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L'invenzione di Casares

L'invenzione di Casares
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Consegna prevista Giugno 2021
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Uno scrittore che inventa un altro scrittore. Sarà davvero questa teoria a rendermi celebre? Io, l’eminente professor Sergej Boris Ulog? Ecco la grande trovata che mi farà tornare a Sarajevo. Dalla mia Sonia. Dai miei colleghi gelosi, che mi intimeranno di tacere. Ma perché tanti sospetti? Perché quelle lettere anonime? Chi conosce la mia infanzia, che io stesso ricordo appena e talvolta sogno angosciato? C’è qualcosa di più di un falso letterario, questo è sicuro e… come dici? No, adesso non è il momento. Fammi finire la quarta di copertina. Taci ho detto! Chi sei? Rivelati. Perché parli nella mia testa? Morto… Chi è morto? No, non lui. Non può essere vero! È una visione. Vedo uno stormo di uccelli. Il pugnale. Il sangue nella vasca. E poi tutti quei simboli: una biblioteca, un labirinto, un merlo parlante.. è opera di Borges, non c’è dubbio. Non solo ha inventato il suo golem, poi lo ha anche ucciso. E io? Io sono il suo pupazzo.

Perché ho scritto questo libro?

Durante una conferenza su Borges ho parlato di un docente bosniaco, il quale sostiene che Casares non esista ma sia pseudonimo dello stesso Borges. Era falso. Il pubblico in sala non sapeva che mi ero inventato tutto. Il mese dopo ho visitato il Labirinto della Masone, costruito da F.M. Ricci in onore di Borges. Ho incontrato Ricci e mi sono fatto scrivere una dedica su un suo libro di Borges-Casares, facendola intestare al protagonista da me inventato che ha così cominciato a prendere vita.

ANTEPRIMA NON EDITATA

PRIMA PARTE

Ti sentirai mai un passaggio degli origami? Insulterai forse una versione incompleta?

E non vediamo mai bozze senza anagrammi, né trame celesti e immature

che aspettano vuote le mani nella schiena. Che si sa, in ultimo curvano la carta…

CAPITOLO I

Argomentum Ornithologicum

Quello da Belgrado non lo si può certo definire un diretto. Vicino alle acque della Drina che segnano il confine, infatti, il treno cavalca bruscamente le Alpi Dinariche per guardare il Parco di Tara. Ed è proprio una di quelle curve a piegare il mio foglio. L’ultima parola viene fuori uno schizzo, sembra un’anagramma. Il controllore mi raccoglie la penna mentre nascondo tutto sotto la settimana enigmistica, che non è certo il mio forte. Lui s’insospettisce. Tutto ok agente, è solo la verità. Un giorno la sapranno tutti… [incipit da rivedere]. Ma per adesso riapriamo la busta.

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Ch.mo dott. Ulog [virgola]

Una volta passata la frontiera dalle parti di Loznica, per Sarajevo non manca molto.

Con la presente, diamo seguito agli scorsi comunicati da parte del nostro Ateneo, per ufficializzare l’incarico offertoLe [punto]

Là fuori intanto le conifere endemiche intabarrano il monte Tara, per la velocità i pecci e gli aceri rossi si assottigliano come grissini.

In seguito ai risultati accademici da Lei conseguiti [virgola] Altro scossone, perdo il segno. È la quarta volta che rileggo.

[da capo] In seguito ai risultati accademici da Lei conseguiti, con l’orgoglio di rivolgerci a un ricercatore che ha iniziato gli studi specialistici qui nella nostra facoltà, poi proseguiti presso la Humboldt-Universität di Berlino fino alla tesi di dottorato [punto e virgola]

I picchi neri e le nocciolaie si fanno puntiformi, mentre quasi comincio a indovinare i canyon della Drina, simili a piccole buche sulla spiaggia visti da qui.

A fronte dell’importante conduzione degli studi post-dottorali, della ragguardevole posizione accademica attualmente ricoperta e considerato il notevole successo delle Sue recenti pubblicazioni, in prossima edizione anche in lingua bosniaca [puntini di sospensione miei]

Apro l’altra metà del foglio e proseguo.

È con sincero piacere che riceviamo un Suo positivo riscontro in merito alla disponibilità di ricoprire la cattedra già a partire dal primo semestre di quest’anno accademico [punto a capo]

Il treno si addentra nella Romanija, fra gli spiriti dei Vlasi. Per chi la sa riconoscere, la cima del Trebevic si può già indovinare a stento.

