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L'idea che hai di me

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Consegna prevista Luglio 2020

Thomas è un ragazzo della provincia veneziana. Vive in un costante senso di estraniazione e d’inadeguatezza, soprattutto dopo la separazione dei genitori. Inconsapevolmente è alla ricerca di qualcuno che lo aiuti a confrontarsi e ritrovarsi: quella persona sarà Riham, una sua coetanea di origine marocchina. Thomas dovrà scontrarsi con le differenze culturali e religiose di lei. Attraverserà varie esperienze che lo trasformeranno: gli esami di maturità, la perdita di una persona cara e un viaggio studio all’estero. Ritornerà nel suo piccolo paese di provincia con una prospettiva diversa della vita. La sua compagna di viaggio, Sofia, lo coinvolgerà in un progetto multiculturale nel loro paese. Sarà comunque di nuovo Riham ad accompagnare Thomas “all’altra cosa che è”: sarà finalmente deciso ad essere se stesso.

Perché ho scritto questo libro?

Ho scritto questo libro per far emergere i pregiudizi e le difficoltà dei ragazzi che vivono in un ambiente di provincia in continua trasformazione sociale. In questo ambiente si contrappongono le tradizioni del passato e il nuovo che avanza: la tecnologia, la globalizzazione e i nuovi modi di relazionarsi. Attraverso la storia di Thomas e Riham affiorano anche le difficoltà nel conciliare il recupero dell’identità italiana e del suo passato, con una società sempre più multiculturale.

