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Lo studio della morte

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Una gara fino alla grande villa disabitata in fondo alla valle: vince chi arriva quinto e perde chi arriva terzo. Sembra un gioco come tanti, in un giorno d’estate come tanti.
Ma la villa ha in serbo delle sorprese per i suoi otto ospiti: circondata da un giardino ricco di piante e fiori sconosciuti, all’apparenza tropicali, accoglie i ragazzi in un ampio salone con nove orologi a pendolo, uno più inquietante dell’altro. Il gioco finisce presto: un misterioso biglietto firmato da un certo Keyes e l’improvvisa apparizione di otto lapidi nel cortile della villa daranno il via a una caccia al tesoro drammatica, il cui scopo è sopravvivere…

Perché ho scritto questo libro?

Quando tra le dita e nella testa ci si presenta un’idea dovremmo cercare di essere capaci di seguirla per dare vita ad un’emozione; il mio strumento sono le parole, scrivere è una necessità, questo libro racconta il bisogno di raccontare una piccola idea possibile di vita.

UNA RIDICOLA GARA
«Gara?» chiesi quasi titubante.
«Gara» fu la pronta risposta di Leader.
«Regole?»
«Obiettivo?»
«Allora… Vince chi arriva quinto. E direi che perde chi arriva terzo. E l’obiettivo, la villa in fondo alla
valle. Quella disabitata.»
Era stata sempre Leader a rispondere, prima a
Puzzle e subito dopo a Salomon.
«Quanto sarà?» chiese Qōhelet.
«Io dico un paio di chilometri.»
«Anche di più.»
A ribattere quasi in coro furono Pegaso e Volt, il
primo con occhi sognanti e la seconda con il suo senso
pratico.
«E se qualcuno cade?»
«Ci fermiamo tutti, ovvio.»
Leader replicò alla domanda quasi retorica di
Schizzo prima di guardarci tutti.
«Pronti?»
«Sì!» esclamammo in coro.
«Via!»
E via, correndo. Non come pazzi. Non come in una
gara. Non era una gara, non una vera almeno. Quel
giorno avrebbe vinto il quinto. Avremmo dovuto misurare le forze. Nessuno sarebbe rimasto indietro.
Se le domande venivano a turno da ciascuno di
noi, a rispondere era sempre Leader. E non perché
fosse il 14 luglio, giorno del suo compleanno: decideva sempre lei. Punto. Era lei a capo della nostra strana
compagnia. Che buffa parola, strana. Tuttavia rendeva bene l’idea: noi eravamo strani. Forse troppo, agli
occhi dei nostri coetanei. Ma eravamo davvero un
gruppo e stavamo correndo per arrivare, come spesso
accadeva, quasi insieme. Continua a leggere
Continua a leggere

