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L'idea che hai di me

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Thomas è all’ultimo anno delle superiori; poco propenso a preoccuparsi per gli studi e la vita dopo la maturità, passa le sue giornate ascoltando musica e rispondendo alle insistenti domande dei genitori.
Appena adolescente, ha vissuto il brutto divorzio di Paolo e Caterina e da quel momento qualcosa di lui si è perso: il legame con la famiglia, con le radici, con il passato.

Quando conosce Riham, una ragazza marocchina che frequenta il suo stesso istituto, la quotidianità di Thomas subisce una rivoluzione: lei, con le sue difficoltà, con le sue abitudini e con i suoi profondi occhi neri, lo costringerà a confrontarsi con le differenze culturali e religiose e lo aiuterà a capire che chi non sa da dove è partito non può sapere nemmeno dove sta andando.

Distante dal mondo

L’aria fredda, le mani in tasca e lo zaino in spalla: pensieri distanti dal mondo reale, lontani dalla strada, dalle auto, dalla fermata dell’autobus che lo avrebbe portato a scuola. Thomas era un ragazzo come tanti: alle 7:30 usciva di casa, affrontava la routine scolastica, e sperava che il tempo passasse velocemente per ottenere il diploma e sentirsi un po’ più grande.

Quella mattina, come tutte le altre, trovò il suo compagno Luca vicino alla pensilina. Quando le porte del mezzo si spalancarono, salirono e si sedettero vicini, come al solito.

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Poteva capitare che non ci fossero posti liberi per entrambi e dovessero separarsi; a volte erano costretti a stare in piedi lungo il corridoio fra le due file dei sedili, aggrappandosi all’uno o all’altro schienale per non dondolare di qua e di là nelle curve.

C’erano giorni in cui Thomas si augurava di rimanere in piedi lungo il corridoio per non stare seduto vicino a Luca e sentire le sue chiacchiere. Il viaggio, in ogni caso, non sarebbe mai stato tranquillo come desiderava. Capitava che qualcuno gli starnutisse addosso o che qualcun altro urlasse per farsi sentire al telefonino. E poi c’era sempre quello che ripassava sul testo di scuola per essere preparato a una verifica imminente. Forse questo era ciò che lo infastidiva di più, perché lo faceva sentire in difetto: lui, delle verifiche, proprio non se ne preoccupava.

Se gliel’avessero chiesto, non si sarebbe definito un tipo solitario, ma in certi momenti e soprattutto in certe mattine, gli piaceva starsene per i fatti suoi. Spegneva i suoni del mondo esterno, come se avesse dei tappi alle orecchie, e si metteva a fissare un punto imprecisato fuori dal finestrino, augurandosi che nessuno osasse disturbarlo.

«Ehi? Thomas? Mi stai ascoltando?» Ecco che Luca, puntualmente, rompeva il suo silenzio artefatto.

«Che?» brontolò Thomas, girandosi lentamente verso l’amico.

«Ti ho chiesto se sei pronto per la verifica di inglese!»

«Ah… la verifica… me n’ero scordato…» ammise con noncuranza.

«Cosa? Non hai studiato per la verifica?»

«Sì, sì… ho studiato, intendevo dire che me ne sono scordato stamattina!»

«Meno male! Siamo all’ultimo anno, Thomas! Non vorrai mica restare in quella scuola!»

Thomas rivolse mezzo sorriso al compagno, poi riprese a guardare il paesaggio; si concentrava ma non riusciva a mettere a fuoco nulla: era tutto uno scorrere di strade, campi, case, auto… E di nuovo: strade, campi, case, auto…

Anche lui si sentiva così in quel momento: intrappolato in un vortice. Vedeva la sua vita come un insieme di immagini che scorrevano troppo veloci per essere riconosciute: le scorgeva per un attimo e l’attimo dopo non c’erano più.

