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L’influenza del blu

Amato da Tomaso Greco
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Consegna prevista gennaio 2020
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In un recente passato, l’umanità ha rinunciato totalmente al colore blu a seguito di una straordinaria scoperta: è fonte di sofferenza e male. Il blu ha reso l’uomo un essere malvagio, violento e infelice. Dopo questa rivelazione, i cieli sono stati colorati di verde, i mari di rosso, ogni oggetto blu è stato distrutto o ritinteggiato.
Un giorno Mehmet, il cerimoniere volontario di Costantinopoli, apprende che Leone Ippoliti, lo scopritore dell’influenza nociva di tale colore, si è suicidato gettandosi nel vuoto. Il fatto costringe il protagonista a recarsi nell’unico angolo del pianeta in cui il blu è sopravvissuto – nel Bosforo – e lì, per la prima volta, scorge il colore blu specchiandosi nel canale. La visione scatena in lui un palpito nuovo e prepotente: tutto a un tratto si sente audacemente presente a se stesso.
Una serie di vicissitudini legate alla scoperta delle sfumature di blu – dal celeste, al lilla, al cobalto – portano Mehmet a indagare sulla sua identità più intima, nonché sulla sua indole di uomo malvagio. Lacerato dai dubbi, il giovane cerimoniere dovrà prendere una decisione: lasciare il mondo così com’è oppure mostrare a tutti il blu del Bosforo?

Perché ho scritto questo libro?

Domanda: cos’hanno in comune un relitto in fondo al Bosforo, la Bohème, il più bel palazzo di Costantinopoli, uno specchio dai riflessi sinistri, il turchese e un muro troppo alto? Risposta: niente, quindi si può scrivere qualcosa di nuovo! Mi sono fatto trascinare dalla prospettiva di concepire un romanzo che mettesse insieme tutte queste suggestioni, per sviluppare una narrazione diversa da tutti i libri, i film, gli spettacoli teatrali che avessi mai visto. Ho scritto L’influenza del blu come gesto di silenziosa ribellione contro la liturgia dei generi letterari, dei codici drammaturgici del Novecento, dei canoni della serialità: insomma contro quello a cui siamo abituati. Non mi sento di promettere che questo romanzo piaccia a tutti, ma non mi stupirei se tu fossi molto in difficoltà a trovare qualcosa che gli somigli.

ANTEPRIMA NON EDITATA

In principio passare dalla penombra alla luce provocò un fastidio lancinante alla vista di Mehmet.
Sembra come quando si esce da una galleria e fuori c’è il sole, pensò mentre con le due mani si copriva entrambi gli occhi.
Poi la vista si rassegnò ad abbandonare la penombra degli interni per adattarsi a quel nuovo riflesso luminoso. Ed ecco tutto a un tratto… il blu. Proprio là davanti, a pochi metri e ben visibile attraverso i vetri trasparenti del bovindo.
Quella visione emozionò Mehmet in una maniera tutta nuova.

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Il cuore prese a battere come un tamburo, tanto forte che le vertebre della cassa toracica venivano sferzate in avanti a ogni palpitazione. Il sangue cominciò a spingere forsennatamente, ingolfandogli le vene con cavalloni di liquido bollente.
Ogni respiro gli portava nei polmoni una ventata d’ossigeno, che caricò ogni millimetro del suo corpo di un’energia nuova e instabile. Il suo plesso solare emanava radiazioni roventi, come se avesse appena bevuto in un sol sorso litri e litri di brodo infuocato. Quel bollore fervente gli bruciava il petto, lo stomaco e il basso ventre. Sentiva la pelle friggere, la fronte freschissima, le gambe e le braccia erano pesanti come il piombo.
Con le poche energie che riusciva a controllare, si aggrappò con entrambe le mani ai manici della poltrona, mentre le sue spalle andavano in tensione come i cavi di una funivia di montagna.
Non aveva mai percepito così il suo corpo, distingueva distintamente le vibrazioni di ogni sua cellula, avvertiva ogni suo organo, ogni distretto del suo fisico gli mandava segnali caotici e travolgenti. Come per una forza obliqua e arcana, tutte le molecole e le sue emozioni si rivoltarono: fu come se il suo corpo si ribaltasse su se stesso come un guanto di gomma, portando a emergere tutto il blu più profondo che conteneva in segreto.
In quel turbine di sensazioni, Mehmet scoprì di avere mille pezzi di fisico, ognuno dei quali palpitava di un misto di tormento e godimento. Trascorse così un tempo indefinito fatto di fitte, onde di piacere, estasi, contemplazione e timore.
Esterrefatto, disarmato, sedotto, sgomento, il cerimoniere rimase incatenato in quel salotto a fissare la sfumatura mistica che si insinuava dalla finestra impadronendosi di lui. Non sapeva di cosa fosse fatto quel battito palpitante, ma aveva un sapore antico, primordiale e vigoroso, come la vita stessa.
Mehmet percepì lo stesso dolore del bocciolo di un fiore quando si schiude, di un bambino quando viene al mondo, di una farfalla al primo battito d’ali.
Nel mondo senza blu, il piacere era un appagamento dolce, morbido, gentile. Qui invece era muscoloso, prepotente, totalitario, al limite della sopportazione.
Mehmet subì quelle pulsazioni e quelle onde corporali, crocifisso alla poltrona e incapace di reagire a quella visione immensa. Voleva fuggire e al contempo non poteva staccarsi da quella proiezione magnetica.

