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L'elogio del caos

L'elogio del caos campagna
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Consegna prevista Novembre 2020

Una donna sta scrivendo al tavolino di un bar. Alza lo sguardo e riconosce una persona. Questo incontro la scaraventa in una dimensione lontana, ma mai dimenticata.
Flavia riporta la mente a sedici anni prima, all’autunno del 2001, quando è una studentessa di lettere. Iniziano così il ricordo e la narrazione di una stagione di vita unica, intensa, a tratti folle.
La sua vita e le sue certezze franano nel momento in cui conosce l’amore fino ad allora ignoto, la passione. Attraverso quell’amore le si rivelano la gioia e allo stesso tempo il terrore di perderla. Vive – e rivive – un autunno dorato, emozionante, di rottura e di felicità e un inverno nero, di caos e di dolore.

Mentre la memoria si dipana restituendole ciò che è accaduto quando aveva ventuno anni, la protagonista sviscera il passato, comprendendolo più a fondo e mostrando l’incompiutezza della sua esistenza attraverso una colpa, quella dell’incapacità di accogliere l’amore.

Perché ho scritto questo libro?

In tutti questi anni, osservando le vite che in molteplici modi si sono incrociate alla mia, mi sono accorta di una costante, di un elemento che ritorna sempre. In tutte le esistenze abita un momento nel quale abbiamo rifiutato qualcosa di prezioso…perché non siamo stati in grado di riconoscerlo, perché siamo stati distratti, a volte superbi, forse perché abbiamo avuto paura. Nel momento in cui una cosa preziosa non viene colta, essa diventa un rimpianto…io ho voluto raccontare quel momento.

ANTEPRIMA NON EDITATA

settembre 2017
Il computer mi dice che non posso salvare il documento, mi rimanda sempre a una schermata che io cerco di chiudere, ma quella mi riappare. Mi sembra un braccio di ferro impari fra due mondi fatti di sostanze reciprocamente aliene. Quando accade ho sempre il timore di perdere tutto il lavoro, che quello che ho scritto si polverizzi scomparendo in qualche angolo virtuale dell’etere. Mi è già successo e non c’è stato rimedio se non quello di ricominciare da zero. Da allora salvo tutto su supporti esterni, invio mail a me medesima alle quali allego file pesantissimi, a volte mi sembro un po’ spostata, maniacale e la cosa mi urta perché in realtà mi urta la pedanteria. Il problema è che con questi aggeggi l’inghippo è sempre dietro l’angolo. Procede tutto liscio per settimane, mesi, a volte anni e un bel giorno…puff! Come nella vita, in fondo!
Così abituati a questa convivenza di fatto, dimentichiamo che i computer sono macchine: eseguono comandi impartiti da una specie più intelligente, ma che per definizione sbaglia perché è quella degli esseri umani.
Insomma voglio salvare e ordinare il pranzo. Sono incollata allo sgabello di questo bar dalle dieci di mattina. Avevo un incontro di lavoro, l’appuntamento è saltato quando ero già arrivata per cui ho deciso di fermarmi a scrivere qui, invece di riattraversare la città su autobus fantasma che quando appaiono sono straripanti di corpi adirati e sudaticci. Pensavo di trattenermi giusto un paio d’ore per non perdere la mattinata, invece questo posto è accogliente e comodo, silenzioso nel modo giusto: il tintinnio delle stoviglie per le colazioni, il volume della radio e il brusio così ben calibrati. Sembra che questi suoni rispondano ai comandi di un invisibile direttore d’orchestra.

