mio taccuino intonso davanti
e la mia biro nera a punta sottile tra le dita, senza scrivere, solo
fissando il vuoto. E non che pensassi solo al pezzo da scrivere,
ma lasciavo fluire tutto quello che mi veniva in mente, per poi
scendere senza aver scritto una sola virgola. Eppure era grazie
a quella specie di flusso di pensieri improduttivo che appena
mi risiedevo davanti al mio computer, l’articolo quasi
si scriveva da solo, compariva sullo schermo, come se non
fossi io a battere le dita sulla tastiera, come in preda a un delirio creativo.
Mentre il sindaco si guardava attorno schifato, io ripensavo
a una delle vecchie riunioni di redazione, le prime a cui
aveva partecipato Clelia: i capelli biondi legati, gli occhiali con
la montatura nera, il sole negli occhi celesti. Monno allentò il
nodo della cravatta a righe rosse e si sbottonò il colletto
della camicia prima di infossarsi in una poltrona di pelle nera e
cominciare a picchiettare il tappo di una penna stilografica
sulla sua coscia destra, paonazzo e gonfio di paura. C’erano
davvero tante cose che non avevo mai capito di Clelia, ma la
scelta di sposare quell’uomo, ora che lui se ne stava piegato
su quella sedia in una posa tanto raccapricciante, era ancor
meno comprensibile.
Mi sedetti davanti a lui e provai a cercare nei meandri della
mia mente, che procedeva a velocità accelerata, qualcosa da
dire, ma non riuscii a pronunciare nessuna parola che avesse
in qualche modo a che fare con il dispiacere. Lo detestavo,
l’avevo sempre odiato, e ora che Clelia era morta, per lui provavo
solo un fastidioso disgusto, come fosse uno scarafaggio.
Ebbe un fremito. «Non pensavo che l’avrebbero ritrovata»
disse. «Io… non credevo che sarebbe tornata.»
In quel momento la porta si spalancò: Roberto Savalli, il
direttore del giornale, rimase appeso tra il dentro e il fuori,
appoggiato alla maniglia con le gambe larghe. Indossava un
pantalone nero classico e una camicia dello stesso colore
con righe verticali e teneva in mano una giacca grigia. Era
elegante, come sempre, e bello. Alto e prestante, nonostante
l’età aveva capelli neri e folti pettinati alla James Dean e pelle
eccessivamente abbronzata. La figura slanciata e lo sguardo
severo ma accogliente gli davano un’aria affascinante e seducente.
A suo confronto, Andrea, che comparve subito alle sue
spalle, seppur più giovane di almeno una decina di anni,
sembrava un anziano barbone.
«Corrado, mio caro amico. Non sai quanto mi dispiace»
disse e i suoi occhi brillarono come una macchia d’inchiostro
nero. Savalli era un ipnotizzatore: gli occhi neri e intensi
erano rilassanti e accattivanti, ti mettevano a tuo agio al punto
che fidarti di lui era come giungere al traguardo dopo una lunga e stancante maratona.
Il sindaco si alzò improvvisamente e gli corse incontro. Era
una sinfonia di tremolii: le sue mani, il viso, la voce e persi-
no le gocce di sudore che continuavano a scorrergli lungo le
tempie tremavano senza sosta. Gli porse la mano e Savalli lo
tirò a sé per abbracciarlo. Si lasciò stringere e affondando il
viso nella spalla dell’amico, con la bocca schiacciata contro la
camicia, smise finalmente di tremare.
«Roberto, io… aiutami ti prego, non so cosa fare» sibilò forse
sperando di non essere sentito. Ma la stanza piccola e
l’umidità fecero da cassa di risonanza e le sue parole riecheggiarono
in maniera quasi sinistra.
Savalli lasciò la stretta e invitò l’amico a sedersi. Poi gli si
sedette accanto e appoggiò i gomiti sulle ginocchia
protendendo il busto verso di lui: sembrava un allenatore prima di
una partita.
«Per prima cosa devi riaccendere il cellulare» affermò
mantenendo gli occhi fissi su di lui.
Monno scosse la testa: «Non posso, non smetterebbe di
squillare per un attimo. Non so cosa dire, non so cosa fare».
Il direttore raddrizzò la schiena: «Hai appena scoperto che
tua moglie è morta, nessuno si formalizzerà se non sarai abile
con le parole: ci sono momenti in cui a un uomo è concesso
tutto e questo è uno di quelli. Approfittane!».
