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L’influenza del blu

Vedere il blu rende infelici.
Dopo questa rivoluzionaria scoperta l’uomo ha cambiato colore ai mari e ai cieli,
fino a trasformare il mondo di prima in un lontano ricordo.
Ma se insieme al blu fosse andato perduto anche qualcos’altro?

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Rosso, arancione, giallo, verde.
Nel futuro non c’è spazio per odio e guerre, ma neppure per viaggi in aereo e istruzione.
E tantomeno per il blu, eliminato e sostituito da altri colori.
In una Costantinopoli universalmente felice dominata dall’edonismo, l’improvviso e misterioso suicidio di Leone Ippoliti, “quello del blu”, è destinato a cambiare il corso degli eventi. Mehmet, incaricato di formulare il discorso di commiato, partirà alla ricerca della sconvolgente verità sul blu e verso una scelta che potrebbe cambiare il futuro dell’umanità.
Che cosa si cela dietro il muro che rende il Bosforo inaccessibile?

ANTEPRIMA

Konstantinopolis Üniversitesi. Dopo un altro giorno.

Eccolo, deve essere lui il ragazzo che Leone mi ha ordinato di portare al suo palazzo, pensò don Marcello, che seguiva il segnale di localizzazione del suo intellegit.
Avvicinatosi al corpo nudo di Mehmet, ne squadrò ogni dettaglio. Magro magro, capelli lunghi leggermente mossi, qualche pelo disordinato sul petto e sulle gambe, il mazzo di chiavi al collo. Assomiglia a tutti gli altri, direi.
«Figliolo, sveglia» disse il bosforino al cerimoniere con gentilezza. «Forza, dobbiamo andare a casa di Leone» ripeté a quel corpo immobile come una statua di gesso. «Tirati su che dobbiamo andare a vedere il blu del Bosforo.»
Nel momento in cui l’udito di Mehmet percepì i vocaboli “blu” e “Bosforo”, la sua mente si annebbiò completamente, allontanandosi come mai prima dalla realtà.
Quelle semplici parole fecero regredire il suo stato di coscienza a un livello tanto profondo di stordimento che sembrava trapassato. Don Marcello avvicinò l’orecchio al suo naso per controllare che respirasse. Un fioco alito di vita uscì dalle narici del cerimoniere sotto forma di un piccolo sospiro.
Come posso fare a svegliarlo? s’interrogò il sacerdote. Volto lo sguardo al mezzo di trasporto che, non senza difficoltà, l’aveva portato fin lì, decise di accenderlo e dare gas.
Wroom, wroom, wroom.
Wroom, wroom, wroom.
Wroom, wroom, wroom.
Una sequenza di rumori metallici e scoppiettanti s’inserì prepotente nel sogno di Mehmet, che socchiuse per un istante gli occhi velati dalle brume del sonno. Tra le nebbie del dormiveglia scorse un tubo rosso agganciato a due ruote che produceva delle fumate grigie da dietro. Il cerimoniere si girò dall’altra parte, mosso da un automatismo lento e sicuro.
Trascorse più di un’ora. Il bosforino, incredulo, gli mise le mani sulle spalle, scuotendogli il corpo. Quando Mehmet si decise ad aprire gli occhi, intravide vicinissimo al suo il viso di un anziano che lo studiava come se fosse stato il primo uomo sulla Terra.
«Sei tu Mehmet?»
«Sì» rispose lui con un mugugno, tenendo gli occhi serrati.
«Io sono don Marcello. Leone mi ha mandato per portarti a Palazzo Küçüksu.»
Mehmet si lasciò rotolare giù dal sofà mostrando il dorso nudo e rossiccio; sulla pelle scarna erano incise le coste di velluto del divano che l’aveva accolto e modellato.
«Indossa qualcosa, così partiamo e andiamo a vedere il blu» disse il sacerdote, mentre studiava ogni piccolo gesto e movimento di Mehmet.

