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Le voci del tempo

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Brian, ormai anziano, vuole scrivere un libro, una storia che ripercorra gli anni che ha vissuto, le gioie che ha affrontato, gli errori che ha commesso. Loren è una giovane barista, sola e persa nella sua esistenza che non sa definire. Un giorno però i destini dei due protagonisti si incontrano, Loren accetta di aiutare Brian a scrivere il libro e una profonda amicizia, sedimentata dalla condivisione di un segreto insvelabile, li unirà indissolubilmente permettendo loro di chiudere con il passato e affrontare ciascuno il proprio destino. Un romanzo a due voci in cui si intrecciano le vite dei due protagonisti alla ricerca della verità e alla scoperta di sé.

Capitolo 1

Il sogno di ogni adolescente è rimorchiare la più bella ragazza della scuola, portarla a casa, stare con lei e raccontarlo a tutti quelli che lo credono uno sfigato e un incapace. Peccato che solo un sogno su mille diventa realtà! Frequento il liceo scientifico di Pagias, una piccola provincia di Alano, mi piace correre e ascoltare musica, odio studiare e usare il computer, sono alto un metro e settanta e spero di crescere ancora, peso sessantacinque chili e – purtroppo – non sono palestrato (non ho detto che odio la palestra!).

Ah, il mio nome è Brian e ho diciassette anni. Stamattina, quando mi sono svegliato, ho sentito mia madre parlare al telefono con un’amica, le chiedeva di passarla a prendere per l’ora di cena, non so per andare dove e ho sentito mio padre intromettersi per chiederle di rimandare.

La mia casa è fighissima, è su due piani e si affaccia sul mare, ognuno ha il proprio spazio per pensare, lavorare e portare a casa chi vuole. Mia mamma invita sempre le sue amiche, mangiano qualcosa e poi si siedono sul balcone e chiacchierano ridendo fino a tarda notte. Mio padre, invece, porta sempre i suoi colleghi, bevono birra e giocano alla Play. Io chi porto? Amici, compagni di classe, ragazzi che incontro sulla strada di ritorno da scuola; socializzo in fretta. Il fatto è che devo consegnare un tema sulla mia vita tra una settimana e dato che odio studiare – quindi anche scrivere – sto provando a vedere cosa viene fuori, ma così sicuramente non va bene.

Brian si sistemò sul divano color cuoio con una tazza di tè in mano e una coperta sulle ginocchia.

«Quella fu l’unica volta che scrissi qualcosa su di me, di sincero intendo.»

Lo guardai con aria intenerita e gli chiesi perché avesse ricominciato a scrivere.

«Ho sempre pensato troppo, Loren, ho sempre agito troppo, sarebbe un peccato che nessuno lo sapesse.»

Mi alzai, gli diedi un bacio sulla fronte e lo salutai ricordandogli che ci saremmo visti anche il giorno dopo. Nella strada di casa pensai a quanto mi piacesse ascoltare quell’anziano signore parlare di sé, c’era qualcosa che avrei voluto rubare da lui e prenderlo io, godere di ciò che lui aveva, incondizionatamente. Ero una ragazza di ventinove anni, disoccupata da tre e innamorata di un uomo con cui non parlavo da due. Brian e io ci eravamo conosciuti a una sagra di paese, io servivo ai tavoli e lui era stato seduto allo stesso tavolo tutta la sera, senza né mangiare né bere. Gli chiesi se si sentiva bene, se aveva bisogno che lo riportassi a casa, ma lui mi disse che aspettava che finissi il turno così sarebbe stato lui a riaccompagnare me. Aveva conosciuto i miei genitori e anche mio nonno – li stimava – e aveva sentito un gruppo di amici davanti alla stazione parlare di me, di quanto fossi messa male; gliele aveva cantate. Mi offrì un lavoro, o forse un’occupazione, un passatempo: avrei dovuto scrivere ciò che lui mi dettava, ricostruire con lui la sua vita, aiutarlo a comprenderla. In cambio mi avrebbe dato qualche soldo e mi avrebbe offerto il pranzo. C’era solo un problema: chiacchieravamo per ore ma non riuscivamo a cominciare, non sapevamo da dove iniziare.