Monno si immobilizzò, guardandolo come avesse avuto
un’epifania. Io incrociai lo sguardo di Andrea e lui,
pur guardandomi, non fece né disse nulla. C’era qualcosa
nei suoi occhi che non riuscivo a decifrare. Intanto, all’altro capo del
tavolo, Savalli continuava a sproloquiare: «Quello che non
puoi permetterti, però, è lasciare che le redini della tua vita ti
sfuggano di mano. Manca un mese, solo uno, alle elezioni: se
usi bene le tue carte, questa vicenda giocherà a tuo vantaggio
e potrai essere rieletto senza doverti sforzare troppo. In più,
per ogni errore che commetterai, romantici, cinici o perbenisti
troveranno una giustificazione: quella che un uomo che ha
perso la moglie, pur soffrendo, continua a impegnarsi per il
bene comune e per i cittadini».
Silenzio. Occhi che si guardavano. Forse sperai che Monno
rispondesse a tono, molto più probabilmente ero sicuro che
l’avrebbe fatto: in fondo Clelia era stata sua moglie, usarne
la morte per trarne vantaggi politici mi sembrava a dir poco
oltraggioso. Ma lui annuì, rivolgendo all’amico uno sguardo
d’intesa che mi lasciò esterrefatto.
«Coraggio» commentò Savalli. «Sono questi i momenti della vita
in cui dimostriamo di avere le palle grosse come quelle
di un toro. Se cinque anni fa ho fatto in modo che il partito
scegliesse te e ti nominasse sindaco, è stato solo perché so
che ce le hai queste palle. Tirale fuori!» Il sindaco gonfiò il
petto e più che un toro mi parve un tacchino. Estrasse dalla
tasca dei pantaloni un fazzoletto di stoffa e si asciugò il viso,
ravvivò i capelli brizzolati con la mano e riallacciò il colletto
della camicia sotto lo sguardo vigile e compiaciuto dell’amico.
Andrea era ancora girato verso di me. Lo osservai meglio e
mi resi conto che non era me che guardava: il suo sguardo era
assente, perso nel vuoto.
«Bene» proseguì Savalli. «Ora ti dico quello che faremo. Tu
riaccenderai il cellulare e risponderai alle chiamate dei
giornalisti e a tutti quelli che vorranno chiamarti per esprimerti le
loro condoglianze. Indiremo una conferenza stampa in Comune,
parlerai di quello che è successo e chiederai scusa se, nel periodo
che verrà, le tue emozioni potrebbero prendere il sopravvento.
Tuttavia, dirai che farai di tutto perché ciò non avvenga.
Confermerai il tuo impegno a favore della cosa comune e, al termine,
piangerai. Poi partirai per Porto Luce per riconoscere il corpo.»
A quelle parole Monno sollevò il viso di scatto.
«È la prassi» spiegò Savalli come se davanti a lui fosse seduto
uno scolaretto. «Non possiamo evitarlo in nessun modo. In
ogni caso, non andrai da solo.»
Monno doveva aver pensato che l’amico l’avrebbe accompagnato
perché lasciò che sul suo viso si dipingesse un sorriso
compassionevole. Savalli allora gli poggiò una mano sulla
coscia, come a dire “Lo so, non ringraziarmi” e proseguì: «Matteo verrà con te!».
Mi andò di traverso la saliva e tossicchiai prima di
balbettare qualcosa: «Io? Perché io?».
«Qualcuno dei nostri giornalisti dovrà pur documentare la
vicenda» rispose secco rivolgendo gli occhi scuri su di me.
«Sì, ma perché io? Non mi sono mai occupato di questa storia,
nemmeno quando Clelia è scomparsa. L’ha sempre seguita
Andrea, dovrebbe continuare a farlo lui». Andrea mi guardava
ancora ma sul suo volto non era disegnata nessuna emozione
comprensibile. «Andrea, per favore, dì qualcosa» lo supplicai.
«Per me va bene» disse.
Non avevo l’impressione che stesse seguendo quanto si stava
decidendo in quella stanza, ma con quel “per me va bene”
diede il tacito assenso a far proseguire le cose nella direzione
in cui andarono.
