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Le uniche strade

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Consegna prevista Luglio 2020

Ottobre 2032. Gli scienziati annunciano che la crisi climatica è ormai inarrestabile. La Terra, nel giro di pochi decenni, diventerà invivibile per gli esseri umani.
Edward, membro di un partito ecologista, concepisce quella che gli sembra l’unica reazione possibile: l’umanità deve estinguersi, smettendo di riprodursi, perchè si risparmi questa terribile agonia.
Lise, militante per il clima, arriva alla conclusione opposta. Se la scienza di oggi ci condanna, le scoperte del futuro potrebbero smentirla. Ma solo i figli di chi, come lei, si è battuto per la Terra saranno in grado di salvarla, perciò bisogna metterne al mondo il più possibile.
Georges, disoccupato parigino, vive al di sopra, o al di sotto, di tutto ciò. La sua unica preoccupazione è che gli altri lo credano un uomo normale e inserito.
Come potrebbero visioni tanto opposte convivere in un mondo ormai condannato?
C’è un’unica strada. E un uomo che vive nel 2111 lo sa.

Perché ho scritto questo libro?

Ho cercato di immaginare come noi esseri umani reagiremmo se quella che ora è una minaccia reale diventasse una condanna inappellabile. Cosa ne sarebbe del nostro bisogno di riconoscimento, del desiderio di potere, delle “formiche mentali” con cui tutti conviviamo?

ANTEPRIMA NON EDITATA

2111

Quell’uomo ha distrutto l’umanità e l’ha salvata. A questo scelgo di credere. Tanto. I miei parenti più giovani, ormai, comprendono il mondo in cui sono nato molto meno degli alberi che mi circondano. E agli alberi, a qualcuno dei sempre più rari uccelli che sorvolano la nostra valle chiusa, mi sento molto più legato che ai miei inconsapevoli nipoti e pronipoti, di cui invidio la memoria afona, che a differenza della mia non ha paura di morire con essi. Forse l’ultimo atto di protesta contro la degradazione umana sarebbe gettare via questi fogli mezzi laceri procurati con mille difficoltà e andare ad addormentarmi contro un tronco morto, finché i funghi non attecchiscano su di me e su di lui.
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Sono l’ultimo dei narratori, il più inutile, quello che davvero, al di là di tutte le finzioni letterarie, non avrà ascoltatori.

Non ho l’ambizione di affermare quale fosse la parte giusta. Allora ero troppo giovane per distinguere, ora sono troppo vecchio per credere che abbia un senso farlo.

Un’ambizione claustrofobica mi porterebbe a sperare che sia nel mio cervello che si giochi l’ultima partita, terminata la quale, indipendentemente dal risultato, l’interminabile chiacchiericcio con cui abbiamo ammorbato la Terra sarà finalmente spento.

Ma ci sono altre due parti in quest’uomo frantumato, una che teme e l’altra che spera che nei miei giovani parenti qualcosa di analogo ai moti della mia mente possa ancora avvenire. Qualche giorno fa per esempio, come se invece che alla fine mi trovassi ai primordi della mia specie, li ho visti tutti intenti a levigare con una selce un grosso sasso e infine scoprire la ruota. Mi è sembrato un atto di guerra. Ma forse quella pietra malamente arrotondata la useranno per rompersi la testa a vicenda.

Con loro non voglio scendere a patti più del necessario. Accetto di esprimermi nella loro lingua mista di gesti e smorfie quel tanto che basta per le comunicazioni indispensabili, per il resto me ne sto da solo, protetto da quel po’ di rispetto che mi dimostrano, a cui però qualcuno dei giovanissimi sempre più di frequente si diverte a contravvenire.

Voglio morire umano, come sono sicuro avrebbero preferito sia i miei genitori, che in nome della loro personale visione dell’umanità hanno lottato, sia l’uomo che dell’umanità si è fatto curatore fallimentare, accettandone mestamente le conseguenze. Di tutti e tre, nella cappelletta laica che tengo in ordine ogni giorno dentro di me, ho sistemato i ritratti. Appaiati, alla stessa altezza, tanto che a volte mi domando chi dei due uomini sia mio padre. Che altro potrei fare? chiedo al me stesso che in questo silenzio finale riesce ancora a trastullarsi con pensieri di rancore e di vendetta. Sarà che in sogni di ribellione e di rivalsa sono stato cresciuto.