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Il giorno dopo, come previsto, arrivai da Brian alle nove del mattino e mi disse di affrettarmi a prendere carta e penna perché aveva deciso: avrebbe cominciato da una domenica mattina di tanto tempo fa, quando aveva solo diciassette anni.

Scesi le scale della mia amata casa a due piani, feci colazione con una fetta stracolma di burro e marmellata e mi misi in balcone – gustandomi l’aria tiepida di maggio – ad ascoltare la musica. Qualcuno suonò alla porta ma non sentii, me ne accorsi solo quando mia mamma venne a dirmi di mettere via tutto perché era ora di pranzo. Quando arrivai in cucina vidi un ragazzo alto e ben messo, sulla trentina. Si era seduto a capo tavola e spizzicava di qua e di là, senza ritegno.

«Lui è Robin,» disse mia mamma «ogni tanto verrà a trovarci, ha bisogno di compagnia.»

«Non è vero,» ribatté lui, «verrò a trovarvi perché siete gli unici che me lo permetterete.»

Rimasi colpito da quelle parole, guardai i miei genitori negli occhi in attesa di un segnale ma ricevetti solo sguardi di rimprovero che mi intimavano di tacere. La giornata si svolse regolarmente, quel Robin era normale, solo un po’ volgare e rumoroso, ma normale. Appena se ne andò piombai in cucina e chiesi spiegazioni.

«Robin è stato rilasciato stamattina, Brian» cominciò mio padre. «Sua madre si è tolta la vita poco dopo il suo arresto e suo padre se n’è andato, troppa vergogna diceva, un figlio in galera, come lo avrebbero guardato le persone? Ha bisogno di aiuto, è solo, non ha un lavoro, ha solo un buco di casa che sono riuscito a trovargli, la pago una miseria al mese.»

«Aspetta papà,» lo interruppi «tu gli paghi l’affitto? Perché? E poi che cosa ha fatto? Perché lo hanno arrestato?»

«Ha ucciso suo fratello» disse di scatto mio padre, sapendo che se avesse tergiversato non l’avrebbe più detto.

«È un assassino?» chiesi.Non mi capacitavo.

«Forse… Brian, suo fratello stuprava sua moglie, la minacciava di non parlare o avrebbe ucciso tutti. Robin l’ha scoperto e ha ucciso lui. Si è costituito dopo due ore mentre Penny, sua moglie, lo pregava di scappare, di andare via, di non abbandonarla. Non poteva, aveva ucciso un uomo, suo fratello per di più. Dovunque fosse andato sarebbe stato in prigione.»

«E Penny? Cosa fece lei?» chiesi curioso.

«Non lo so, nessuno lo sa credo. È andata via subito, appena lui entrò in quella caserma. Sono passati quindici anni, potrebbe essere dovunque. Nessuno la cercò, la ritenevano responsabile. Alcuni dicevano che lo provocava, che le piaceva essere guardata, che non amava Robin. La gente ama parlare di quello che non conosce, dà sfogo alla fantasia.»

«Che cosa c’è di vero, papà?» risposi.

«Penny era una bella ragazza, socievole, spigliata, amava la compagnia. Robin, invece, non è mai stato bello, sempre un po’ sovrappeso, poco attento all’immagine. Lei lo amava per quello, era diverso dagli altri, era vero, autentico. Le persone non sopportano quando qualcuno ottiene qualcosa che nessuno avrebbe mai pensato che avrebbe ottenuto, li fa infuriare, non sanno che la vita ti offre e ti toglie senza guardarti in faccia.»