Leader era luminosa, occhi verdi con un taglio vagamente orientale, capelli ricci e ramati, lentiggini.
Un’aria sbarazzina che spariva quando si preparava a
volare, con le mani sui fianchi come Peter Pan. Sceglieva sempre lei. Anche quando sembravamo noi a fare
delle scelte, la decisione finale era sua. Al collo aveva il
nostro simbolo: una pietra, perché altro non avremmo
potuto scegliere. Levigata dalla natura a forma di cuore,
bluastra all’esterno, rosso-violacea al centro, con una
specie di virgola bianca, quasi una “V”. Esterno e interno sfumavano quasi a voler essere due spazi distinti
della medesima realtà. Pensavamo, anzi, avevamo la
certezza, che portando quella pietra al collo, magari
con un laccio di cuoio, tutto sarebbe andato sempre
bene, che avremmo sempre vinto ogni sfida. E dentro
di noi questa era una ragione sufficiente per correre e,
correndo, non smettere mai di essere noi stessi.
Eravamo in otto, così differenti l’uno dall’altro
al punto di chiamarci, all’interno del gruppo, con soprannomi che rivelavano la nostra diversità e il nostro carattere. Ciò che era strano aveva reso il nostro
gruppo omogeneo e forte. Appena un paio di anni prima, quando Volt, la più piccola di noi, aveva compiuto
dodici anni, avevamo festeggiato i nostri cento anni in
otto. Se fossimo stati una persona sola, e in qualche
modo lo eravamo, il giorno di quella gara saremmo già
stati nel Guinness dei primati.
La corsa intanto era diventata una piccola marcia,
una maratona giocosa che sarebbe potuta durare per
sempre e che, alla fine, non avrebbe visto né vincitori
né tantomeno perdenti. Attraversammo un ruscello,
dopo aver tolto le scarpe; in seguito l’erba alta, di un
verde meraviglioso, ancora non tendente al giallo tipico dell’estate avanzata, ci rallentò legandosi attorno
alle nostre caviglie.
Ridevamo, e ridere ci faceva andare sempre avanti. Ma quando arrivammo al nostro traguardo, la villa abbandonata ci catturò. I nostri respiri tornarono
normali prima del ritmo dei nostri cuori.
La mia prima impressione fu di essere stato catapultato in un luogo magico che nessuno considera,
dove l’aria è carica di ricordi e di pensieri. Mi venne
in mente la pista di bocce del paese, dove un tempo
giocavano gli anziani, adesso abbandonata e vinta da
sottili fili d’erba. Chiusi gli occhi e riuscii a sentire il
rumore delle bocce e provai la sensazione di non essere immortale: il tempo sembrava non essere andato
avanti, tuttavia non poteva essere definito immobile
poiché, in qualche modo, lo sentivo tremare attorno
a me, come imprigionato e in attesa di rimettersi in
cammino. Riaprii gli occhi per guardare quello spazio,
in silenzio. Senza fiatare.
La villa era circondata da un muro antico, pieno di
fenditure e di alcuni ampi varchi attraverso i quali saremmo potuti passare agilmente. In queste aperture
la natura aveva preso il sopravvento, cercando dall’interno di invadere, sfumando, la campagna circostante. Un’invasione di piante e colori che non conoscevamo, che non crescevano dalla nostra parte del muro,
come se quel luogo fosse un altrove non appartenente
alla nostra Terra.
Vedevo piante simili a palme che mi portavano
nel deserto e altre i cui colori sembravano tipici di
una foresta tropicale, dove gli uomini hanno sedici
modi per dire verde. E fiori, ovunque, di tutti i tipi, alcuni già visti e altri sconosciuti. Sembrava una serra
a cielo aperto, separata dal mondo, dove soltanto l’erba sembrava poco curata, crescendo alta e occupando
ogni spazio vuoto.
Vedemmo un cancello e decidemmo, senza inutili
parole, di entrare. Il suo cigolio, stridulo e infinito, mi
fece quasi rimpiangere di non aver usato le aperture
nel muro. I pantaloni, ancora bagnati, cominciarono a
farmi sentire a disagio. La nostra corsa si era trasformata in cauta perlustrazione, resistente alla voglia di
gettarsi in terra per guardare in alto, com’era nostra
abitudine alla fine di ogni gara, e ricevere l’azzurro del
cielo come unico premio desiderato.
Trovammo un sentiero, di ghiaia, nascosto dall’erba alta. Se fossi stato un insetto l’avrei visto come una
galleria, non differente dai lunghi viali dove gli alberi
nascondono il sole. Ma anche, forse, come un tunnel
senza via d’uscita, quasi una trappola. Era coperto di
foglie secche e delimitato da pesanti pietre bianche.
Il nostro silenzio fu coperto dalle foglie autunnali che
si frantumavano per diventare polvere sotto i nostri
passi. Strato dopo strato, metro dopo metro.
Avvicinandoci, ci accorgemmo che i muri della
villa sembravano convessi, come se gli interni cercassero l’esterno, con le molte finestre che apparivano
oscurate. L’insieme era tanto singolare e armonioso
da creare smarrimento. Immaginai intorno al perimetro un fosso e il ponte levatoio, e all’interno un drago
che volesse far scoppiare i muri.
Il sentiero arrivava all’entrata della casa: un portale enorme preceduto da pochi e bassi scalini. Il battente
