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L’anarchia dei punti di vista

Le lacrime, i sorrisi, gli sguardi, i silenzi,
le tensioni, le carezze: mai nessuno potrà
sapere che significato ognuno di noi dia
a tutto ciò. Ogni storia, ogni momento,
ogni azione ha una sua interpretazione.
Che è, sempre e assolutamente,
personalissima.

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Consegna prevista 06/2019

Tre uomini, tre vite, tre storie. Da una parte Italo, che ha amato Gioia per tutta la vita, ma deve prepararsi a dirle addio. Dall’altra lo schietto Artico, che quando era ragazzo si è lasciato sedurre dalla tossicodipendenza, ma ora ha ripreso in mano la sua vita e si sta costruendo una famiglia con Yumara. Infine Jacopo, uno scrittore che nella vita privata è combattuto fra l’attrazione disperata per Adelaide e il sentimento di tenerezza per Viola. Tre vicende che si sfiorano e si scontrano in una spirale di punti di vista e passioni, dove il motore principale è sempre uno: l’amore.

ANTEPRIMA

LA TEORIA DELL’ANARCHIA DEI PUNTI DI VISTA

Sentivo solo i rumori delle auto che viaggiavano sull’autostrada, a poche centinaia di metri di distanza. Nessuna luce, nessun bagliore. Ero solo, sdraiato su un prato. Avevo il freddo nelle ossa, i miei occhi erano chiusi, la gola secca e le labbra viola. Non sentivo più i muscoli, le mani erano immobili e i capelli sporchi di terra. I pensieri non esistevano più, esisteva solo un cuore nero come l’inverno che pompava sempre più velocemente, sembrava volesse andar via anche lui, come tutte le persone della mia vita. Poi, d’un tratto, ha rallentato. Ricordo i lunghi peli della barba, le unghie conficcate nel fango come paletti, i talloni buttati pesantemente nella pozzanghera. Non c’era più nulla: non c’era più dignità, non c’era più pudore, non c’era più rabbia. Solo un gran senso di abbandono.

Continua a leggere

Lì, in quei minuti tra la pace e il terrore, ho rivisto mia madre, mio padre, ho rivissuto la volta in cui sono uscito di casa solo con due maglie in uno zaino. Ho rivisto il parquet dove camminavo scalzo a casa degli zii, ho risentito gli scricchiolii dei passi. Ho stretto ancora, per un minuto, la mano della mia vecchia fidanzata alla quale avevo detto addio, perché volevo dire addio persino a me stesso. Ho lasciato andare tutti i pensieri, tranne uno. Non mi lasciava stare, era una sola domanda, stupida e piccola, ma che non voleva abbandonarmi perché era fradicia di sensi di colpa: Quante realtà esistono? Già. Quante realtà esistono? Quante volte, dopo aver litigato con la fidanzata o l’amico di turno, siamo così sicuri di sapere esattamente cosa stia passando per la loro testa? Quante volte abbiamo avuto l’arroganza di pretendere di sapere cosa stessero pensando? La teoria che ho elaborato negli ultimi anni e che, per semplicità, ho sempre chiamato l’Anarchia dei punti di vista, parte dal presupposto che non è sempre indispensabile cercare di interpretare le emozioni e i pensieri delle persone che ci circondano, sia perché non tutte le letture che diamo alla vita sono corrette, ma soprattutto perché dobbiamo accettare il fatto che non possiamo sempre avere la presunzione di sapere ciò che è nel cuore e nella testa degli altri. Tutti noi siamo ben consapevoli di avere idee, certezze, valori. Tutti noi siamo ben consci di come ci siamo comportati in passato, di quanto abbiamo soddisfatto o deluso le aspettative delle altre persone, a partire dai genitori che, nonostante tutto, hanno portato pazienza in ogni momento della nostra vita. Quando litighiamo con qualcuno siamo certi di sapere quello che è successo: diamo per scontata la nostra teoria, il nostro modo di interpretare la questione, la discussione. Siamo addirittura così arroganti da pretendere di indovinare quale sia l’emozione che corre nel cuore e nelle vene dell’altra persona. L’Anarchia dei punti di vista ci smonta tutto ciò. Smonta la certezza di un unico pensiero e di un’unica interpretazione. Le lacrime, i sorrisi, gli sguardi, i silenzi, le tensioni, le carezze: mai nessuno potrà sapere che significato ciascuno di noi dia a tutto ciò. Ogni storia, ogni vita, ogni momento, ogni azione ha una sua interpretazione. Che è, sempre e assolutamente, personalissima. Lasciamo quindi spazio ai dubbi, alle incertezze, all’ammissione di non sapere e all’ascolto. Al capirsi parlandosi, scrivendosi, tenendosi per mano. Perché questo è e sarà sempre il lato più bello e più romantico dell’essere umano. Ogni volta che perderemo questa occasione, perderemo la possibilità di lasciare qualcosa di noi negli altri.