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Riesco a salvare il file, ma non so bene come ce la faccio. Ordino il pranzo a un ragazzo mingherlino con la fronte e il mento martoriati dall’acne, il ragazzo si muove e parla con la professionalità e la cortesia di un navigato maitre di sala. Mi fa sentire benvoluta e accolta come se partecipasse alla mia giornata con una solerzia speciale, come se per quella giornata la missione del suo lavoro coincidesse con il rendere confortevole il mio.
Non conosco questa parte a sud di Roma, ci capito oggi per la prima volta.
Il giovane cameriere si avvicina con un largo piatto sul quale il cibo sembra disegnato. Un medaglione di carne piccolo e alto accompagnato da tante verdurine grigliate disposte come raggi intorno a un sole, affettate a mano, tutte della stessa altezza, chiare nella polpa e di un verde e viola accesi nel tegumento. Quel piatto mi fa pensare alla presenza di un orticello celato nelle retrovie del bar, un fazzoletto di terra fresca e morbida, irrigato con dedizione, composto da file ordinatissime di piccoli ortaggi perfetti.
Il cibo è tanto buono quanto bello. Mangio tutto. Bevo un caffè profumatissimo e ricomincio a scrivere senza altre pause fino a quando, alle sei del pomeriggio, mi rendo conto di essere andata così avanti che decido di ordinare un aperitivo.
Mi guardo intorno alla ricerca del ragazzetto con l’acne, ma non lo vedo più. Al suo posto un uomo alto, senza divisa, si aggira fra i tavoli con un blocchetto e una matita. Intercetta la mia faccia postulante e si avvicina al tavolo, posizionandosi di fronte a me. Gli ordino un bicchiere di vino bianco e lui inizia a elencarmi tutte le proposte del locale. Al principio mi sorprendo di quella lista così ricca e selezionata, ma ben presto quella voce che mi descrive i vitigni e le cantine diventa muta. Vedo delle labbra muoversi in un racconto affascinante che io non posso più seguire, vedo delle mani gesticolare in maniera composta, mentre vengo tramortita e scaraventata in un altro tempo, indietro, dentro una notte senza luce, dentro un’alba senza colori.

Terminata quella lezione di enologia, l’uomo si ferma nell’attesa che io elabori le informazioni e scelga il mio vino. Io non parlo, ma lui aspetta. Continuo a star zitta, a fissarlo, ma lui è paziente perché sa che a un certo punto parlerò.
«Tu sei Luca. Tu sei il tassista!»
Ho l’impressione che aspettasse solo di essere riconosciuto. Scende sulla sedia di fronte a me, pianta i gomiti sul tavolo e si incrocia le mani sotto il mento. Adesso è lui a fissarmi in silenzio, a prendersi il suo tempo per parlare.
«Ciao Flavia. Tu sei identica sai?»
«Mi ha ingannata la barba lunga.»
«E la testa rasata?»
«Si anche quella.»
«Vivi sempre a Roma, quindi?»
«Ho girato un po’, parecchio in realtà, ma sono tornata.»
«Ma di dove sei originaria tu?»
«Del Gargano.»
«È un bel posto.»
«Dov’è il tuo taxi?»
«Ho venduto la licenza per avviare questo locale.»
«È un bel locale!»
«Come stai Flavia? Come sei stata?»
«Come dicesti tu: è arrivato il giorno in cui sono stata meglio.»
«È una bella notizia.»
«E la vita con te è stata buona, fino a ora?»
«È stata impegnativa…anche faticosa, ma buona.»
«Ne sono felice…adesso devo andare Luca.»
«E il vino?»
«Un’altra volta. Dimmi quanto ti devo, per favore.»
«Nulla.»
«Insisto, ti prego!»
«Anche io.»
«Ci rimetti sempre tu con me.»
«La vedo in un altro modo, io…»
«Grazie ancora Luca. Il tuo locale è delizioso…sono stata molto bene qui oggi.»
«Allora spero che ci tornerai.»
«Si, potrei…»
«Se torni per un bicchiere di vino… ti prometto che te lo farò pagare!»