era il dettaglio più incredibile: una dama vestita di nero,
una dama dal viso di scheletro. Una figura che correva
nelle strade dei sogni, certo meno dolce della pur perfida regina Mab2
raccontata da Mercuzio. Il suo sorriso
aveva denti ingialliti, era macabro. Una falce per batacchio. E occhi di rubino che spaventarono Schizzo.
2  La Regina Mab è una figura della mitologia celtica, una fata che
Shakespeare riprende in Romeo e Giulietta (Atto I, Scena IV). Viene
descritta da Mercuzio come una piccola regina che viaggia di notte su
un cocchio ricavato da un guscio di nocciola e che, posandosi sul naso
delle persone addormentate, riesce a far sognare loro ciò che desiderano di più.
Schizzo era bello, come un ragazzo può essere. Vagava con la mente, con la fantasia, sembrando quasi
assente. I suoi occhi erano persi, ma mai opachi. Era
per tutti il pazzo del villaggio, un ruolo che nel nostro
paesino lo avrebbe voluto seduto in piazza, sul bordo
del pozzo o vicino alla fontana, a ridere, dicendo indisturbato la verità. Ma non parlava mai tanto.
«Mi spaventa.»
«Dai, Schizzo, è solo una statuetta.»
«Insomma.»
«Insomma, entri con noi.»
Non era un ordine quello di Leader, ma un sorridente invito che non ebbe repliche.
«Bussiamo o spingiamo direttamente?»
Fu Volt questa volta a parlare. Era la più bassa del
gruppo, capelli corti e corvini, occhi scuri, tarchiata,
ma non grassa. Sgraziata, con mani forti per le volte
che aveva aiutato il padre, elettricista, nei piccoli lavori domestici nelle case degli altri. Concreta e pratica, era stato proprio il lavoro del padre a dare vita al
suo soprannome. Oltre al fatto che, come una scarica
elettrica, il sorriso compariva sempre velocemente
sul suo viso.
«Nell’ordine che hai detto, ovviamente: bussiamo,
poi spingiamo. Se non aprono. Ma non credo che apriranno.»
Anche Leader, nel suo piccolo, sapeva essere
estremamente concreta. Allungò tranquilla la mano,
prese il batacchio, nero, all’apparenza freddo e pesante, e lo fece cadere sul legno.
Una. Due. Tre volte.
Guardando noi e non la porta, sorridendo.
E la porta si aprì. Da sola. Con nostro stupore e
timore. Leader la guardò e di nuovo si volse verso di
noi, con un sorriso più incerto.
Fu di nuovo Volt a parlare, con voce tremante,
quasi non credesse neanche lei alle sue parole: «Be’,
era aperta. Il vento, i cardini ancora buoni, la spinta
sul battente… Magari il pavimento e i muri sono inclinati. Lo avete visto anche voi, no?».
«Sì sì», «Certo», «Ovvio», «Lo pensavo anch’io.»
Risposte finte, spalmate su un coraggio che non
c’era. Anche se soltanto di un mezzo passo, ci eravamo
già allontanati dalla porta.
La casa ci invitava, noi ci allontanavamo dimostrandoci ospiti inadeguati. E per non continuare a
essere scortesi, entrammo. Tutti, come aveva richiesto il sorriso di Leader pochi attimi prima. In fila indiana, magari in fila per due, forse in gruppo, tutti assieme. Cercai gli occhi di Schizzo, che con lo sguardo
supplicava di tornare indietro. Mi sentii solo. Poi girai
la testa e vidi di nuovo la casa. Dall’interno.
Un largo salone, ovale o rotondo. Vuoto. I nostri
movimenti, i nostri passi creavano eco. Solo la porta,
nel chiudersi, non fece alcun rumore.
Vuoto, due scale e in cima due porte, una di fronte all’altra. Tutto era dipinto con colori impossibili.
Il pavimento blu, i muri gialli, il soffitto verde. Una
scala era bianca, l’altra nera. Una porta nera, l’altra
bianca. Con la luce che danzava in frammenti colorati, che davano colore al colore, entrando dal rosone
sopra la porta.
I frammenti di luce non arrivavano ovunque. Dal
buio della parte più profonda del salone si sentiva il
ticchettio cadenzato di molti orologi.
Cercammo un modo per far luce, ma i nostri occhi
si abituarono alla penombra prima di poter elaborare
qualche idea. E in un attimo fummo davanti agli orologi, nove, a pendolo; forse antichi, certamente preziosi. Ciascuno diverso, originale, in ogni parte.
Otto più piccoli. Uno scheletro sorridente appoggiato sul mondo con una croce in una mano che
fungeva da pendolo; il secondo costruito con diversi
tipi di legno di differente colore, con all’interno una
lanterna che si accendeva e si spegneva; poi un orologio che sembrava contenere un liquido denso, in movimento continuo, che finiva in una pozza scura dove
una canna di bambù oscillava come mossa dal vento;
accanto, su un fiore di loto, un monaco buddista apriva e chiudeva le mani per scandire il tempo; il quinto
era di un legno bianco, a punta, quasi avesse un corno
in cima, con delle ali che si muovevano delicatamente
al centro; poi un orologio costruito inglobando tutte le
possibili forme geometriche in un impossibile e precario equilibrio, con due sfere che si sfioravano nel
loro continuo movimento; il penultimo era semplice
e cesellato in maniera finissima, tanto da sembrare
fatto di pizzo; l’ottavo aveva una forma amorfa, quasi
fosse creta da plasmare.
Il nono stava al centro ed era il più grande. La sua