Confermiamo di aver ricevuto la Sua proposta di programma per il corso di questo semestre, in linea con i suggerimenti del Rettore di Dipartimento. Le diamo appuntamento in data 11 febbraio, ore 09:00, presso l’Ufficio Archiviazioni e Protocolli per consegnare la documentazione in allegato e registrare la sua assunzione.

In fede,

Igor Taraseroević Università di Sarajevo

[ricontrollare le coordinate spazio-temporali]

Quanto a me, si vede che sono in odore di promozione. Panciotto di velluto stirato, venato solo dalla pinguedine. Quasi pendant con la giacca, nocciola su rovere, di fatto uno spezzato. Scrivere non è da soldati… [abbozzato].

Il vagone traballa ma il rumore di fondo è liscio, rotaie di velluto come la mia giacca su cui il bolide recalcitra. Da Belgrado a Sarajevo sono meno di trecento chilometri e l’orologio non si ferma più come un tempo alla frontiera, dalle parti di Bijeljina [verificare]. Meno sospetti, meno pause solenni, silhouette di colline che non hanno più il tempo di riposare nella cornice del finestrino in ore calde, e che si agitano adesso per metà pomeriggio finché la stazione circonda i passeggeri inermi nei vagoni.

Nel mio c’è un uomo di mezza età, con giacca e gilet quasi pendant, cioè io appunto, e poi teste di ragazzi imbragate di fili che sparano note gracide, un bambino impegnato a cambiar bandiera tingendosi di cioccolato la maglia a righe con la mamma che interroga dal finestrino le prime giornate di luce febbrile. Non ce n’era a Belgrado. Solo nuvole, informi nuvole nere… [dispersivo]. Tanto meglio, nessuna tentazione di rimpiangere gli ultimi quattro giorni trascorsi in sala convegni. I fisici almeno ci salvano il mondo con quelle chiacchiere, e i politici si concedono il gusto di rovinarlo. Noi invece ci aduniamo a sentenziare sul “Manifesto dell’Ultra e l’Avanguardia letteraria argentina”. Sant’Arsenio! Ce le meritiamo proprio, le nuvole nere informi… [vive]

Oggi però rimiro per la quarta volta il mio premietto e di nuovo il sole esce dalle nuvole bianche a illuminare la pagina su cui la lettera. Il mio lasciapassare per l’Università [maiuscola mia]. L’ho ricevuta a Berlino, quando ormai le mie stesse teorie mi perseguitavano. Avevo ricominciato a scrivere la verità, a cambiare le carte in tavola. Ma io li odio li anagrammi, non li risolvo mai.

Nell’attesa mi metto con comodo a contare i giri di quell’aereo sul campo, pigro il paesaggio. Ricordo ancora quel racconto di Casares sulla “Trama celeste”. Forse il suo primo che abbia mai letto, anche se non ricordo esattamente… [approfondire]. Per farla breve, parla di un aereo che compie una serie di volute nel cielo e indovina per caso una sequenza magica che lo porta in un’altra dimensione. Un origami, una cabala, un realismo magico. Ci penso sempre da insonne e mi placa.

Il treno è in arrivo alla stazione di Zeljeznicka stanica.

Quanto tempo. Scusa, sempre in aereo questi anni. Tu invece sempre con la faccia insulsa: il palazzo grigio in leggero semicerchio, i nove finestroni verticali, l’orologio art decò a tacche in pietra, la Jugoslavia sul francobollo ti ci aveva pure disegnato un obelisco [censurare]. Sì, tra poco rivedrò tutto. La luce ora mi si ripiega in fronte, nelle scarpe i calzini di pelle pulsano evasivi, manca l’aria ma inalo tutto quello che passa dal finestrino sbarrato… [retorico]. «Avviene un miracolo ostile, una piacevole e lunga meraviglia, un atroce eterno ritorno. Dormo quando ormai non è più indispensabile prendere un sogno per realtà o realtà per follia, perché le teorie più lucide che si frantumano il giorno dopo sono prove di inettitudine ed entusiasmo»… [manca la fonte]. Non dimentico mai le parole di Casares quando sto per sognare.