La nausea che provo a scrivere troppi “io” e “miei” e prime persone singolari è un buon segno. Forse sto diventando un albero.

2032

Per anni, insieme a tanti colleghi, ho impiegato tutte le mie forze per far comprendere alle popolazioni e ai governi il danno irreversibile che stavano causando al pianeta, senza rendersi conto che lo causavano a loro stessi. È agevole non pensare alle conseguenze di un’azione se queste non si manifesteranno che dopo la nostra morte e quella dei nostri figli. E questa mancanza di visione, questo rifiuto spesso ipocrita e interessato, è presente nelle singole persone non meno che nei governi e nei grandi gruppi industriali.

Ho messo al mondo dei figli con molta riluttanza, perché già allora, più di dieci anni fa, ero ben consapevole di come l’aumento della temperatura media del pianeta, con tutte le sue imprevedibili conseguenze, fosse a un passo dall’essere irreversibile.

Ora lo è. La Conferenza sulla crisi climatica, svoltasi nell’assoluta indifferenza generale a Berlino una settimana fa, non ha fatto altro che ratificare una realtà nota da tempo al mondo scientifico e, per quanto esso possa negarlo, anche a quello politico. L’ecosistema è condannato e con esso l’umanità, che quella condanna ha emesso. Ogni stima su quanto tempo rimanga prima che la Terra diventi invivibile è ormai un mero esercizio accademico, in ogni caso non più di cinquanta o sessant’anni. Ma la cosa non riguarda più né me né, soprattutto, i miei figli”.

Comincia con queste tragiche parole la lettera d’addio che il professor Thomassen, noto studioso dei cambiamenti climatici, ha inviato via mail ieri, 13 ottobre, un momento prima di suicidarsi insieme alla moglie e ai figli, al quotidiano Der Spiegel. Dalle prime ricostruzioni pare che la donna e i tre bambini siano stati soppressi nel sonno dall’illustre scienziato, e che non si siano accorti della morte che sopravveniva. anche se alcune ecchimosi sul corpo di Jonas, otto anni, non possono far escludere scenari più inquietanti.

Inquietante di certo è la motivazione che si intravede dietro queste morti, e che si ricollega alle conclusioni della conferenza tenutasi a Berlino la settimana scorsa. Il mondo, riferiscono gli studiosi avvalendosi di solide documentazioni, avrebbe superato quel punto di non ritorno al di là del quale ogni tentativo di frenare le derive apocalittiche dei cambiamenti climatici, spesso prospettate dalla comunità scientifica negli ultimi decenni, sarebbe ormai inutile.

E altri commenti simili sulle varie testate. Nella sede di Rotterdam del Partito per la Difesa della Terra, vista la cronica carenza di fondi, l’unico modo per seguire le ultime notizie era una serie di vecchi tablet. Non era però solo una questione di difficoltà economiche. La linea del partito, infatti, rifiutava con forza gli Smartglasses. Meglio i vecchi ma meno lobotomizzanti smartphone. Il prezzo di questo rifiuto erano le frecciatine ironiche e le accuse di passatismo, tanto che alcuni membri del partito, incapaci di resistere alla possibilità di visualizzare i contenuti, internet, mail, tutto, direttamente sulla retina, ne avevano comprato un paio che usavano in segreto. Anche Edward, malgrado i sensi di colpa, avrebbe voluto procurarseli, ma per fortuna o purtroppo il suo stipendio da vicesegretario circoscrizionale del partito gli permetteva a malapena di vivere in città. Finì di leggere l’articolo e si guardò intorno, in cerca di qualcuno con cui scambiare qualche commento. Era talmente sbigottito da quella notizia che non sapeva come reagire. Sentiva di non essersi ancora ben reso conto.

Eppure, era sempre stato molto bravo a rassegnarsi agli eventi negativi. Quando, dieci anni prima, era stato rifiutato dalla facoltà di scienze sociali dell’università di Leiden gli erano bastate poche ore per convincersi che tutto sommato era meglio così. Questa conclusione si era ulteriormente rafforzata un mese dopo, quando, mentre passeggiava nel Park Schoonoord, aveva incontrato Gretchen. Benché fosse evidente che l’unico interesse di quella ragazza fosse invogliarlo a entrare in un gruppo per la lotta all’inquinamento, Edward non aveva potuto fare a meno di sconnettere l’udito, rispondendo sì a qualunque cosa gli dicesse quella splendida bocca, alla quale non sarebbe mai riuscito ad avvicinarsi a meno di venti centimetri. E dire che una volta compreso in cosa quella ragazza lo volesse coinvolgere si era sentito sicuro di sé come non mai.

