Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Search in posts
Search in pages

Le spiagge che cambiano gli uomini

Le spiagge che cambiano gli uomini
100%
200 copie
completato
28%
36 copie
al prossimo obiettivo
Svuota
Quantità
Consegna prevista Maggio 2021
Bozze disponibili

Nel luglio del 1990 la vincita, non casuale, di un concorso per medico internista fa sì che Vanni Cannas ritorni nel Sulcis, sua terra natale. Qui, da un trauma infantile, è originata la sua dolorosa avversione/attrazione per le donne. La sua doppia personalità gli consente di perseguire nella missione anonima e quasi onnipotente di decidere chi merita di vivere e chi no. Ma il destino, imprevedibile burattinaio, lo espone ai rischi della perdita dell’autocontrollo. Nelle ferite riaperte della sua anima si insinua la possibilità di un’alternativa al suo credo esistenziale. Sullo sfondo i poteri paralleli e occulti di quegli anni, che governavano il divenire degli uomini con le solite gattopardesche strategie. Forse inconsapevolmente Vanni si ritrova ad opporsi anche a questo sistema, dopo un breve ma intenso peregrinare tra esperienze di visioni e riflessioni sulla vita dell’uomo, attraverso luoghi non solo appartenenti alla sua terra natia.

Perché ho scritto questo libro?

Nei misteri della vita osservo che nulla è ciò che sembra e per questo si può sempre cambiare nella drammatica consapevolezza dell’essere capaci, in certe situazioni, di qualsiasi azione. Incontro poi spesso la presenza del dolore dietro la ricerca del piacere, nei luoghi, nel cibo, nei rapporti con l’altro. Di questo ho scritto con un testo a volte crudo e dettagliato da leggere d’un fiato per coglierne la necessità ai fini della tangibile e completa rappresentazione di personaggi e ambientazioni.

ANTEPRIMA NON EDITATA

Uno.

Vedeva e sentiva sua madre urlare di piacere, in un ventaglio intermittente di ombre e bagliori di luce lunare che schiarivano il volto della femmina e dei due maschi che le stavano sopra, tra le nuvole di sabbia bianca e i cespugli di mirto. I suoi occhi di bambino, nascosti a 15-20 metri dietro l’unica barca spiaggiata, fissavano atterriti e rabbiosi il profilo dei seni e del dorso inarcato di quella che avrebbe voluto non fosse sua madre Giacinta, per tutti Cinzia, la donna più bella dell’isola, col sorriso eterno di chi si vuole bere la vita tutta d’un fiato. La mareggiata copriva a malapena i lunghi sospiri della donna, tra le braccia di quei due uomini, che la possedevano completamente tenendola per il collo, la bocca e i fianchi, mentre il vento di maestrale accarezzava la sua ricciuta chioma. Il bimbo non urlò quando il pene ad uncino dell’uomo più tarchiato trafisse il ventre di sua madre, ma si voltò e scappò via, senza il minimo rumore, così che nessuno si accorse della sua presenza. Vanni corse a perdifiato risalendo la spiaggia fino alla strada sterrata, con le lacrime che gli segnavano la faccia e il cuore che batteva fortissimo, ma una volta arrivato alla carreggiata in un lampo si ricompose, levandosi la sabbia dalla canottiera e dai pantaloncini, e con assoluta calma si avviò verso le luci ancora lontane della casa di nonno Elias e nonna Teta. Lasciò che il vento lo aiutasse a camminare, mentre un unico pensiero gli riempiva la testa: “non voglio più vederla, la odio!”. E mai avrebbe potuto immaginare quanto sarebbe stato esaudito il suo desiderio. Giunto al cancelletto di legno della casa dei nonni, gli sferrò un calcio per aprirlo, così da far abbaiare forte Iuri, il pastore tedesco. La  luce della camera da letto al piano di sopra si accese e ben presto Elias si affacciò alla finestra gridando: “chie est bennidu?” Vanni aveva già scavalcato il cornicione dell’accesso al piano terra che lo separava dalla sua cameretta e il nonno, non vedendo nessuno nel giardino, richiuse mugugnando i serramenti di legno della sua bianca dimora. Fuori il maestrale soffiava forte e lo sbattere delle ante della finestra conciliò il sonno del bambino che, in quella notte di piena estate, infreddolito da un rancore gelido, si era rannicchiato nel lettino di ferro battuto che Elias gli aveva costruito. Era la notte precedente il giorno del suo nono compleanno, martedì 15 luglio 1969. Mercoledì 16 luglio l’Unione Sarda pubblicò in prima pagina, subito sotto l’annuncio del decollo dell’Apollo 11, la seguente notizia di cronaca: “Ieri mattina in località Calasetta, sulla Spiaggia Mangiabarche, è stato rinvenuto il corpo senza vita di Giacinta Cannas, di anni 30, residente in Via Tonnara. Il cadavere, completamente denudato, presentava chiari segni di strangolamento e altre lesioni diffuse da arma da taglio, ma è stata disposta l’autopsia dall’Autorità Giudiziaria per stabilire con esattezza le cause del decesso e acquisire elementi utili a risalire all’autore e al movente di quest’efferato delitto”.