Cammino spedita verso la fermata dell’autobus, è quasi sera, sono nel mezzo dell’ora di punta e il caos è esploso. Penso a quell’uomo barbuto e gentile e mi rendo conto che è un essere umano in carne e ossa, mentre per quindici anni ho creduto che fosse un angelo atterrato sulla terra, affinché non fossi sola nel corso della notte più cupa della mia vita.

ottobre 2001
Erano forse le quattro di mattina quando entrammo a Ostia lasciando le macchine sul grande piazzale antistante la rotonda.
La città era tutta per noi. Potevamo correre, saltare e schiamazzare sul largo asfalto del lungomare. Dall’altra parte della strada un chioschetto che sembrava aperto ci attrasse come moscerini su acini d’uva zuccherina e troppo matura. All’esterno del bar due tavolini e delle sedie in plastica rossa, marcate Coca Cola, erano collocate con una simmetria meticolosa. I posaceneri in acciaio, svuotati, con le tracce di cenere e catrame lasciate dalle cicche spente, stavano inquadrati al centro dei tavoli.
Dentro il baretto un omone con i capelli radi sulle tempie e lasciati allungare fino alle spalle dava l’idea di trascorrere ciascuna delle sue giornate in quei venti metri quadrati di cemento. Teneva le braccia immerse nella pozzetta del lavandino dentro la quale galleggiavano tazze e tazzine di porcellana bianca massiccia. Quando ci vide entrare si portò le mani sul grembiule candido tamponandole una volta sul dorso e una sul palmo. Io e le ragazze ci fermammo al bancone. Simone e Dario si diressero verso il frigorifero scegliendosi due bottiglie da trentatré di una birra al whisky, le porsero all’uomo per farsele stappare. Livia e Marzia chiesero due Long island, l’omone con i capelli radi aggrottò la fronte e le fissò sbarrando le palpebre. Loro afferrarono, mutando la richiesta in due consumazioni più semplici.
L’uomo guardò me e Bea. «E per voi?» chiese emettendo un sospiro.
«Lo stesso anche per noi.»
«Bevete qui o portate via?»
Erano gli anni precedenti alle ordinanze comunali che iniziarono a vietare la distribuzione degli alcolici dopo le due di notte, gli anni in cui si poteva bere nella plastica o nel vetro a seconda dell’orario e delle preferenze. Si comprava e si beveva fuori, in giro, sulle strade, sotto le stelle.
«Portiamo via. Grazie.»
L’omone contò quattro bicchieri di plastica dalla pila posta sul piano del bancone, li allineò e ci spruzzò dentro una quantità generosa di gin, poco ghiaccio e infine allungò con della lemon soda alquanto sgasata. Aveva mani lunghe e unghia curate, le dita piuttosto gonfie con la grossa fede d’oro giallo che appariva incastrata sull’anulare sinistro. Immaginai sua moglie, mi chiesi se in quel momento stesse dormendo nel loro letto oppure se si trovasse altrove, nel letto di qualcun’altro. L’omone si accorse che lo stavo fissando e mi rivolse uno sguardo interlocutorio, aveva gli occhi grigio perla che affondavano dentro le palpebre pesanti. Poi pensai a Matteo, lo visualizzai dietro il bancone del suo bar, vidi le sue mani che si muovevano agili e precise, forti e aggraziate come lui, provai a immaginarlo di vent’anni più grande, brizzolato e appesantito come l’omone di Ostia. Immaginai la donna che dormiva da vent’anni nel suo letto e desiderai essere io.
Passeggiando e succhiando i Gin lemon dalle cannucce colorate con cui l’omone aveva abbellito le preparazioni, ci portammo verso il pontile. L’aria era carica di umidità, il marmo delle balaustre appariva rivestito da un manto diafano di goccioline microscopiche. Percorremmo l’asse longitudinale a rilento, zigzagando da una sponda all’altra delle balconate, sporgendoci verso la spiaggia scura, messa a nudo sotto i nostri occhi distratti da un orizzonte imperscrutabile, inesistente. Occhi ignari del fatto che quella spiaggia non si sarebbe più presentata così nuda e nera come in quella notte.