Quando si trovò davanti il foglio della verifica d’inglese, dovette constatare che non era poi così complicata come aveva temuto: le solite frasi da completare; present perfect, past simple, must, have to

Sì, dai, non andrà male, pensò fra sé. La cosa che più lo seccava era la professoressa Pannacci. Giovane ma vecchia dentro. Thomas non ricordava da dove provenisse, forse dal Centro Italia. Si chiedeva, a volte, in quale decennio credesse di vivere, sembrava rimasta agli anni Sessanta. Capelli raccolti e occhiali incollati al naso. Nessun segno di espressione umana, ma una voce sottile che riusciva a far rabbrividire gli animi più calmi, persino Emma, la zen della classe. Alla voce della Pannacci, Emma arricciava il naso e socchiudeva gli occhi: chiaro segnale di esaurimento della condizione zen.

Durante la verifica, la Pannacci guardava l’orologio e con scadenza regolare enunciava quanti minuti mancavano alla consegna. Un conto alla rovescia da brivido.

Thomas, che non ne poteva più di scervellarsi sulle uniche due frasi che rimanevano incompiute, si mise a osservare i suoi compagni: tutti a testa bassa sul compito; qualcuno si grattava la nuca con la penna, preoccupato; Sara si stava prodigando in una serie di «Psst! Psst!» per attirare l’attenzione di Teresa e chiederle dei suggerimenti; Teresa, stizzita, alzò appena la testa e con un cenno le fece capire di lasciar perdere.

Sara cominciò ad agitarsi, a battere la biro sul banco, a toccarsi i capelli nervosamente, prima di decidere di legarli; la Pannacci si avvicinò per controllare che tutto fosse a posto.

Luca si mise le mani davanti agli occhi per nascondere la sua espressione infastidita per il trambusto che Sara, ogni volta, creava in aula. Thomas avrebbe giurato che Sara ne sapesse più di Teresa, ma non riusciva proprio a tenere i nervi saldi, così finiva per non scrivere un granché, finché Emma, un po’ per generosità, un po’ perché si stancava di sentirla borbottare, le passava in un biglietto gran parte delle risposte; che fossero giuste, però, non vi era alcuna certezza.

Era divertente guardare quelle scene. Anche se era spesso a rischio insufficienza, Thomas aveva rinunciato a copiare e farsi passare le soluzioni: l’avevano già beccato parecchie volte e, in fondo, non ne valeva la pena. Bisognava accontentarsi di quello che si riusciva a fare: meglio un sei risicato delle note disciplinari e dei rimproveri della madre.

Finite le lezioni, si trovò alla fermata; in lontananza, Luca se ne stava con due ragazzi della 5°A. Probabilmente lo stavano a sentire più di lui. Thomas dovette aspettare per mezz’ora l’autobus che lo avrebbe riportato a casa, quello che arrivava da Venezia. Approfittò dell’attesa per ascoltare un po’ di musica dal suo smartphone, per distrarsi e ritornare nel suo mondo ovattato. Per Thomas la musica era energia che fluiva, emozione che si liberava, lo faceva sentire di nuovo partecipe di quella vita che amava e che magicamente rendeva migliore ciò che aveva attorno. La musica gli rendeva sopportabile anche lo stare lì seduto a guardare i ragazzi che si prendevano in giro e sghignazzavano per sciocchezze, ammiccando alle ragazze e ironizzando su qualsiasi cosa.

Tra loro c’era anche il suo amico Matteo: un ragazzo simpaticissimo, che riusciva a farlo ridere di gusto; Thomas lo invidiava per la sua capacità di trovare sempre la battuta giusta per ogni situazione. Matteo seguiva le mode, portava abiti griffati e non si scordava mai di farsi un selfie al giorno per postarlo sui social. Era più grande di Thomas, aveva perso un anno di scuola e aveva già la patente. Erano molto diversi ma stavano bene l’uno in compagnia dell’altro: in un certo senso, si compensavano.