*

Il crepuscolo giunse. I colori si dileguarono prima della luce: il blu del Bosforo digradò fino a diventare grigio cenere e poi nero carbone. L’ultimo spiraglio di sole rifuggì poco dopo dietro la mole dell’immenso muro di protezione.
Fu in quell’intervallo serale che le spalle di Mehmet ridiscesero verso il basso, e che tutti i fasci di nervi poterono rilassarsi. La sua mente spossata tornò a produrre qualche piccolo pensiero.
Il cerimoniere era sfinito.
È arrivato il momento di andare a dormire, pensò come dissanguato, oggi mi merito davvero una dormita che non finisce più.
Trovata e messa da parte l’energia per alzarsi dalla poltrona, diede l’ordine alle sue gambe di alzarsi. Perse l’equilibrio due volte: i suoi arti erano tanto grevi da renderne impossibile il controllo. Trascinando il suo corpo paralizzato sui gomiti, entrò in quella che doveva essere la camera di Leone.
Lì trovò un meraviglioso letto a baldacchino dalle trapunte nuove e perfettamente rimboccate. Abituato a dormire un po’ dove capitava, Mehmet ci si infilò esausto.
Accidenti, come è morbido. E le lenzuola hanno questo bel profumo di fiori… Tutte tese e infilate per bene sotto il materasso… E questo cuscino è così avvolgente, alto al punto giusto e tutto soffice.
Il calore della trapunta di cashmere e la sensazione morbida delle lenzuola di seta diedero l’impressione a Mehmet che in quella casa tutto fosse pensato per rendere felice chi la abitava.
Mi piacerà dormire qui, pensò abbandonandosi stremato al primo sonno.

Palazzo Küçüksu, quella notte.