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Un momento di silenzio. Don Marcello osservò l’espressione incosciente del cerimoniere. Con due dita gli aprì forzatamente le palpebre, svelando due sfere bianche. Si è riaddormentato…
Prima che un nuovo sogno riuscisse a prendere il sopravvento, un’altra serie di boati seguiti dalla sirena del clacson s’impose insistente.
Wroom, wroom, wroom.
Wroom, wroom, wroom.
Beeeeeeeep!
Accidenti, questo don deve avere proprio tanta voglia di accompagnarmi, pensò Mehmet mentre arrancava a gattoni verso una delle finestre dell’aula. Lì ritrovò la sottana stellata del giorno precedente e la infilò in un sol gesto.
Seduto sul pavimento con la schiena al muro, dopo aver fatto un largo sbadiglio, disse piano: «Va bene, andiamo pure».
Ancora a terra e con la testa pesante, il suo sguardo si posò sul marchingegno rosso che faceva tanto rumore. Era un Piaggio Ciao. Un motorino! Come in quel video che avevo visto sull’intellegit in cui delle persone ci andavano sopra!
D’un tratto il cerimoniere si destò, attratto da quella magia.
«Don, ma ora ci saliamo su? Ci andiamo io e te verso la casa di Leone?»
«Sì, non ne avevi mai visto uno?»
«No, non dal vivo!»
«Sali dietro.»
Mehmet si alzò ritto sulle gambe e si avvicinò al suo nuovo amico e al suo strabiliante mezzo di trasporto.
«Lo posso accendere? Mi fai guidare? Andiamo fortissimo?»
«Sali dietro e abbi fede: penso a tutto io.»
Il sacerdote pedalò fuori dall’aula come se il motorino fosse stato una bicicletta. Giunto nel corridoio, mise il Ciao sul cavalletto, spostò una piccola leva sul fianco e lo avviò pedalando con forza. Che bellissima giornata! Deve essere divertentissimo cavalcarci sopra quella cosa, pensò il cerimoniere smanioso.
Don Marcello guidò per i corridoi dell’università facendo rimbalzare il suono del cilindro del motore in ogni aula dell’ateneo. Usciti dall’edificio, i due solcarono le strade irregolari di Fatih: Mehmet aveva la sensazione di fluttuare su un tappeto volante. Dormono ancora tutti quanti, come è bello sfrecciare nelle vie vuote! Sono su un motorino a cento all’ora!
Il cerimoniere non riusciva a smettere di sorridere da quanto quella galoppata lo emozionava. A un tratto, mentre i due stavano attraversando Istiklâl Caddesi, un branco di cervi li affiancò, accompagnandoli con salti agili e leggeri fino al parco Yeni Gezi. Mehmet aprì le braccia e coi capelli al vento immaginò di essere uno di quei vecchi aeroplani che nel mondo di prima solcavano il cielo. Immaginò un viaggio prodigioso per Costantinopoli con tutti i cani, i gatti, i gabbiani, i daini, le volpi e i colombi della città. Le buche e le cunette della strada, come le molte curve che don Marcello doveva fare per evitare questo o quell’ostacolo, alimentavano la fantasia aerea di Mehmet, che si figurava una nuvola da schivare o un volteggio improvvisato per assecondare una brezza.
Su per una collina, giù per una valle, sopra e sotto un cavalcavia; attraverso le torri vuote di Dort Levent, poi una svolta a gomito e su e giù per un’altra discesa.
«La strada è un po’ lunga, perché il Signore ci ha lasciato solo questa» gridò don Marcello a Mehmet, che dal canto suo sperava che la loro gita durasse in eterno.
Quaranta minuti dopo, il sacerdote decelerò e spense il motore. Alzando lo sguardo, il cerimoniere vide un muro grigio di cemento armato alto quanto dieci uomini. Una gigantesca barriera correva all’infinito a destra e a sinistra, tagliando tutta la città come una lama di asfalto, fino ai due orizzonti. Quella parete smisurata era costruita a moduli: tanti rettangoli verticali alti e stretti con un piccolo cerchio alla sommità erano assemblati gli uni sugli altri, in modo da impedire a chiunque di vedere oltre. La barriera era tutta ricoperta da graffiti che la coloravano per la sua lunghezza, facendola somigliare a un fumetto infinito.
«Cos’è questo muro?» chiese.
«L’hanno costruito perché non riuscivano a colorare il Bosforo; grazie a questo divisorio, tutti quelli che abitano qui possono stare tranquilli senza vedere oltre. Così rimangono buoni e felici, senza fare al loro prossimo ciò che non vorrebbero fosse fatto a loro stessi.»
Don Marcello tese il braccio indicando una lunga scala a pioli di ferro. «Tanti anni fa Giorgio e Leone hanno recuperato quella scala per passare da un mondo all’altro. Ancora oggi, quando a un bosforino occorre qualcosa dalla vostra parte, la usa per brevi spedizioni. Attraversato questo muro saremo sul Boğaziçi Köprüsü, il ponte che collega l’Europa all’Anatolia.»
Levato lo sguardo al cielo, il cerimoniere notò gli altissimi piloni bianchi che ancora reggevano la campata del viadotto e che superavano di molto la parete in altezza.
Mai visto niente di così immenso, pensò rapito dalla vista del ponte e della barriera: le due architetture più colossali che avesse mai contemplato.
Don Marcello scese dal Ciao e prese a guardarsi intorno perlustrando ogni angolo, come alla ricerca di qualcosa.
Volto lo sguardo alla grandiosa stazza della barriera, Mehmet si soffermò su alcuni graffiti che più di altri catturarono il suo interesse.
«Don, chi ci ha fatto tutti questi disegni sul muro?» chiese.
«Gli operai che l’hanno eretto. Quando ci lavoravano, dall’altra parte vedevano il blu, quando si spostavano di qua non lo vedevano più. Nelle settimane della costruzione vivevano un po’ a metà, ecco… poi naturalmente sono venuti tutti di qua. Ti piacciono?»
Mehmet si fece distrarre volentieri da quelle raffigurazioni, molto diverse dai disegni che conosceva lui. Il primo graffito rappresentava un grandissimo iceberg. Doveva essere immerso nel Bosforo perché quella mole di ghiaccio era posta tra due ponti, nel mezzo di un canale definito da due colline. Ciò che colpiva di più il cerimoniere era che la quasi totalità del blocco ghiacciato era immersa: solo una minuscola puntina colorata di mille tinte affiorava dalla superficie del mare. La parte sott’acqua era cento, mille, diecimila volte più voluminosa di quel minuscolo angolino emerso e variopinto.