ANTEPRIMA NON EDITATA

#pianeta Novecento
La madre gli raccomandava puntualmente di andare a trovare la nonna materna, la quale abitava poco distante dal loro palazzo, doveva solo attraversare due vie trasversali alla loro. Non servivano le raccomandazioni della madre, Thomas sarebbe andato comunque dalla nonna Angela: lei era una delle persone alle quali teneva di più al mondo. Aveva una dolcezza che non trovava in nessun’altra persona, carica d’ingenuità e fiducia nella vita. Una vita che era esistita molti anni prima, una vita che era bianca o nera, non aveva troppe sfumature di bene e di male come nel mondo d’oggi. Mentre Thomas le parlava, aveva la sensazione di avere di fronte un abitante di un altro pianeta; un contatto extraterrestre lì, a pochi passi da casa. Un essere proveniente da un pianeta esistito sessant’anni prima, anni che, amplificati dagli enormi cambiamenti dell’era moderna, sembravano almeno il doppio. Sorrideva quando la nonna Angela gli chiedeva cosa stesse guardando sul suo telefono e come facesse a vedere le foto che gli inviava il padre. Thomas con pazienza cercava di spiegarle cosa fosse uno smartphone, internet, un satellite che trasmetteva dei dati, ma si trovava seriamente in difficoltà, perché si rendeva conto di non riuscire a spiegarsi con chiarezza, infatti puntualmente nonna Angela non capiva e Thomas rideva divertito di fronte a lei proveniente dal pianeta terra del Novecento.Continua a leggere
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Sorprendentemente questo rapporto con la nonna lo aiutava, si lo aiutava a comprendere quello che era stata l’umanità, quanta strada avesse percorso in un secolo. La storia che studiava a scuola gli sembrava un’illusione, qualcosa di evanescente come le scene di un film visto al cinema: finito il film si ritorna al mondo attuale. Di fronte a lei, però, era diverso, lei era viva davanti a lui, i suoi occhi chiari, la pelle segnata dal tempo, la commozione al ricordo delle persone care che non c’erano più, la sofferenza della guerra che aveva spezzato la fiducia nella vita, la morte. Parole interrotte da una voce sommessa, le quali riecheggiavano nella mente di Thomas per giorni dopo averle sentite, gli apparivano immagini, volti e storie che non gli appartenevano eppure lo facevano tremare nel profondo.
Nonna Angela gli sorrideva con leggerezza quando lui cercava di spiegare il suo mondo a lei, convinta che in fondo, non avesse una grande importanza ormai per lei conoscere la vita moderna e la tecnologia. A lei importava avere suo nipote lì, ad ascoltarla, a farle sentire quel legame esclusivo che la rendeva importante. Soprattutto quando lui le chiedeva di raccontarle di quando era arrivata in Italia dall’Argentina, dei tempi in cui c’era la guerra, di quando lavorava sui campi fino ad essere esausta. C’era stato Thomas, nel casale di campagna ormai disabitato, dove aveva vissuto Angela con la famiglia, dove era nata la madre di Thomas. Un casale povero di pietre vecchie, erose dal tempo, con il tetto malmesso, il fienile accanto di mattoni di un colore più vivo, costruito durante il fascismo. Davanti casa il pozzo con l’abbeveratoio per il bestiame e la grande quercia in cortile. Lì si respirava l’aria del pianeta di Angela, della sua famiglia, dei giorni scanditi dalle stagioni, dal lavoro nei campi: le loro gioie, le loro sofferenze. Lei in un occasione le aveva mostrato le foto in bianco e nero, logorate dal tempo. In quelle foto aveva visto suo nonno che non aveva mai conosciuto. Suo nonno che era stato in guerra. Che era stato prigioniero in Albania. Che era riuscito a sopravvivere mangiando bucce di patate. Che avevano dato per morto e che la nonna aveva pianto. E invece era riuscito a tornare nonostante tutto, percorrendo a piedi da Trieste più di cento chilometri per ritornare nella sua casa, per riabbracciare i suoi familiari. E ce l’aveva fatta, era apparso davanti a nonna Angela come un fantasma, quasi non lo riconosceva più quell’uomo alto che si era ridotto appena a quaranta chili. Dalla quelle foto poteva guardare un attimo di quel mondo ormai lontano. Sua nonna asseriva con fermezza: “Se dovesse tornare un’altra guerra, voglio morire prima”. E poi diceva con rassegnazione: “Vedrai Thomas, dovrai passarne tante nella vita, ma tu vai sempre avanti, non ti scoraggiare”.