forma l’avevamo già incontrata sulla porta d’ingresso. La falce che prima era il batacchio qui fungeva da
pendolo.
Tutti gli orologi battevano all’unisono, ognuno
con un suono speciale; erano come strumenti scordati che, tuttavia, diffondevano in quel vuoto una musica affascinante. Se insieme erano come un’orchestra,
presi separatamente emettevano suoni che creavano
inquietudine. Urla strazianti erano l’eco di un battito
di cuore amplificato, il crepitio di una radio si sovrapponeva a un roco mugolio e alla leggerezza di un battito d’ali proveniente da lontano. E dietro tutti questi
suoni c’era una lama che fendeva l’aria, accompagnata
da una goccia che cadeva in un pozzo. Le angosce e le
paure divenivano armonia, nell’essere concentrate,
ogni secondo, tutte in un unico istante.
«Ok, finita la pausa di riflessione. Nascondino?
Mi sembra un posto adatto.»
«Potremmo giocare alla strega di mezzanotte, visto che c’è tutto sommato poca luce.»
Pegaso indossava una camicia bianca, senza contrasto con la sua carnagione pallidissima. Il bianco era
il suo colore e di bianco aveva sempre qualcosa addosso. I suoi capelli erano rossi e cascavano ricci e liberi
sulle spalle. Anche i suoi occhi, scuri, avevano un’aria
sognante, come quelli di Schizzo. Ma nei suoi il sogno
era concreto, non determinato dalla follia che si era
annidata tra i pensieri di Schizzo. Sognava di volare
e in qualche modo lo faceva attraverso la concretezza
quotidiana delle note del suo pianoforte. Per questo
aveva scelto di chiamarsi Pegaso, come la creatura
mitica, fatata, il bianco cavallo alato capace di volare.
Erano le prime parole pronunciate dentro la casa
ed erano state dette per giocare. L’incantesimo della
casa, il suo essere arcana paura, era andato in mille
pezzi. Non avevamo avuto cura di quel mistero e lui,
come una lastra di vetro, si era spezzato.
Ci muovemmo verso le altre stanze partendo dalla porta bianca, quella in cima alla scala nera. Ormai
avevamo deciso, ciascuno dentro di sé, che non saremmo usciti a mani vuote. Quella casa era disabitata
e noi avevamo anche bussato per entrare. Era il primo
pomeriggio e il viaggio di ritorno era ancora lontano
dai nostri pensieri.
Esplorare quegli ambienti fu un gioco altrettanto
divertente. Tutte quelle stanze, così diverse tra loro,
piene di mobili antichi e soprammobili, letti a baldacchino, specchi rovinati, quadri sbiaditi dentro antiche
cornici, tappeti di stoffa ormai lisa, candele di mille
colori su candelabri rovinati dal tempo. Come fosse
possibile che quel tesoro fosse intatto e che la polvere
non ricoprisse ogni cosa non fu un nostro pensiero.
Eravamo troppo impegnati a cercare nascondigli, a
capire quali spazi fosse meglio evitare.
Trovammo anche una piantina della casa, disegnata a mano su una pergamena ormai ingiallita, piena di caratteri e simboli illeggibili. In una stanza arredata con una scrivania, una sedia e molti scaffali privi
di libri trovammo anche un paio di manette incassate
nel muro, metà d’oro e metà d’argento. La nostra unica
curiosità fu pensare alla mente folle capace di avere
un’idea tanto inutile, ma il pensiero fu cancellato con
una scrollata di spalle.
Adesso era il momento di cambiare gioco: nascondino.
A pomeriggio inoltrato solo Salomon pensava che
forse, vista l’ora, sarebbe stato meglio rimandare al
giorno successivo.
La piccola Salomon, esile, magrissima, spalle
strette e cadenti, capelli lisci castani, occhi chiari,
pelle chiara, qualche lentiggine. Denti bianchissimi.
Era la figlia del becchino del paese. Viveva accanto al cimitero ed era l’unica di noi a girarvi di notte,
quelle volte che vi avevamo giocato, senza averne il
benché minimo timore. Sembrava quella con più vita
alle spalle, forse per aver visto cadere molte lacrime.
Affrontava tutto con calma e con serenità. Era stato
Pegaso a darle il suo nome, un giorno che con un semplice abbraccio era riuscita a porre fine a un piccolo
litigio tra lui e Schizzo.
Alla fine anche lei cedette, forse perché era in minoranza. Ma in fondo sapeva che si sarebbe divertita
come una pazza una volta cominciato a giocare.
«Bimbumbalebuttagiù.»
«28.»
Toccò a Volt accecarsi per prima.
La storia, quella vera, iniziò qui. Avevamo un sorriso pieno di speranza sui volti e dentro i nostri occhi
stelle cadenti. Così, felici, cominciammo una lunga
partita a dadi con una scheletrica dama vestita di
nero. Eravamo seduti nella sua sala d’attesa, aspettando di entrare nello studio dove la morte ci avrebbe
ricevuto; in fondo, nel mondo, siamo soltanto dei passanti, uomini e donne fatti di pensiero, sentimento,
sensazione e intuizione, con una piccola possibilità
di vivere in eterno soltanto dopo che la vita si sarà
conclusa. Nonostante siano passati più di vent’anni
da quel giorno, se questo eterno esiste io non lo so ancora, e sinceramente non lo credo. Ma quello che so è
che da quell’istante ci trovammo, allegri, ad aspettare.
La verità.