«Ah, meraviglioso! Questo è lo spirito giusto.» Savalli si
alzò e si mise a passeggiare avanti e indietro lungo il
perimetro della stanza guardando oltre i vetri come vedesse
qualcosa. Poi continuò: «Il nostro giornale deve molto alla
comunità e a Clelia» spiegò. «Mentre venivo qui oggi ho avuto
un’intuizione: diventeremo un quotidiano online. I giornali
cartacei, per di più settimanali, non vanno bene, non sono
al passo con i tempi: dobbiamo essere i primi a dare la
notizia e per farlo dobbiamo utilizzare tutti i nuovi mezzi di
diffusione delle informazioni. E il modo migliore per farlo è
sfruttare il momento: apriremo il nostro portale online con
l’inchiesta su I-L -C-A-S-O-D-E-M-A-R-T-E-N» e mentre
lo diceva disegnava con la mano destra una striscia nel vuoto.
«Questa donna da qualche parte dovrà pur essere stata in
questi due anni, no? Noi lo scopriremo: ricostruiremo la sua
storia, prima, durante e dopo la scomparsa, fino a quando
verrà fuori chi l’ha uccisa.»
«Uccisa?» Tre voci si levarono in coro, quella mia, di Monno
e di Andrea.
Uccisa? Non ero in grado di pensare a una parola del genere
accanto al nome di Clelia.
«Uccisa…» balbettò Savalli. «Insomma, fino a quando non
verrà fuori la verità sull’accaduto. Che sia stata aggredita,
stuprata, ammazzata, fatta fuori, poco importa. Importa atti-
rare l’attenzione dei lettori, far credere loro qualcosa: la gente
ha bisogno di capri espiatori, non di verità.»
Insomma, cinico e spietato, Savalli aveva ucciso Clelia e,
dopo aver fatto il processo, aspettava già un verdetto. Il che
mi sorprese relativamente: un uomo che tiene redini e fila di
personalità ed eventi di un’intera città non può che deciderne
anche le sorti. Tornò a sedersi di fronte all’amico: «Vedrai,
Corrado, racconteremo la storia che Clelia avrebbe voluto e tu,
serenamente, potrai occuparti della campagna elettorale».
Non avevo la più pallida idea del senso della maggior parte
delle sue parole e in quel momento mi resi conto solo di due
cose: la prima era che mi trovavo davanti a un uomo terribilmente
cinico e senza cuore, la seconda era che mi trovavo davanti a
un secondo uomo codardo e inetto. Capii che i
tremolii e le rughe sulla fronte, il sudore e l’agitazione non
erano causati dal dolore per la scoperta che la moglie, scomparsa
due anni prima, era stata ritrovata morta; non era Clelia,
non era la sua morte a preoccuparlo, piuttosto l’incapacità
di affrontare la situazione senza un orchestrante che gli
dicesse cosa dire per recitare al meglio la parte del marito
addolorato.
Monno annuì e Savalli sorrise con occhi lucenti: «E vinceremo!» concluse.
Le ore che seguirono, anche se concitate, le ricordo scorrere
al rallentatore, amplificate e distorte dalla memoria del
mio dolore.
I telefoni squillavano a ripetizione: chiamavano i cittadini
che avevano conosciuto Clelia e volevano poter lasciare messaggi
nella nostra rubrica delle lettere, chiamavano personaggi che
si qualificavano come amministratori, presidenti,
rappresentanti di aziende e chiedevano di parlare con Savalli.
Chiamavano anche i colleghi delle testate nazionali che volevano
avere la conferma che Clelia fosse stata una loro collega
e che avesse cominciato la sua carriera proprio al Giornale
dell’Est Milano, il nostro.
Alle tre di pomeriggio ero esausto. Completai un file con
numeri e contatti che avrebbero potuto tornare utili a chi mi
avrebbe sostituito e stampai il biglietto aereo con cui la sera
stessa sarei partito per Porto Luce. Mentre raccoglievo le mie
cose, bussarono alla porta.
«Ti disturbo, Matteo?»
«No, Stefano, entra pure.» Stefano era il nostro tutto fare.
Aveva la mia età, ma lavorava al giornale da molto più tempo
di me, dalla sua fondazione. Il suo viso, per essere quello di un
uomo di trentanove anni, era precocemente segnato e anche
il suo portamento sembrava quello di qualcuno molto più in là
con l’età; i capelli erano irti e brizzolati, la barba incolta e gli
occhiali spessi e tondi erano sempre pieni di ditate.