Poco dopo essersi addormentato, Mehmet si accorse che c’era qualcosa che si muoveva appena fuori dalla finestra.
Sembra qualcuno che si sbraccia per chiamarmi.
Uscì dal letto per avvicinarsi e mettere a fuoco. Vide un uomo giù da basso, sul terrazzo di marmo che dava sullo stretto. La luna piena brillava in cielo: anche se era notte, il pavimento rifletteva il suo chiarore rendendo la terrazza luminescente quanto il sole di Carrara da cui proveniva.
Il ragazzo continuava a gesticolare facendo a Mehmet segno di scendere.
«Vieni giù, vieni qua a vedere» gli diceva sbracciandosi.
«A vedere cosa?» chiese il cerimoniere cercando di capire.
«Vieni giù, vieni giù che ti faccio vedere» rispondeva quello.
Lo stretto era nervoso, insofferente, in tumulto: lo onde nere si scontravano disordinatamente, aggrovigliando la superficie di spuma. Mehmet scese nudo dalle scale per capire in prima persona cosa volesse da lui quel giovane.
Una volta al pian terreno, celato dietro a una colonna, lo guardò meglio: ma quello è uguale identico a me… forse ho un sosia, o un gemello sul Bosforo?
Scostatosi dal pilastro che lo celava, decise di seguirlo cautamente. L’uomo, con un gesto disinvolto, cominciò a puntare il dito verso un grande specchio appoggiato alla balaustra che divideva l’acqua dalla terra ferma.
«Vieni qui a vedere» ripeteva sempre più vicino alla superficie riflettente. Quando il cerimoniere trovò il coraggio di avvicinarsi, quell’uomo entrò con un gesto ambiguo nel vetro descritto dalla cornice. Avvicinatosi a pochi centimetri, il cerimoniere trovò quel suo sosia che lo osservava da dentro lo specchio. Cominciò a osservare il suo riflesso mentre replicava le sue mosse. Mehmet alzava un braccio e lui pure. Si piegava sulle ginocchia e lui pure. Faceva un salto e lui in contemporanea scattava. Poi si voltò all’indietro ma la sua immagine riflessa rimase immobile, ferma a osservarlo. Fu allora che il suo riverbero, animato da volontà propria, cominciò a squadrarlo dalla testa ai piedi, inclinando la testa e strizzando gli occhi, come se volesse leggergli dentro.
Mehmet gli chiese intimorito: «Ma tu chi sei? Sei me?»
Lui non rispose, continuando a fissarlo intensamente, trapanandogli l’anima con lo sguardo.
Finalmente gli fece un cenno con la testa invitandolo a guardare dietro di lui. Mehmet si alzò sulle punte dei piedi per capire cosa ci fosse dietro alla schiena di quel sosia enigmatico. Non vide nulla. L’uomo nello specchio ripeté con insistenza lo stesso gesto col capo, indicando con gli occhi un puntino lontano, dietro alle sue spalle. Il cerimoniere osservò con più attenzione, finché scorse un omino, nascosto e rannicchiato in un anfratto remoto dello specchio. Questo omino era tutto blu, come il colore della carta da zucchero. Era un esserino gracile e fragile, che tremava rannicchiato nel suo cantuccio sul fondo. Mehmet riprese a osservare il suo riverbero da vicino, inclinando il capo per chiedere spiegazioni.
In quell’istante una voce profonda e grave emerse, partorita dalle profondità del Bosforo: «Scegli, Mehmet, scegli!»
Il cerimoniere continuava a osservare la sua immagine riflessa, il cui volto si faceva sempre più scuro e minaccioso.
«Scegli, Mehmet, scegli!»
Come quella voce sorgente dalle acque si faceva più malvagia, l’omuncolo blu all’estremo nord dello specchio tremava sempre più forte, fino a emettere gemiti e piccole grida.
Il cerimoniere rimase fermo come un monolite, nella speranza primordiale che se fosse rimasto immobile, la presenza arcana che lo stava incalzando non si sarebbe accorta di lui.
Dopo pochi istanti quell’accento sanguinario eruttò furioso dalle profondità del canale: «Scegli, Mehmet, scegli!»
Il cerimoniere era immobile. Non riusciva a controllare neanche un muscolo e non capiva cosa dovesse scegliere.
Ecco che allora fu il suo riflesso a prendere l’iniziativa: sfoderò un coltellaccio da assassino e in un sol gesto lo infilò dentro alla gola dell’omino blu, facendo uscire la punta dall’altra parte del collo. L’omino blu, ora terribilmente somigliante a Mehmet, cadde a terra, liquefacendosi in un’onda di inchiostro e macchiando il pavimento splendente della terrazza di un’agonizzante pozza bluastra.
Mehmet fece un balzo e si ritrovò grondante nel letto di Leone. Il cuscino era intriso di sudore e di turbamento. «Intellegit! Che ore sono?» gridò.
«Sono le 3.30 di notte» sentenziò quello.
Mi sono svegliato prima del sole, questo non era mai successo. Era un sogno quello di prima… Ma non un sogno come quelli che faccio sempre, questo… era strano… c’era uno specchio e c’eravamo io e…. insomma questo non era un sogno bello, era un sogno che non volevo fare.
«Intellegit, ho sognato una cosa, ma non era una cosa che mi faceva piacere, era una cosa che mi faceva sentire come… al contrario di quando sto bene. Ecco perché mi sono svegliato, era un sogno ma volevo che finisse. Sì, ecco, volevo che finisse!», Mehmet fece una pausa guardando in basso. «Adesso non so se voglio dormire ancora. Vorrei riposare ma non voglio rifare sogni così, vorrei quelli che faccio di solito.»
L’intellegit di Mehmet rispose definendo la parola incubo, vocabolo che il cerimoniere conobbe per la prima volta.
«Intellegit, ti chiedo di svegliarmi se nelle prossime notti ti accorgerai che starò facendo brutti sogni» ordinò con la voce resa incerta dal timore.
Nel riaddormentarsi, il cerimoniere ripensò per qualche istante alla visione del Bosforo e di quel colore tutto nuovo.
Di tante sensazioni, ne era rimasta una nel suo cuore: il desiderio di vedere ancora il blu quando il sole sarebbe sorto.
Di tante emozioni ne era rimasta una nella sua mente: a lui il blu piaceva. Gli piaceva da morire.

25 gennaio 0000

Aggiornamento

250 volte grazie a tutti per aver creduto in questo progetto editoriale! Ora guardiamo all'obiettivo dei 350 pieni di combattività :-)
16 aprile 2019

Aggiornamento

Oggi gli amici di Libreriamo parlano de L'Influenza del blu!
Articolo completo qui.
09 aprile 2019

Aggiornamento

Lanciata a Milano, nella cornice del Salone del Mobile, la campagna di crowdfunding per il lancio de L'Influenza del Blu.

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Giulio Ravizza
Professionista che opera nel settore della pubblicità: specializzato nell’acquisto di spazi sui diversi mezzi di comunicazione (canali digitali, radio, televisione, affissioni, carta stampata) e di gestione creativa dei contenuti pubblicitari. Appassionato di linguaggi dei nuovi media, da un anno e mezzo guida il marketing di Facebook, Instagram e WhatsApp. Precedentemente ricopriva il medesimo ruolo in Twitter, eBay e Amazon.
Gli studi lo hanno portato a trasferirsi prima a Istanbul, luogo in cui si svolge L’Influenza del Blu, poi a Pechino e a Parigi. A cavallo tra la laurea triennale e la laurea specialistica ha studiato Teoria dei Giochi ad Harvard, Università che gli ha permesso di lavorare direttamente con il premio Nobel John Nash.
Come molte persone che lavorano nel mondo della pubblicità, di giorno si occupa di slogan ma la sera si dedica più liberamente alla scrittura.
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