Anche fisicamente erano agli antipodi: Matteo era alto e robusto, aveva i capelli chiari, un ciuffo che gli incorniciava il volto, gli occhi verdi e il sorriso stampato sul volto. Thomas aveva gli occhi scuri, i capelli castani, corti e rasati sulla nuca – doveva ammetterlo: per i capelli aveva una certa fissazione. Era magro e non molto alto rispetto ai suoi coetanei; certo, sarebbe voluto apparire un po’ più robusto, ma era troppo pigro per praticare con costanza uno sport. Non senza fatica, stava cercando di farsi crescere la barba e l’espressione sul suo viso era congelata in una serietà imperturbabile. Vederlo sorridere era un evento raro, perciò destava sorpresa in chi lo vedeva. Lui lo capiva, quindi, quando capitava spegneva presto il sorriso e ritornava alla sua normale espressione impassibile.

Al rientro a casa, Thomas trovò il pranzo pronto da riscaldare, e finalmente un divano per riposarsi, per dare un’occhiata ai post su Instagram e rispondere a due messaggi su WhatsApp, corredati di faccine strane, manine e foto imbarazzanti.

Entrò la madre, Caterina, che ritornava dall’ufficio poco dopo il rientro del figlio.

«Ciao amore!»

«Ciao» rispose, senza alzare lo sguardo dallo schermo del telefono.

«Non hai finito la pasta…» appurò mestamente Caterina. «Non ti piace? Vuoi che ti faccia qualcos’altro?»

«No, no. Non mi andava…»

«Stai poco bene? Mi sembri stanco» gli disse, avvicinandosi.

«No, ma’, tutto a posto…»

Caterina lo scrutava come solo gli occhi di una madre possono fare, occhi che scandagliano corpo, anima e mente in un secondo.

«Com’è andata a scuola?»

«Bene.»

Non era solito parlare di quello che accadeva a scuola: non che non volesse, semplicemente lo annoiava ripensare alle ore sul banco. Ormai erano andate, perché rimuginarci sopra? La madre era piuttosto comprensiva in merito, forse memore di essere stata anche lei molto avara di parole ai tempi del liceo.

Cercò comunque di imbastire una conversazione con il figlio: raccontò qualche fatto divertente che le era capitato al lavoro e un paio di aneddoti che le erano stati riportati.

Thomas capiva perfettamente che voleva solo farlo sorridere e che la sua serietà le metteva ansia ma era più forte di lui: il massimo che riusciva a concederle era un sorriso a labbra serrate e occhi immobili.

Si chiese come facesse sua madre a essere sempre così di buon umore, nonostante la sua vita fosse, a suo parere, priva di motivi per esserlo, soprattutto dopo che Paolo, il padre di Thomas, se ne era andato per vivere con la sua nuova compagna.

Il periodo della separazione, quasi quattro anni prima, era stato duro per tutti: certo, lei aveva sofferto, ma non l’aveva mai vista disperata, anche se ogni tanto, la notte, gli era sembrato di sentirla piangere nella sua camera. Lui non riusciva ad accettare la scelta di suo padre: come aveva fatto a non capire che lasciando sua madre avrebbe lasciato anche lui?

La vita familiare si era ridotta a due e, in quel periodo, ogni giorno Thomas aveva pensato a quanto avrebbe desiderato avere un fratello o una sorella. Poi tutto era passato e avevano trovato un nuovo equilibrio: ogni due settimane andava dal padre, il sabato e la domenica. Non era poi così male: una bella casa, una sala con schermo gigante, una console con i suoi videogiochi preferiti, wi-fi senza limiti; insomma, tutto quello che un ragazzo della sua età avrebbe voluto. Per qualche tempo, era stato esaltante andare dal padre e godersi tutto quello che poteva offrirgli.