Vidi Robin molte altre volte nella mia vita e – dopo quella conversazione – avevo di lui così tanta stima, così tanta soggezione verso un uomo che non aveva avuto paura, che aveva protetto la sua donna e che per lei aveva buttato la sua vita, che rimanevo immobile a guardarlo. A volte ne avevo timore, lo vedevo immerso nei pensieri, credevo che un giorno sarebbe impazzito a forza di ricordare, credevo che il suo cervello avrebbe trovato un modo per farlo smettere di soffrire. Non avvenne mai, ricordò sempre ogni cosa e un giorno fu proprio lui a raccontarmi la sua storia, mi parlò di Penny, di quanto fosse bella e di quante qualità avesse in più di lui. Mi parlò anche di suo fratello, mi disse che aveva perso tutto – lavoro, famiglia, soldi – e che non era più lui, ma che per nulla al mondo poteva permettergli di toccare la sua donna. Qualche settimana dopo il mio primo incontro con Robin, Penny arrivò a casa nostra; aveva saputo che Robin veniva spesso, voleva vederlo, parlargli, forse voleva ricominciare. Lo chiamammo, arrivò con una rosa e con una scatola di cioccolatini: «Sono le cose che ho portato al nostro primo appuntamento, le riporto oggi, quando ti dico di andare, di non tornare».

«Perché lo ha fatto?» interruppe Loren. «Lei era tornata, lo amava ancora, avrebbero potuto ricostruire quello che altri avevano distrutto, non capisco…»

«Non puoi guardare ogni giorno negli occhi qualcuno per cui hai fatto qualcosa che ti ha reso diverso da quello che eri sempre stato» così le disse lui quando lei scoppiò a piangere, pregandolo di cambiare idea.

Robin morì a cinquantacinque anni, fu investito. Alcuni dissero che se lo meritava, che era morto violentemente così come aveva ucciso violentemente, quasi che tutti fossero diventati esperti di Dante.

Loren posò la penna e mi guardò: «Perché da qui? Perché cominciare dalla storia di un altro e non dalla tua?».

«Quel giorno capii chi era davvero Robin e chi erano davvero i miei genitori e quindi chi ero io. Ospitavano un ragazzo che era malvisto da tutti, non si curavano di chi al supermercato o in chiesa o in banca li guardava e bisbigliava, di chi cominciò a chiamarli assassini. Avevano la forza di difendere se stessi e le persone in cui credevano. Non fui più lo stesso e a mio padre dispiacque, diceva sempre che non avevo più guardato nessuno come prima, come guarda un bambino.»

Appena arrivai a casa quella sera accesi il computer e lessi la storia di Robin Lissit. Piansi a lungo. Forse Brian vedeva al di là di quello che vedevano gli altri e anche di me vedeva qualcosa che non vedevo neanche io.

Il giorno dopo Brian tornò di nuovo ai suoi diciassette anni, ad alcuni giorni dopo il primo incontro con Robin.

Passeggiavo sul lungo mare, dove facevo sempre la solita corsa sulla sabbia, al tramonto. Vidi una ragazza seduta in acqua, oggetti sparsi intorno a lei, sguardo nel vuoto. Mi avvicinai piano, non sapevo se le avrebbe fatto piacere parlare con qualcuno.

«Sono Brian,» le dissi «abito qui di fronte alla spiaggia, hai bisogno di aiuto? Vuoi che ti aiuti ad alzarti?»

La ragazza si voltò, aveva due occhi enormi, neri, la pelle olivastra, il naso all’insù. «Sono rimasta io, il mare non voleva che arrivassimo.»

«Oh mio Dio!» dissi in preda al panico «Devi andare in ospedale, devi farti vedere da un dottore» mi chinai per alzarla «vieni, ti accompagno.»

«No!» mi urlò strattonandosi «Sto bene, sono già stata in ospedale. Anch’io abito qui, in quella casa gialla, là» mi indicò «con i miei zii. Sono arrivata qualche giorno fa da Elis, ero con la mia famiglia e qualche amico ma loro non ce l’hanno fatta. Ho portato alcune delle loro cose che avevo nello zaino, nella mia terra quando qualcuno muore gli lasciamo le sue cose vicine, per farlo sentire sempre a casa. Voglio che anche loro abbiano qualcosa che li faccia sentire a casa.»

«Mi dispiace per la tua famiglia» dissi imbarazzato «e non volevo romperti.»