Un altro disegno ritraeva il volto di un adolescente castano, vestito di una camicia bianca con due sbuffi sulle spalle e un paio di pantaloni verde smeraldo. Il ragazzo aveva i palmi di entrambe le mani appoggiati a terra, ed era proteso in avanti mentre osservava il riflesso di uno specchio d’acqua. La pozza non restituiva l’immagine del giovane, ma solo della natura che lo circondava. I giunchi, la riva, una ninfea, una libellula: l’acqua riverberava fedele ogni elemento che si trovava in prossimità, ma di quel fanciullo non v’era traccia.
Mehmet non rimase colpito dall’espressione angosciata del ragazzo che cercava invano il suo riflesso; era piuttosto divertito dall’originalità dell’idea.
Quanta fantasia in questi graffiti, chissà come gli ci sono venute in mente tutte queste cose a chi ce l’ha costruita la parete.
Il cerimoniere aveva visto e fatto in prima persona molti schizzi, ma quelli erano decisamente migliori. Era difficile dire in che modo fossero più belli: gli sembravano più elaborati, come se fossero figli di un’idea precisa o di un pensiero specifico.
Rivolto lo sguardo verso il sacerdote, Mehmet notò che stava scandagliando ogni centimetro di suolo con fare accorto.
«Cosa cerchi?» gli domandò.
«Figliolo, una volta in cima alla scala si vede il blu: non voglio avere problemi mentre siamo a cavallo del muro; per stare tranquillo preferisco che tu non lo veda mentre siamo in motorino insieme. Sto cercando qualcosa con cui coprirti gli occhi; una sciarpa, uno straccio… Per te va bene rimanere bendato fino alla casa di Leone?»
«Ma certo. Don, ti aiuto a trovare una fascia con cui mi posso bendarmi!» disse Mehmet, elettrizzato dalla prospettiva di un’altra corsa in motorino.
Proprio accanto al ritratto del fanciullo che non riusciva a specchiarsi, il cerimoniere scorse un ramo secco piantato a terra, con una bandiera bianca legata all’estremità superiore.
Felice gridò: «Don! Guarda, l’ho trovata!».
Con uno strattone sfilò il ramo da terra, slegò il lembo di stoffa e in un sol gesto se lo annodò agli occhi. Il bosforino, che si era fermato per un istante a fissare quella scena, prese il cerimoniere per mano e lo guidò su per la scala.
«Arriva in cima e quando finiscono i gradini aspettami a cavalcioni, con una gamba di qua e una al di là del muro.»
Mentre Mehmet si arrampicava, don Marcello legò il motorino a una corda, che si assicurò alla vita. Raggiunta la sommità, trovò il cerimoniere che muoveva avanti e indietro le gambe, come fosse stato su un’altalena.
Con il fiatone per la salita, don Marcello disse: «Dammi cinque minuti, Mehmet, mi riprendo un attimo».
Volto lo sguardo allo stretto, il sacerdote pensò sospirando: Eccomi a casa, mio Signore.
In quell’istante un bagliore azzurro irradiò il suo viso, facendogli tornare alla mente tutti i gravosi pensieri che aveva lasciato sullo stretto. In quel momento avvertì la sensazione di una mano che gli comprimeva il cuore in una stretta opprimente. Devo ricominciare la mia ricerca, pensò angosciato.
L’immenso Boğaziçi Köprüsü si stagliava di fronte a don Marcello fino alla sponda asiatica, solido e teso nella sua marmorea bellezza. Con un grande sforzo, il sacerdote sollevò la scala con cui erano saliti per sistemarla sull’altro versante della barriera.
«Scendi per di qua e aspettami giù» ordinò. Prese con le due mani la corda che era assicurata al Ciao e con grande fatica tirò il motorino su per il muro fino alla sommità. Afferrato con le due mani e posto sull’altro versante, lo calò adagio verso il basso. Sceso a terra, ricaricò Mehmet sul Ciao e avviandolo gli chiese: «Per favore, mentre andiamo puoi reggere la scala?».
«Sì, certo!» rispose lui, appoggiando alla spalla quella lunga struttura rigida.
I due ripartirono. Fiutando il profumo del mare, Mehmet chiese: «Dove siamo, dove siamo?».
«Siamo sul ponte.»
«E cosa ti vedi?»
«È tutto sgombro, ci siamo solo noi due. È un ponte magnifico, questo, uno dei più lunghi mai costruiti nel mondo di prima. Da casa di Leone lo vedrai: è così maestoso che sembra un miracolo. A sinistra c’è l’altro viadotto, il Fatih Sultan Mehmet. Quello però per metà è crollato nello stretto, ora si vedono le due estremità che si tuffano in mare in obliquo. Di fronte a noi c’è l’altra barriera, quella che hanno costruito per proteggere chi abita in Anatolia. Proprio sotto di noi c’è la Büyük Mecidiye Camii di Ortaköy: dieci minuti e saremo a Palazzo Küçüksu.»
Accidenti, lui è precisissimo coi tempi, pensò Mehmet.
A metà del ponte il sacerdote fermò il motorino. «Scendi, figliolo,» comandò «e aiutami.»
Don Marcello mise un’estremità della scala in mano al cerimoniere. «Vieni qui» disse conducendolo bendato verso la balaustra più estrema del ponte. «Ora tira su… appoggia qui sopra… e spingi giù!»
In pochi istanti la scala volò giù dal ponte per inabissarsi nel mare, inghiottita dalle onde.
«Perché l’abbiamo buttata?» chiese Mehmet.
«Ordini di Leone» rispose don Marcello. «Dobbiamo avere compassione di lui e rispettare la sua volontà.»
Una larga discesa, un serpentone di strade, poi un tragitto tutto dritto con il rumore delle onde. Finalmente quel trabiccolo si fermò. Il frastuono sordo del motore lasciò spazio al solo stridio dei gabbiani.
Don Marcello sfilò la fascia che aveva protetto gli occhi di Mehmet. Il giovane cerimoniere si ritrovò davanti a due colonne di marmo bianco che, sovrastate da un architrave barocco riccamente decorato, definiva lo spazio di un cancello. Con l’intenzione di entrare nel giardino del palazzo, fece per spingere un’inferriata, che però non accennava a schiudersi. Riprovò, allora, pressando con il peso di tutto il corpo, mentre don Marcello lo osservava con le braccia incrociate e un’espressione divertita. Al terzo tentativo, il bosforino lo fermò.
«C’è bisogno della chiave, figliolo.»
In quell’istante Mehmet ricordò il mazzo pieno di metalli che Leone gli aveva fatto avere insieme al suo biglietto. Si sfilò la collana dal capo e la porse al suo nuovo amico. Questi inserì un cilindretto marrone nel buco della serratura e girò il polso in senso orario.
Che strano modo di aprire le porte che hanno qui, pensò Mehmet, da noi basta spingere.
Mentre si avvicinava alla casa, il cerimoniere notò che il giardino era tenuto con una cura che a lui pareva maniacale.