Pensando a quei tempi Thomas si sentiva fortunato: era felice di vivere nella sua epoca, nel suo mondo, nel suo tempo. In fondo avevano un sacco di comodità: case riscaldate, letti comodi, cucine super accessoriate, cibi e bevande di ogni genere, per non parlare dei divertimenti, delle opportunità di studio e di lavoro. Se la nonna fosse una ragazza di oggi andrebbe sicuramente all’università, pensava scherzosamente mentre rientrava a casa. Camminando ascoltava musica con le sue cuffiette collegate allo smartphone e pensava a sua nonna, alla sua energia così naturale come quella di una bambina, al suo abbraccio prima di lasciarlo andare, come se fosse l’ultimo, alla sua voce amorevole dirgli: – Ci vediamo presto, caro . –
E poi il suo accento veneto, così divertente da ascoltare, per alcune parole ci voleva il traduttore, ma andava bene così: era bello anche imparare da lei il linguaggio del suo pianeta! Camminava, ascoltava musica e cercava se stesso in mezzo alle parole che ascoltava, alle storie della sua famiglia, lui in mezzo a migliaia di esistenze comunque simili anche se mai uguali. Qual era il suo ruolo? Qual era il posto di un ragazzo come lui? Pensava ai racconti della nonna e capiva di non sentire come una volta il contatto diretto con il territorio come un tempo: coltivare la propria terra, far crescere le proprie piante, vendere il proprio raccolto, il senso della patria, la famiglia, altre priorità…. Cosa si aspettava sua madre da lui? E suo padre? E sua nonna? Cosa li avrebbe fatti sentire orgogliosi di lui? Come doveva immaginare il proprio futuro? Essere un bravo studente, poi un bravo lavoratore, sposarsi e magari avere dei figli? Si sentì mancare il respiro, gli sembrava di vedere tutto grigio, spento, senza energia.
Per quanto cercasse di non pensarci, finiva sempre col pensiero lì, in quel vicolo cieco, un pozzo chiuso, una via senza uscita. Per soffocare quei pensieri fingeva fra sé di infilarli in un grande sacco, legarlo per bene e gettarlo in fondo ad un pozzo. Il problema era che quel sacco rimaneva lì ed un giorno avrebbe dovuto lottare per tirarlo su e riaprirlo. Ad ogni modo Thomas riusciva bene a nascondere quelle profondità, sia con i suoi genitori che con i suoi amici, con loro poi non ci pensava. I diciannove anni li aveva compiuti da mesi, in febbraio, e da un anno usciva anche la sera con altri ragazzi, in particolare con Matteo, che aveva un anno più di lui, aveva perso un anno di scuola e aveva già la patente, ma anche con Fabio e Stefano. Frequentavano i bar e le birrerie del paese e nei week end andavano insieme alle feste nei locali della zona. Come qualunque ragazzo della loro età, dopo una settimana di scuola, cercava di divertirsi come meglio poteva. Con le ragazze aveva un discreto successo, certo non come Matteo che aveva una particolare dote per rimorchiare, tanto che dei ragazzi, Thomas pensava, gli giravano attorno proprio per sperare di conoscere delle ragazze. Thomas non capiva cosa ci trovassero le ragazze, in fondo non gli sembrava più bello, ma evidentemente si sbagliava perché lui puntualmente rimorchiava, invece lui no. Una sera andarono in un locale dove c’era musica dal vivo e soprattutto belle ragazze. Una in particolare lo aveva colpito, continuava a guardarla mentre ascoltava Matteo intento a descrivergli l’auto che desiderava comperare. Presto l’amico si accorse di non essere ascoltato affatto, così guardò in direzione dello sguardo di lui.
– Carina quella ragazza, vero?
Thomas sorrise senza dir nulla, sorseggiando la sua birra.
– Vai… prima che vado io!
– Cosa? Lascia perdere…
– Perché? Non sto scherzando, sono stufo di vederti sempre solo, amico. Comincio a pensare che tu sia gay!
-Ok, ok…- disse Thomas per chiudere il discorso.
In realtà non aveva nessuna voglia di attaccare bottone con quella sconosciuta, se poi lo snobbava? Che avrebbe fatto? Come si sarebbe sentito? Un rischio del quale avrebbe fatto volentieri a meno, se Matteo non fosse uscito con quella sua sparata del gay. Non aveva altra scelta, prese coraggio, finì di bere la sua seconda birra, appoggiò il bicchiere sul tavolo di fronte a lui e si alzò. Matteo gli sorrideva beffardamente mentre sopraggiunsero Giorgio e Fabio, altri due amici, ai quali raccontò quello che stava per accadere. Questo fece salire a Thomas ancora più ansia, si passò la mano fra i capelli e si diresse verso la ragazza che sembrava non averlo nemmeno notato, continuava a parlare con delle sue amiche.
Durante quei passi verso di lei, Thomas sperava che lei decidesse di andarsene, per avere una buona scusa di fronte agli altri, ma quella non si muoveva e lui stentava a fare l’ultimo passo per raggiungerla. Finalmente le fu in fianco, e vide che le sue amiche le dissero qualcosa nell’attimo prima che lei si voltò e lo guardò in viso più o meno come si guarda un fantasma. Gli fece un sorriso e lui lo ricambiò, ma non riusciva a dire nulla che avesse un senso, quindi fu lei per prima a dirle un semplice ciao. Thomas si sentiva uno scemo, ma ormai era lì e qualcosa doveva inventarsi, quindi pensò di giocarsi la carta “Posso offrirti qualcosa da bere”. Riusciva a vedere i suoi amici che parlavano e ridevano fra loro e sapeva esattamente di che cosa. Pensò di essere stato un ingenuo a cedere alla provocazione di Matteo, quando la ragazza lo ringraziò dicendo che una birra andava più che bene. Lo invitò a sedersi al loro tavolo e Thomas si sedette volentieri dopo aver ordinato due birre, una per lei e una per lui naturalmente.