Continua a leggere

Continua a leggere

Affetto

Un sentimento nascosto mi rode il cuore:

è qualcosa di amaro…

è l’affetto che non ho conosciuto.

O cuore, tu corri…

Non verso la felicità,

ma incontro al dolore, alla tristezza,

al vuoto.

Vanni Cannas, li 15 luglio 1970

Due.

Vanni Cannas arrivò a Livorno verso le ore 20 di lunedì 16 luglio 1990. Il traghetto della Moby per Olbia non avrebbe imbarcato le auto prima delle 23, quindi aveva tutto il tempo per cenare e pensare. Parcheggiò la Passat station wagon in prima fila nella Piazza del Portuale. “Non lasci in auto bagagli o oggetti di valore….io non sono responsabile per eventuali furti”, gli disse a voce alta un addetto all’imbarco. Vanni lo guardò di tre quarti e, con un sorriso quasi di scherno, dopo almeno cinque interminabili secondi, gli rispose. “Non ho nulla di valore…”. In realtà dentro al bagagliaio della Passat grigio ghiaccio c’era la valigia della sua nuova vita: qualche libro, due paia di jeans, tre camicie a maniche corte, due a righe e una azzurra a tinta unita, e quattro a maniche lunghe tutte chiare, una cintura elastica beige, nessun calzino né paio di scarpe, una giacca blu fluo, nessun accessorio da bagno e tre foto, una di lui bambino con Iuri, una seconda dei suoi nonni Elias e Teta davanti al cancello di casa, e la terza di sua madre Cinzia a vent’anni, mentre cammina sulla battigia  con una veste bianca disegnata di papaveri. Quest’ultima fotografia era stata strappata e poi riparata con un pezzo di nastro adesivo. Vanni si incamminò con la testa bassa evitando magicamente di urtare i primi turisti in partenza quella sera per l’isola, dirigendosi sicuro verso il mercato del pesce, attraverso Varco Fortezza. La gente lo scansava automaticamente, come se quell’uomo, alto e robusto, con gli occhiali scuri al tramonto, capelli ricciuti neri e tatuaggi colorati a tema marinaresco sulle braccia, emanasse un non so che di oscura inquietudine, ma anche un grande rispetto. Giunto al mercato del pesce si sistemò, senza chiedere nulla al personale di  servizio, in un tavolino all’aperto sotto un ombrellone. Un cameriere gli allungò il menù e la carta dei vini, ma Vanni, sempre a testa bassa, non li aprì e ordinò un’ insalata di polpo, un fritto misto e acqua minerale non gassata e gelata. Solo dopo che il cameriere si era allontanato, estrasse dal taschino della camicia azzurra un cercapersone. Si soffermò a lungo a guardarne il display, quindi si alzò, entrò all’interno del locale e chiese dov’era il telefono. Doveva chiamare il suo prossimo padrone di casa. “Ciao Alissiu…parto stasera per Olbia, sarò a Calasetta domani nel pomeriggio…okay, a presto”. Alissiu era Alessio Piras, vecchio amico di suo nonno Elias, al quale aveva chiesto di potergli affittare una casa sul mare che sapeva libera. Tornava in Sardegna dopo vent’anni. Non era rientrato dal continente nemmeno per i funerali dei nonni. L’idea di tornare non gli piaceva affatto, ma il caso aveva voluto che vincesse un concorso di ruolo per assistente medico presso il reparto di medicina interna dell’ospedale di Sirau e non poteva rifiutare. Nel momento in cui al mercato del pesce di Livorno si versava quattro cubetti di ghiaccio nel bicchiere d’acqua già gelata, gli balenò davanti agli occhi, in un flash, tutta