Accidenti, l’erba qui è tutta dello stesso verde. Ed è tutta alta uguale, ma proprio perfettamente uguale. Sembra un tappeto verde, nessun ramo a terra, nessun cane in giro e niente spazzatura. Anche la ghiaia ci è stata stesa in maniera tutta precisa, come se qualcuno c’ha posato i sassolini uno a uno. E poi tutti questi alberi… Com’è possibile che non si è caduta neppure una foglia sul prato?
Mehmet iniziò a osservare la sontuosa dimora di marmo bianco. Dai vetri della casa si vede dentro da quanto sono puliti. E sono tutti aggiustati! Forse si sono nuovi. E i muri sembrano solidissimi: nessuna crepa, nessun pezzo di tetto a terra.
Con una crescente meraviglia per quel luogo dalla cura ossessiva, il cerimoniere si decise a entrare salendo due dozzine di gradini che lo portarono a varcare la porta sul retro.
Gli interni lo lasciarono ancor più stupefatto. Pareva che qualcuno avesse pensato alla posizione di ogni oggetto e di ciascun mobile.
Non ci sono mai troppe cose, non ce ne sono mai troppe poche. I mobili sono tutti dello stesso marrone, forse lui li ha trovati solo di un legno. Le tende sembra che si stanno su da sole. Tutti questi disegni appesi al muro sono tutti alla stessa altezza e sono dei colori dei camini e dei soprammobili.
I fastosi lampadari in cristallo di Boemia lo colpirono più di ogni altra cosa.
Sono tutti precisi proprio al centro di ogni soffitto. Com’è possibile che tutte queste pietre trasparenti sono esattamente al loro posto? Sembra che volano intorno alle luci. E poi in questo posto il dentro è così diverso dal fuori. Dentro questa casa non ci sono erbacce, non ci crescono piante dal pavimento, non c’è neppure un animale. Invece fuori, nel giardino, ci sono solo piante e fiori, nessun pezzo di vetro, niente detriti, tegole, focolai.
La luce che filtrava non era molta: ogni finestra era ben coperta da tende color porpora. Una doppia scala di legno intarsiato, con i gradini ricoperti da una lingua di tappeto rosso, richiamò l’attenzione di Mehmet, che decise di esplorare anche il piano superiore. La prima sala che trovò fu lo studio di Leone. C’era una vecchia scrivania settecentesca decorata con gli stessi motivi della scala. Lì a fianco, una poltrona dava dritta dritta su tre grandi finestre disposte a semicerchio, coperte da un unico tendone. Di sottofondo si sentiva il gorgheggiare delle onde del Bosforo, che s’infrangevano sulla darsena del palazzo di marmo di Carrara.
Don Marcello, che aveva seguito Mehmet come un’ombra alla scoperta della reggia di Leone, gli chiese con un filo di timore e molta curiosità: «Figliolo, sei pronto a vedere il blu?».
«Sì, dai, fammelo guardare così capisco quello che Leone voleva e finisco questo discorso di commiato.»
Con un gesto affettuoso, il sacerdote fece sedere il cerimoniere sulla poltrona rivolta verso le finestre a bovindo. Si avvicinò al cordone della tenda e con un filo di voce chiese conferma.
«Vado?»
«Vai.»
«Che il Signore ti assista, figliolo» disse, svelando quell’inedito sipario. Non sicuro dell’effetto che il blu avrebbe originato su una persona che ne era totalmente ignara, si congedò in tutta fretta.
«Ti lascio. Torno domattina per sapere come stai e per portarti da mangiare.»
In principio passare dalla penombra alla luce provocò un fastidio lancinante alla vista di Mehmet.
Sembra come quando si esce da una galleria e fuori c’è il sole, pensò mentre con le due mani si copriva entrambi gli occhi.
Poi la vista si rassegnò ad abbandonare la penombra degli interni per adattarsi a quel nuovo riflesso luminoso. Ed ecco tutto a un tratto… il blu. Proprio là davanti, a pochi metri e ben visibile attraverso i vetri trasparenti del bovindo.
Quella visione emozionò Mehmet in una maniera tutta nuova.
Il cuore prese a battere come un tamburo, tanto forte che le vertebre della cassa toracica venivano sferzate in avanti a ogni palpitazione. Il sangue cominciò a spingere forsennatamente, ingolfandogli le vene con cavalloni di liquido bollente.
Ogni respiro gli portava nei polmoni una ventata d’ossigeno, che caricava ogni millimetro del suo corpo di un’energia nuova e instabile. Il suo plesso solare emanava radiazioni roventi, come se avesse appena bevuto in un sol sorso litri e litri di brodo infuocato. Quel bollore fervente gli bruciava il petto, lo stomaco e il basso ventre. Sentiva la pelle friggere, la fronte freschissima; le gambe e le braccia erano pesanti come il piombo.
Con le poche energie che riusciva a controllare, si aggrappò con entrambe le mani ai manici della poltrona, mentre le sue spalle andavano in tensione come i cavi di una funivia di montagna.
Non aveva mai percepito così il suo corpo: distingueva distintamente le vibrazioni di ogni sua cellula, avvertiva ogni suo organo, ogni distretto del suo fisico gli mandava segnali caotici e travolgenti. Come per una forza obliqua e arcana, tutte le molecole e le sue emozioni si rivoltarono: fu come se il suo corpo si ribaltasse su se stesso come un guanto di gomma, portando a emergere tutto il blu più profondo che conteneva in segreto.
In quel turbine di sensazioni, Mehmet scoprì di avere mille pezzi di fisico, ognuno dei quali palpitava in un misto di tormento e godimento. Trascorse così un tempo indefinito fatto di fitte, onde di piacere, estasi, contemplazione e timore.
Esterrefatto, disarmato, sedotto, sgomento, il cerimoniere rimase incatenato in quel salotto a fissare la sfumatura mistica che si insinuava dalla finestra impadronendosi di lui. Non sapeva di cosa fosse fatto quel battito palpitante, ma aveva un sapore antico, primordiale e vigoroso come la vita stessa.
Mehmet percepì lo stesso dolore del bocciolo di un fiore quando si schiude, di un bambino quando viene al mondo, di una farfalla al primo battito d’ali.
Nel mondo senza blu, il piacere era un appagamento dolce, morbido, gentile. Qui invece era muscoloso, prepotente, totalitario, al limite della sopportazione.
Mehmet subì quelle pulsazioni e quelle onde corporali, crocifisso alla poltrona e incapace di reagire a quella visione immensa. Voleva fuggire e al contempo non poteva staccarsi da quella proiezione magnetica.