Si presentarono e parlarono con leggerezza un po’ di tutto, quelle cose che si dicono senza sapere bene dove andare a finire. Infine lei tagliò d’improvviso la chiacchierata con uno “Scusa ma adesso devo andare” e lui rimase per un attimo interdetto. Avrebbe dovuto chiederle il numero di telefono, ma non lo fece. Lei uscì dal locale con le sue amiche e Thomas tornò da Matteo e gli altri. Il suo amico sorridendo lo rincuorò con frasi del tipo: “andrà meglio la prossima volta, non era la tipa per te…”. Anche gli altri ragazzi che avevano seguito la scena si sentivano quasi in obbligo di confortarlo e questo lo infastidì più di ogni altra cosa, più del fatto che quella ragazza non si era interessata a lui, più del fatto che se ne fosse andata senza chiedergli nemmeno il suo nome. La serata passò veloce, rientrò alle 3 di mattino, abbastanza sbronzo da non riuscire ad infilare la chiave della porta di casa al primo tentativo. Poi si accorse che cercava di aprire la porta di casa del padre con quella della porta dell’appartamento della madre.
Si addormentò immediatamente senza riuscire a togliersi i vestiti di dosso. Si risvegliò sudato, erano le sette di mattino. Non riusciva a riprender sonno. Ripensò alla sera prima, ancora non capiva perché avesse fatto quel tentativo idiota di provarci con una ragazza che nemmeno conosceva. “Ero ubriaco” pensò. Non capiva però perché si sentisse disinteressato alla vita e preoccupato allo stesso tempo, era uno sentimento che non comprendeva e che non sopportava, così lo reprimeva. Sdraiato sul suo letto, nella penombra della sua camera, cercava di riordinare i pensieri e di trovare un senso in quella che era la sua esistenza. Sua madre faceva di tutto per lui, lavorava, badava alla casa, si preoccupava per lui, non gli faceva mancare nulla. Faceva il possibile per avvicinarsi a lui, lo sentiva, ma quasi involontariamente lui si allontanava da lei, come se fra loro si dovesse mantenere una minima distanza invisibile. Capitava che lei lo abbracciasse e gli dicesse di volergli bene, e lui le rispondeva di rimando “Anch’io”. Era davvero così, sua madre era davvero la persona più vicina a lui e nessuno al mondo lo conosceva meglio di lei. Ma in certi momenti Thomas non era sicuro di chi fosse veramente, di quello che desiderava dalla vita. Si rattristava quando si accorgeva di non riuscire a spiegarle i suoi pensieri fino in fondo, le sue paure, le sue insoddisfazioni, le sue delusioni. Poi cercava di giustificarsi col fatto che in fondo quelli erano pensieri che l’avrebbero rattristata, e per nulla al mondo avrebbe voluto portare altra infelicità nella vita della madre. Disturbato da quei ragionamenti, cercava di prendere sonno, di sentire la stanchezza e di desiderare di riposare. Sentì freddo, si avvolse nella coperta finché si addormentò sperando di vivere dei pensieri sereni almeno nei sogni.

17 novembre 2019

Evento

Ceggia
L'autrice Marilena Uliana dialoga con le persone che le hanno ispirato il romanzo L'idea che hai di me.

Commenti

  1. L’idea che hai di me è un libro che ho avuto la fortuna di leggere in anteprima.
    Marilena ha un’ottima penna e il suo libro scorre leggero e piacevole.
    La storia che racconta è attuale e raccoglie vicende adolescenziali multietniche che i giovani di oggi incontrano quotidianamente.
    La lettura è quindi interessante sia per un pubblico giovane che voglia una storia che racconti di sé, sia un pubblico più maturo che voglia uno sguardo sui tempi moderni.
    Consigliato vivamente, complimenti Marilena.

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Marilena Uliana
Marilena Uliana vive a Ceggia in provincia di Venezia. Nel 2005 si è laureata in Lettere moderne all’Università Cà Foscari di Venezia. È impegnata da alcuni anni nel promuovere nel suo territorio la multiculturalità attraverso progetti come i laboratori formativi per lavoratrici domestiche coinvolgendo le persone straniere presenti nel territorio. La scrittura è la sua passione. Ha pubblicato "Fratelli", Libero di scrivere, 2009; "Anna e il prato dei soffioni" Davide Zedda Editore, 2011.
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