la sua vita. Si rivide a 9 anni, la mattina in cui Elias gli disse che la mamma non si era fatta vedere nemmeno per il suo compleanno perché se ne era andata lontano, probabilmente con l’ultimo dei suoi amanti. Rivisse il dolore dell’improvviso allontanamento da Calasetta e dall’isola per andare in collegio a Bologna, perché i nonni non erano più in grado di accudirlo o almeno così dissero. Ripensò a tutte le difficoltà di inserirsi in una realtà nuova, come quella di un collegio che alla fine degli anni sessanta era strettamente cattolico e gestito da frati gesuiti, ma soprattutto in una città del continente,  lontano da casa e senza nessun familiare o conoscente vicino. Ma a Bologna, in quel collegio, trascorse tutte le scuole medie inferiori e superiori, ascoltando relativamente da lontano l’eco del clima studentesco che mutava. E poi l’iscrizione all’Università, facoltà di Medicina e Chirurgia, la laurea nel 1985 e finalmente l’indipendenza economica, prima con il servizio militare da ufficiale medico a Belluno e quindi ancora a Bologna, ma in un bell’appartamento a Porta Castiglione. L’affitto veniva in parte pagato con il suo lavoro di medico.  L’insalata di polpo lo distrasse con sollievo da quel ricordo del passato, anche se non ringraziò il cameriere che gli presentò la portata: “…polpo fresco con dressing di prezzemolo, succo di limone, sale e pepe…”. Il polpo era veramente squisito, tenerissimo e condito perfettamente, e solo il suono di un messaggio del cercapersone gli fece sospendere, per un attimo, di masticare quel gustoso antipasto. La frittura di paranza con l’infarinatura aromatizzata all’aglio, presentata dal solito cameriere che non degnò di alcun cenno o sguardo, gli riappianò le rughe del viso. Divorò il pesce in pochi minuti, ingoiando sia le teste che le piccole lische, quindi chiese il conto. In attesa di pagare, estrasse il portamonete e da esso un blister di capsule di Prozac. Se ne mise una in bocca e la deglutì con un sorso d’acqua. Dopo aver pagato le ventitremila lire del pranzo non si alzò subito dalla sedia, ma da dietro gli occhiali da sole restò a vigilare la banchina del canale di cinta esterna del porto, fino a quando vide passare lei: ragazza sui vent’anni, capelli castani ricciuti, lineamenti fini con labbra carnose, vestito verde di cotone leggero, molto corto appena sotto il pube. Poteva essere o non essere una prostituta della zona del porto, ma poco importava. Vanni prese a seguirla, a circa quindici metri di distanza, lungo Scali delle Ancore e poi Via della Venezia fino all’incrocio con Scali delle Barchette. Qui la vide girare a sinistra e, nel momento in cui entrò nell’antro di un portone di legno, era già alle sue spalle. In un attimo la sua mano destra, ricoperta da un guanto, premeva sulla bocca della ragazza, che dopo pochi secondi svenne a peso morto tra le sue braccia. La rigirò a pecorina sui primi gradini della scala nell’antro del palazzo, infilandole le braccia tra due spazi della ringhiera per stabilizzarla in quella posa. Quindi le alzò di poco il vestito e le denudò i glutei. Al massimo dell’erezione la forzò da dietro, ancorandosi forte ai seni della ragazza e poco dopo le eiaculò copiosamente nella vagina. Uscendo dal palazzo socchiuse il portone di legno, così che dalla strada