Il crepuscolo giunse. I colori si dileguarono prima della luce: il blu del Bosforo digradò fino a diventare grigio cenere e poi nero carbone. L’ultimo spiraglio di sole rifuggì poco dopo dietro la mole dell’immenso muro di protezione.
Fu in quell’intervallo serale che le spalle di Mehmet ridiscesero verso il basso e che tutti i fasci di nervi poterono rilassarsi. La sua mente spossata tornò a produrre qualche piccolo pensiero.
Il cerimoniere era sfinito.
È arrivato il momento di andare a dormire, pensò come dissanguato. Oggi mi merito davvero una dormita che non finisce più.
Trovata e messa da parte l’energia per alzarsi dalla poltrona, diede l’ordine alle sue gambe di alzarsi. Perse l’equilibrio due volte: i suoi arti erano tanto grevi da renderne impossibile il controllo. Trascinando il suo corpo paralizzato sui gomiti, entrò in quella che doveva essere la camera di Leone.
Lì trovò un meraviglioso letto a baldacchino dalle trapunte nuove e perfettamente rimboccate. Abituato a dormire un po’ dove capitava, Mehmet ci si infilò esausto.
Accidenti, come è morbido. E le lenzuola hanno questo bel profumo di fiori… Tutte tese e infilate per bene sotto il materasso… E questo cuscino è così avvolgente, alto al punto giusto e tutto soffice.
Il calore della trapunta di cashmere e la sensazione morbida delle lenzuola di seta diedero a Mehmet l’impressione che in quella casa tutto fosse pensato per rendere felice chi la abitava.
Mi piacerà dormire qui, pensò abbandonandosi stremato al primo sonno.