L’aspetto seccante era il doversi ricordare di portare tutte le cose che gli servivano e ogni volta accorgersi di aver dimenticato qualcosa: lo spazzolino, una maglietta o i jeans che voleva indossare. Fu per evitare questa scocciatura che alla fine si decise a comprare un altro spazzolino, un altro accappatoio, altri vestiti. Avere il doppio di quasi tutto quello che gli serviva era l’unico modo per non rimanerne senza: essere doppio, vivere doppio. Sdoppiarsi, tanto da non capire chi fosse uno e chi fosse l’altro.

Sempre più spesso capitava che andasse dal padre anche dopo quattro settimane, a causa degli impegni suoi o di quelli di Paolo. Più passava il tempo e più le necessità di Thomas si allontanavano dalle aspettative del genitore: le sue abitudini, le sue amicizie erano nella sua città ed era stanco di avere due vite.

Suo padre, fortunatamente, lo capiva, non se la prendeva quando Thomas lo chiamava e, dispiaciuto, gli diceva che lo avevano invitato a qualche festa o quando gli spiegava che si era già organizzato per la serata. Il padre gli diceva di non preoccuparsi, che non era la fine del mondo, di andare e divertirsi, ma l’abbraccio che gli dava nel momento in cui finalmente lo rivedeva rendeva palese che aveva sentito la sua mancanza.

Si sentivano al telefono due o tre volte a settimana, ma non era lo stesso: Thomas, in effetti, parlava poco già di persona, figuriamoci al telefono. Paolo gli mandava messaggi, foto e video divertenti, nel tentativo di conservare un legame che sembrava irrimediabilmente spezzato: era difficile mantenere intatta una fune ormai logora. E proprio così si sentiva Thomas: tirato da una parte all’altra, senza un posto stabile in cui stare per essere se stesso.

C’erano giorni in cui il risentimento della madre – nemmeno ben nascosto – e le continue richieste di avvicinamento del padre lo esasperavano. In quei momenti il suo unico desiderio era che si dimenticassero di lui.

Pianeta Novecento

«Thomas, vai a trovare la nonna» gli raccomandava costantemente Caterina.

Nonna Angela abitava poco distante dal loro palazzo, bastava attraversare due vie trasversali. Non servivano i suggerimenti della madre: Thomas sarebbe andato comunque dalla nonna, era una delle persone alle quali teneva di più al mondo. Aveva una dolcezza che non trovava in nessun altro, carica d’ingenuità e fiducia nella vita. Una vita di molti anni prima, una vita che era bianca o nera, senza tutte le sfumature di bene e di male che ci sono oggi.

Quel giorno Thomas era in vena di scattare foto.

«Non mandar a me foto, son tutta spetenada e po’ chissà cosa che el penserà Paolo!» lo ammonì la nonna.

«Ma figurati, nonna, cosa vuoi che pensi?!»

«Non mandarla! Ansi non farme pi foto per favor, stela mia!»

«Ho fatto solo un selfie, nonna!»

«Cos’ a tu fat?»

Thomas rise fino a star male: era inutile spiegare tutto alla nonna; mentre le parlava, aveva la sensazione di avere di fronte l’abitante di un altro pianeta, un contatto extraterrestre lì, a pochi passi da casa. Un essere proveniente da un pianeta esistito sessant’anni prima, anni che, amplificati dagli enormi cambiamenti dell’era moderna, sembravano almeno il doppio.

Sorrideva quando nonna Angela gli chiedeva cosa stesse guardando sul suo telefono e come facesse a vedere le foto che gli inviava il padre. Thomas, con pazienza, cercava di insegnarle cosa fossero gli smartphone, Internet, un satellite che trasmetteva dei dati, ma si trovava spesso in difficoltà: non riusciva a spiegarsi con chiarezza. Così, non passava mai troppo tempo prima che nonna Angela si arrendesse e Thomas scoppiasse a ridere, divertito dalle domande di quella donna rimasta sul pianeta Terra del Novecento.