«Volevo solo farti le condoglianze» disse. «So che tu e Clelia
eravate molto amici, che siete cresciuti insieme. Probabilmente
la sua morte è per te come quella di una sorella.»
Feci un sorriso e lui lo prese come un benestare a proseguire:
«Sai, io non ho molti rapporti con voi giornalisti. Da quando
ho iniziato a lavorare per questa azienda, c’è sempre stata
una divisione tra chi scrive e l’area per così dire tecnica. Dalla
nostra posizione però vediamo tutto: conosciamo quello che
accade in ogni reparto del giornale e, soprattutto, conosciamo
tutti. Clelia è sempre stata molto gentile con noi, come del
resto lo sei tu, e mi dispiace perché, di tutte le persone che sono
passate di qui, le migliori sono sempre andate via…».
Sorrisi di nuovo, ma questa volta era un sorriso amaro.
«Ecco, è proprio di questo sorriso che volevo parlarti. Non
ho mai capito bene perché tu sia rimasto. Me lo sono chiesto
tante volte e mi sono dato due risposte possibili: o sei
incredibilmente abile a fingere di essere una brava persona, cosa che
non penso, o, assai più probabile, tu credi di non meritare un
posto migliore, ti ritieni peggiore di quel che sei.» Mi lasciai
andare a un respiro profondo che mi rigenerò e mi fece rendere
conto che per tutta la giornata ero stato come in apnea.
«Vedi, io ho una famiglia e tre figli da mantenere» proseguì.
«Questo lavoro è stato una manna dal cielo, ma comunque
una scelta obbligata. E poi, non ho istruzione e forza di volontà:
anche senza figli non sarei andato troppo lontano. In ogni
caso, ora te lo posso dire: se tornassi indietro, io da qui me ne
andrei subito. I soldi servono solo se devi sfamare qualcuno,
ma se devi mangiare da solo, un tozzo di pane lo trovi sempre.»
Sospirò. «Scusa, sto divagando, ho tante cose da fare e
tu devi partire. Volevo solo farti le condoglianze e augurarti
buona fortuna a Porto Luce.»
Si avvicinò e prese la mia mano con entrambe le sue in una
stretta avvolgente e calda. Ci separammo e lui stava per andarsene, ma lo fermai.
«Cosa ricordi di lei?» chiesi. Lui si voltò e tolse gli occhiali
per pulirli con la manica della camicia. Quando li riappoggiò
sul naso erano più sporchi di prima.
«Ricordo un giorno. Faceva freddo, doveva essere gennaio
o febbraio, ma era una di quelle giornate limpide con il cielo
chiaro come fosse primavera. Era domenica e nessuno di
voi lavorava più. Io resto sempre più di tutti, sai, chiudo porte
e finestre, mi assicuro che non ci siano computer o macchinari
accesi. Quando uscii sul portico notai qualcuno seduto
sui gradini. Mi avvicinai e vidi Clelia: la conoscevo da poco,
lavorava al giornale da pochi mesi. “Che cosa fai qui, Clelia?”
chiesi. Lei si voltò verso di me ed era felice. Aveva quel sorriso
ampio e generoso, quello in cui si scoprono i denti. Mio
nonno, pace all’anima sua, diceva sempre che per capire se un
uomo è sincero basta guardare come ride: se la risata è vera,
per quanto ci si sforzi, non si riesce a coprire i denti. Ecco,
Clelia sorrideva a denti scoperti. “Sto aspettando una persona”
disse. Le chiesi se voleva che aspettassi con lei, avremmo
potuto stare dentro, al caldo, ma disse di no, che preferiva
stare lì fuori perché era una serata splendida. “Vai pure,
io ne approfitto per respirare aria pulita. E poi arriverà a minuti.” Io
annuii e m’incamminai verso la mia macchina. Quando stavo
per salire a bordo, Clelia urlò da lontano: “Grazie Stefano!”.
Pensai che chiunque stesse per raggiungerla doveva essere un
uomo fortunato…»
Per la prima volta, quel giorno, mi si riempirono gli occhi di
lacrime, ma non piansi, nemmeno allora. Risucchiai il dolore dentro
di me. Sorrisi, di nuovo, e questa volta di gioia per averla
avuta nella mia vita. Poi io e Stefano ci salutammo di nuovo: varcò la porta
ciondolando con quel suo modo di camminare buffo e pesante.