«Lo so ma non c’è problema, io sto bene, non ero molto affezionata ai miei genitori… è una lunga storia. Comunque io sono Mael, i miei zii mi hanno iscritta al liceo del paese, comincio domani, anche tu vai lì?»

Non potevo smettere di fissare i suoi occhi neri. «Sì, ormai da cinque anni!»

Mael scoppiò a ridere e il suo sorriso era ancora più bello di quanto non lo fossero i suoi occhi. «A domani allora. Grazie per la tua gentilezza.»

Si alzò e si diresse verso casa. Era così bella, affascinante ed elegante che avrei potuto scambiarla per una sirena. Mi precipitai a casa e descrissi Mael per filo e per segno ai miei genitori: mio padre mi prese in giro tutta la sera, disse che sarei diventato scontroso e malinconico adesso che mi ero innamorato.

La mattina dopo la vidi mentre entrava a scuola, corsi verso di lei ma non feci in tempo a raggiungerla, ormai era in classe. Io e Mael diventammo amici, lei mi piaceva, certo, ma era così perfetta che non mi azzardavo ad avvicinarmi a lei in quel modo.

Cominciai a portare lei a casa, facevamo i compiti, io l’aiutavo in ben poche cose – come ho detto più volte odiavo studiare – mentre lei era molto brava. Nel suo paese studiava la nostra lingua e la nostra letteratura, era più informata di me.

Guardavamo film e cucinavamo piatti tipici delle nostre terre. Un giorno ebbi il coraggio di chiederle se era vero quello che mi aveva detto quella sera sulla spiaggia, che non era affezionata ai suoi genitori.

«Sì, è vero Brian» mi disse «Non avrei voluto raccontarti questa storia, sono sicura che dopo non mi vedrai più come mi vedi ora.»

«Ti prego, Mael» continuai «niente può cambiare come ti vedo.»

«Ok,» mi disse sorridendo «l’hai voluto tu. Sono, o forse ero, una principessa di Elis e i miei genitori erano il re e la regina di Patras, uno dei tanti regni di Elis; avevo dieci fratelli, ognuno di noi aveva il suo appartamento, i suoi servitori, i suoi maestri. I miei non c’erano mai, mio padre era un guerriero, mia madre una vales, una sacerdotessa. Siamo scappati da Elis una mattina all’alba, non so il motivo. Qui c’erano degli zii, un fratello di mia madre e sua moglie che – per non entrare nei corpi armati – avevano lasciato Patras e sono venuti qui.»

«Nel tuo mondo ci sono i guerrieri e le sacerdotesse? Per caso vivevi in un castello?»

Mael mi lanciò un cuscino. «Visto, non mi vedi più come prima… comunque no, vivevo in una cascina, sulle montagne.»

Le sorrisi e le feci una promessa. «Un giorno scoprirai perché siete andati via, lo scopriremo insieme.»

Passai i mesi seguenti a fare ricerche via Internet per sapere qualcosa di Elis e Patras e della loro cultura. Trovavo poco e niente, nessuna foto, nessuna notizia precisa, solo storie di guerrieri e sacerdotesse che raggiungevano i nostri paesi sempre più spesso, ma di cui si sapeva poco. I giornalisti parlavano di popoli orientali ma nessuno sapeva dove fosse Elis. Cominciai a preoccuparmi, era come se Mael venisse da un mondo che non esisteva, era quasi come se lei non esistesse. Così – come al solito –chiesi aiuto ai miei genitori, a mia mamma per prima. Le raccontai tutto e mi feci promettere che avrebbe cercato di saperne di più. Intanto i mesi passavano e io e Mael eravamo sempre più amici, sempre più complici, finché un giorno – in mezzo alle onde – mi decisi a baciarla. Fu un momento stupendo, le sue labbra erano setose e vellutate, la sua bocca accogliente e confortante, le sue mani tra le mie come rami rinvigoriti dal sole. Ci guardammo – dopo quell’interminabile bacio – e tutto era cambiato. La baciai di nuovo e sentii che il suo corpo mi rispondeva, le sue mani mi esploravano con delicatezza e passione, la amai con tutto il cuore. Potrai immaginare, Loren, come mi sentii quel giorno qualche mese più tardi, quando non la vidi più. Andai a casa sua ma era vuota, deserta, se ne erano andati tutti. Il mondo mi crollò addosso, non riuscivo a respirare, la vedevo in ogni luogo, in ogni sogno. I miei cominciarono a preoccuparsi, temevano che non riuscissi a diplomarmi e che non decidessi niente per il mio futuro.