Palazzo Küçüksu. Quella notte.

Poco dopo essersi addormentato, Mehmet si accorse che c’era qualcosa che si muoveva appena fuori dalla finestra.
Sembra qualcuno che si sbraccia per chiamarmi.
Uscì dal letto per avvicinarsi e mettere a fuoco. Vide un uomo giù da basso, sul terrazzo di marmo che dava sullo stretto. La luna piena brillava in cielo: anche se era notte, il pavimento rifletteva il suo chiarore rendendo la terrazza luminescente quanto il sole di Carrara da cui proveniva.
Il ragazzo continuava a gesticolare, facendo a Mehmet segno di scendere.
«Vieni giù, vieni qua a vedere» gli diceva sbracciandosi.
«A vedere cosa?» chiese il cerimoniere cercando di capire.
«Vieni giù, vieni giù che ti faccio vedere» rispose quello.
Lo stretto era nervoso, insofferente, in tumulto: lo onde nere si scontravano disordinatamente, aggrovigliando la superficie di spuma. Mehmet scese nudo dalle scale per capire in prima persona cosa volesse da lui quel giovane.
Una volta al pian terreno, celato dietro a una colonna, lo guardò meglio. Ma quello si è uguale identico a me… forse ho un sosia, o un gemello sul Bosforo?
Scostatosi dal pilastro che lo celava, decise di seguirlo cautamente. L’uomo, con un gesto disinvolto, cominciò a puntare il dito verso un grande specchio appoggiato alla balaustra che divideva l’acqua dalla terraferma.
«Vieni qui a vedere» ripeteva, sempre più vicino alla superficie riflettente. Quando il cerimoniere trovò il coraggio di avvicinarsi, quell’uomo entrò con un gesto ambiguo nel vetro delimitato dalla cornice. Avvicinatosi a pochi centimetri, il cerimoniere trovò il suo sosia che lo osservava da dentro lo specchio. Cominciò a osservare il suo riflesso mentre replicava le sue mosse. Mehmet alzava un braccio e lui pure. Si piegava sulle ginocchia e lui pure. Faceva un salto e lui in contemporanea scattava. Poi si voltò all’indietro, ma la sua immagine riflessa rimase immobile, ferma a osservarlo. Fu allora che il suo riverbero, animato da volontà propria, cominciò a squadrarlo dalla testa ai piedi, inclinando la testa e strizzando gli occhi, come se volesse leggergli dentro.
Mehmet gli chiese intimorito: «Ma tu chi sei? Sei me?».
Lui non rispose, continuando a fissarlo intensamente, trapanandogli l’anima con lo sguardo.
Finalmente gli fece un cenno con la testa, invitandolo a guardare dietro di lui. Mehmet si alzò sulle punte dei piedi per capire cosa ci fosse dietro alla schiena di quel sosia enigmatico. Non vide nulla. L’uomo nello specchio ripeté con insistenza lo stesso gesto col capo, indicando con gli occhi un puntino lontano, dietro le sue spalle. Il cerimoniere osservò con più attenzione, finché scorse un omino, nascosto e rannicchiato in un anfratto remoto dello specchio. Questo omino era tutto blu, come il colore della carta da zucchero. Era un esserino gracile e fragile, che tremava rannicchiato nel suo cantuccio sul fondo. Mehmet riprese a osservare il suo riverbero da vicino, inclinando il capo per chiedere spiegazioni.
In quell’istante una voce profonda e grave emerse, partorita dalle profondità del Bosforo: «Scegli, Mehmet, scegli!».
Il cerimoniere continuava a osservare la sua immagine riflessa, il cui volto si faceva sempre più scuro e minaccioso.
«Scegli, Mehmet, scegli!»
Come quella voce sorgente dalle acque si fece più malvagia, l’omuncolo blu all’estremo nord dello specchio inizio a tremare sempre più forte, fino a emettere gemiti e piccole grida.
Il cerimoniere rimase fermo come un monolite, nella speranza primordiale che se fosse rimasto immobile, la presenza arcana che lo stava incalzando non si sarebbe accorta di lui.
Dopo pochi istanti quell’accento sanguinario eruttò furioso dalle profondità del canale: «Scegli, Mehmet, scegli!».
Il cerimoniere era immobile. Non riusciva a controllare neanche un muscolo e non capiva cosa dovesse scegliere.
Ecco che allora fu il suo riflesso a prendere l’iniziativa: sfoderò un coltellaccio da assassino e in un sol gesto trafisse la gola dell’omino blu, facendo uscire la punta dall’altra parte del collo. L’omino blu, ora terribilmente somigliante a Mehmet, cadde a terra, liquefacendosi in un’onda di inchiostro e macchiando il pavimento splendente della terrazza di un’agonizzante pozza bluastra.