non si vedesse l’interno. Con passo normale si diresse verso Piazza del Portuale, dopo aver riposto nelle tasche i guanti abbondantemente intrisi di anestetico. Giunto alla Passat si sedette al posto di guida, abbassò tutti i finestrini respirando a pieni polmoni la brezza marina della sera. Attese solo qualche minuto prima di poter entrare con l’auto nel garage del traghetto. Sistemata la macchina, diede un’occhiata ai viaggiatori che lo seguivano nelle altre auto. Il suo sguardo si fissò per un attimo sulla figura appesantita di un uomo di mezz’età che stava uscendo da una Bentley nera, guidata da una donna sui 40 anni. L’uomo, alto circa 1 metro e 90, capelli bianchi a spazzola, tradì la sua nazionalità varcando la soglia d’accesso alla scala interna della nave, che portava al ponte inferiore. “Uvidimsya v nomere dvesti vosem’ cherez pyatnadtsat’ minut” disse alla donna, che annuì restando ancora sulla Bentley. Vanni notò allora meglio, mentre mentalmente traduceva dal russo la frase dell’uomo, l’avvenenza di quella femmina dai lineamenti nordici, vestita di un tailleur bianco corto, con i capelli biondi raccolti e lo sguardo deciso. Poteva essere la sua segretaria o l’ amante, ma aveva più l’espressione di una “pari grado” rispetto a quel russo. Vanni prese dal bagagliaio della Passat solo uno zaino di pelle nera e si avviò, appena prima della donna bionda, all’interno della scala che portava ai locali di servizio della nave. Al ponte superiore trovò la sua cabina, una suite esterna con oblò. Si svestì velocemente, estrasse dallo zaino una camicia Blu Alice a maniche lunghe e un paio di slip bianchi. Dopo aver disposto il tutto sul letto, entrò nella doccia. Restò a lungo ad insaponarsi i numerosi tatuaggi sparsi sul corpo, ognuno con la sua storia, dal volto fiero del capo indiano sulla spalla sinistra, all’autografo del Vasco sul braccio destro, in occasione del concerto del 10 luglio a San Siro, subito “tatoorizzato” il giorno dopo dal fidato maestro d’inchiostro Alle Tattoo a Limidi di Soliera di Modena. Dopo un altrettanto lungo risciacquo uscì dal box doccia, si asciugò con i teli di spugna in dotazione alla cabina e si rivestì con i soliti jeans e gli altri indumenti puliti. Uscì poi sul corridoio, non prima di aver ripreso i guanti e intascato un rotolo di nastro adesivo nero. Il traghetto nel frattempo era già salpato da almeno mezz’ora e si trovava a dieci miglia dalla costa toscana, in mare aperto. Vanni passò davanti alla suite 208 e orecchiò la presenza di entrambi, l’uomo e la donna russi che si erano dati appuntamento in cabina entro quindici  minuti  uscendo dal garage del traghetto. Salì quindi nella zona dei bar fermandosi al primo bancone, su uno di quei soliti scomodissimi sgabelli che sulle navi sono ancorati al pavimento. “Una Ichnusa”, ordinò al barista, “…gelata per favore e se non è gelata aggiunga del ghiaccio”. Si versò la fredda birra nel bicchiere aggiungendo almeno cinque cubetti di ghiaccio e aspettò. “Vodka Beluga, please!” Chiese al barman il russo che, preso il bicchiere, si sedette comodo a un tavolino di fronte ad uno schermo TV. Vanni si alzò allora dallo sgabello e uscì sul ponte. Rientrò nella zona cabine e giunto davanti alla 208 indossò i guanti e bussò bofonchiando in russo “pust’ menya!”.