Riordinai la mia scrivania e misi le cose che avrebbero potuto
servirmi nella borsa. Spensi il computer e mi diressi verso l’uscita.
L’ufficio era immerso in un silenzio surreale. Camminavo piano,
guardando il pavimento: non sapevo quanto mi sarei fermato
a Porto Luce, avevo fatto un biglietto di sola andata, ma con
Andrea e Savalli si era parlato di un paio di settimane. Eppure
avevo una sensazione strana, come se quella fosse l’ultima volta.
«Matteo!» Andrea mi chiamò. Mi voltai e lo vidi seduto
davanti alla macchinetta del caffè.
«Mi spiace che sia tu a dover partire…» disse.
Camminai verso di lui. Le tendine della finestra cieca erano
chiuse e la luce spenta.
«Perché stai seduto al buio?» domandai.
Si alzò. «Qualcuno ha spento la luce… stavo tornando
in redazione ma ti ho sentito uscire e…» Profonde rughe solcavano
lo spazio tra le sopracciglia e gli incavi dei suoi occhi erano
buchi neri.
«Ti senti bene?» chiesi. Si voltò verso di me e mi fissò, aveva
un sorriso forzato e nel suo sguardo c’era una luce lugubre.
Non mi rispose.
«Volevo salutarti, al tuo ritorno non mi troverai.»
«Cosa vuoi dire?» chiesi.
«Hanno in mente grandi cose per questo giornale, diventerà
un quotidiano online, utilizzeranno il caso di Clelia per
farsi largo tra la concorrenza e ce la faranno: nessuno meglio di
loro, su questo, ha la situazione in pugno.»
«Lo so, saranno mesi duri.» Seguì un lungo silenzio che mi
fece presto sentire in imbarazzo.
«Serena sa che parti?» chiese lui a un certo punto.
«Gliel’ho accennato…» risposi, ma non volevo che quel-
la parte di conversazione continuasse, così la interruppi:
«Quindi… cosa vuol dire che non ti troverò?».
Andrea chinò il volto verso il basso e frugando nella tasca dei
jeans ne estrasse un foglio mal ripiegato. «Mi è stato chiesto
di avvisarti dei cambiamenti. Per qualsiasi cosa dovrai chiamare
questo tale, Enrico Martorana: è il nuovo caporedattore.
Qui trovi tutti i contatti, numeri di telefono e indirizzo e-mail.
Avrebbero voluto fartelo conoscere, ma dovendo partire così
velocemente non è stato possibile. Credo ti chiamerà domani.»
«Non… non capisco. Non sei più tu il caporedattore?» balbettai.
«No, per questo cambio di rotta del giornale è stata chiamata
una persona più competente. Non preoccuparti, non fare
quella faccia, è stata una mia esplicita richiesta.»
Non lo dissi, ma non gli credetti nemmeno per un attimo. Sapevo
che le cose non stavano così e che la decisione era stata
presa da Savalli, ma non lo dissi perché mi sembrava giusto
dare ad Andrea la possibilità di uscire di scena come desiderava.
Così sorrisi: «E bravo! Così mi lasci sul più bello». Ironizzai.
«A quanto pare… sì.» Tese il braccio e mi porse la mano.
Quando la strinsi la sua energia mi sorprese. Mi guardò fisso,
con gli occhi di quell’azzurro tenue e sbiadito che gli dava
un’espressione vacua. «Matteo, io non sarò qui, ma resto tuo
collega e amico… abbiamo lavorato insieme a lungo, tra alti e
bassi, ma ci siamo anche divertiti. Perciò, se avrai bisogno di
me, non devi far altro che chiamarmi.»
Riuscii solo ad annuire pensieroso prima che lui se ne andasse
lasciandomi solo al buio. In fondo in qualcosa Savalli
aveva ragione: ci sono momenti in cui a un uomo è permesso
tutto e sia io che Andrea lo sapevamo. Così, per la prima volta,
ci concedemmo reciproca comprensione.
Quando muore una persona che hai amato, c’è un momento
in cui vaghi alla disperata ricerca di un colpevole. Si ha sempre
bisogno di un capro espiatorio, qualcuno o qualcosa su cui
riversare la colpa, è più facile e rende ogni evento più accet-
tabile: non avere un colpevole ammette l’assenza di senso e
il fatto che ciò che accade attorno a noi ne sia privo, rende la
vita paradossale, il mondo un luogo irreale su cui galleggiamo
inutilmente.