Mehmet fece un balzo e si ritrovò grondante nel letto di Leone. Il cuscino era intriso di sudore e di turbamento. «Intellegit! Che ore sono?» gridò.
«Sono le 3:30 di notte» sentenziò quello.
Mi sono svegliato prima del sole, questo non mi era mai successo a me. Era un sogno quello di prima… Ma non un sogno come quelli lì che faccio sempre, questo… era strano… c’era uno specchio e c’eravamo io e… insomma questo non era un sogno bello, era un sogno che non mi volevo fare.
«Intellegit, ho sognato una cosa, ma non era una cosa che mi faceva piacere, era una cosa che mi faceva sentire come… al contrario di quando sto bene. Ecco perché mi sono svegliato, era un sogno ma volevo che finiva. Sì, ecco, volevo che finisse!» Mehmet fece una pausa guardando in basso. «Adesso non so se mi voglio dormire ancora. Vorrei riposare ma non voglio rifare sogni così, vorrei quelli che faccio di solito.»
L’intellegit di Mehmet rispose definendo la parola “incubo”, vocabolo che il cerimoniere conobbe per la prima volta.
«Intellegit, ti chiedo di svegliarmi se nelle prossime notti ti accorgerai che starò facendo brutti sogni» ordinò con la voce resa incerta dal timore.
Nel riaddormentarsi, il cerimoniere ripensò per qualche istante alla visione del Bosforo e di quel colore tutto nuovo.
Di tante sensazioni, ne era rimasta una nel suo cuore: il desiderio di vedere ancora il blu quando il sole sarebbe sorto.
Di tante emozioni, ne era rimasta una nella sua mente: a lui il blu piaceva. Gli piaceva da morire.