2020-09-14

Aggiornamento

Ieri la Gazzetta di Reggio Emilia ha pubblicato un articolo sul romanzo e la sua campagna. Grazie mille alla redazione.
2020-09-04

Aggiornamento

Al link https://www.facebook.com/Le-spiagge-che-cambiano-gli-uomini-106445317817525 trovate il video con lo storytelling del romanzo
02 settembre 2020

Aggiornamento

Giovedì 10 settembre 2020 presso il bar Komodo di Correggio (piazza 2 agosto di fronte all’ingresso del vecchio ospedale) dalle h 19:30 si terrà una presentazione con aperitivo e presenza dell’autore del romanzo “LE SPIAGGE CHE CAMBIANO GLI UOMINI"
01 settembre 2020

Aggiornamento

Per chi può e vuole raggiungerci: GIOVEDÌ 10 SETTEMBRE ALLE h 19:30 FAREMO UNA PRESENTAZIONE DEL LIBRO PRESSO IL BAR CAFE' KOMODO (DA IVAN) DI CORREGGIO, PIAZZALE 2 AGOSTO n.1, PROPRIO DAVANTI ALL'INGRESSO DEL VECCHIO OSPEDALE. APERITIVO PER TUTTI QUELLI CHE INTERVERRANNO!
28 agosto 2020

Aggiornamento

Cari lettori e potenziali miei lettori in arrivo sui principali social uno storytelling in diretta e in minivideo del mio romanzo "Le spiagge che cambiano gli uomini". Non perdetelo!
24 agosto 2020

Aggiornamento

Eccovi il link per seguire l'intervista all' Autore: https://www.facebook.com/106445317817525/videos/681386549253748/

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Ho avuto l’onore e il privilegio di leggere in anteprima la prima bozza del libro, e ringrazio Alberto della fiducia. Thriller psicologico ambientato in Sardegna, a Lisbona e in Norvegia. I contenuti spaziano dall’amore per i viaggi, per la cucina, per la professione di medico, per gli intrighi internazionali. E non mancano anche i risvolti amorosi. Alberto è anche poeta, e le poesie alla fine di ciascun capitolo di questo libro sono per la maggioranza sue…. Sarà disponibile da maggio 2021 perché il crowdfunding sta già andando molto bene. Invito tutti a sostenerlo, e non dico altro, per non rovinarvi la lettura..

Aggiungere un Commento

Condividi su facebook
Condividi
Condividi su twitter
Tweet
Condividi su whatsapp
WhatsApp
Alberto Bagnulo
Sono nato l’otto di luglio a Bologna, sotto il segno del Cancro, ascendente Cancro: può essere che fosse scritto nel mio destino che da grande facessi l’oncologo? Dal momento che il percorso di studi per diventare un medico specialista è lungo, ho iniziato l'università in anticipo e mi sono laureato a 24 anni. Sono ematologo, oncologo e medico internista. Certamente fin da piccolo ho amato scrivere, prima poesie, premiate e pubblicate, poi articoli di giornale e adesso il romanzo sui temi che aleggiavano nella mia testa da una vita. Vivo a Correggio (sì, il paese del cantante Luciano Ligabue, ma anche dello scrittore Pier Vittorio Tondelli). Coniugato con Simonetta, padre di Elisa Yasmine e padrone…ma solo di una anziana e saggia cagnolina di nome Laika. Amante di viaggi e di ogni sapore della vita. Ricco solo delle brave persone che ho avuto la fortuna di incontrare.
Alberto Bagnulo on FacebookAlberto Bagnulo on InstagramAlberto Bagnulo on Twitter
Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Search in posts
Search in pages

Questo sito fa uso di cookie propri e di terze parti per aiutarci a migliorare la tua esperienza di navigazione quando lo visiti. Proseguendo nella navigazione nel nostro sito web, acconsenti all’utilizzo dei cookie. Se vuoi saperne di più, leggi la nostra informativa sui cookie