Nel caso di Clelia, sulle prime, il mio capro espiatorio fu
Serena, la mia compagna. La sua colpa era quella di avermi
coinvolto nel folle progetto di avere un figlio, distraendomi da
tutto il resto, in particolare dalla scomparsa della mia amica.
Perché, nonostante tutto quello che era accaduto tra noi, Clelia
era sempre stata soprattutto questo: una mia amica.
Chiunque, tranne Serena, si rendeva conto di quanto quell’idea
fosse ridicola, ma nessuno, compreso me, aveva avuto
il coraggio di dirglielo. Perché, nel folle tentativo di credere
che un senso ci sia, abbiamo bisogno di regole ben precise, di
schemi da seguire, di progetti in cui investire il nostro tempo,
il maledetto tempo che corre senza sosta e ci avvicina alla
consapevolezza suprema.
Quel pomeriggio, nel tragitto che mi separava dal giornale
a casa, cominciai a pensare a ciò che avrei dovuto dire a Serena
e a tutte le ragioni per cui avrebbe potuto arrabbiarsi.
Erano infinite. Prima di tutto aveva sempre odiato Clelia, ne
era gelosa: se mi fossi mostrato triste per quanto accaduto si
sarebbe infastidita, ma se mi fossi mostrato indifferente mi
avrebbe accusato di mentire per non ferirla. In secondo luogo,
odiava il mio lavoro, non sopportava il tempo che gli dedicavo
e da anni insisteva perché trovassi un impiego con orari
migliori e più remunerativo: se avessimo avuto un figlio, mi
avrebbe voluto a casa più spesso e con più soldi in tasca.
Inoltre non sopportava le mie trasferte, non le piaceva rimanere
sola e la mia assenza avrebbe ovviamente rallentato
la possibilità di concepire un erede.
Il pensiero di lei arrabbiata mi fece innervosire come se non
fosse solo un pensiero, ero furioso con me stesso perché non
ero stato capace di dirle la verità, ovvero che non volevo un
figlio, non l’avevo mai voluto; infine divenni triste perché in
quei due anni avrei dovuto occuparmi di Clelia e non di quelle
sue assurde idee. Se l’avessi fatto, pensai, forse Clelia sarebbe
stata ancora viva. In fondo erano passati due anni, due anni in
cui lei era scomparsa ma a quanto pare ancora viva. E chissà,
forse avremmo potuto far andare le cose diversamente.
Quando entrai in casa trovai Serena seduta al tavolo della
cucina, con le gambe accavallate e in mano una tazza di tè.
Un maglione di lana grigio le copriva le spalle, troppo pesante
per quella stagione. La prima cosa che mi venne in mente fu
che l’immagine che abbiamo delle persone che ci stanno attorno è,
appunto, solo un’immagine: curva e magra, con quello
sguardo severo e le sopracciglia inarcate, mi parve la brutta
copia della donna che mi aveva fatto innamorare, un tentativo
estremo di somigliarle senza riuscirci. E non so dire cosa me
la fece vedere all’improvviso per quel che era: forse la rabbia
per averle concesso tutto, per non aver avuto la forza di dirle
cosa mi andava o non mi andava di fare. Ad esempio: non mi
andava che si trasferisse nella mia casa, che decidesse su che
mensola collocare le tazze per la colazione, quando far andare
la lavatrice, come riempire il frigorifero e cosa cucinare.
Mi andava, al contrario, di soffrire per la scomparsa di Clelia,
d’interrogarmi su cosa le fosse accaduto, sul perché fosse
sparita. E invece non avevo potuto, perché lei non ammetteva
nulla. Il suo amare era possedere, ed è per questo che desiderava
tanto un bambino: un figlio sarebbe stato suo, sarebbe
stato l’unico essere che avrebbe potuto controllare e che l’avrebbe amata per forza.
Queste cose, però, le capisco solo ora, dopo anni.