CAPITOLO 1

Residui di pace e strascichi di nostalgia si mescolavano spesso negli occhi di Italo. Aveva ormai settantaquattro anni e il suo letto era l’unico arredo di una stanza, la numero tre, del quarto piano della casa di riposo di via Barcellonetta. Era venuto da lontano perché aveva deciso di passare lì gli ultimi giorni della sua vita. Voleva lasciare la città, la metropoli, il caos e aveva chiesto alla moglie Gioia di seguirlo in quella città di mare, le cui acque e il cui cielo assomigliano tanto alla Grande onda di Kanagawa. La moglie, come nei sessant’anni precedenti, gli aveva stretto la mano e, con un silenzio che arrivava dal profondo dell’anima, aveva deciso di fare anche quel passo insieme a lui. L’aveva di nuovo accontentato. Forse per l’ultima volta. Suo marito aveva da anni una brutta malattia, una di quelle che ti fanno camminare e parlare a fatica, che ti rendono inerte di fronte al mondo, che non lasciano spazio al “forse”, al “ce la faremo”, al “domani”. Dormiva principalmente di giorno e, quando non riposava, si accontenta anche solo di guardare il sole e il mare con lei. Ogni tanto scriveva e, quando decideva di farlo (e ne sentiva le forze), lo faceva per lei. Quel pomeriggio sua moglie decise di scendere per qualche minuto nel piccolo giardino recintato da siepi e lui, prima di farla andare, la fermò. Aveva uno sguardo serio e dolce, come quello di un bambino la cui madre scompare dietro d’angolo. «Gioia, amore mio, fermati un secondo.» Le diede una lettera. «Questa è per te. Perché forse domani non avrò la voce o la forza, o forse domani non arriverà, ma queste parole sono la mia voce e la mia forza e tu, tu amore mio, sei e sarai sempre il domani che ho sognato tutta la vita.» Lei si sforzò di non piangere, prese il foglio e disse al marito: «Se domani non avrai voce sarà meglio, con tutte le stupidate che dici». In realtà sapeva che il domani era un concetto troppo astratto e che avrebbe potuto significare accarezzare la mano fredda con pazienza e amore, sapendo che tutto era andato, tutto era perso. Come quando la pioggia ti avvisa che non nevicherà più. Lo baciò in fronte e gli accarezzò i capelli. Lui quelle carezze le aveva sempre amate, perché lo facevano sentire protetto dal resto del mondo. Gioia chiuse la porta e andò in giardino, seppure un groppone le si era fermato tra gola e occhi: erano lacrime d’addio che sarebbero scoppiate da lì a qualche giorno. Lei lo sapeva. Lui anche. Si sedette in disparte e aprì il foglio: Sopportami ancora qualche giorno, amore della mia vita. Sopporta questo vecchio signore che cerca di non lamentarsi ma che sa benissimo quello che ti sta facendo vivere. Sono più di sessant’anni che ti conosco, che ti amo e che apprezzo quello che sei. Stringerti la mano è come poter scivolare dentro al letto di casa ogni giorno: ci si sente al sicuro e al caldo, dove ci si può lasciare andare. Io non potrò più darti quello che potevo quando ancora ero giovane e pieno di forze. Ma sappi che c’è una cosa non ho mai smesso di fare: trattarti come una principessa. E non solo nei modi e nelle attenzioni, ma nel mio cuore. Perché lì, soprattutto lì, voglio tenerti con me. Tra pochi giorni sarai sola e non hai idea di quanto mi faccia star male dovermene andare e lasciarti. Mi sentirò solo in quell’universo che è la morte, perché mai più potrò abbracciarti e sentirti e parlarti e dirti grazie per questa vita che mi hai regalato. Per favore, quando me ne andrò, dammi una carezza e sussurrami che mi amerai sempre. Io lo sentirò. Ho scritto una poesia per te e qua te la riporto, con amore e immensa gratitudine. E se tu, povera ombra, sarai sola perché l’universo è grande e il grano da lassù non si vede. Se sarai sola, tu, anima pallida ricordati di lei e dei suoi occhi, saranno compagnia eterna. Se sarai sola, ripensa a lei, a quando ti abbracciava e allora il suo ricordo sarà il tuo respiro.