13 settembre 2018

Aggiornamento

Alla fine di settembre terminerà questa campagna di crowdfunding: intensa e difficile, ma anche una grande occasione di crescita personale... Per raggiungere l'overgoal, le 350 copie prenotate, mancano soltanto 50 ordini... questo è il momento di ordinare la vostra copia e di consigliarla a chi conoscete...
07 luglio 2018

Aggiornamento

Ieri si è concluso un viaggio ma la sua conclusione spero possa essere soltanto il preludio di un viaggio più lungo, più intenso e ancora una volta pieno di magia. In questo mese e mezzo passato a proporre il mio romanzo a tutti voi che avete scelto di ordinarlo ho parlato e scritto tantissimo, ho ascoltato storie e ho ritrovato sulla mia strada persone che avevo perso di vista, altre persone non le conosco affatto, ma loro conosceranno qualcosa di me attraverso le mie parole.
E tutti voi che avete ordinato il mio primo romanzo avete soprattutto costruito un cerchio prezioso attorno ad un piccolo grandissimo sogno, un sogno chiuso in un cassetto da tantissimi anni, un sogno che ho avuto la forza di condividere perché soltanto attraverso una condivisione, creando un cerchio di mani tese, è possibile realizzare i nostri sogni.
Mi piace pensare che come voi siete stati parte del mio sogno, io possa essere parte dei vostri nel momento in cui verrà cercata una mano, perché ogni strada merita di essere percorsa e la condivisione è assolutamente una forza necessaria alla vita.
Tornando a romanzo, il testo adesso attraverserà le fasi di editing, impaginazione, revisione e scelta della copertina. Successivamente il romanzo andrà in stampa e inizieranno le fasi di pubblicazione e distribuzione: sarà quello il momento in cui ciascuno di voi riceverà il romanzo. Ma in questo lasso di tempo in cui le mie parole arriveranno ad essere stampate io vorrei chiedervi ancora una mano, ancora un piccolo sforzo.
Bookabook prevede un secondo possibile obiettivo, un overgoal, il raggiungimento di 350 copie ordinate per avere una campagna di marketing studiata appositamente per ottenere la massima diffusione possibile del mio romanzo. Quindi vorrei chiedervi di continuare a consigliarlo anche perché se ciascuno di voi proponesse il testo anche ad una sola persona raggiungere questo secondo obiettivo sarebbe quasi una passeggiata.
Ma intanto io vi ringrazio, vi ringrazio di cuore, perché oggi una profonda gioia apre il mio sorriso, un sorriso forse ancora non troppo consapevole del risultato raggiunto ma sicuramente carico di emozioni che vale la pena continuare a condividere.
18 giugno 2018

Aggiornamento

Grazie a tutti coloro che hanno prenotato una copia del mio romanzo... Grazie perché oggi sono state prenotate già 100 copie e quindi sono a metà di questa sorprendente avventura... Adesso bisogna continuare a lavorare, continuare a far girare il passaparola, continuare a proporre questa mia piccola idea di vita... Ancora grazie a tutti per questo traguardo raggiunto Riccardo
04 giugno 2018

Aggiornamento

Oggi sono state finalmente raggiunte le prime 60 copie pre-ordinate; questo significa che il libro arriverà nel formato ordinato a coloro che lo hanno già prenotato. Questo per me è già indice di una grandissima soddisfazione. Grazie a tutti!