19 Settembre 2019

Libreriamo

Su Libreriamo Giulio Ravizza, Responsabile Marketing di Facebook, Instagram e Whatsapp racconta come è avvenuta la pubblicazione del suo romanzo d’esordio L’Influenza del Blu. L'articolo a questo link.  
03 Giugno 2019

Aggiornamento

250 volte grazie a tutti per aver creduto in questo progetto editoriale! Ora guardiamo all'obiettivo dei 350 pieni di combattività :-)
16 aprile 2019

Aggiornamento

Oggi gli amici di Libreriamo parlano de L'Influenza del blu!
Articolo completo qui.
09 aprile 2019

Aggiornamento

Lanciata a Milano, nella cornice del Salone del Mobile, la campagna di crowdfunding per il lancio de L'Influenza del Blu.

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Recensisci per primo “L’influenza del blu”

Giulio Ravizza
Giulio Ravizza è il Responsabile Marketing di Facebook, Instagram e WhatsApp. In passato ha ricoperto lo stesso ruolo per Twitter, eBay e Amazon, e ha lanciato Kindle in Italia. Appassionato di linguaggi dei nuovi media, gli studi lo hanno portato ad Harvard, all’Università di Pechino e alla Koç Üniversitesi di Istanbul.
Il trasferimento in Turchia e la contemplazione del Bosforo sono state le scintille che hanno dato vita a L’influenza del blu, suo romanzo d’esordio.

L’autore devolverà il ricavato della vendita di questo romanzo a Emergency.
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