In passato l’avevo amata davvero, ma era quando portava i
capelli mossi, quando non si preoccupava se fossero o meno
pettinati, quando non era così magra e quando non guardava il
mondo con quello sguardo arcigno di chi ha capito tutto,
soprattutto che nessuno ha capito quanto ha fatto lei. Dopo
qualche anno di fidanzamento in cui mi chiedeva ripetutamente
di poter venire a vivere con me, solo quando sua mamma si ammalò
e morì nel giro di pochi mesi mi convinsi: e fu
solo perché ne avevo pena.
Quel pomeriggio la lasciai. Le dissi che, al mio ritorno da
Porto Luce, avrei cercato un appartamento: la casa era mia, è
vero, ma ero io che la lasciavo e, come da tradizione del senso
di colpa che mi porto dietro da una vita o semplicemente per
placare la mia coscienza, accettavo di accollarmi un affitto.
Lei rifiutò e disse che sarebbe ritornata al più presto dai suoi.
Sono passati sei anni da quel giorno, otto da quello in cui
Clelia scomparve e ho sempre di più l’amara sensazione che
tutti, in qualche modo, abbiamo perso.
Non abito più ad Argento, vivo qui ora, a Porto Luce. Ho
preso in affitto una casa che ha un balcone piccolissimo a
strapiombo sul mare: non è più lungo di un metro e mezzo,
ma ha lo spazio sufficiente per una sedia. Che faccia caldo
o freddo, ogni giorno mi ritaglio un momento per uscire su
quel balcone: mi fa bene stare sospeso sul mare, mi fa sentire dentro la vita.
Ho iniziato a fumare. In principio erano due o tre sigarette
al giorno, ma presto sono diventate molte di più. Non credo
riuscirò più a smettere, Clelia mi manca troppo e fumare occupa
il mio tempo e annebbia la mia solitudine.
Nonostante tutto quello che è accaduto, credo di stare bene.
C’è solo un problema: temo di non essere ancora riuscito a
perdonarmi.

01 Febbraio 2018
MB News dedica un articolo alla campagna per la pubblicazione de L'amore sublime! Ecco il link: https://www.mbnews.it/2018/01/lamore-sublime-con-un-click-il-sogno-puo-diventare-realta/
27 Febbraio 2018
Cari lettori! Il 3 marzo l'autrice Eleonora D'Errico presenta il suo romanzo "L'Amore sublime" e il segreto del crowdfunding. Tenetevi liberi! Di seguito, la locandina dell'evento. Manifesto 2018 (4)
06 Marzo 2018
Cari lettori! La presentazione del libro "L'Amore sublime" del 3 marzo dell'autrice Eleonora D'Errico è stato un successo! Se ve la siete persa, di seguito qualche fotografia scattata durante l'evento:

Commenti

  1. Fabio Suraci

    (proprietario verificato)

    Un’intenso viaggio ricco di colpi di scena, coinvolgente, mai banale. Un viaggio nell’animo umano, nel luogo più intimo dove nascono i sentimenti più forti, quelli veri. Una storia che si scopre pagina dopo pagina e che trascina il lettore in un mondo, quello dei protagonisti, fatto di intrecci, di amori, di tradimenti e di molto altro ancora. Il tutto narrato in maniera sublime. Bravissima Eleonora!

  2. Anna Rivolta

    (proprietario verificato)

    Grazie Eleonora per le emozioni che mi hai trasmesso. Il tuo modo di concepire l’amore “puro e perfetto”è il mio. In ogni palpito di vita il mio cuore batte in sintonia col tuo modo di rapportarti all’amore…

  3. Marco Tempestini

    (proprietario verificato)

    La speranza è un atto di fede, è credere in qualcosa o qualcuno. Ma la fede si riceve solo con l’amore, che è un atto libero e naturale. E l’amore non è terra di conquista, ma è un dare senza ricevere. Perché se svogliamo ottenere qualcosa con la forza, alla fine si ottiene il niente, la morte dell’anima, la finzione di un quadro.
    Bel Libro, oserei dire sublime.

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Eleonora D'Errico
Eleonora D’Errico è nata e vive in un piccolo paese in provincia di Milano. Giornalista professionista, è appassionata di scrittura, lettura e parole. Per lei la vita è riassumibile in pochi chiari concetti basilari: posti da vedere, persone da conoscere, vite da scoprire e storie da raccontare. Ama la natura, le sue due gatte, le cose semplici e il profumo delle pagine dei libri vecchi. Nel 2009 ha pubblicato la favola per bambini “Agostino e la leggenda delle stelle”.
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