Sorprendentemente, il rapporto con la nonna lo aiutava, soprattutto a comprendere quanta strada l’umanità avesse percorso in un secolo. La storia che studiava a scuola gli sembrava un’illusione, qualcosa di effimero, come le scene di un film visto al cinema: finito il film, si ritorna al mondo reale.

Con lei, però, era diverso: lei era viva davanti a lui, i suoi occhi chiari, la pelle segnata dal tempo, la commozione al ricordo delle persone care che non c’erano più, la sofferenza della guerra, la morte e poi la fiducia e la speranza, che erano tipiche di nonna Angela. Parole interrotte da un groppo in gola, che riecheggiavano nella mente di Thomas per giorni e che diventavano immagini, volti e storie: occhi e mani che non gli appartenevano ma lo facevano tremare nel profondo.

Nonna Angela gli sorrideva con leggerezza, quando lui cercava di descriverle il suo mondo; scuoteva la testa dicendogli che, in fondo, non aveva grande importanza per lei conoscere la vita moderna e la tecnologia. A lei importava avere suo nipote lì, ad ascoltarla, a farle sentire quel legame esclusivo che la rendeva importante. In particolare le volte in cui le chiedeva di raccontargli di quando era arrivata in Italia dall’Argentina, di quando stava piegata a raccogliere patate e a zappare la terra dalla mattina fino alla sera, con la schiena distrutta e le mani rovinate.

C’era stato anche lui nel casale di campagna ormai disabitato dove aveva vissuto Angela con la famiglia, dove era nata Caterina. Un casale povero, di pietre vecchie, erose dal tempo, con il tetto malmesso; il fienile accanto di mattoni di un colore più vivo, costruito durante il Fascismo, con il ricavo dell’allevamento dei bachi da seta. Davanti alla casa, il pozzo con l’abbeveratoio per il bestiame e la grande quercia in cortile. Lì si respirava l’aria del pianeta di Angela, della sua famiglia, dei giorni scanditi dalle stagioni, dal lavoro nei campi: le loro gioie, i loro dolori.

La nonna gli mostrò delle vecchie foto in bianco e nero. In quei rettangoli sgualciti dal tempo, Thomas vide suo nonno Aurelio, che non aveva mai conosciuto. Suo nonno, che era stato in guerra. Che era stato prigioniero in Albania. Che era riuscito a sopravvivere mangiando bucce di patate. Che avevano dato per morto e che la nonna aveva pianto. E che era riuscito a tornare nonostante tutto, percorrendo a piedi da Trieste più di cento chilometri per raggiungere la sua casa, per riabbracciare i suoi familiari. E ce l’aveva fatta, Aurelio era apparso davanti ad Angela come un fantasma: quasi non lo riconosceva più, quell’uomo alto che si era ridotto appena a quaranta chili. Dalle foto poteva scorgere un dettaglio di quel mondo ormai lontano. La nonna asseriva con fermezza: «Se dovese tornar n’altra guera, voio morir prima». E poi aggiungeva: «Te vedarà, Thomas, te dovrà passarne tante, ma ti non sta scoragiarte, va sempre ’vanti».

Pensando a quei tempi, Thomas si sentiva fortunato: era felice di vivere nella sua epoca, nel suo mondo. Dopotutto, avevano un sacco di comfort: case riscaldate, letti comodi, cucine superaccessoriate, cibi e bevande di ogni genere; per non parlare dei divertimenti, delle opportunità di studio e di lavoro.

Se la nonna fosse una ragazza di oggi, andrebbe sicuramente all’università, si disse scherzosamente mentre rientrava a casa. Camminando, pensava a lei, alla sua energia così naturale, quella di una bambina, al suo abbraccio prima di lasciarlo andare, come se fosse l’ultimo, alla sua voce amorevole che gli diceva: «Se vedemo presto, caro».

E poi il suo accento veneto, così divertente da sentire, per alcune parole ci voleva il traduttore ma andava bene lo stesso: era bello anche imparare il linguaggio del suo pianeta!