Così un pomeriggio mio padre si decise a parlarmi. «Come stai Brian?»

«Bene papà, comincio ad accettare il fatto che non la rivedrò più» risposi guardandolo negli occhi.

«Ci hai fatto l’amore?» mi chiese senza imbarazzo.

«Sì» gli dissi, anche io senza imbarazzo, «l’amavo, l’amo.»

«A volte, soprattutto alla tua età, si crede che l’amore duri per sempre. L’hai amata davvero e questo ti aiuterà a riconoscere il vero amore quando lo rincontrerai. Sarai capace di concedere te stesso a chi, come lei, ti farà sentire speciale, a chi vorrà stare con te per quello che sei.»

«Perché se n’è andata senza dirmelo? Se ne sono andati tutti in una notte, dove? Ancora per mare? Potrebbero morire?» l’ansia mi riprendeva ogni volta che pensavo a cose stesse facendo Mael.

«Brian, Brian» mio padre mi prese per le spalle, «non è colpa tua. Non sappiamo ancora perché quelle persone arrivano da noi. Quando lo scopriremo, sapremo che fare.»

«Gliel’ho promesso, voglio proteggerla, come Robin, anche a costo di perderla.»

Da quel momento mio padre mi trattò sempre come un uomo.

Loren mi guardava, non capivo se fosse commossa o impaurita, forse non aveva il coraggio di chiedermi com’era finita, se avevo rivisto Mael, se l’avevo amata ancora. Non diceva nulla, mi guardava e basta.

«Elis? Brian… la tua storia ha a che fare con quello che è successo laggiù?»

Loren mi aveva stupito: «Come conosci quella storia?». Con le lacrime agli occhi Loren mi disse: «Sono laureata in giornalismo, ho avuto accesso a quei fascicoli tempo fa, un mio professore mi affidò il compito di fare luce su questa storia ma… sono stata licenziata solo dopo un anno di lavoro, non ne ho avuto il tempo… tu piuttosto come la conosci?».

Brian smise di camminare avanti indietro per la stanza illuminata; dalla finestra leggermente aperta entrava l’aria non più fredda di aprile, si sedette e nascose il viso tra le mani. «Anche mia madre era una giornalista, per questo chiesi aiuto a lei… ci mise molto tempo a convincere il suo capo redattore ad approfondire questo fenomeno migratorio, l’isola di Elis e la storia della sua gente.»

Una mattina mia mamma si sedette sul mio letto e mi svegliò con una carezza sui capelli. «Brian? Brian? Devo parlarti di Mael.»

Appena sentii quel nome mi drizzai, orecchie aperte, a sentire una risposta.

Mia madre cominciò a spiegarmi. «Elis è un’isola del mar Siles, vicino alle terre di Koral, è divisa in diversi regni e il suo popolo ha una profonda cultura religiosa. Da qualche decennio, però, la dinastia dei Sinch – già governatori del Misal – sono arrivati sull’isola e hanno saccheggiato le città, i villaggi e i palazzi reali…»

«Hanno saccheggiato la sua casa?» la interruppi.

«Brian, ti prego non interromperti» riprese «vogliono distruggere la cultura di Elis, vogliono prendere tutte le ricchezze ed eliminare quel sentimento religioso che li ha sempre caratterizzati. Il loro credo non permette lo sfruttamento, la guerra, la prevaricazione e i re di ogni singolo regno danno se stessi pur di salvare il loro popolo…»

«Ma il padre di Mael era un guerriero…» la interruppi di nuovo.