Non era nuovo, infatti, essendo un millennial, al movimento di protesta per il clima. Ricordava ancora il suo primo sciopero, a diciassette anni, quando per non essere da meno degli altri si era fabbricato da solo un grande cartello che raffigurava la Terra, in cui aveva inserito più dettagli possibile, così che più che un’immagine simbolica assomigliava all’opera di un cartografo dilettante. In seguito, si era pentito di tanto zelo, perché il cartello pesava un’enormità, e reggerlo in alto comportava uno sforzo che gli aveva reso impossibile unirsi ai cori, così che di quella manifestazione ricordava solo un gran male alle braccia che era durato giorni.

Purtroppo, il suo gramo curriculum di attivista non sembrò impressionare più di tanto Gretchen, che oltre a possederne uno ben più corposo doveva conoscere altri che si erano distinti più di loro due messi insieme.

Posò il tablet. I membri della direzione provinciale si stavano riunendo in capannelli, per nulla ansiosi che i ritardatari arrivassero e si potesse cominciare la riunione.

Si respirava quasi una certa allegria. Esacerbati da anni di infruttuose battaglie, circondati da indifferenza e fastidio, i militanti per il clima si erano abituati ad accogliere con gioia qualunque notizia che confortasse le loro opinioni e facesse apparire come indiscutibilmente giusta la lotta che conducevano.

Di fronte a quell’annuncio sconvolgente, la preoccupazione per i destini del mondo passava in secondo piano. A prevalere in loro era una soddisfazione analoga a quella che il pensionato della scala B prova nel sorprendere l’inquilino del piano di sopra che spaccia droga ai ragazzini nel cortile. L’aveva sempre detto, lui, che in quel tipo c’era qualcosa di losco.

Il pensionato della scala B, però, può basarsi su un dato che nessuno si sognerebbe mai di sottovalutare: lui si mette a gridare, le luci degli appartamenti si accendono, il portiere accorre, le finestre si spalancano e chiunque può vedere l’inquilino del piano di sopra colto in flagrante. Chi potrebbe sostenere che lui non sia lui e che la polvere che ha in mano non sia droga e che quelli a cui la sta vendendo non siano degli innocenti tredicenni?

Con la Terra le cose non erano così semplici. Che fosse malata lo si sapeva da tempo, tanto che molti ormai non speravano più in una guarigione. Non volendosi impegnare in alcun modo per salvarla in extremis, si erano quindi rassegnati a vederla spegnersi poco per volta, dimenticando che un tempo era stata in piena salute. Coloro che si sforzavano di mantenersi lucidi, richiamando costantemente l’attenzione sul problema, assomigliavano agli occhi della maggioranza all’infermiera della nonna malata, che ogni volta che incrocia i parenti della vecchina nell’atrio della casa di riposo, non perde occasione per apostrofarli “Povera signora Flaminia, oramai fa fatica persino a fare le scale. Io le chiedo sempre ‘Ma signora, i suoi figli, i suoi nipoti? Non la vengono mai a trovare?’ e lei mi risponde con un mezzo sorriso e cambia discorso, ma io lo vedo che ci sta male”. Non le si dà ascolto, tanto, anche se la nonna muore, il peggio che potrà capitare sarà che l’infermiera vi guarderà un po’ storto al funerale, dopodiché non la vedrete più in vita vostra.

Il mondo era sempre stato un condominio, ma in questo caso tutti, chi più chi meno, spacciavano droga ai ragazzini in cortile. Così il pensionato della scala B rimane sempre più solo, e se prende la parola alle riunioni di condominio più che prestare attenzione a lui si guarda platealmente l’orologio. Tanto maggiore sarà un giorno la sua contentezza quando la polizia verrà ad arrestare tutti, fosse pure l’ultima cosa che riesce a distinguere prima di avere un infarto per la troppa gioia.