Ritornava verso casa e ascoltava musica, cercando se stesso nelle parole di altri, nelle storie della sua famiglia: lui, in mezzo a migliaia di esistenze simili ma mai uguali. Qual era il suo ruolo? Qual era il posto di un ragazzo come lui? Rifletteva sui racconti della nonna e capiva di non sentire il contatto diretto con il territorio come un tempo: coltivare la propria terra, far crescere le proprie piante, vendere il proprio raccolto, il senso della patria, la famiglia, altre priorità…

A febbraio aveva compiuto diciannove anni ed erano molte le domande che gli vorticavano per la testa: cosa si aspettava sua madre da lui? E suo padre? E sua nonna? Cosa li avrebbe resi orgogliosi? Come doveva immaginare il proprio futuro? Essere un bravo studente, poi un bravo lavoratore, sposarsi e magari avere dei figli? Si sentì mancare il respiro: tutto, intorno a lui, gli apparve grigio, spento, senza energia.

Per quanto cercasse di non pensarci, finiva sempre in quel vicolo cieco, un pozzo chiuso, una via senza uscita. Per soffocare quei tormenti immaginava di infilarli in un grande sacco, legarlo per bene e gettarlo in fondo a un pozzo. Il sacco, però, sarebbe rimasto lì e un giorno avrebbe dovuto lottare per tirarlo su e riaprirlo.

Thomas riusciva a nascondere bene quei turbamenti, sia con i suoi genitori sia con gli amici, con loro, poi, non ci pensava per niente. Passava molto tempo con Matteo, Fabio e Stefano. Frequentavano i bar e le birrerie del paese e nei week-end andavano insieme alle feste nei locali della zona. Come tutti i ragazzi della loro età, dopo una settimana di scuola cercavano di divertirsi come meglio potevano.

Con le ragazze Thomas aveva un discreto successo; non come Matteo, d’accordo, che aveva una particolare dote per rimorchiare, tanto che molti dei loro amici gli giravano attorno proprio perché speravano di conoscere qualche ragazza, o almeno così pensava Thomas.

Quel fine settimana si trovarono in un locale dove c’erano musica dal vivo e belle ragazze. Una in particolare lo aveva colpito, continuava a guardarla mentre ascoltava Matteo, intento a descrivergli l’auto che desiderava comprare. Probabilmente accortosi di non avere l’attenzione di Thomas, s’intromise nei suoi pensieri: «Carina lei…».

Thomas sorrise senza dir nulla, sorseggiando la sua birra.

«Vai… prima che vada io!»

«Ma dai… Lascia perdere…»

«Perché? Non sto scherzando, sono stufo di vederti sempre solo. Ti dirò: comincio a pensare che tu sia gay! Magari è di me che ti sei innamorato…» lo schernì Matteo.

«Non sei il mio tipo» tagliò corto Thomas, per chiudere il discorso.

Matteo ci aveva azzeccato sulla tipa, gli piaceva proprio: aveva capelli lunghi e neri e uno sguardo da gatta. Di attaccar bottone, però, non aveva nessuna voglia. E se lo avesse snobbato? Che avrebbe fatto? Come si sarebbe sentito? Certo che non poteva nemmeno farsi deridere da Matteo… Non aveva altra scelta: prese coraggio, buttò giù la seconda birra, appoggiò il bicchiere sul tavolo e si alzò. Matteo gli sorrise beffardo e in quello stesso momento sopraggiunsero Stefano e Fabio. Thomas finì per sentirsi ancora più in ansia, si passò la mano fra i capelli, inspirò profondamente e si diresse verso la ragazza-gatta. Lei sembrava non averlo nemmeno notato, continuava a parlare con le sue amiche. Si spostò i capelli indietro e Thomas notò il trucco esageratamente scuro intorno agli occhi chiari e il rossetto che faceva risaltare il suo sorriso seducente.