Tornerei come un alito di vento su quel pontile a sussurrare a Livia, a Simone, a Marzia, a Beatrice, a Dario, a me stessa: «Osservate i granellini ammassati a miliardi per dar corpo a questa sabbia, sono l’essenza di una notte della vostra vita, sono la sostanza che riempirà i bagagli dei vostri viaggi, sono la materia che animerà i vostri sogni.»
La piazzola che corona il pontile affacciando sul mare aperto ci accolse in un abbraccio ventilato. Ci sparpagliammo in punti diversi, ognuno scelse il suo pezzetto di terrazza da cui contemplare l’acqua orlata di schiuma bianca. Con la manica del giubbino asciugai un quadrato di marmo e mi diedi un leggero slancio per sedermi sulla balaustra. Livia si mise accanto a me, fece passare una gamba dall’altra parte del parapetto e io la imitai. Accese una sigaretta riparando con una mano la fiammella che si deformava al vento, poi mi passò la sigaretta affinché potessi accendere con facilità la mia.
«Diego mi ha scritto di nuovo.»
«Quando?» le chiesi io restituendole la sigaretta.
«Adesso.»
«Cosa ha scritto?»
Mi passò il cellulare cosicché potessi leggere io stessa. Era un messaggio lungo e privo di richieste, erano le parole di un uomo che conosceva una donna più di quanto lei conoscesse se stessa. Parole intrise di un amore ricco di verità e di poesia.
Diego aveva definito il concetto d’amore che mi rimbombava nella testa da quando ero una bambina.
«Perché fai così Liv?»
«Cosa faccio Flavia?»
«Gli poni resistenza anche se lo ami.»
«Non lo amo, non posso amarlo.»
«Sei tu che hai deciso che non puoi.»
«Non sono più sicura che lui sia giusto per me.»
«Io non credo che tu pensi questo, se avessi dei dubbi io ti aiuterei a chiarirli.»
«Invece non mi aiuti…perché non mi aiuti?»
«Io ti aiuto…io sono qui per te.»
«Allora fa’ capire a Diego che è finita.»
«Non è giusto Liv…»
«Continui? Perché continui?»
«Perché credo che tu stia sacrificando lui per i tuoi genitori…ecco perché!»
«Ti sbagli…»
«No, non mi sbaglio. Tu sei forte, sei coraggiosa…»
Dondolava la gamba sul mare increspato, guardando giù, verso il fondale cieco.
«Forse prima…adesso non più…adesso non ce l’ho più il coraggio.»
Per la prima volta da quando suo padre si era ammalato, Livia lo ammetteva.
«Quindi rinunci a lui?»
Aprì le dita lasciando cadere il mozzicone che, appena sfiorata la superficie dell’acqua, si spense ingoiato dai piccoli flutti.
«Lo devo fare per mio padre…non posso infierire su di lui.»
La maschera del martirio iniziò a sciogliersi sul viso liscio come alabastro, restituendole l’espressione fiera e appassionata che le apparteneva, le iridi brune si gonfiarono di luccichii, nessuna lacrima le solcò il volto, rimasero tutte imprigionate come monito di dolore.
«Quell’uomo è un poeta Livia, ha una mente e un’anima bella…e vuole solo la tua felicità.»
Sulla lastra di marmo dove eravamo sedute, in caratteri corsivi o stampati: Luca ama Sabry, Alice e Riccardo insieme per sempre, Alex sei la mia vita, Viviana ti amo da morire. Date vicine e date lontane, cuori integri, cuori trafitti dalla freccia di Cupido, cuori incrociati ad altri cuori. Pennarelli di ogni colore per raccontare tutti la stessa cosa: il desiderio di fermare l’amore, di eternarlo nel momento della felicità.
«E tu rinuncerai a Lorenzo?»
«Non lo so ancora.»
«Se fosse così…rinunceresti anche tu all’uomo che ti ama.»
«Non è la stessa cosa.»
«Spiegati.»
«Sto cercando di capirlo.»
«Cosa?»
«Quello che sta accadendo.»
«Dimmelo Flav!»
«È difficile Liv…è qualcosa che mi si sta svelando, ma io non riesco a vederla.»
«Però la senti?»
«Si, la sento.»
«Ha a che fare con Matteo?»
«Ha a che fare con quello che Diego ti ha scritto stanotte.»