E giuro che ogni volta immagino uno stormo di uccelli che mi transita davanti. Stavolta li ho visti fuori dal finestrino del treno, ma potevano anche essere disegnati, che so, sulla maglietta di quel bambino davanti a me, immersi in una nuvola di cacao. E quindi funziona che io penso un numero e poi mi basta uno sguardo per contare lo stormo e il numero è sempre quello che avevo pensato all’inizio. Insomma, a questo punto ne sono certissimo: sto sognando… [Arg. Ornitholgicum]

Come l’ultima volta, e quella prima, ecco si profila la sagoma di un’isola. Nessuna invenzione, io là ci sono nato. Distretto di Kalinovik, sud dell’Erzegovina. San Metropolita! Su un’isola! Chissà che fine avrei fatto se non me ne fossi andato a studiare in città. Con i compagni si giocava ad arrivare fino in fondo, fino alla spiaggia, ma morire che poi uno si tuffasse. Del resto ricordo poco, un Cristo accidente. Né i loro nomi, nemmeno il mio aspetto. Sono qui in catalessi dentro un vagone forse già fermo e tutto ciò che mi interessa è sognare un uomo, con minuziosa interezza e imporlo alla realtà. Un progetto magico che esaurisce lo spazio della mia anima. E se qualcuno chiedesse il mio di nome, o un tratto qualunque della mia vita anteriore, non saprei cosa rispondere… [vive]

– Gospodine?… signor Ulog?

– Chi è?

– Il signor Sergej?

– Mi conosce?

– Sta qui sul biglietto. [sa fare il suo mestiere]

– Conosce per caso… anche la mia vita anteriore?

[pensieri in corsivo]

– Come prego?

– Ma quand’è che le ho dato il mio biglietto, mi scusi? [fiiiiiiiiiiiii!]

– Stazione di Zeljeznicka stanica! [scossone]

– Arrivederci! Dai Mirko, saluta. [spennellata di cacao]

– Ciaooo…

[come non dar la manina a un grande artista]

Qualcuno allora ha il coraggio di salutare questo cicciottello in giacca e panciotto quasi-pendant, che conta uccelli per narcotizzarsi e come un sonnambulo si fa scippare il biglietto. Tutta colpa dell’isola, mi è bastato nascerci per non scordarla più, né di giorno né di notte. Strano però, erano mesi che non tornava.

– Ecco, signore!

[gli si porta pure la borsa al narcolettico]

– Oh, hvala! Grazie, grazie.

Ammara dalle mani del fattorino sulla banchina di porfido. Palmo disteso. Vuol dar la mano anche lui a un grande artista? Sono solo un docente.

– To’! Fatteli bastare… [pacca]

Silenzio opaco intorno, facce nuove. Quei piccioni lì sulla banchina, se stessi sognando potrebbero pure mettersi a sventagliare di qua e di là per la stazione ma io li conterei, tutti in un baleno, anche con il sole febbrile negli occhi e le scarpe di pelle che torturano sui lastroni di porfido… [sciogliere la sintassi]. Dopo ho detto! Adesso voglio solo un caffè, se no conto pure le mosche e la banchina mi diventa una spiaggia. E insomma il chiodo fisso dell’isola ritorna, rientra alla base. Ah, ma la recluta qui mai l’avreste riabbracciata cari amici. Non fosse stato per Sonia…

– Taxi!

Dubito avrebbe accettato di trasferirsi a Berlino [surrettizio]. Ha sempre odiato venirmi a prendere in stazione. Adesso starà in casa a fingere di non aspettarmi.

– Dobro… dove la porto? [cappellino, occhiali a goccia]

– Al 10 di Hamdije Kr. [pacca al portabagagli]

Troverai qui tutte le novità su questo libro

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Federico Filippo Fagotto
Classe 1989, studia filosofia fra Milano e Venezia e collabora con la cattedra di Estetica all’Università Statale. Scrive per varie riviste (Lineamenti di sociologia del diritto, Nòema, Filosofia in circolo, Opium Philosophie, Filosofia e nuovi sentieri, Lo Sbuffo). Ha una breve parentesi nella Nazionale di Bridge Italiana. Nel 2015 fonda la rivista di arte e cultura La Tigre di Carta e scrive l’editoriale sull’Orientalistica. Nel 2016 fonda e presiede l’Associazione culturale La Taiga che dal febbraio 2017 ha in gestione il teatro milanese “Corte dei Miracoli”. Come Direttore artistico inaugura il Progetto-TAIGA basato sul libero scambio fra residenze artistiche e progetti editoriali, con il riconoscimento di Fondazione Cariplo. All’interno del teatro cura la programmazione, svolge cicli di conferenze e segue regia e sceneggiatura di alcuni spettacoli.
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