Così, nella sede del partito, i membri della direzione e i militanti si passavano eccitatissimi i tablet che riportavano la notizia delle conclusioni degli scienziati e del suicidio di Thomassen.

“Vero che è fantastico? – esclamavano – Guarda, dice proprio così, irreversibile! E poi si è ammazzato, che grande! Ora che c’è il morto non potranno più ignorare la situazione, dovranno darci ascolto, dovranno fare qualcosa!”. L’euforia era tale che pareva quasi incongruo che nessuno avesse ancora stappato una bottiglia di spumante all’annuncio dell’inevitabile condanna dell’umanità.

Edward stesso non aveva potuto fare a meno di lasciarsi coinvolgere, in un primo momento, dall’eccitazione generale. Da quel giorno al Park Schoonoord la passione per la politica si era impadronita profondamente di lui, e uno degli aspetti più gratificanti era potersi trovare sempre fra persone che la pensavano nello stesso modo, con cui poter condividere vittorie e sconfitte, queste ultime purtroppo molto più frequenti.

Gretchen si rivolse a lui con le lacrime agli occhi dalla felicità “Ti rendi conto, Edward? Ci sono i dati, questa volta è certo!”.

Un brivido lo costrinse ad appoggiarsi alla spalliera di una sedia. Come tutto quell’orrore fosse rimasto nascosto per tanti minuti, Edward negli anni a venire non se lo sarebbe mai spiegato. Vedendo che lui non rispondeva al suo sorriso, e anzi la fissava come se lei volesse rovesciargli in faccia un bicchiere di acido, Gretchen lo prese per le spalle e lo scosse. “Edward, ma ti rendi conto?”.

Il sincero stupore di lei trovò un gemello in lui, con la differenza che Edward non fu in grado di restituirle la domanda. Era evidente che lei non si rendeva conto, nessuno di loro si rendeva conto.

29 ottobre 2019

Aggiornamento

Ciao a tutti!
Siamo arrivati a metà della campagna, voglio davvero ringraziare tutti coloro che hanno sostenuto Le uniche strade e coloro che lo faranno!
Lunedì 4 novembre alle 20 sarò ospite di Come in Cantina su www.poliradio.it per parlare del testo.

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    “Tutti dovrebbero leggelo!”
    Ecco quello che ho pensato mentre leggevo”le uniche strade”. Il motivo per cui questo testo e imprescindibile è molto semplice, se pensiamo al tema dei cambiamenti climatici diciamo: ” povera Terra! Povere piante! Poveri orsi!”. Leggendo questo libro mi viene da dire: ” poveri uomini!” Non siamo abituati a percepire questo problema come qualcosa che ci riguarda davvero, si pensa: ” tanto non succede. Tanto il punto di non ritorno non arriva.” Eppure arriva.
    Mentre leggevo mi sentivo minacciata costantemente, costretta ad aprire gli occhi. L’autore non da scampo, ciò che descrive non è distopia, è ciò che accadrà tra pochi anni. E noi? Al di là degli orsi e delle piante che dato il nostro livello di evoluzione non possiamo comprendere, che cosa accadrà all’ uomo nel momento in cui inizierà il conto alla rovescia? L’ autore ci parla di questo.
    Quando ho finito di leggere ho avuto la certezza che questo libro può cambiare le cose. Se ancora c’è una speranza soltanto la cultura e la lotta possono cambiare le cose. La cultura serve ad aprire gli occhi. E questo libro mi ha davvero aperto gli occhi. Ora inizierò a lottare.
    Grazie, Jacopo Zerbo

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Jacopo Zerbo
Sono nato a Venezia nel 1986, da tredici anni vivo a Milano dove mi sono diplomato nel 2009 come attore alla Scuola d’Arte Drammatica Paolo Grassi. Ho lavorato in teatro con diversi registi, fra cui Mimmo Sorrentino, Jean-Claude Penchenat e Dario Fo. Con quest’ultimo ho collaborato a lungo anche come assistente alla scrittura, curando la realizzazione di numerosi testi come La figlia del papa e Nuovo manuale minimo dell’attore. Insegno dizione presso l’Accademia Teatrale Veneta.
Il mio testo teatrale Il vizio della forma è stato finalista al Premio Histryo – Scritture di Scena 2016.
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