Commenti

  1. (proprietario verificato)

    Una storia che ti tiene con il fiato sospeso e ti porta a vivere una storia inaspettata, trascinandoti negli stati d’animo dei protagonisti in modo intenso. Hai voglia di conoscere subito il finale, ma nello stesso tempo di vivere con loro questa avventura il più a lungo possibile. La scrittura è coinvolgente in tutti i passaggi. Davvero un bellissimo romanzo.

  2. (proprietario verificato)

    Ho letto “Lo studio della morte” già da qualche settimana, ma solo ora ho deciso di scrivere un piccolo commento poiché credo che meriti. Nonostante non sia tra i miei genere preferiti (anche se non so dire quale sia il mio genere preferito) devo ammettere che ho letto questo romanzo tutto d’un fiato e mi sono identificata molto in uno dei personaggi; non so se sia per questo o per la storia in sé, ma alla fine della storia mi è rimasto sia un sapore amaro che delicato e fresco, una forte sensazione di pura adolescenza. Il linguaggio di Riccardo mi è piaciuto molto, un modo di scrivere che azzarderei definire “maschile”, che per me significa essenziale, asciutto, che non si sofferma in sbrodolamenti e sdolcerie.
    Una cosa che mi sento di dire è che questo libro è davvero un FILM. Se capitasse nelle mani giuste potrebbe nascerne una sceneggiatura di successo (a mio parere). Quindi faccio a Riccardo Murari tanti tanti in bocca al lupo, che questa storia non si fermi qui.

  3. Paola Mazzocchi

    (proprietario verificato)

    L’ineluttabilità della morte, il senso di appartenenza al “gruppo”, il sentimento di amicizia, che lega i protagonisti del romanzo, ti catturano trascinandoti fino all’ultima pagina.
    Ho letto in un sol respiro il romanzo di Murari, pur non amando alcuni aspetti “fantasy”, non ho potuto fare a meno di arrivare alla fine e rimanere piacevolmente sorpresa dal risvolto psicologico.

  4. (proprietario verificato)

    Opera che emoziona e riesce a far pensare a possibili sviluppi della storia, continuando a stupire ad ogni capitolo e lasciando un senso oltre le parole. Concetti molto importanti per l’umanità, con uno sguardo verso la realtà, i sogni, la morte e l’infinito. Mi fermo qui per non fare spam. Il linguaggio è semplice, curato e incalzante, con una spontaneità che ti coinvolge in pieno. Complimenti Riccardo sei un autore da tenere a portata di “click” e spero presto di poter leggere tanto altro.

  5. (proprietario verificato)

    Finito di leggere tutto in un fiato.. Un libro bello, coinvolgente.. Un libro che ti porta a porti domande che nn immaginavi nemmeno di pensare… È poi ti metti in gioco dandoti anche delle risposte.. Un libro che consiglio principalmente a chi ama le letture nn scontate, a chi ama il sapiente uso delle parole.. Bravo Riccardo.. Aspetto presto di poter leggere altri tuoi libri…

  6. Erano anni che non leggevo un romanzo così coinvolgente: “Lo studio della morte” riesce a strapparti dalla quotidianità, a scuoterti, a farti sentire l’orrore e il profumo della inevitabilità della morte. Credo sia davvero difficile ridurre a un povero commento questo piccolo capolavoro che mi ha riconciliato con il mondo della narrativa. Sentiremo parlare molto di Riccardo Murari e di questo bellissimo “Studio della morte”!

  7. (proprietario verificato)

    Libro finito e a caldo scrivo le mie prime impressioni. Bella l’idea, l’impianto regge bene sino al termine, avvincente e coinvolgente, lo stile e la scrittura sono piacevoli, Il libro riesce a suscitare emozioni e pensieri dosando bene l’equilibrio tra sogno e realtà, il parallelo tra gioco e vita. Se riuscirai a coronare il sogno di pubblicarlo (ma sono certo che non ci saranno problemi a raggiungere l’obiettivo) e la casa editrice ti supporterà con la promozione, ho l’impressione che questo scritto potrà darti delle grandi soddisfazioni. Bravo Riccardo.

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Riccardo Murari
RICCARDO MURARI è nato a Roma nel 1978 e attualmente vive nella zona dei Castelli Romani. Laureato in Medicina, lavora nell’ambito della medicina legale e delle medicine complementari. Lo studio della morte è il suo romanzo d’esordio.
Riccardo Murari on Facebook
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