«Negli ultimi decenni si è formato un gruppo di guerriglia per fronteggiare questi invasori che, purtroppo, hanno ricevuto e ricevono un appoggio militare ed economico da altri potenti paesi che ancora non riusciamo a identificare. Sta succedendo qualcosa di terribile laggiù, amore mio.»

Si zittì d’un colpo e fece per alzarsi, la trattenni. «Che cosa?»

«Non posso dirtelo, è troppo pericoloso, non te lo dirò mai» concluse severa. Mi strinse forte e mi baciò più volte sulle guance come fossi tornato un bambinetto. Fu l’ultima volta che parlai con lei e con mio padre di Mael. Era come se fosse una bomba, sapevamo che se fosse esplosa non ci saremmo salvati.

Loren scosse la testa, mi si avvicinò e mi prese le mani. «Vuoi che te lo racconti io che cosa successe?»

«So che cosa successe Loren, purtroppo» la mia voce era diventata flebile e rauca «te lo racconterò domani, non ce la faccio più, scusami cara.»

Quando me ne andai Brian dormiva, la sua testa bianca poggiava sul cuscino del divano di cuoio e le sue gambe si stendevano su un tavolino di cristallo. Lo coprii meglio che potei e uscii. Andai sul lungo mare, passeggiai tutta la notte, cercai all’orizzonte la casa gialla di Mael, come per chiamarla, per chiederle scusa. Non la trovai. La mattina chiamai Brian e gli dissi che ero influenzata e che per quel giorno non avremmo continuato il nostro lavoro, lo salutai affettuosamente e volai in città.

Arrivai al mio ex-ufficio, davanti alla mia ex-scrivania, a parlare con il mio ex-capo con il cuore il gola; non ero mai stata una persona coraggiosa e presentarmi in ufficio dopo tre anni era sicuramente coraggioso.

«Ciao Loren» riconobbi la voce immediatamente e mi voltai di scatto.

«Ciao Mettew,» le parole mi uscivano con fatica, come se avessi qualcosa di appuntito conficcato in gola «ho urgentemente bisogno di parlarti.»

Mettew mi invitò a seguirlo nel suo studio, mi offrì un caffè e si accomodò su una sedia di fronte a me. «Cosa ti porta qui, dopo tutti questi anni? Sai che non posso riassumerti…»

«Lo so, lo so… non sono qui per questo, sono qui per Mettew, non per il suo lavoro» imbarazzata mi affrettai a correggere la mia affermazione. «Non in quel senso… ah, è complicato…»

«Loren, Loren» intervenne lui «ti prego, devo lavorare, dimmi perché sei qui.»

Mi feci forza e parlai. «Voglio riaprire i fascicoli su Elis, devo farlo.» Mettew mi guardava sbalordito e inorridito allo stesso tempo. «Affronterò qualsiasi conseguenza. Lo devo a un amico. Aiutami, sei un giornalista straordinario e hai tutti i mezzi, qui, per potermi aiutare. Porteremo quei bastardi in tribunale, li inchioderemo.»

Mettew si alzò furibondo. «Cosa? Credi veramente che si possa fare? Non capisci che sono protetti, non capisci che moriremo? Vuoi morire? Vuoi che io muoia?»

Le lacrime mi riempirono gli occhi; aveva ragione, era da matti volere riaprire quel fascicolo, era come bere un veleno e sperare di non morire: quante possibilità ci sono? Forse non dovevo coinvolgerlo, dovevo fare da sola, ma come? Con che mezzi?

Mettew interruppe i miei pensieri prendendomi le mani. «È nobile da parte tua, ma io ho ancora una famiglia Loren, non voglio perderli e non voglio che neanche tu ti faccia del male…» Le sue parole mi tagliavano come dei coltelli, non potevo biasimarlo, cercava di salvare se stesso e la sua famiglia. «Ti metterò in contatto con qualcuno che forse può aiutarti. Ti farò avere il numero. Non chiamarmi, non venire più qui. Farò questo per te e basta.»