CAPITOLO 2

L’uomo davanti a Jacopo finì di leggere e alzò gli occhi dal foglio. Ora lo guardava con l’espressione che mandava evidenti segnali di tristezza, malinconia e noia. L’ufficio non era neanche troppo grande e odorava di sigaro, mentre l’arredo era minimale e di dubbio gusto. «E come continua questa storia d’amore?» «Non è una storia d’amore, signor Vukadinovic,» chiarì Jacopo «è una poesia permanente.» «Bene, e come continua questa poesia permanente, signor Portolan?» ribatté l’editore mentre si tratteneva dal mandarlo a fanculo. «Lo scoprirà leggendo.» Il signor Vukadinovic lo fissò in silenzio, riaccese il sigaro che nel frattempo si era spento e si mosse lievemente sulla poltrona di pelle. Era di una mole importante, superava sicuramente i centocinquanta chili e respirava a fatica: era il tipico armadio asmatico che adora fare la bella vita tra cene e sbronze epiche. «Signor Portolan, io le dico di continuare, ma voglio vedere almeno altri due capitoli a breve, così da capire dove va a parare la storia di questo ospizio e di questi due. Ma fino a quel momento non le prometto niente. Le do questa possibilità: mi convinca e pubblicherò questa storia. A proposito, come ha detto che intitolerebbe questo romanzo?» «Be’… pensavo Gioia, amore mio… che ne dice?» «Dico che vediamo il resto e poi decidiamo anche questo, ma una cosa è certa, signor Portolan…» «Cosa?» «Probabilmente mia nonna avrebbe pensato a un titolo più degno. Arrivederci» e con la mano gli mostrò l’uscita. Jacopo uscì dall’ufficio, salutò Adelaide, Jasmine e Serena, le tre assistenti del signor Vukadinovic, e si diresse all’ascensore. Aveva sempre avuto un buon rapporto con loro, d’altronde erano probabilmente poco più che sue coetanee. In particolare lui ne adorava una, con la quale ogni tanto si fermava a scherzare e a flirtare in maniera giocosa e provocatoria: Adelaide. Mentre aspettava che le porte rosse dell’ascensore si aprissero, si accorse che nel corridoio era appesa una poesia: Verde olivastro. «Ma questa è la mia poesia.» Tornò indietro e iniziò a fissare Adelaide. «Carissima… lusingato sono lusingato, per l’amor del cielo, ma mi spiega come mai la mia poesia è appesa qua?» «Sì be’, sa, il signor Vukadinovic, anche se sembra un orso, che detto tra noi in effetti è, ha sempre desiderato che ognuno di noi qua si sentisse a casa e allora aveva pensato di far scegliere una poesia, una frase o un testo a ognuna di noi per appenderlo, tutto qua.» «Ma che bella idea… e mi dica… chi ha scelto la mia poesia?» chiese Jacopo mezzo sorpreso e mezzo esaltato. «Il signor Vukadinovic in persona.» «Ahahah… non mi prenda in giro Adele…» «Adelaide.» «Adelaide, mi scusi… Mi sembrava un bel diminutivo.» «Adele non è il diminutivo di Adelaide, è proprio un altro nome.» «Mi scusi.» «È perdonato.» «Quindi lei mi giura sulla sua testa che è stato il signor Vukadinovic?» «Sì certo, perché dovrei mentirle?» «E io che speravo fosse stata lei» e sorrise con una smorfia che voleva lasciar intendere un certo feeling, decisamente non ricambiato. «Io ho scelto La mano.» «Wislawa Szimborska.» «Bravo.» «È scritto sotto, non la conosco così bene.» «Ovvio.» «Ovvio?» «È un uomo, la sua arte è più truce, fredda e secca.» «Grazie.» «Non è un complimento, signor Portolan.» «Bene, signorina Adelaide, direi che le posso augurare buona giornata. Ora vado a scrivere, altrimenti il signor Vukadinovic non mi pubblica, annulla il contratto e toglie la mia poesia dalla sua parete.» «Come va il romanzo?» chiese Adelaide mentre faceva tutt’altro. «Bene bene, ho ottime idee in testa» e abbassò gli occhi. «Blocco dello scrittore, vero?» «Blocco dello scrittore…» Lei interruppe le sue piccole attività, si sporse verso di lui e con voce bassa gli disse: «Posso dirle perché il signor Vukadinovic ha scelto proprio quella tra miliardi di poesie?» «Sì certo…» «Perché è truce, fredda e secca. Non è compassionevole, né melodrammatica.» «Signorina Adelaide, sta cercando di darmi un consiglio?» «Diciamo che conosco bene i gusti letterari del mio capo.» «Mi dica… cosa legge il suo capo per diletto?» «Dylan Dog.» Rise e si fece subito seria. «Va bene… posso dirle che ha apprezzato tanto Il fu Mattia Pascal, Acqua e adora le biografie.» «Grazie, signorina Adelaide.» «Signora.» «Non sapevo fosse sposata.» «Se è per questo non sapeva neanche che gusti letterari avesse chi le deve pubblicare il libro.» «Passi una buona giornata, quando vuole le offrirò un caffè alla macchinetta.» «Perché non me lo offre ora?» «Perché non ho moneta… Scusi, ora devo proprio andare.» Si girò. Il profumo di quella donna era qualcosa per cui lui aveva sempre perso la testa. Era un profumo che ti rimaneva addosso e in testa per il resto della giornata, uno di quelli che ti fanno venire voglia di azzannare il collo della donna che hai di fronte. L’aveva sempre fatto impazzire ed era il motivo per cui i suoi scherzi e le sue attenzioni, nei mesi precedenti, erano rivolti quasi sempre a lei e mai alle colleghe. Prese le scale e si trovò in men che non si dica fermo immobile sul marciapiede. Il suo metro e settanta non bastava. Si sentiva piccolo, si sentiva umiliato. Quella ragazza aveva osato dare a lui, scrittore in cerca di affermazione, una lezione di vita. Per il suo ego era una sconfitta. Doveva rimediare. Inoltre sarebbe finalmente potuto andare oltre quel gioco di sguardi e bisticci che correva tra lui e Adelaide da tempo. Aveva deciso di prendersela. Trovò un locale chiamato Open proprio sulla strada per casa e vi si infilò. Chiese una postazione PC, un collegamento wi-fi e un caffè americano. Si sedette e iniziò a picchiettare sulla tastiera. Grazie. Perché dietro a un consiglio vero c’è sempre una persona vera. Perché dietro a una persona vera ci sono sentimenti, emozioni e riflessioni. Capacità d’osservazione. Non mi giudichi male se non ho notato prima queste poesie nel corridoio, né se ho sbagliato il suo diminutivo, né se ho fatto tanti altri errori. Posso dirle però quanto amore vedo in lei quando sistema le foto sulla sua scrivania o che forse non le conviene portare quella pesante borsa rossa a tracolla, perché poi le fa male la schiena, come ha detto l’altro ieri. Posso dirle che una donna che legge e che ha una poesia preferita è più eccitante e più dolce di qualsiasi altra cosa al mondo. Mi perdoni la sfacciataggine, ma solo scrivendo e solo essendo sincero posso forse farle capire che molte disattenzioni non significano poche attenzioni. La ringrazio di cuore. Al prossimo caffè. La spedì all’indirizzo: adelaide@gruppovukadinovic.it e tornò a casa a piedi, fumando in silenzio.