Prima di andar via tornammo nel baretto sul lungomare. Albeggiava. Una donna pimpante dai capelli gialli preparava il bancone per le colazioni domenicali. Trasferiva i lieviti farciti di creme e marmellate dal cartone delle consegne alla teca trasparente dotata di sportellini dai quali ci si poteva servire. Aveva una sgargiante ricrescita bianca che sfuggiva dalla fascia elastica che le tirava indietro i capelli. Il corpo energico e minuto, le dita ossute e screziate di nicotina, la stessa fede di grosso oro giallo che, al contrario di quella del marito, sembrava le si potesse sfilare da un momento all’altro. Ci preparò i caffè e i cappuccini interrogandosi sulle condizioni metereologiche. Era sorridente, di un sorriso appagato e sincero. Nonostante l’ora piccola, aveva un viso riposato che rivelava la bellezza di un passato intenso, ma composto. Non si portava addosso l’adulterio, era rimasta fedele al suo uomo lei, aveva dormito nel suo letto lei. Mi guardai intorno per cercare l’omone. Non c’era più. Si erano dati il cambio nel loro letto.

Quando riprendemmo la Cristoforo Colombo in direzione di Roma il chiarore vinceva sull’oscurità. Livia e Simone parlavano fitto sotto la musica sparata alta dall’autoradio, non distinsi più né le voci né la musica, mi raggomitolai sul sedile posteriore osservando il sole che faceva capolino fra gli alberi salendo timido nel cielo. Sistemai la borsa sotto la testa e mi assopii. Era giorno pieno quando l’andamento costante e morbido della guida di Simone si fece sempre più lento fino a interrompersi. Mi tirai su e il fulgore del giorno mi trafisse le pupille. Non capii subito dove mi trovavo, la prima scorsa sul mondo fu sfocata, strofinai gli occhi e misi a fuoco il profilo di Livia, la chioma riccioluta di Simone, poi i vasi di ciclamini a decoro dell’androne del palazzo.
Livia scese, io diedi la buonanotte a Simone. «Buonanotte», mi disse lui, «ma non credo che te ne vai a dormire adesso…»
Davanti al portone di casa c’era Lorenzo.

26 aprile 2020

Evento

Questa sera alle 21.30, sulla pagina Facebook dedicata a L'elogio del caos, sarà pubblicato un video nel quale Federica Miniati, carissima amica e attrice, leggerà l'incipit del romanzo.
Buona visione!
Francesca Biasone
https://www.facebook.com/Lelogio-del-caos-103951487959745/

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Francesca Biasone
Sono nata nel 1980 e attualmente lavoro come farmacista nel mio paese d’origine, Termoli, una cittadina sita sulla costa adriatica. I libri e la letteratura animano da sempre le mie giornate. Alle scuole elementari, una volta la maestra ci confidò che per scrivere un bel tema bisognava usare prima di tutto il cuore, poi la mente…e infine la penna, perché scrivere è una cosa seria e le parole che diventano inchiostro sono come macchie in grado di imbrattare o di impreziosire i pensieri di chi le legge. Negli anni quella confidenza è diventata per me una sorta di monito e, gradualmente, ho scoperto che in alcuni libri sono racchiusi dei segreti che possono svelare la vita.
Circa due anni fa ho iniziato a scrivere questo romanzo, il primo, dedicando tutto il mio tempo libero ad esso.
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