Mi accompagnò alla porta in fretta e furia e in quel momento mi prese un coraggio che non avrei mai pensato di possedere. «Io ti amavo, avrei fatto di tutto per te.»

Mi pentii subito di aver parlato e la sua risposta me lo confermò. «Forse hai ragione, per amore si può fare di tutto, ma io non ti ho mai amata.»

Uscii dalla stanza senza neanche guardarlo in faccia, ripensavo a tutte le volte in cui avevamo fatto sesso, a tutte le volte in cui mi era venuto a trovare in piena notte con la scusa che sua moglie era una vipera. Come ci cascavo! Sapevo che non mi amava ma almeno credevo mi volesse bene; era stato due anni senza chiamarmi, mi aveva licenziato dicendo che era l’unica soluzione possibile per salvare il suo matrimonio. Sua moglie, infatti, lo aveva fatto pedinare e aveva scoperto che ero la sua amante. Continuammo a fare sesso ancora per un anno ma io, intanto, non avevo più un lavoro.

Passai il resto della giornata a cercare tutto quello che potevo aver conservato della mia ricerca universitaria su Elis; trovai qualcosa, ma non molto a essere sincera. Solo un fascicolo attirò la mia attenzione, parlava dell’assassinio di una donna di Pagias – una giornalista trovata morta su una spiaggia – probabile movente: mettere a tacere alcune voci che aveva fatto circolare. Il cuore mi si gelò. Mi precipitai da Brian. Fuori pioveva a dirotto. Entrai di colpo, fradicia, tremante, lui mi venne incontro e lo abbracciai forte. «Mi dispiace per tua madre.»

Parlammo a lungo davanti a una tazza di tè caldo poi – appena mi fui riscaldata – Brian mi chiese di scrivere, non voleva aspettare. Mi raccontò di come sua madre si fosse impegnata nel lavoro nei mesi successivi alla loro ultima conversazione su Mael. Suo padre gli sembrava preoccupato, ma Brian non se ne accorse subito.

Cominciai il racconto parlando di una sera.

Mia madre ancora non era tornata e mio padre la aspettava scostando continuamente la tenda della finestra. «Spero che stia per arrivare» disse sottovoce.

Continuò così fino a tarda notte e allora iniziai a preoccuparmi anche io, lo raggiunsi in camera da letto e mi sdraiai vicino a lui. «Papà che succede? Dov’è mamma?»

«Tua madre è una gran donna Brian» mi rispose con un sorriso orgoglioso «credo che sapesse che non ci avrebbe rivisto.»

Lo guardai fisso negli occhi, le lacrime cominciarono a scendermi sul viso: «Ma che dici?Che vuol dire?» urlai.

«Stamattina si è svegliata e ha detto di voler fare l’amore, “voglio portarti con me oggi” mi ha detto. Sentivo il suo cuore battere e i suoi occhi serrati; la stavo perdendo, lo capii, la strinsi e le chiesi di mandarmi un segno. Credo che mi abbia capito.»

Scesi dal letto come una furia, non capivo niente di quello che mi diceva, presi il cappotto e uscii; la pioggia infuriava e il vento mi faceva rabbrividire. Era la prima volta che insultavo mio padre. Corsi, corsi, corsi e sentivo che lui era dietro di me. La spiaggia si stagliava davanti a noi, un deserto infiammato dalla pioggia e dalle mie lacrime, mi sentivo preso in giro, mi sentivo in balia di un mondo che non conoscevo. Poi la vidi, era per terra, con il volto nell’acqua. Mi fermai, mio padre mi raggiunse e mi abbracciò forte. Piangemmo per ore. All’alba mi disse: «Dobbiamo andare, fare i bagagli, andare via, in macchina ti spiegherò tutto».

E mia madre, pensai, la lasciamo lì?

Mi lesse nel pensiero. «Non possiamo prenderla, devono credere che nessuno la cercasse, non saremmo nemmeno dovuti venire qui.»