Nei pochi metri che li separavano, Thomas ebbe il tempo di sperare che lei decidesse di andarsene, ma lei non si muoveva e lui esitava a fare l’ultimo passo per raggiungerla.

Quando le fu di fianco, si accorse che le amiche le stavano dicendo qualcosa, poi lei si voltò e lo guardò in viso, più o meno come si guarda un animale che si credeva estinto. Gli fece un sorriso e lui ricambiò, ma non gli venne in mente niente da dire, o perlomeno nulla che avesse un senso.

«Ciao…» parlò per prima la ragazza.

Thomas si sentì uno scemo, ma ormai era lì e qualcosa doveva inventarsi: «Posso offrirti qualcosa da bere?».

Percepiva su di sé gli occhi degli amici e le loro risate nelle sue orecchie. Scosse la testa, pensando a quanto fosse stato sciocco e quanto lo avrebbero deriso nei giorni a venire.

«Sì, grazie, una birra va benissimo» esordì lei.

Cosa? pensò Thomas, incredulo.

Lei lo invitò a sedersi al loro tavolo e Thomas ordinò due birre.

«Silvia, molto piacere» disse, allungandogli la mano e stringendo appena la sua. Parlarono con leggerezza di un po’ di tutto, quelle cose che si dicono senza sapere bene dove si vuole arrivare. Infine, lei tagliò d’improvviso la chiacchierata con uno «Scusa, ma adesso devo andare».

Lui rimase interdetto. Avrebbe dovuto chiederle il numero di telefono, ma non lo fece. Lei uscì dal locale con le sue amiche e Thomas tornò da Matteo e gli altri. Il suo amico prese a rincuorarlo: «Andrà meglio la prossima volta, non era la tipa per te…». Quelle frasi a metà tra lo scherzo e la commiserazione lo seccarono più di ogni altra cosa.

La serata passò veloce, rientrò alle tre di notte, tanto sbronzo da non riuscire a infilare la chiave nella serratura. Poi si accorse che cercava di aprire la porta dell’appartamento della madre con la chiave di casa del padre.

Arrivato in camera, senza nemmeno svestirsi, si buttò sul letto e si addormentò immediatamente.

Si risvegliò sudato; aprì appena gli occhi e si accorse che fuori albeggiava. Si girò di qua e di là senza riuscire a riprendere sonno. Ripensò alla sera prima, a quella ragazza, al coraggio che non aveva avuto, al fatto che lei se ne fosse andata di punto in bianco.

Ero ubriaco… pensò. Vabbè, chi se ne frega. Ma cos’era questo sentimento che provava? Questo misto tra disinteresse e preoccupazione? Sdraiato sul materasso, nella penombra della camera, cercava di riordinare i pensieri e di trovare un senso in quella che era la sua esistenza. Sua madre faceva tutto per lui: lavorava, badava alla casa, si preoccupava per lui, non gli faceva mancare nulla. Faceva il possibile per avvicinarsi al figlio, Thomas lo sapeva, ma quasi involontariamente si allontanava da lei, come se fra loro dovesse esserci una minima distanza. Capitava che lei lo abbracciasse e gli dicesse di volergli bene, e che lui le rispondesse di rimando «Anch’io». Ed era davvero così, sua madre era la persona più vicina a lui e nessuno al mondo lo conosceva meglio di lei.

Ma, in certi momenti, Thomas non era sicuro di chi fosse lui veramente, di quello che desiderava dalla vita. Si deprimeva quando si accorgeva di non riuscire a spiegarle i suoi pensieri fino in fondo, le sue paure, le sue insoddisfazioni, le sue delusioni. Cercava di giustificarsi col fatto che quelli erano pensieri che l’avrebbero rattristata, e per nulla al mondo avrebbe voluto portare altra infelicità nella vita di Caterina.

Percepì un freddo insopportabile, si avvolse nella coperta e si addormentò, sperando di vivere momenti sereni almeno nei sogni.