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Commenti

  1. Allora. Metto subito le cose in chiaro: io sono di parte. Sono senza dubbio di parte, visto che l’autore é mio fratello gemello e in quanto tale periodicamente lo detesto. Litighiamo al punto di non sentirci per settimane, se Massimo avesse ancora i capelli lunghi come quando era piccolo sono certa che scatenerei mio figlio di tre mesi (= con le mani do cojo cojo) contro di lui.
    Periodicamente poi gli voglio un gran bene in quanto gemello e in quanto persona “abissale”.
    Ha un’anima profonda, conseguentemente a volte buia e tormentata. Come Artico. Questo libro parla di lui e delle persone che lo circondano, della casa dove é cresciuto, e tanto del suo, nostro, papà, che ci ha lasciato. Ma solo fisicamente. Non parla della famiglia della Mulino Bianco, ma di quella di via Molino Nuovo (sembra una parodia ma è vero), con incomprensioni che allontanano scavando una crepa incolmabile. Eppure rimane sempre, senza tregua, quello che basta. Il bene.

    L’ho letto in un paio d’ore tanto è fluido e tanto sono belli i personaggi (no, io non ci sono ed é uno dei motivi per cui ora io e l’autore siamo nella fase no). Alcuni di loro esistono e sono simpatici, inaffidabili, teneri, saggi proprio come appaiono nel libro. Alma, ad esempio, era nostra zia e aveva sempre quella gonna lunga a quadri e le ciabatte. Ecco, la capacità di Massimo risiede nel farti capire i personaggi con pochi ma fondamentali dettagli.
    Infine, c’é una cosa che io personalmente adoro nei libri: l’”ahhhh” finale, dove l’ahhhh non è il grido di liberazione di Braveheart ma quello di sorpresa. “O ver? Casp’t!” (cit.)

  2. Buongiorno a tutti! Ho appena terminato di leggere questo splendido libro, mandatomi in pdf dalla casa editrice. Io l’ho trovato molto coinvolgente e, se ne avete piacere, potete trovarne la recensione sul mio blog a questo link:
    https://librilibriedancoralibri.blogspot.com/2018/11/recensione-lanarchia-dei-punti-di-vista.html

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Massimo Algarotti
MASSIMO ALGAROTTI, classe 1984, è nato a Como e vive a Sesto San
Giovanni con la compagna e il figlio. Appassionato di storia e di documentari, diplomato in ragioneria, dal 2007 lavora con Emergency ONG ONLUS
nell’ambito delle risorse umane.
Massimo Algarotti on sablinkedinMassimo Algarotti on sabinstagramMassimo Algarotti on sabfacebook

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