Il viaggio in macchina fu un incubo. L’immagine che avevo visto non mi lasciava un momento, mio padre piangeva. Credevo che gli uomini non piangessero mai, soprattutto davanti ai figli. Il suo pianto mi agitava, mi opprimeva.

«Smettila di piangere! Non lo sopporto!» urlai.

Mi guardò e senza nemmeno rispondermi continuò a piangere. Qualche ora dopo mi disse: «Continuerò a piangere tua madre finché avrò vita. Mi dispiace se non sarò capace di aiutarti Brian».

«Cosa voleva dire quello che mi hai detto sta notte» gli chiesi «tu lo sapevi?»

«Ha dato la vita per aiutare quelle persone… gli abitanti di Elis, lei era così, noi eravamo così…» i suoi occhi erano fissi sulla strada, il respiro irregolare, affannato «… e forse è anche colpa mia, se non l’avessi convinta che bisogna fare sempre la cosa giusta, forse sarebbe ancora con me.»

Non potevo più parlare, mille pensieri attraversavano la mia mente ma non osavo chiedere, non osavo nemmeno guardare mio padre, temevo che si sgretolasse. Mi limitavo a guardare fuori, i prati, le campagne e poi, piano piano, le case, i palazzi, i negozi, niente più mare, niente più spiaggia; dove sarei andato a correre? Dove avrei guardato l’orizzonte? Dove avrei aspettato Mael?

All’improvviso riprese a parlare. «Li ammazzano Brian, laggiù, li rinchiudono in recinti per animali e li ammazzano come bestie, come cose… nessuno vuole che si sappia. Non devi dire mai niente a nessuno, neanche di tua madre, siamo io e te, basta.»

«Che cosa gli fanno? Cosa potrebbero fare a Mael?» fu l’unica cosa che riuscii a dire.

Mio padre mi guardò, combattuto; credo che non sapesse davvero che fare. Voleva dirmi tutto – ero un uomo per lui – ma non voleva distruggermi, non voleva che continuassi a cercare, a fare domande. Ero in grado di capire tutti i motivi per cui non avrebbe voluto rispondere, ma non capii mai perché, invece, decise di farlo.

«Popolazioni vicine a Elis hanno conquistato tutta l’isola, vogliono eliminare del tutto l’antica civiltà, la sua storia, la sua religione, la sua stessa popolazione. Li derubano, li ammazzano se non obbediscono, li deportano in recinti dove li costringono a lavorare, non gli permettono di mangiare, di lavarsi, di parlare. Vogliono ucciderli tutti. Elis è un’isola ricchissima, le sue terre sono colme di oro e c’è qualcuno – qualcuno di molto vicino a noi – che vuole quell’oro e sostiene questi assassini. Capisci? Non è conveniente che la gente sappia.»

Piangevo in silenzio, senza singhiozzare. Mi immaginavo quelle distese di terra immerse nel verde, in contrasto con l’oceano blu, immaginavo Mael vestita di bianco camminare sulla sabbia, leggere sotto un albero, sorridere guardando la macchina fotografica. E immaginavo mia madre di fianco al mio letto, in cucina, in giardino… la immaginavo studiare questa brutta storia, piangere, scegliere, morire.

«Come sai che non ci cercheranno?» gli chiesi, impaziente che ci trovassero.

«Tua madre ha pensato a tutto… ha lasciato che sapessi qualcosa per non dimenticare, ma non mi ha dato niente per poterlo dimostrare. Ha detto che altre persone sanno ma che – per fortuna – non possono dimostrarlo. Qualcuno lo farà, Brian, un giorno, qualcuno lo dimostrerà. Non so altro. Mi disse subito che avrebbero potuto ammazzarla, mi disse subito anche che non si sarebbe fermata, né per colpa loro, né per colpa mia.»

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Francesca Nannetti
Francesca Nannetti, classe 1991, vive a Modena e lavora come impiegata in un’azienda della provincia bolognese. Dalla laurea con lode in Lettere e Italianistica e, soprattutto, dalla passione per il racconto, letterario e non, nasce Le voci del tempo, il suo primo romanzo.
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