17 aprile 2020

Evento

Punto Diverse Prospettive
A causa dell'emergenza sanitaria sono state annullate le presentazioni del libro, ma presento L'idea che hai di me con un video che potete vedere nel link qui sotto:
https://www.facebook.com/marilena.uliana/posts/10221438910138666
Punto. Diverse Prospettive
17 aprile alle ore 12:30 ·
#STIAMOACASA...ma le #storie non si fermano mai! – Marilena Uliana e L'idea che hai di me In questo periodo non mettiamo un #Punto alle #storie, ma entriamo nelle vostre case per raccontarvele.
Marilena è impegnata da alcuni anni nel promuovere nel nostro territorio la multiculturalità attraverso diversi progetti formativi.
A Punto. Diverse Prospettive ha raccontato la sua #storia, il suo libro e il suo bellissimo #Punto di inizio.
Grazie Marilena buona visione a tutti voi!
26 gennaio 2020

Aggiornamento

Presentazione del 26 gennaio a Cessalto ( Tv)
18 gennaio 2020

Aggiornamento

Presentazione del 18 gennaio di Annone Veneto
26 gennaio 2020

Evento

Domenica 26 gennaio, Cessalto Tv -Piazzetta Roma - Sala Palladio Ore 17.00 L'autrice Marilena Uliana, insieme alle sue amiche, presenta il nuovo romanzo raccontando delle storie con nuovi spunti di riflessione.
18 gennaio 2020

Evento

Annone Veneto L’autrice Marilena Uliana racconta la sua personale esperienza con le persone che le hanno ispirato la trama del romanzo L’idea che hai di me
20 Gennaio 2020

Evento

Casa delle donne - Galleria Vidussi - San Donà di Piave- Ve L'autrice Marilena Uliana racconta la sua personale esperienza con le persone che le hanno ispirato la trama del romanzo L'idea che hai di me.
17 novembre 2019

Aggiornamento

Durante la presentazione abbiamo ascoltato le emozionanti testimonianze delle persone che mi hanno ispirato il romanzo L'idea che hai di me. Abbiamo sentito i loro pensieri, le esperienze di tutti i giorni e i pregiudizi che si incontrano in una società multiculturale. presentazione romanzo L'idea che hai di me presentazione romanzo L'idea che hai di me 1 presentazione romanzo L'idea che hai di me 2
17 novembre 2019

Evento

Ceggia
L'autrice Marilena Uliana dialoga con le persone che le hanno ispirato il romanzo L'idea che hai di me.

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    In L’idea che hai di me si possono trovare i pensieri degli adolescenti, le loro insicurezze, ma anche le loro aspirazioni. Attraverso il punto di vista dei ragazzi si può così vedere la realtà quotidiana sotto un’altra prospettiva, diversa da quella degli adulti.

  2. L’idea che hai di me è un libro che ho avuto la fortuna di leggere in anteprima.
    Marilena ha un’ottima penna e il suo libro scorre leggero e piacevole.
    La storia che racconta è attuale e raccoglie vicende adolescenziali multietniche che i giovani di oggi incontrano quotidianamente.
    La lettura è quindi interessante sia per un pubblico giovane che voglia una storia che racconti di sé, sia un pubblico più maturo che voglia uno sguardo sui tempi moderni.
    Consigliato vivamente, complimenti Marilena.

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Marilena Uliana
vive a Ceggia in provincia di Venezia. Nel 2005 si è laureata in Lettere moderne all’Università Cà Foscari di Venezia. È impegnata da alcuni anni nel promuovere la multiculturalità attraverso progetti di inclusione sociale diretti anche a persone straniere presenti nel suo territorio. Questa esperienza le ha ispirato la trama di L’idea che hai di me, il suo terzo romanzo dopo Fratelli (2009, Libero di scrivere, 2009) e Anna e il prato dei soffioni (2011, Davide Zedda Editore).
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